Le frasi di «Molto forte, incredibilmente vicino» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Citazioni da «Molto forte, incredibilmente vicino»
E il cuore mi va in pezzi, certo, in ogni momento di ogni giorno, in più pezzi di quanti compongano il mio cuore, non mi ero mai considerato di poche parole, tanto meno taciturno, anzi non avevo proprio mai pensato a tante cose, ed è cambiato tutto, la distanza che si è incuneata fra me e la mia felicità non era il mondo, non erano le bombe e le case in fiamme, ero io, il mio pensiero, il cancro di non lasciare mai la presa, l'ignoranza è forse una benedizione, non lo so, ma a pensare si soffre tanto, e ditemi, a cosa mi è servito pensare, in che grandioso luogo mi ha condotto il pensiero? Io penso, penso, penso, pensando sono uscito dalla felicità un milione di volte, e mai una volta che vi sia entrato. (p. 30)
Pensai alla vita, alla mia vita, ai disagi, alle piccole coincidenze, all'ombra delle sveglie sui comodini. (p. 46)
Quel segreto era il buco al centro di me stesso dove cadeva ogni felicità. (p. 86)
[...] qualche volta sono schiacciato sotto il peso di tutte le vite che non sto vivendo. (p. 130)
[...] dover vivere è triste, ho pensato, ma è tragico poter vivere una sola vita, perché se avessi due vite una l'avrei passata insieme a lei. (p. 151)
[...] io le ho spiegato come mi sentivo, gliel'ho spiegato in questo modo: le ho sollevato le mani di lato, le ho puntato gli indici l'uno verso l'altro e lentamente, molto lentamente, li ho avvicinati, e più si avvicinavano e più lentamente li spingevo finché, quando erano lì lì per toccarsi, quando erano solo a una pagina di dizionario dal toccarsi, premendo i lati opposti della parola «amore», li ho fermati, li ho fermati e tenuti lì. (p. 153)
Quella sera [...] mi sono sentito incredibilmente vicino a ogni cosa nell'universo, ma anche straordinariamente solo. Per la prima volta in vita mia mi sono chiesto se la vita valeva tutta la fatica che serve per vivere. Perché, esattamente, valeva la pena di vivere? Che c'è di così orrendo nell'essere morti per sempre e non provare niente, non sognare nemmeno? Che c'è di così fantastico nel provare sensazioni e fare sogni? (p. 163)
Diventava difficile tenere a mente tutte le cose che non sapevo. (p. 174)
«Il mondo non è orribile [...] ma è pieno di gente orribile!» (p. 175)
Io non ho mai confuso quello che avevo con quella che ero. (p. 193)
Gli dicevo che avevo gli occhi guasti perché volevo che si curasse di me. (p. 195)
All'improvviso mi sentii intimidita. Di solito non provavo timidezza. Provavo vergogna. La timidezza è quando distogli lo sguardo da una cosa che vuoi. La vergogna è quando distogli lo sguardo da una cosa che non vuoi. (p. 198)
Da bambina la mia vita era una musica che suonava sempre più forte. Tutto mi emozionava. Un cane che seguiva uno sconosciuto. Era una sensazione così intensa. Un calendario aperto sul mese sbagliato. Avrei potuto piangerci sopra. E piangevo. Quando finiva il fumo di un camino. Il modo in cui una bottiglia rovesciata si appoggiava sull'orlo della tavola.
Ho passato la mia vita imparando a sentire di meno.
Sento di meno ogni giorno.
[...] Non ci si può difendere dalla tristezza senza difendersi dalla felicità. (p. 199)
Chiunque creda che un secondo passi più in fretta di dieci anni non ha vissuto la mia vita. (p. 200)
C'erano cose che volevo dirgli. Ma sapevo che gli avrebbero fatto male. Così le seppellii e lasciai che facessero male a me. (p. 200)
«Perché credi di essere qui, Oskar?» «Sono qui, dottor Fein, perché mia madre è turbata dal fatto che trovo la mia vita impossibile.» «E la cosa non dovrebbe turbarla?» «Niente affatto. La vita è impossibile.» (p. 219)
Il tempo passava come una mano che saluta da un treno sul quale avrei voluto essere. (p. 243)
Quando ti guardavo, la mia vita aveva senso. Anche le cose brutte avevano senso, perché erano necessarie a renderti possibile. (p. 251)
Avrei dovuto saperlo quel pomeriggio, quando ci eravamo stretti la mano, che non avrei più rivisto Mr Black. Così non l'avrei lasciato andare. Oppure l'avrei costretto a continuare la ricerca con me. O gli avrei raccontato che papà aveva telefonato mentre ero in casa. Invece non lo sapevo, proprio come non sapevo che sarebbe stata l'ultima volta che papà mi rimboccava le coperte, perché non sappiamo mai niente. (p. 309)
«L'ho trovata, e adesso non la posso più cercare.» (p. 326)
Tutti andavano o venivano.
La gente in tutto il mondo si spostava da un luogo all'altro.
Nessuno restava.
Ho detto: E se restassimo? [...]
Non andare e venire.
Non qualcosa o niente.
Non sì o no. (p. 336)
Avrei voluto parlarle di tutte le bugie che le avevo raccontato. E che lei mi dicesse che non c'era niente di male, perché a volte bisogna fare qualcosa di cattivo per fare qualcosa di buono.
Quando avevo creduto di morire, ai piedi del ponte di Loschwitz, nella mia mente c'era un solo pensiero: "Continua a pensare". Pensare mi avrebbe tenuto vivo. Ma adesso sono vivo, e pensare mi uccide. Io penso, penso, penso. Non smetto di pensare a quella notte, ai candelotti rossi, al cielo che era come un'acqua nera, e che solo poche ore prima di perdere tutto avevo tutto.
Ho pensato a tutte le cose che tutti ci diciamo l'un l'altro, e che tutti dobbiamo morire, o fra un millisecondo, o fra giorni, o fra mesi, o fra 76 anni e mezzo se uno è appena nato. Tutto quello che è nato deve morire, e questo significa che le nostre vite sono come i grattacieli. Il fumo sale a velocità diverse, ma le vite sono tutte in fiamme, e tutti siamo in trappola.
A me piace vedere le persone riunite, forse è sciocco, ma che dire, mi piace vedere la gente che si corre incontro, mi piacciono i baci e i pianti, amo l'impazienza, le storie che la bocca non riesce a raccontare abbastanza in fretta, le orecchie che non sono abbastanza grandi, gli occhi che non abbracciano tutto il cambiamento, mi piacciono gli abbracci, la ricomposizione, la fine della mancanza di qualcuno [...]
Ridemmo insieme e da soli, a squarciagola e in silenzio, eravamo decisi a ignorare qualunque cosa andasse ignorata, decisi a costruire un nuovo mondo dal nulla, se nulla si poteva salvare del nostro mondo, fu uno dei giorni più belli della mia vita, un giorno in cui vissi la mia vita e non pensai affatto alla mia vita.
«Anche» fu la seconda parola che persi, probabilmente perché era così simile al suo nome, che parola semplice da dire, e che parola profonda da perdere, dovevo dire «eziandio», che suonava ridicolo, ma era proprio così, «vorrei un caffè ed eziandio un dolce», a nessuno sarebbe piaciuto sentirsi in questo modo. «Volere» è il verbo che persi poco dopo, non perché avevo smesso di volere le cose – le volevo più di prima – solo che non riuscivo più a esprimere il volere, quindi al suo posto dicevo «desidero»: «Desidero due panini» dicevo al panettiere, ma non era esattamente così, il senso dei miei pensieri cominciava a fluttuare via da me, come foglie che cadono da un albero nel fiume, e io ero l'albero e il mondo il fiume. «Venire» lo persi un pomeriggio al parco con i cani, persi «bene» mentre il barbiere mi girava verso lo specchio, persi «peccato», il nome e l'esclamazione nello stesso momento, e fu un peccato. Persi «portare» e persi pure le cose che portavo – «diario», «matita», «moneta», «portafoglio» – e persi anche «perdere». Dopo un po' mi restava soltanto un pugno di parole.
«Che cosa intendi per seppellire i tuoi sentimenti?» «Anche se saranno fortissimi non li lascerò uscire. Se dovrò piangere, piangerò dentro. Se dovrò sanguinare, mi verranno dei lividi. Se il mio cuore comincerà a dare i numeri, non ne parlerò con nessuno al mondo. Tanto non serve. Rovina solamente la vita a tutti.»
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026