Le frasi di «Norwegian Wood» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Citazioni da «Norwegian Wood»
Il cielo era così infinito che a guardarlo fisso dava le vertigini. (p. 4)
E mi chiedo dove siamo andati a finire noi due. Come è potuto succedere? Dove è andato a finire tutto quello che ci sembrava così prezioso, dov'è lei e dov'è la persona che ero allora, il mio mondo? (p. 5)
– Perché? – ripeté Naoko guardando fisso la terra ai suoi piedi. – A capire che se uno si rilassa si sente più leggero ci arrivo anch'io. Ma non capisci quanto è assurdo dirmi una cosa del genere? E sai perché? Se io provassi a rilassarmi, andrei a pezzi. Ho sempre vissuto così, da tanto tanto tempo, e anche adesso è l'unico modo in cui posso vivere. Se una sola volta mi lasciassi andare, non potrei più tornare indietro. E se andassi a pezzi, il vento mi spazzerebbe via. Perché non lo capisci? Come pensi di potermi aiutare se non riesci a capire questo? (p. 10)
E invece, inutile negarlo, la memoria si sta allontanando, e ho già dimenticato troppe cose. Nello scrivere seguendo i ricordi come faccio adesso, a volte vengo preso da una terribile angoscia. All'improvviso mi assale il dubbio di stare perdendo la memoria delle cose più essenziali. Il dubbio che tutti i miei ricordi più preziosi, accumulati in qualche zona buia del mio corpo, in una specie di limbo della memoria, si stiano trasformando in una massa fangosa. (pp. 11-12)
Quello che lei cercava non era il mio braccio, ma il braccio di qualcuno. Quello che cercava non era il mio calore, ma il calore di qualcuno. Mi sentivo quasi in colpa ad essere io a occupare quel posto. (p. 37)
La morte non è l'opposto della vita, ma una sua parte integrante. (p. 33)
Ma a partire dalla notte in cui morì Kizuki, non riuscii più a vedere in modo così semplice la morte (e la vita). La morte non era più qualcosa di opposto alla vita. La morte era già compresa intrinsecamente nel mio essere, e questa era una verità che, per quanto mi sforzassi, non potevo dimenticare. Perché la morte che in quella sera di maggio, quando avevo diciassette anni, aveva afferrato Kizuki, in quello stesso momento aveva afferrato anche me. (p. 33)
La lettura favorita dei miei diciott'anni era stato Centauro di John Updike, ma a furia di rileggerlo il suo splendore iniziale si era a poco a poco appannato, e aveva finito col cedere la posizione in cima alla classifica al Grande Gatsby di Fitzgerald, che poi rimase il mio libro preferito ancora per molto molto tempo. Avevo preso l'abitudine, ogni volta che me ne veniva voglia, di prenderlo dallo scaffale, aprirne una pagina a caso e di leggere per un po' a partire da quel punto, e devo dire che mai, nemmeno una volta, mi deluse. Non c'era una sola pagina che presa a sé risultasse noiosa. Lo trovavo meraviglioso, e mi sarebbe piaciuto comunicare agli altri questo senso di meraviglia. (p. 40)
Aveva letto talmente tanto che come lettore io non potevo neanche accostarmi a lui, ma di regola non prendeva in mano un libro se lo scrittore non era morto da almeno trent'anni. Come fai se no a fidarti? diceva.
– Con questo non voglio dire che non mi fido della letteratura contemporanea in assoluto. È solo che non vorrei sciupare del tempo prezioso leggendo opere che non hanno ricevuto il battesimo del tempo. (pp. 40-41)
Sentivo di sbagliare, ma non riuscivo a fare altrimenti. Il mio corpo aveva fame e sete e chiedeva di fare l'amore. Ma quando ero a letto con quelle ragazze pensavo tutto il tempo a Naoko. Pensavo al suo corpo nudo, bianco, che sembrava galleggiare nell'oscurità, ai suoi sospiri mischiati al rumore della pioggia. E più ci pensavo, più la fame del mio corpo si faceva pressante, e così la sete. Quando salivo sul terrazzo a bere whisky da solo, non facevo che chiedermi: dove diavolo voglio andare a finire? (pp. 57-58)
Rilessi la lettera un centinaio di volte. E ogni volta venivo preso da una sconfinata tristezza, la stessa che provavo quando Naoko mi fissava negli occhi. Era una sensazione desolata che non potevo allontanare da me in nessun modo, di cui non potevo in nessun modo liberarmi. Come il vento che passa sfiorando la pelle, non aveva contorni né peso. Troppo impalpabile anche per avvolgermici dentro. (p. 59)
Anche dopo che la lucciola era scomparsa, la sua scia luminosa restò ancora a lungo dentro di me. Nel buio totale dietro i miei occhi chiusi, quella piccola pallida luce continuò a vagare molto a lungo, come uno spirito inquieto.
In quel buio provai molte volte ad allungare la mano. Le mie dita però non incontravano niente. Quella piccola luce era sempre un po' più avanti delle mie dita. (p. 62)
– Ma che cosa intendi per essere un gentiluomo? Se puoi farmi un esempio te ne sarei grato.
– Non fare quello che si vuole, ma quello che è necessario. Questo è essere un gentiluomo. (p. 74)
È solo che adesso sono un po' stanca. Stanca come una scimmia sotto la pioggia. (Midori, p. 78)
– Sai qual è il più grosso vantaggio di essere ricchi?
– Non lo so.
– La libertà di poter dire che non hai soldi. Per esempio se io proponevo a delle compagne di fare qualcosa insieme, capitava spesso che rispondessero: «Stavolta non posso, perché non ho una lira». Ma se accadeva il caso inverso, io non potevo rispondere allo stesso modo. Se io avessi detto «Non ho una lira» avrebbe voluto dire che veramente non avevo una lira. Sarebbe stato patetico. E così come quando una ragazza bella dice: «Oggi non posso uscire di casa perché sono un mostro». Prova a pensare l'effetto se a dire la stessa cosa è una brutta. La gente si mette solo a ridere. (pp. 83-84)
Ho sempre avuto fame di affetto, io. E mi sarebbe bastato riceverne a piene mani anche solo una volta. Abbastanza da dire: grazie, sono piena, più di così non ce la faccio. Sarebbe bastato una volta, una sola unica volta. (Midori, p. 102)
Così dicendo cominciò a suonare, benissimo, Michelle.
– Bella questa, vero? Mi piace tanto, – disse Reiko, poi bevve un sorso di vino e fumò. – Mi fa pensare a un grande prato dove cade una pioggia leggera. (p. 144)
Reiko, dopo essersi sciolta bene le dita suonò Norwegian Wood. [...]
– Quando sento questa canzone a volte divento tremendamente triste, non so perché ma ho la sensazione di vagare in una foresta profonda, – disse Naoko. – Come se fossi da sola, al freddo e al buio, e nessuno venisse ad aiutarmi. (p. 144)
Sognai dei salici. Ero su una strada di montagna fiancheggiata su entrambi i lati da salici. Non ne avevo mai visti tanti in una volta. Soffiava un vento forte ma i rami dei salici erano perfettamente immobili. E mentre mi dicevo: strano, chissà perché non si muovono, mi accorsi che su ogni ramo dei salici c'era attaccato un piccolo uccello. Era il loro peso che impediva ai rami di tremare. Io, con un bastone che portavo, provai a colpire un ramo vicino. Volevo cacciare gli uccelli in modo che i rami si mettessero a tremare al vento. Ma gli uccelli non si mossero. Invece di volare gli uccelli diventarono di metallo e caddero a terra con un rumore di ferraglia. (p. 171)
A causa dell'inclinazione della luce le sue labbra apparivano accentuate. La loro linea così fragile era agitata da un lieve tremito che sembrava in accordo col battito del suo cuore o con le vibrazioni della sua anima. Come se stesse bisbigliando parole senza suono rivolte al buio della notte. (p. 172)
– E se tu mi capissi, questo a cosa porterebbe?
– Non è questo il punto, – dissi. – Non è una questione di «a cosa porterebbe». Nel mondo ci sono persone che amano sapere tutto sulle tabelle orarie, e passano intere giornate a confrontarle. O gente a cui piace fare costruzioni coi fiammiferi, capace di costruire navi di un metro fatte tutte di fiammiferi. Allora che c'è di strano se nel mondo c'è uno che è interessato a capire te?
– Come una specie di hobby? – disse Naoko perplessa.
– Se vuoi puoi chiamarlo così. Persone meno fantasiose lo chiamerebbero affetto, amicizia. Però se tu vuoi chiamarlo hobby, non c'è niente di male. (pp. 184-185)
Sono molto più paziente con gli altri di quanto lo sia con me stessa, e mi è molto più facile tirar fuori i lati positivi nelle cose degli altri che non nelle mie. Sono un tipo così. È un po' come essere quella superficie ruvida su una scatola di fiammiferi. Il che mi sta benissimo, intendiamoci. Meglio essere una scatola di prima qualità che un fiammifero scadente. (Reiko, p. 197)
– Mi piaci tanto, Midori.
– Tanto quanto?
– Tanto quanto un orso in primavera.
– Un orso in primavera? – chiese lei sollevando di nuovo la testa. – Come sarebbe «un orso in primavera»?
– Un orso in primavera... allora, tu stai passeggiando da sola per i campi quando a un tratto vedi arrivare nella tua direzione un orso adorabile dalla pelliccia vellutata e dagli occhi simpatici, che ti fa: «Senta, signorina, non le andrebbe di rotolarsi un po' con me sull'erba?» Tu e l'orsetto vi abbracciate e giocate a rotolare giù lungo il pendio tutto ricoperto di trifogli per ore e ore. Carino, no?
– Carinissimo.
– Ecco, tu mi piaci tanto così. (p. 298)
Cerca di pensare che la vita è una scatola di biscotti. [...] Hai presente quelle scatole di latta con i biscotti assortiti? Ci sono sempre quelli che ti piacciono e quelli che no. Quando cominci a prendere subito tutti quelli buoni, poi rimangono solo quelli che non ti piacciono. È quello che penso sempre io nei momenti di crisi. Meglio che mi tolgo questi cattivi di mezzo, poi tutto andrà bene. Perciò la vita è una scatola di biscotti. (p. 323)
Per quanto una situazione possa sembrare disperata, c'è sempre una possibilità di soluzione. Quando tutto attorno è buio non c'è altro da fare che aspettare tranquilli che gli occhi si abituino all'oscurità. (Reiko, p. 331)
– Perché? – grido Midori. – Ma ti funziona il cervello? Tu capisci il condizionale inglese, le progressioni numeriche e perfino Marx, come è possibile che tu non capisca una cosa così elementare? Come puoi farmi una domanda del genere? Perché devi costringere una ragazza a dire certe cose? E va bene, l'ho fatto perché mi piaci più tu di lui. Non era abbastanza chiaro? Avrei preferito innamorarmi di uno molto più bello, sai? E invece purtroppo mi sei capitato tu. (p. 336)
Per quanto uno possa raggiungere la verità, niente può lenire la sofferenza di perdere una persona amata. Non c'è verità, sincerità, forza, dolcezza che ci possa guarire da una sofferenza del genere. L'unica cosa che possiamo fare è superare la sofferenza attraverso la sofferenza, possibilmente cercando di trarne qualche insegnamento, pur sapendo che questo insegnamento non ci sarà di nessun aiuto la prossima volta che la sofferenza ci colpirà all'improvviso. (p. 349)
A volte ho l'impressione di essere diventato il custode di un museo. Un museo vuoto, senza visitatori, a cui faccio la guardia solo per me. (p. 353)
– Ti scriverò.
– Mi piacciono tanto le tue lettere. Peccato che Naoko le abbia bruciate tutte. Erano così belle.
– Tanto, le lettere sono solo lettere, – dissi. – Che tu le bruci o le conservi, quello che deve rimanere rimane e quello che si deve perdere si perde. (p. 372)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026