Le frasi di «Laudi» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Alcyone
Settembre, andiamo. È tempo di migrare. / Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori / lascian gli stazzi e vanno verso il mare. (I pastori, vv. 1-3)
Taci. Su le soglie / del bosco non odo / parole che dici / umane; ma odo / parole più nuove / che parlano gocciole e foglie / lontane. (La pioggia nel pineto, vv. 1-7)
Palpita, sale, / si gonfia, s'incurva, / s'alluma, propende. / Il dorso ampio splende / come cristallo; / la cima leggiera / s'arruffa / come criniera / nivea di cavallo. / Il vento la scavezza. / L'onda si spezza [...] (da L'onda, )
La sera fiesolana
Fresche le mie parole ne la sera / ti sien come il fruscìo che fan le foglie / del gelso ne la man di chi le coglie. (vv. 1-3)
Laudata sii pel tuo viso di perla, / o Sera, e pe' tuoi grandi umidi occhi ove si tace / l'acqua del cielo // Dolci le mie parole ne la sera / ti sien come la pioggia che bruiva / tepida e fuggitiva. (vv. 15-20)
Laudata sii per le tue vesti aulenti, / o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce / il fien che odora! (vv. 32-34)
Laudata sii per la tua pura morte, / o Sera, e per l'attesa che in te fa palpitare / le prime stelle! (vv. 49-51)
L'oleandro
Erigone, Aretusa, Berenice, / quale di voi accompagnò la notte / d'estate con più dolce melodìa / tra gli oleandri lungo il bianco mare? (vv. 1-4)
"Il Giorno" disse pianamente Erigone / verso la luce "non potrà morire. / Mai la sua faccia parve tanto pura, / non ebbe mai tanta soavità". / Era la sua parola come il vento / d'estate quando ci disseta a sorsi / e nella pausa noi pensiamo i fonti / dei remoti giardini ov'egli errò. (vv. 17-24)
Pur, profondando nella sabbia i nudi / piedi, io sentia partirsi lentamente / il buon calor del tramontato sole. (vv. 30-32)
Tutto allora fu grande, anche il mio cuore. / Oh poesia, divina libertà! (vv. 49-50)
Così ci parve riudire il canto / delle Sirene, dalla nave concava / di prora azzurra, fornita di ponti, / veloce, in un doloroso ritorno / spinta dal vento al frangente del mare, / né ci difese Odisseo dal periglio / con la sua cera; ma il cuore, non più / libero, novellamente anelava. (vv. 65-72)
O Aretusa, perché non ho il tuo nome? / Nascesti tu nell'isola di Ortigia / come l'amor del violento fiume? (vv. 102-104)
O Glauco, ti sovvien della Sicilia / bella?" Ed io più non vidi la grande Alpe, / il bianco mare. Io dissi: "Andiamo, andiamo!" (vv. 111-113)
Ti sovvien della bella Doriese / nomata Siracusa nell'effigie / d'oro cò suoi delfini e i suoi cavalli, / serto del mare? (vv. 114-117)
Scendemmo al porto. Ti sovvien dell'ora? / Un rogo era l'Acropoli in Ortigia; / ardevano le nubi su 'l Plemmirio / belle come le statue su 'l fronte / dei templi; parea teso dalla forza / di Siracusa il grande arco marino. (vv. 128-133)
E noi gridammo, e un súbito clamore / corse lungo le stoe quando la nave / piena d'eternità giunse all'approdo. / Portatrice di gloria, ella vivea / magnanima, sublime. (vv. 134-138)
ma sì vivea divinamente d'una / cosa ch'ella recava d'oltremare, / al re Ierone vincitor col carro; / ma la facea magnanima e sublime / una cosa recata d'oltremare, / più lieve che corona d'oleastro: / l'Ode, foggiata di parole eterne". (vv. 149-155)
"E' vero, è vero!" io dissi. "Mi sovviene". / Ed il cuore profondo mi tremò, / tremò della divina poesia. / "Mi sovviene. Era l'Ode trionfale: / Canta Demetra che regna i feraci / campi siciliani, e la sua figlia / cinta di violette! Canto, o Clio, / dispensatrice della dolce fama, / la corsa dei cavalli di Ierone! (vv. 156-164)
varcammo l'Istmo pel diolco. Quivi / eroi vedemmo e Pindaro con loro. / Ed obliammo l'usignuol di Ceo / per l'aquila tebana. Era la tua / mitica luce sul Tirreno, o madre / Ellade, (vv. 176-181)
Ma non sostenne il nostro cuor mortale / quel silenzio sublime. Si piegò / verso il sorriso delle donne nostre. / E Derbe disse ad Aretusa: "Quando / fiorì di rose il lauro trionfale?". / Era la donna giovinetta alzata, / mutevole onda con un viso d'oro, / tra gli oleandri; (vv. 207-214)
Disse Aretusa: "Bene io te 'l dirò" / mutevole onda con un viso d'oro. / Disse: "Inseguiva il re Apollo Dafne / lungh'esso il fiume, come si racconta. (vv. 219-222)
Rapido il re Apollo più l'incalza, / infiammato desio, per lei predare. / All'alito del dio doventa fiamma / la chioma della ninfa fluvïale. (vv. 230-233)
M'odi tu? M'odi tu? Dafne, sei muta? / Rispondi! " Abbrividiscono le frondi / sino alla vetta. Nel silenzio un breve / murmure spira. "M'odi tu? Rispondi!" / Move la vetta un fremito più lieve. / Poi tutto tace e sta. Sotto i profondi / cieli le rive alto silenzio tiene. / Il bellissimo lauro è senza pianto; / il dolore del dio s'inalza in canto. / Odono i monti e le valli serene. (vv. 364-373)
E' l'alba, è l'alba. Il dio si desta: un grido / di meraviglia irraggia tutti il lido. / Brilla di rose il lauro trionfale!" (vv. 398-400)
"Sol d'oleandro voglio laurearmi" / io dissi. Ed Aretusa era contenta; / e recise per me altri due rami / e fè l'atto di cingermi le tempie / dicendomi: "Pè tuoi novelli carmi!" (vv. 410-412)
E il giorno estivo non potea morire, / ma sorrideva sopra il bianco mare / silenziosamente senza fine; / e la notte, che avea parte ineguale, / spiava il bel nemico dalle chiostre / dei monti azzurra come te, Cyane. (vv. 416-421)
"Il Giorno" disse "non potrà morire. (vv. 432)
Pur tanto è dolce che la Notte oscura / non già lo spegne ma di lui s'accende, (vv. 439-440)
Orione si slaccia l'armatura, / e Boote si volge, e Cinosura / vacilla; e l'Orsa anche impallidirà. / Oblia la Notte tutte le sue stelle / e il duolo antico degli amanti umani. / Che con lei piangeremo ella non sa. (vv. 472-477)
O Notte, piangi tutte le tue stelle! (vv. 478)
[...] / Il grido dell'allodola domani / dall'amor nostro ci disgiungerà". / Un'altra era con noi, ma restò muta, / tra gli oleandri lungo il bianco mare. (vv. 479-482)
Elettra
E l'altro monte, e l'altro monte ei vede, / l'Erice azzurro, solo tra il mare e il cielo / divinamente apparito, la vetta / annunziatrice della Sicilia bella! (La notte di Caprera, IX, vv. 23-26)
Così edificò Egli / nella luce e nell'ombra / l'opera d'eterne parole / che ingombra l'orizzonte / umano con la sua mole / immensa. (Nel primo centenario della nascita di Vittore Hugo)
Ma il tutto è in lui. Nel suo petto / concluso è il mondo. (Nel primo centenario della nascita di Vittore Hugo)
O deserta bellezza di Ferrara, / ti loderò come si loda il vólto / di colei che sul nostro cuor s'inclina / per aver pace di sue felicità lontane. (Le città del silenzio, cap. I, vv. 1-4)
O Pisa, o Pisa, per la fluviale / melodìa che fa sì dolce il tuo riposo / ti loderò come colui che vide / immemore del suo male / fluirti in cuore / il sangue dell'aurore / e la fiamma dei vespri / e il pianto delle stelle adamantino / e il filtro della luna oblivioso. (Le città del silenzio, cap. I, vv. 28-36)
Ravenna, glauca notte rutilante d'oro, / sepolcro di violenti custodito / da terribili sguardi, / cupa carena grave d'un incarco / imperiale, ferrea, construtta / di quel ferro onde il Fato / è invincibile, spinta dal naufragio / ai confini del mondo, / sopra la riva estrema! (Le città del silenzio, pp. 152-153, vv. 55-63)
Urbino, in quel palagio che s'addossa / al monte, ove Coletto il Brabanzone / tessea l'Assedio d'Ilio, ogni Stagione / l'antica istoria tesse azzurra e rossa. (Urbino, vv. 1-4, in Le città del silenzio, cap. II)
Non alla solitudine scrovegna, / o Padova, in quel bianco april felice / venni cercando l'arte beatrice / di Giotto che gli spiriti disegna; // né la maschia virtù d'Andrea Mantegna, / che la Lupa di bronzo ebbe a nutrice, / mi scosse; né la forza imperatrice / del Condottier che il santo luogo regna. // Ma nel tuo prato molle, ombrato d'olmi / e di marmi, che cinge la riviera / e le rondini rigano di strida, // tutti i pensieri miei furono colmi / d'amore e i sensi miei di primavera, / come in un lembo del giardin d'Armida. (Padova, in Le città del silenzio, cap. II)
Tu vedi lunge gli uliveti grigi / che vaporano il viso ai poggi, o Serchio, / e la città dall'arborato cerchio, / ove dorme la donna del Guinigi. / Ora dorme la bianca fiordaligi / chiusa ne' panni, stesa in sul coperchio / del bel sepolcro; e tu l'avesti a specchio / forse, ebbe la tua riva i suoi vestigi. / Ma oggi non Ilaria del Carretto / signoreggia la terra che tu bagni, / o Serchio, sì fra gli arbori di Lucca / rosso vestito e fosco nell'aspetto / un pellegrino dagli occhi grifagni / il qual sorride a non so che Gentucca. (Lucca, in Le città del silenzio, cap. II)
Nel primo centenario della nascita di Vincenzo Bellini
Nell'isola divina che l'etnèo / Giove alla figlia di Demetra antica / donò ricca di messi e di cavalli, / di lunghe navi e di città potenti, / d'aste corusche e di cerate canne, / di magnanimi eroi e di pastori / melodiosi, (vv. 1-7)
dal santo lido ove apparì l'Alfeo / terribile che tenne la sua brama / immune dentro all'infecondo sale, / da Ortigia ramoscel di Siracusa, / che fu sorella a Delo e abbeverava / nell'orrore notturno la sirena / ai fonti ascosi, (vv. 8-14)
Dove il veglio Stesicoro per Ilio / ereditò la cecità di Omero, / dove Pindaro assunse ai cieli il carro / del re Ierone fondatore d'Etna / e Teocrito addusse tra i bifolchi / eloquenti le Càriti dal fresco / fiato silvano, (vv. 49-55)
Egli è morto, l'Orfeo dorico è morto! / Sicelie Muse, incominciate il carme / fùnebre! O rosignoli, annunziate / ad Aretusa ch'egli è morto (vv. 96.100)
Inno di gloria, irràggiati dei raggi / più fulgidi recando all'ansiosa / moltitudine, accolta nel Teatro / riconsacrato dalla reverenza, / l'imagine del giovine Cantore. / auspice e i testimonii del fatale / suolo ove nacque. (vv. 128-134)
Saluta, mentr'ei viene, Inno, l'ignita / vetta e il lido aretùside, sospiro / d'Atene, e le vocali selve, e i fiumi / che il chiaro Ionio beve, e Siracusa / e Taormina e la natal Catana / con l'orme che v'impressero congiunte / Ellade e Roma. (vv. 145-151)
Italia, Italia, quale messaggero / di popoli trarrà da quel silenzio / venerando il messaggio che s'attende? / Quivi taluno interroga i vestigi? / pacato curvasi ad apprender come / si tagli il marmo per edificare / immortalmente? (vv. 169-175)
Saluta, nella gloria del Cantore / fiorito a piè dell'Etna, / l'Aventino sul Tevere d'Italia, / il monte che salivano i Carmenti / aedi del Futuro; / però che tutto alla Gran Madre torni / e d'ogni raggio s'orni / il suo capo che sta sopra la Terra. / Sveglia i dormenti e annunzia ai desti: "I giorni / sono prossimi. Usciamo all'alta guerra!" (vv. 207-216)
Maia
Un salso rogo estratto col timone / e la polèna della nave rotta, / ch'ha la tortile forma del Tritone.
[...] la mia anima visse come diecimila! (cap. I, vv. 80-81)
Nessuna cosa mi fu aliena, nessuna mi sarà! [...] Laudata sii Diversità delle creature, sirena del mondo! (cap. I)
Tutto fu ambito e tutto fu tentato. Ah perché non è infinito come il desiderio il potere umano? [...] Tutto fu ambito e tutto fu tentato. Quel che non fu fatto io lo sognai; e tanto era l'ardore che il sogno eguagliò l'atto. (cap. I)
Sol con quell'arco e con la nera / sua nave, lungi dalla casa / d'alto colmigno sonora / d'industri telai, proseguiva / il suo necessario travaglio / contra l'implacabile Mare. (cap. IV, vv. 58-63)
Citazioni su Maia, Laus vitae
Scritta precipitosamente nel tempo, essa è vertiginosa nel ritmo... La esaltazione della sfrenata libertà individuale che è nel concetto si manifesta anche nella forma: la pindarica strofa di ventun versi, rapida come un galoppo serrato, rapinosa come un torrente, col suo battito violento imprime al poema una tale velocità che perfin le lunghissime enumerazioni e le quasi indiane verbosità rotolano come valanghe, e gli ottomilaquattrocento versi della Laude si slanciano verso la fine con la snellezza delle dieci strofe di un inno guerresco... Energiche, fresche, vibranti sono le parole... Diritto e fugace il periodo. (Giuseppe Antonio Borgese)
Una Divina Commedia capovolta. (Giuseppe Antonio Borgese)
Merope
In Cristo Re o Genova, t'invoco. / Avvampi. Odo il tuo Cìntraco, nel caldo / vento, gridarti che tu guardi il fuoco. / Non Spinola né Fiesco né Grimaldo / trae con la stipa. Il sangue del Signore / bulica nella tazza di smeraldo. (da La canzone del sangue, )
Così tu veleggiasti alla seccagna / di Tripoli, con uno de' tuoi Doria / buon predatore, o Genova grifagna; / ché padroni e nocchieri di Portoria / e di Prè, stanchi d'oziare a bordo, / tentarono l'impresa per galloria. (da La canzone del sangue, )
Quei di Salerno il lor lunato golfo, / gli archi normanni, tutta bronzo e argento / la porta di Guïsa e di Landolfo / aveansi in cuore, e l'arte e l'ardimento / onde tolse lo scettro ad Alberada / Sigilgaita dal quadrato mento. (da La canzone del Sacramento, )
Taranto, sol per àncore ed ormeggi / assicurar nel ben difeso specchio, / di tanta fresca porpora rosseggi? / A che, fra San Cataldo e il tuo più vecchio / muro che sa Bisanzio ed Aragona, / che sa Svevia ed Angiò, tendi l'orecchio? / Non balena sul Mar Grande né tuona. / Ma sul ferrato cardine il tuo Ponte / gira, e del ferro il tuo Canal rintrona. / Passan così le belle navi pronte, / per entrar nella darsena sicura, / volta la poppa al ionico orizzonte. (da La canzone dei Dardanelli, )
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026