Frasi

Frasi di «Lungo cammino verso la libertà»

27 citazioni dal libro di Nelson Mandela

Le frasi di «Lungo cammino verso la libertà» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.

Citazioni da «Lungo cammino verso la libertà»

Ho percorso questo lungo cammino verso la libertà sforzandomi di non esitare, e ho fatto alcuni passi falsi lungo la via. Ma ho scoperto che dopo aver scalato una montagna ce ne sono sempre altre da scalare. (Quarta di copertina)
Oltre alla vita, a un fisico robusto, e a un antico legame con la casa reale thembu, l'unica cosa che mio padre mi ha conferito alla nascita è stato un nome: Rolihlahla. In xhosa Rolihlahla significa letteralmente "che tira il ramo di un albero", ma il suo significato colloquiale potrebbe esser reso più felicemente con "attaccabrighe". Non credo che il nome rappresenti il destino di una persona, né che mio padre abbia in qualche modo divinato il mio futuro, ma negli anni a venire amici e parenti ebbero spesso ad ascrivere al mio nome i non pochi scompigli che ho causato o ai quali sono riuscito a scampare. Il nome inglese, o cristiano, più conosciuto mi fu attribuito solo il primo giorno di scuola. (p. 13)
Gli xhosa sono un popolo fiero e patrilineo, con una lingua eufonica ed espressiva e una radicata credenza nell'importanza delle leggi, dell'istruzione, della cortesia. La società xhosa era un ordinamento sociale equilibrato e armonioso, nel quale ogni individuo sapeva quale fosse il suo posto. Ogni xhosa appartiene a un clan che fa risalire le sue origini a uno specifico antenato. Io sono un membro del clan Madiba, così chiamato dal nome di un capo thembu che governò nel Transkei nel diciottesimo secolo. A me si rivolgono spesso col nome di Madiba, il mio nome di clan, usandolo in segno di rispetto. (p. 14)
Tranne pochissime eccezioni, gli africani a quel tempo in Sudafrica non avevano il diritto di possedere privatamente delle terre; erano solo inquilini che pagavano annualmente un affitto allo stato. Nella zona c'erano due piccole scuole elementari, un emporio, e una casca di immersione per ripulire il bestiame dai parassiti e dalle malattie. (pp. 17-18)
Nella cultura africana i figli e le mogli delle proprie zie e dei propri zii sono considerati fratelli e sorelle, non cugini. Noi non pratichiamo le stesse distinzioni tra parenti in uso tra i bianchi. Non abbiamo fratellastri o sorellastre. La sorella di mia madre è mia madre; il figlio di mio zio è mio fratello; il figlio di mio fratello è mio figlio, o figlia. (p. 18)
Come i popoli d'Oriente, gli africani hanno un altissimo senso della dignità, o come dicono i cinesi, della "faccia". (p. 19)
Come tutti i bambini xhosa, imparavo soprattutto con l'osservare ogni cosa. Gli adulti ritenevano che noi dovessimo apprendere tramite l'imitazione e l'emulazione, più che chiedendo spiegazioni. (p. 20)
A quel tempo la mia vita, e quella della maggior parte degli xhosa, era modellata dalla tradizione, dai rituali e dai tabù. Questi erano il principio e la fine della nostra esistenza, e nessuno osava metterli in discussione. Gli uomini seguivano il sentiero tracciato per loro dai padri; le donne conducevano la vita che avevano condotto le madri. Senza che nessuno me ne avesse parlato, imparai presto le regole che governavano i rapporti tra uomini e donne. Scoprii che un uomo non può entrare in una casa dove una donna ha di recente partorito un bambino, e che una donna fresca dal matrimonio non può varcare il recinto della sua nuova casa senza un elaborato rituale. Imparai anche che non curarsi degli antenati porta sfortuna e fallimento nella vita. Se uno disonorava in qualche modo gli antenati, l'unico mezzo per rimediare al torto era quello di rivolgersi a un guaritore tradizionale o a un anziano della tribù, i quali comunicavano con gli antenati e presentavano loro profonde scuse. Tutte queste credenze mi sembravano perfettamente normali. (p. 21)
A Qunu, da bambino, non ebbi molto a che fare coi bianchi. Il magistrato locale, naturalmente, era bianco, e anche il gestore del negozio più vicino. Di tanto in tanto, viaggiatori e poliziotti bianchi attraversavano la nostra zona. Ai miei occhi erano splendidi come dei, e sapevo che bisognava trattarli con una sorta di paura e rispetto. Ma il loro ruolo nella mia vita era remoto, e in generale pensavo poco ai bianchi e ai rapporti tra la mia gente e quelle figure strane e distanti. (p. 21)
Apartheid era un vocabolo nuovo ma l'idea era vecchia. Significa letteralmente "separatezza", e rappresentava la codifica in un unico sistema oppressivo di tutte le leggi e i regolamenti che per secoli hanno mantenuto gli africani in una posizione di inferiorità rispetto ai bianchi. Quello che era esistito più o meno de facto doveva implacabilmente affermarsi de jure. La segregazione spesso sommaria degli ultimi trecento anni doveva essere consolidata in un sistema monolitico, diabolico nei dettagli, ineludibile nella portata e soverchiante nel potere. La premessa dell'apartheid era che i bianchi fossero superiori agli africani, ai meticci, agli indiani, e la sua funzione era quella di stabilire per sempre la supremazia bianca. Secondo i nazionalisti, "Die wit man moet altyd baas wees" ("I bianchi devono rimanere per sempre padroni). La loro piattaforma poggiava sulla parola baasskap, letteralmente "padronanza", una parola forte che condensava la supremazia bianca in tutta la sua asprezza. Tale politica era supportata dalla Chiesa riformata olandese, che forniva all'apartheid la giustificazione religiosa sostenendo che gli afrikaner erano il popolo eletto da Dio e che i neri erano una razza inferiore. Nella visione del mondo degli afrikaner, la Chiesa e l'apartheid andavano d'amore e d'accordo. (p. 114)
Con la vittoria dei nazionalisti ci rendemmo conto che da allora in poi il nostro paese sarebbe diventato teatro di tensioni e conflitti. Per la prima volta nella storia sudafricana un partito esclusivamente afrikaner governava il paese. Nel suo discorso celebrativo Malan proclamo: "Ancora una volta il Sudafrica ci appartiene". (p. 115)
L'azione di massa era pericolosa in Sudafrica, dove per un africano era un crimine scioperare e dove le libertà di parola e di movimento erano spietatamente ridotte. Scioperando, un africano metteva a rischio non solo il suo lavoro ma la sua stessa sussistenza, nonché il diritto di risiedere nell'area nella quale viveva. Secondo la mia esperienza, lo sciopero basato su una rivendicazione politica, piuttosto che su un obiettivo semplice come l'aumento del salario o la riduzione dell'orario di lavoro, è una forma di protesta più precaria e richiede un'organizzazione particolarmente efficiente. (p. 120)
Il materialismo dialettico sembrava offrire sia una torcia che illuminasse la notte buia dell'oppressione razziale, sia uno strumento che poteva essere usato per porvi fine. Mi aiutò a vedere la situazione da un'ottica che non fosse quella dei rapporti tra bianchi e neri: perché se volevamo vincere la lotta, dovevamo trascendere il bianco e il nero. Ero attratto dalle basi scientifiche del materialismo dialettico, perché sempre sono stato incline a credere in ciò che posso sottoporre a verifica. La sua analisi materialistica dell'economia mi suonava credibile. L'idea che il valore delle merci fosse basato sulla quantità di lavoro che veniva impiegata per produrle mi sembrava particolarmente appropriata per il Sudafrica. La classe dominante pagava alla forza lavoro africana un salario di sussistenza e quindi aggiungeva valore al costo delle merci, valore che tratteneva per sé. (p. 122)
Un amico una volta mi chiese come potevo conciliare la mia fede nel nazionalismo africano con la credenza nel materialismo dialettico. Io non vedevo contraddizione tra le due idee. Soprattutto e in primo luogo ero un nazionalista africano che lottava per emanciparsi dal dominio di una minoranza e per affermare il diritto di controllare il proprio destino. Ma il Sudafrica e il continente africano erano inseriti in un mondo più vasto. I nostri problemi, per quanto specifici e particolari, non avevano carattere di unicità, e una filosofia che situasse quei problemi in un contesto storico e internazionale era preziosa per una loro comprensione più vasta. Ero pronto a servirmi di qualsiasi mezzo per accelerare l'eliminazione del pregiudizio umano e la fine del nazionalismo sciovinista e violento. E non dovevo essere necessariamente comunista per servirmene. Scoprii che in generale i nazionalisti africani e i comunisti africani avevano più cose in comune che motivi di divisione. I cinici avevano sempre insinuato che i comunisti ci usavano. Ma chi poteva dire che non fossimo noi a usare loro? (p. 123)
La Group Areas Act era il fondamento dell'apartheid residenziale. Secondo le sue norme, ogni gruppo razziale poteva possedere terreni, occupare immobili, e stabilire commerci solo nelle aree a esso destinate. Dal momento della sua approvazione gli indiani poterono vivere esclusivamente nelle aree indiane, gli africani in quelle africane, e i meticci in quelle per meticci. Se i bianchi volevano le terre o le case degli altri gruppi non dovevano fare altro che dichiarare quella zona riservata ai bianchi. La Group Areas Act dette inizio al periodo degli sgomberi forzati, quando la comunità, i centri, i villaggi africani situati nelle aree di nuova pertinenza dei bianchi furono trasferiti con la forza perché i proprietari bianchi non volevano per vicini gli africani o volevano semplicemente impadronirsi delle loro terre. (p. 124)
Gli africani che lavoravano come spie a danno dei propri fratelli di solito lo facevano per denaro. Molti neri in Sudafrica pensavano che ogni sforzo per arrestare i bianchi fosse sconsiderato e destinato a fallire, perché i bianchi erano troppo forti e capaci. Quelle spie ci consideravano una minaccia non alla struttura di potere dei bianchi ma agli interessi dei neri, perché i bianchi se la sarebbero presa con tutti i neri a causa del comportamento di pochi fanatici. Per contro, c'erano molti poliziotti neri che segretamente ci venivano in aiuto. Erano bravi ragazzi che vivevano un dilemma morale. Erano fedeli a chi li impiegava e avevano bisogno di conservare il lavoro per mantenere la famiglia, ma simpatizzavano per la nostra causa. Avevamo un'intesa con alcuni agenti africani dei servizi di sicurezza, che ci avrebbero avvertiti in caso di incursioni della polizia. Quegli uomini erano patrioti che rischiavano la vita per sostenere la lotta. (p. 136)
L'istruzione è il grande motore dello sviluppo personale. È attraverso l'istruzione che la figlia di un contadino può diventare medico, che il figlio di un minatore può diventare dirigente della miniera, che il figlio di un bracciante può diventare presidente di una grande nazione. È quello che facciamo di ciò che abbiamo, non ciò che ci viene dato, che distingue una persona da un'altra. (p. 166)
Gli afrikaner erano tradizionalmente ostili a che gli africani imparassero l'inglese, perché per loro l'inglese era una lingua straniere, mentre per noi era la lingua dell'emancipazione. (p. 167)
Hendrik Verwoerd, ministro dell'Istruzione bantu, spiegò che l'istruzione "deve addestrare e ammaestrare le persone conformemente alle opportunità che esse hanno nella vita". E dal momento che gli africani non avevano e non avrebbero avuto opportunità, a che scopo si doveva istruirli? (p. 167)
Il sistema dei bantustan era stato concepito dal dottor H. F. Verwoerd, ministro degli Affari Indigeni, come modo per tacitare la critica internazionale sulla politica razziale sudafricana, ma al tempo stesso per istituzionalizzare l'apartheid. I bantustand, chiamati anche riserve, avrebbero rinchiuso tutti i cittadini africani in enclaves etniche separate. Gli africani, disse Verwoerd, "dovevano stare con tutti e due i piedi nelle riserve", dove dovevano "svilupparsi secondo linee che erano loro proprie". L'obiettivo era quello di preservare la situazione esistente, in cui tre milioni di bianchi possedevano l'87% delle terre, mentre gli otto milioni di africani erano relegati nel rimanente 13%. (p. 188)
L'immoralità della politica dei bantustan, con la quale al 70% della popolazione veniva destinato solo il 13% delle terre, era palese. Con la nuova politica, anche se due terzi degli africani venivano nelle aree cosiddette bianche, potevano stabilire la residenza solo nelle proprie "homeland tribali". Questo schema non ci concedeva né la libertà nelle aree "bianche" né l'autonomia in quelle che definivano le "nostre" aree. Verwoerd disse che l'istituzione dei bantustan avrebbe prodotto tanta operosità da impedire che il germe della ribellione germogliasse sul loro terreno.
Nella realtà accadde esattamente il contrario. (pp. 225-226)
Il massacro di Sharpeville provocò scompiglio in tutto il paese e una crisi di governo. Vibrate proteste pervennero al governo da ogni parte del mondo, perfino dal Dipartimento di stato americano. Per la prima volta il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite intervenne negli affari sudafricani condannando il governo per la carneficina e sollecitandolo ad adottare misure per realizzare la parità razziale. La Borsa di Johannesburg precipitò di colpo e i capitali cominciarono a prendere la fuga dal paese. I sudafricani bianchi facevano progetti per emigrare. I progressisti invitavano Verwoerd a fare concessioni agli africani. Il governo insisteva nell'affermare che Sharpeville era la conseguenza di un complotto comunista. (p. 233)
L'Etiopia aveva sempre occupato un posto speciale nella mia fantasia, e la prospettiva di visitarla mi attraeva di più che un viaggio in Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti messi assieme. Sentivo che sarebbe stato come ritornare alle origini, mettere a nudo le mie radici di africano. Incontrare l'imperatore, poi, sarebbe stato come trovarsi faccia a faccia con la storia. (p. 282)
Non sapevamo com'era morto il primo ministro; solo più tardi venimmo a sapere che un oscuro commesso parlamentare bianco aveva pugnalato Verwoerd, e ci chiedemmo che cosa lo avesse spinto. Anche se Verwoerd aveva sempre considerato gli africani inferiori alle bestie, non ci rallegrammo che fosse stato assassinato. Né io né l'Anc eravamo favorevoli all'omicidio politico, che consideravamo un modo primitivo di affrontare un rivale.
Verwoerd era stato il principale teorico e artefice dell'apartheid, il fautore della creazione delle "riserve" e del sistema di istruzione bantu. (p. 406)
Sapevo poco di Botha, oltre al fatto che era stato un bellicoso ministro della Difesa e nel 1975 aveva appoggiato le incursioni militari in Angola. Nulla faceva pensare, comunque, che sarebbe potuto essere un riformatore. (p. 464)
Ero teso all'idea di affrontare Botha. Lo chiamavano die Groot Krokodil, "il grande coccodrillo", e ne avevo sentite parecchie riguardo il suo carattere irascibile. Lo vedevo come il tipico esempio dell'afrikaner vecchio stile, rigido e testardo, che non voleva discutere con i dirigenti neri ma imporre loro la sua volontà: a quanto dicevano, il recente colpo apoplettico aveva ancora più accentuato questi aspetti del suo carattere. (p. 509)
Soltanto gli uomini liberi possono negoziare, i detenuti non hanno potere contrattuale...
Da Lungo cammino verso la libertà. Autobiografia, traduzione di Ester Dornetti, Adriana Bottini, Marco Papi, Feltrinelli, Milano, 1995, p. 486. ISBN 8807170000

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026