Le frasi di «Niente e così sia» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Citazioni da «Niente e così sia»
L'America è anche il paese di Ron Ridenhour, l'ex soldato che ha informato il mondo sulla strage di My Lai. L'America è anche il paese del Moratorium, delle marce contro la guerra in Vietnam, dei giornali che propagandono con dolore con sdegno un delitto che altri si guarderebbero perfin dall'ammettere. (dalla prefazione, p. VIII)
Non c'è bisogno d'esser nazisti per diventare assassini: in nome della democrazia, del cristianesimo, della libertà, si massacra tanto bene quanto in nome del "grande" Reich. (dalla prefazione, p. VIII-IX)
E se il processo di Norimberga fu un processo legale dovremo rifarlo: al banco degli accusati mettendo stavolta quei bravi ragazzi, quei bravi generali che davan l'ordine di ammazzare i civili, di non lasciar viva neanche una gallina. E tuttavia, tuttavia, tuttavia, il discorso da fare non è sugli americani: il discorso da fare è sugli uomini. Sulla guerra e sugli uomini. (dalla prefazione, p. IX)
È il discorso che fo in questo libro. Questo libro che spiega My Lai nella guerra del Vietnam. Perché quasi niente quanto la guerra, e niente quanto una guerra ingiusta, frantuma la dignità dell'uomo. (dalla prefazione, p. IX)
Tu che non sai come la vita sia molto di più del tempo che passa fra il momento in cui si nasce e il momento in cui si muore, su questo pianeta dove gli uomini fanno miracoli per salvare un moribondo e le creature sane le ammazzano a cento, mille, un milione per volta. (cap. primo; 1969, p. 9)
Mi avevano detto che il luogo giusto per aver le notizie era la France Presse, l'uomo da conoscere era il suo direttore François Pelou, così prima di mezzogiorno sono andata a cercarlo ed eccolo: un bel giovanotto dai capelli grigi e il corpo di atleta, il volto duro ed attento, due occhi cui non sfugge nulla, insieme dolorosi ed ironici. Dapprima mi ha fatto impressione per questo: sai il tipo che ti giri a guardare più d'una volta perché è diverso dagli altri, si lascia dietro qualcosa. Poi mi ha fatto impressione per i suoi gesti bruschi e scontrosi: non ti dava confidenza e non ne cercava. (cap. primo; 1969, pp. 9-10)
Sono qui per provare qualcosa in cui credo: che la guerra è inutile e sciocca, la più bestiale prova di idiozia della razza terrestre. Sono qui per spiegare quanto è ipocrita il mondo che si esalta per un chirurgo che sostituisce un cuore con un altro cuore; e poi accetta che migliaia di creature giovani, col cuore a posto, vadano a morire, come vacche al macello, per la bandiera. (cap. primo; 1969, p. 15)
[...] e nessuno mi ha ancora spiegato perché uccidere per rapina è peccato, uccidere perché hai un'uniforme è glorioso. (cap. primo; 1969, p. 15)
«[...] Dev'esserci qualcosa di sbagliato nel cervello di quelli che trovano gloriosa o eccitante la guerra. Non è nulla di glorioso, nulla di eccitante, è solo una sporca tragedia sulla quale non puoi che piangere. Piangi a quello cui negasti una sigaretta e non è tornato con la pattuglia; piangi su quello che hai rimproverato e ti s'è disintegrato davanti; piangi su lui che ha ammazzato i tuoi amici...» (cap. primo; 1969, p. 30)
«[...] Se capisci chi parla perché non riesce a sopportare il dolore del corpo, devi capire anche chi parla perché non riesce a sopportare il dolore dell'anima.[...]» (cap. secondo; 1969, p. 69)
Ma ecco cosa ho imparato in questa guerra, in questo paese, in questa città: ad amare il miracolo di essere nata. (cap. terzo; 1969, p. 110)
E in essi trovai ciò che nemmeno la guerra riesce a cancellare: il glorioso dolore d'essere uomo. (cap. quinto; 1969, p. 142)
È difficile, sempre più difficile, accettare il fatto che i vietcong commettano tali vigliaccate. Insomma che neanche loro siano i cavalieri di giustizia e libertà che abbiamo finoggi dipinto. È doloroso, sempre più doloroso, ammettere che valgono gli altri, sono bestie come gli altri [...]. (cap. ottavo; 1969, p. 261)
Quanti altri delitti hanno commesso i vietcong senza che un fotografo li immortalasse? C'è sempre un fotografo per l'esecuzione di un vietcong, per la testa tagliata di un vietcong, ma non c'è mai un fotografo per l'esecuzione di un americano, per la testa tagliata di un sudvietnamita. (cap. ottavo; 1969, p. 261)
«[...] Quante strade deve percorrere un uomo prima che tu possa chiamarlo un uomo». (cap. nono; 1969, p. 287)
Erano tribù felici e tranquille, i montagnards. Vivevano di caccia e di pesca senza dar noia a nessuno, e probabilmente occupavano queste montagne prima dei vietnamiti che li considerarono sempre selvaggi. E in certo senso lo sono. Vanno ancora nudi, si procurano il cibo con gli archi, non conoscono il concetto di patria: lo straniero per loro è colui che calpesta il bosco spaventando una lepre o sporca il fiume disturbando una trota. (cap. nono; 1969, p. 295)
Ma nessuno ha mai saputo che si macchiassero con una guerra, che uccidessero per il piacere di uccidere e non per la necessità di mangiare, e anche con lo straniero furono sempre mitissimi: non se la presero coi piantatori francesi che li usavano per coltivare zucchero e caffè, non se la presero coi missionari che li tormentavano perché pregassero la Madonna e Gesù anziché gli dèi delle acque e dei venti, non se la presero nemmeno coi soldati che videro arrivare e sparare senza capire perché. E senza capire perché, spesso muoiono. Nel dicembre scorso un intero villaggio, Dak Son, venne massacrato con le mitragliatrici e i lanciafiamme. Non si salvarono che cinque o sei donne nascoste in un buco. Chi fu, non si sa. I sudvietnamiti accusano i vietcong, i vietcong accusano i sudvietnamiti. Ma è quasi certo che si debba ringraziare quest'ultimi: le donne scampate affermano che i soldati eran vestiti di verde. E i vietcong non sono vestiti di verde. I sudvietnamiti, sì. (cap. nono; 1969, p. 295)
Naturalmente non è più un villaggio , è solo un recinto che racchiude le case. E le case sono ancora le loro case, sì: di legno su palafitte, con una scala a pioli per salirci su. Però sono disposte in linee verticali e parallele, come le baracche di un campo di concentramento, e non c'è nemmeno un albero intorno ad esse. E una casa senz'albero, per i montagnards, è una casa senza Dio. (cap. nono; 1969, p. 296)
[...] ma come facevo a non amare gli uomini, questi uomini sempre maltrattati, sempre insultati, sempre crocifissi, ma come facevo a dire che è tutto inutile e a cosa serve nascere a cosa serve morire? Serve ad essere uomini anziché alberi o pesci, serve a cercare il giusto, perché il giusto esiste, se non esiste bisogna farlo esistere, e allora l'importante non è morire, è morire dalla parte giusta, e io muoio dalla parte giusta [...]. (cap. undicesimo; 1969, pp. 296-297)
[...] i vandalismi degli studenti borghesi che osano invocare Che Guevara e poi vivono in case con l'aria condizionata e col cuoco, a scuola ci vanno con la fuoriserie di papà e al night club esibiscono camicie di trina. (cap. undicesimo; 1969, p. 332)
«Come diceva quella preghiera?»
«E meglio che non te la dica, François.»
«Devi invece.»
«Ecco, diceva così: "Padre Nostro che sei nei Cieli, dacci oggi il nostro massacro quotidiano, liberaci dalla pietà, dall'amore, dall'insegnamento che tuo Figlio ci ha dato. Tanto non è servito a niente, non serve a niente, e così sia".»
«Che non sia servito a niente, è vero.»
«Lo so.»
«Che non serva a niente, è vero.»
«Lo so.»
«Ma è anche vero che potrebbe servire, che dovrebbe servire, che bisogna impedire il massacro.»
«Questo lo capisco ora.»
«E avevi bisogno di farti sparare per capirlo?»
«Temo di sì, François.» (cap. undicesimo; 1969, pp. 348-349)
«La vita cos'è, Francois?»
«Non lo so. Ma a volte mi domando se non sia un palcoscenico dove ti buttano di prepotenza, e quando ti ci hanno buttato devi attraversarlo, e per attraversarlo ci sono tanti modi, quello dell'indiano, quello dell'americano, quello del vietcong...»
«E quando l'hai attraversato?»
«Quando l'hai attraversato, basta. Hai vissuto. Esci di scena e muori.»
«E se muori subito?»
«È lo stesso: il palcoscenico puoi attraversarlo più o meno alla svelta. Non conta il tempo che ci metti, conta il modo in cui lo attraversi. L'importante, quindi, è attraversarlo bene.»
«E cosa significa attraversarlo bene?»
«Significa non cadere nel buco del suggeritore. Significa battersi. Come un vietcong. Non lasciarsi sgozzare, non addormentarsi al sole, non paralizzarsi nella puntura, non chiacchierare e basta come fanno gli ipocriti e, tutto sommato, anche noi. Significa credere in qualcosa e battersi. Come un vietcong.»
«E se sbagli?»
«Pazienza. L'errore è sempre meglio del nulla.» (cap. undicesimo; 1969, p. 353)
Per quasi otto anni ho fatto il corrispondente di guerra in Vietnam. Niente e così sia è il diario del primo anno che trascorsi laggiù. Quello che vide la battaglia di Dak To, l'offensiva del Tet, l'assedio di Saigon, e che per me si concluse altrove. Cioè nella strage di Città del Messico dove rimasi gravemente ferita. So che è stato definito un libro brutale, disperato, spietato. E forse lo è. Ma io volevo soltanto raccontare la guerra a chi non la conosce.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026