Le frasi di «Mr Gwyn» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Citazioni da «Mr Gwyn»
Adesso non le riusciva di tornare indietro da nessuna parte, e nessun cammino pareva possibile, d'altronde, senza di lui.
Come accade spesso, ci misero un po' a ricordarsi che, quando muore qualcuno, agli altri spetta di vivere anche per lui – altro non c'è, di adatto.
Con una matita, allora, ogni tanto scriveva parole, poi strappava il foglietto e lo attaccava con una puntina al pavimento di legno, scegliendo ogni volta un posto diverso, come uno che disponesse trappole per topi.
Corse via come se fosse in ritardo di anni. In un certo modo, lo era.
Così finì per capire che si trovava in una situazione nota a molti umani, ma non per questo meno dolorosa: ciò che, solo, li fa sentire vivi, è qualcosa che però, lentamente, è destinato ad ammazzarli. I figli per i genitori, il successo per gli artisti, le montagne troppo alte per gli alpinisti. Scrivere libri, per Jasper Gwyn. Capirlo lo fece sentire sperduto, e indifeso come solo sono i bambini, quelli intelligenti.
Di cosa siamo capaci, pensò. Crescere, amare, fare figli, invecchiare – e tutto questo mentre anche siamo altrove, nel tempo lungo di una risposta non arrivata, o di un gesto non finito. Quanti sentieri, e a che passo differente li risaliamo, in quello che sembra un unico viaggio.
Disse che gli sarebbe piaciuto qualcosa di immobile come un volto che invecchia.
Due giorni dopo, quando la donna slovena partì, Jasper Gwyn le lasciò una lista da lui compilata di tredici marche di whisky scozzese. – Cosa sono? –, chiese lei. – Bei nomi. Te li regalo.-
Era incredibile come quell'uomo avesse capito tutto senza praticamente fare una sola domanda. Forse leggere migliaia di libri non è poi così inutile, pensò.
In amore mentiamo tutti.
Jasper Gwyn pensò che era esattamente così, la gente non si fida di una caramella trovata sul fondo di una borsa.
Jasper Gwyn si chiese se l'avrebbe mai più rivista, e decise che sì, da qualche parte, ma fra molti anni, in un'altra solitudine.
Le risoluzioni definitive si prendono sempre e soltanto per uno stato d'animo che non è destinato a durare.
Lei disse, a un certo punto, che avrebbe voluto un mondo senza numeri, e una vita senza ripetizioni.
– Lei non è vecchia. Lei è morta.– La signora alzò le spalle. – Morire è solo un modo particolarmente esatto di invecchiare.
Mentre vedeva l'inchiostro blu rimanere sulla carta ad annotare l'orrore di un nome da ospedale e la prosa di un arido indirizzo si ricordò di come qualsiasi incantesimo sia fragile oltre ogni dire, e velocissima la vita nel suo rapinare.
Non l'avrebbe potuto immaginare, prima, ma proprio la cosa più assurda – che quell'uomo la fissasse – era divenuta la cosa di cui aveva bisogno, e senza la quale non ritrovava nulla di se stessa.
– Non sono tranquillo. Ho solo detto che ho tempo. Pensavo di entrare nel panico fra qualche giorno. – Sempre rimandare voi giovani.
Persero molto tempo a divagare sulla natura delle lampadine, e Jasper Gwyn finì per scoprire un universo di cui non aveva mai sospettato l'esistenza. Gli piacque particolarmente venire a sapere che le forme delle lampadine sono infinite, ma sedici sono quelle principali, e per ognuna c'è un nome. Per un'elegante convenzione, sono tutti nomi di regine o principesse. Jasper Gwyn scelse le Caterina de' Medici, perché sembravano lacrime sfuggite a un lampadario.
Poi stettero un bel po' in silenzio, ognuno con i suoi pensieri, sembravano una coppia di quelle che si amano da tantissimo tempo e non hanno più bisogno di parlare.
Prese i fogli in mano. Odiava leggere a voce alta le cosa che aveva scritto – leggerle ad altri. Gli era sempre sembrato un gesto senza vergogna. Ma lì iniziò a farlo, cercando di farlo bene – con la lentezza che era necessaria, e la cura. Molte frasi già gli sembravano inesatte, ma si costrinse a leggere tutto proprio come l'aveva scritto.
Se devo dimenticarti mi ricorderò di farlo, ma non chiedermi poi di dimenticare che me ne sono ricordato.
Si salutarono stringendosi la mano, e la cosa sembrò ad entrambi di un'esattezza e di un'idiozia memorabili.
Un giorno mi sono accorto che non mi importava più di nulla, e che tutto mi feriva a morte.
– Una luce è giusto uno spicchio di storia. Se c'è una luce che è come lei, ci sarà anche un rumore, un angolo di strada, un uomo che cammina, molti uomini, o una donna sola, cose del genere. Non si fermi alla luce, pensi a tutto il resto, pensi a una storia. Riesce a capire che esiste, da qualche parte, e che se lei la trovasse, quello sarebbe il suo ritratto? –
Jasper Gwyn mi ha insegnato che non siamo personaggi, siamo storie. Ci fermiamo all’idea di essere un personaggio impegnato in chissà quale avventura, anche semplicissima, ma quel che dovremmo capire è che noi siamo tutta la storia, non solo quel personaggio. Siamo il bosco dove cammina, il cattivo che lo frega, il casino che c’è attorno, tutta la gente che passa, il colore delle cose, i rumori.
– Voglio dire che prima o poi smetterà di rompermi i coglioni ovunque io vada, e io proverò lo stesso sollievo che si prova quando in una stanza si spegne il motore del frigorifero, ma anche lo stesso sgomento inevitabile, e la sensazione, che lei certo conoscerà, di non essere sicuri di sapere cosa farsene di quell'improvviso silenzio, e forse di non esserne in fondo all'altezza.
Voleva lampadine che morissero dopo trentadue giorni di funzionamento. – Di colpo, o agonizzando un po'? –, chiese il vecchietto, come se conoscesse a fondo il problema.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026