Le frasi di «Se niente importa» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Raccontare storie
Quasi sempre, quando spiegavo che stavo scrivendo un libro sul «perché mangiamo gli animali», i miei interlocutori davano per scontato, pur senza sapere nulla del mio punto di vista, che fosse a favore del vegetarianismo. È un presupposto rivelatore, e implica non solo che un'indagine approfondita sull'allevamento animale spinga ad abbandonare il consumo di carne, ma che la maggior parte delle persone sappia che le cose stanno così. (p. 21)
Le prime parole di mia nonna quando vide mio figlio per la prima volta furono: «La mia rivalsa». Dell'infinito numero di cose che avrebbe potuto dire, ecco quella che scelse, o che fu scelta per lei. (p. 24)
«Il peggio arrivò verso la fine. Moltissime persone morirono proprio alla fine, e io non sapevo se avrei resistito un altro giorno. Un contadino, un russo, Dio lo benedica, vide in che stato ero, entrò in casa e ne uscì con un pezzo di carne per me.»
«Ti salvò la vita.»
«Non lo mangiai.»
«Non lo mangiasti?»
«Era maiale. Non ero disposta a mangiare maiale.»
«Perché?»
«Che vuol dire perché?»
«Come? Perché non era kosher?»
«Certo.»
«Ma neppure per salvarti la vita?»
«Se niente importa, non c'è niente da salvare.» (p. 25)
Noi non possiamo addurre come scusa l'ignoranza, ma solo l'indifferenza. La nostra generazione sa come stanno le cose. Abbiamo l'onere e l'opportunità di vivere nella fase in cui le critiche all'allevamento intensivo hanno fatto breccia nella coscienza popolare. Siamo noi quelli a cui chiederanno a buon diritto: «Tu che cos'hai fatto quando hai saputo la verità sugli animali che mangiavi?» (p. 270)
Se vogliamo sul serio mettere fine all'allevamento industriale, il minimo che possiamo fare è smettere di mandare assegni a chi commette abusi della peggior specie. Per alcuni, scegliere di evitare i prodotti provenienti da allevamenti intensivi sarà facile. Per altri sarà una decisione difficile. Per chi la ritiene una decisione difficile (mi sarei annoverato tra questi), la domanda decisiva è se ne valga la pena. Sappiamo che, perlomeno, questa scelta aiuterà a prevenire la deforestazione, a contenere il riscaldamento globale, ridurre l'inquinamento, preservare le riserve petrolifere, attenuare la pressione sull'America rurale, diminuire gli abusi sui diritti umani, migliorare la salute pubblica e contribuire a eliminare i maltrattamenti sugli animali più sistematici nella storia mondiale. (pp. 275-276)
Una delle maggiori opportunità di vivere i nostri valori – o di tradirli – sta nel cibo che mettiamo nei nostri piatti. (p. 277)
I tacchini, di natura insettivori, oggi sono alimentati con una dieta perlopiù innaturale, che può includere «carne, segatura, scarti di processo della conciatura» e altre cose la cui menzione, benché ampiamente documentata, stimolerebbe troppo la tua incredulità. Considerata la loro vulnerabilità alle malattie, i tacchini sono forse gli animali meno adatti al modello industriale, e dunque ricevono più antibiotici di qualunque altro animale d'allevamento. Il che favorisce l'antibiotico-resistenza. Il che rende questi farmaci indispensabili meno efficaci sugli uomini. Per via assolutamente diretta, i tacchini sulla nostra tavola rendono più difficile curare le malattie dell'uomo. (pp. 284-285)
Non dovrebbe essere responsabilità del consumatore capire che cos'è crudele e che cos'è benevolo, che cos'è distruttivo per l'ambiente e che cos'è sostenibile. I prodotti alimentari crudeli e distruttivi dovrebbero essere illegali. Non ci serve l'opzione di comprare giocattoli per bambini colorati con vernici al piombo, o spray con clorofluorocarburi o farmaci con effetti collaterali non indicati. E non ci serve l'opzione di comprare animali provenienti da allevamenti industriali.
Per quanto oscuriamo o ignoriamo questo fatto, sappiamo che l'allevamento intensivo è inumano nel senso più profondo del termine. E sappiamo che la vita che creiamo per gli esseri viventi più in nostro potere ha un'importanza profonda. La nostra reazione all'allevamento intensivo è in definitiva un test su come reagiamo all'inerme, al più remoto, al senza voce; è un test su come ci comportiamo quando nessuno ci costringe ad agire in un modo o nell'altro. Essere coerenti non è obbligatorio, ma confrontarsi con il problema sì. (p. 285)
Tutto o niente o qualcos'altro
Non ricordo quante volte, dopo aver detto che sono vegetariano, il mio interlocutore ha reagito sottolineando una qualche incoerenza nel mio stile di vita o cercando di trovare qualche fallacia in un ragionamento che non avevo mai fatto. (Spesso ho avuto la sensazione che il mio vegetarianismo importasse molto più a queste persone che a me.) (p. 41)
Abbiamo intrapreso una guerra, o meglio abbiamo permesso che si intraprendesse una guerra contro tutti gli animali che mangiamo. Questa guerra è nuova e ha un nome: allevamento industriale. (p. 42)
Più che una serie di pratiche, l'allevamento industriale è un atteggiamento mentale: riduce ai minimi termini i costi di produzione e al tempo stesso ignora in modo sistematico o «esternalizza» costi come il degrado ambientale, le malattie umane e la sofferenza degli animali. Per migliaia di anni agricoltori e allevatori hanno tratto spunto dai processi naturali. L'allevamento industriale considera la natura un ostacolo da superare. (pp. 42-43)
Oggigiorno i capitani delle navi da pesca assomigliano più al capitano Kirk che al capitano Achab: sorvegliano i pesci da plance piene di apparecchiature elettroniche e studiano il momento migliore per catturare interi banchi in un sol colpo. Se parte del pesce sfugge, lo rilevano e fanno una seconda passata. E questi pescherecci non sono in grado di tenere d'occhio solo i banchi di pesce entro un certo raggio: gli oceani sono disseminati di (dispositivi di concentrazione dei pesci: zatteroni galleggianti attorno ai quali i pesci si raccolgono) equipaggiati con sensori [...]. (p. 43)
La vergogna è il lavoro della memoria contro la dimenticanza. La vergogna è quello che proviamo quando dimentichiamo quasi del tutto – ma non del tutto – le aspettative sociali e i nostri obblighi nei confronti degli altri a favore di una gratificazione immediata. (pp. 45-46)
Quello che dimentichiamo degli animali cominciamo a dimenticarlo di noi stessi. (p. 46)
E niente ispira più vergogna che essere un genitore. I bambini ci mettono di fronte ai nostri paradossi e alle nostre ipocrisie, e siamo nudi. Dobbiamo trovare una risposta a ogni perché – Perché facciamo così? Perché non facciamo cosà? – e spesso non ne abbiamo una buona. Allora diciamo soltanto: perché sì. O raccontiamo una storia che sappiamo non essere vera. E che la tua faccia avvampi o meno, ti vergogni. La vergogna di essere genitore – una vergogna buona – è che vogliamo che i nostri figli siano più integri di come siamo noi, che abbiano risposte soddisfacenti. (p. 49)
Parole / Significato
Chiedersi «che cos'è un animale?» – o, aggiungerei, leggere a un bambino la storia di un cane o difendere i diritti degli animali – vuol dire andare inevitabilmente a toccare la nostra interpretazione di ciò che significa essere noi e non loro. Vuol dire chiedersi: «che cos'è un essere umano?» (p. 54)
In media la pesca a strascico dei gamberetti porta a gettare fuoribordo l'ottanta-novanta per cento del pescato, morto o morente, in quanto cattura secondaria. (Molte di queste prede accessorie sono specie in pericolo.) I gamberetti sono solo il due per cento in peso del mercato ittico globale, ma la pesca a strascico dei gamberetti produce il trentatré per cento delle prede accessorie globali. Noi tendiamo a non pensarci perché tendiamo a non saperlo. Cosa succederebbe se ci fosse un'etichetta, sul nostro cibo, che ci informa di quanti animali sono stati uccisi per portare quell'ambito crostaceo nel nostro piatto? Così, nel caso dei gamberetti pescati a strascico in Indonesia, per esempio, l'etichetta potrebbe recitare: . (pp. 57-58)
Immagina che ti servano un piatto di sushi. Ma che contenga anche tutti gli animali che sono stati uccisi per servirti quel sushi. Forse ci vorrebbe un piatto di un metro e mezzo di diametro. (p. 58)
È un classico dilemma: che valore do a una situazione socialmente piacevole, e che valore do all'agire socialmente responsabile? (pp. 63-64)
Chi mangia regolarmente prodotti ricavati da animali allevati in modo intensivo non può definirsi ambientalista senza disgiungere la parola dal suo significato. (pp. 67-68)
Proprio come nulla di ciò che facciamo può provocare direttamente tanta sofferenza negli animali quanto nutrirsi di carne, nessuna delle nostre scelte quotidiane ha più impatto sull'ambiente. (p. 83)
Che cos'è la sofferenza? Io non sono sicuro di che cosa sia, ma so che la sofferenza è il nome che diamo all'origine di tutti i sospiri, le urla e i gemiti – piccoli e grandi, rozzi e multiformi – che ci affliggono. È una parola che definisce il nostro sguardo ancor più di ciò che stiamo contemplando. (p. 87)
Nascondere / Cercare
Non so che tipo di libro scriverai. Ma se in qualche misura farà conoscere ciò che succede negli allevamenti intensivi, sarà solo positivo. In questo caso la verità è così potente che la prospettiva da cui ti poni non ha importanza. (p. 103)
Negli allevamenti intensivi calcolano quanto possono tenere gli animali vicino alla morte senza ucciderli. È questo il loro modello di business. A che velocità possono farli crescere, quanto possono pigiarli, quanto o quanto poco possono mangiare, quanto possono ammalarsi senza morire. (p. 103)
Dimmi una cosa: perché il gusto, il più rozzo dei sensi, è dispensato dalle regole etiche che governano gli altri sensi? (p. 103)
Se io abuso del logo di una grande azienda, potrei persino finire in galera; se una grande azienda abusa di miliardi di polli la legge non protegge i polli, ma il diritto dell'azienda di fare quello che vuole. È questo che succede quando si negano i diritti degli animali. È pazzesco che l'idea dei diritti degli animali sembri pazzesca a qualcuno. Viviamo in un mondo che considera normale trattare gli animali come pezzi di legno e considera estremistico trattare gli animali come animali. (p. 104)
Pensare di avere più diritto a mangiare un animale di quanto ne abbia l'animale a vivere senza soffrire è una depravazione. Non sono ragionamenti astratti. È questa la realtà in cui viviamo. Guarda che cosa sono gli allevamenti intensivi. Guarda che cos'ha fatto la nostra società agli animali non appena ne ha avuto il potere tecnologico. Guarda che cosa facciamo effettivamente in nome del «benessere degli animali» e del «trattamento umano», e poi decidi se sei ancora disposto a mangiare carne. (p. 104)
Alcuni hanno provato ad affrontare questo divario cacciando o macellando un animale in prima persona, come se queste esperienze potessero in qualche modo legittimare il consumo di carne. È una sciocchezza. Assassinare qualcuno dimostrerebbe certo che sei capace di uccidere, ma non sarebbe il modo più sensato per capire perché dovresti o non dovresti farlo.
Uccidere un animale con le proprie mani è più che altro un modo per dimenticare il problema fingendo di ricordarlo. Ma questo fa forse più danni dell'ignoranza. È sempre possibile svegliare uno che dorme, ma non c'è rumore che possa svegliare chi finge di dormire. (p. 113)
Quello che l'industria ha capito – ed è stata questa la vera rivoluzione – è che non ti servono animali sani per fare profitto. Gli animali malati sono molto più redditizi. Gli animali hanno pagato caro il nostro desiderio di avere tutto in qualunque momento a un prezzo irrisorio. (p. 122)
Perché interi stock di tacchini industriali muoiono di colpo? E che succede alla gente che li mangia? Proprio l'altro giorno, uno dei pediatri della zona mi raccontava che oggi vede ogni genere di malattie che una volta non vedeva. Non solo il diabete giovanile, ma malattie infiammatorie e autoimmuni che un sacco di medici non sanno neppure come chiamare. Le ragazze raggiungono la pubertà molto prima, e i bimbi sono allergici praticamente a tutto, e l'asma è fuori controllo. Lo sanno tutti che è quello che mangiamo. Manipoliamo i geni di questi animali e poi gli diamo gli ormoni della crescita e ogni genere di farmaci di cui non sappiamo abbastanza. E poi ce li mangiamo. I bambini di oggi sono la prima generazione che cresce con questa roba, e noi li usiamo come cavie. Non è strano quanto si arrabbi la gente per qualche giocatore di baseball che prende gli ormoni della crescita, quando facciamo queste cose agli animali che mangiamo e poi li diamo ai nostri figli? (p. 123)
Alla gente importa degli animali. Io ci credo. È solo che non vogliono sapere o pagare. (p. 126)
E allora quanta sofferenza è accettabile? È questa la base di tutto, ed è questo che ognuno di noi deve chiedersi. Quanta sofferenza sei disposto a tollerare per il tuo cibo? (p. 127)
Influenza / Ammutolimento
Non so perché non siano più numerose le persone consapevoli (e arrabbiate) per il tasso di infezioni e intossicazioni alimentari evitabili. Forse non sembra ovvio che qualcosa non va solo perché quello che accade di continuo, come il fatto che la carne (specie di pollame) sia contaminata da microrganismi patogeni, tende a scomparire sullo sfondo.
Comunque sia, se sai quello che stai cercando, il problema acquista un'evidenza terribile. Per esempio, la prossima volta che un amico ha una cosiddetta «influenza» – quella che la gente a volte chiama erroneamente «influenza intestinale» – fagli qualche domanda. Era una di quelle «influenze di un giorno» che se ne vanno in fretta come sono venute: vomito e diarrea e poi tutto a posto? La diagnosi non è proprio così semplice, ma se la risposta alla domanda è sì, è probabile che il tuo amico non abbia avuto affatto un'influenza, ma rientri nei settantasei milioni di casi di malattie di origine alimentare che il stima ci siano ogni anno negli Stati Uniti. Più che «prendersi qualcosa», il tuo amico ha mangiato qualcosa. E con ogni probabilità, quel qualcosa proveniva dalla filiera industriale della carne. (p. 152)
Forse inconsciamente sappiamo già, senza bisogno dei dati scientifici citati, che sta accadendo qualcosa di tremendamente sbagliato. Ormai il nostro sostentamento proviene dalla sofferenza. Sappiamo che se qualcuno vuole mostrarci un film sulla produzione della carne, sarà un film dell'orrore. Forse sappiamo più di quanto ci interessi ammettere, e lo confiniamo nei recessi più bui e nascosti della memoria. Quando mangiamo carne prodotta negli allevamenti industriali viviamo, letteralmente, di corpi torturati. Sempre più, quel corpo torturato sta diventando il nostro. (p. 156)
Io non credo che la salute individuale sia per forza una buona ragione per diventare vegetariani, ma certamente se non mangiare carne fosse nocivo sarebbe una buona ragione per non essere vegetariani. Di certo sarebbe una buona ragione per far mangiare carne a mio figlio.
Ne ho parlato con alcuni dei più importanti nutrizionisti americani – interrogandoli sia sugli adulti sia sui bambini – e li ho sentiti ripetere sempre la stessa cosa: per la salute la dieta vegetariana è almeno altrettanto valida di una dieta che comprende la carne. (p. 158)
Fette di Paradiso / Pezzi di merda
L'allevamento intensivo, che consente agli allevatori di rendere animali malaticci altamente redditizi grazie all'uso di antibiotici, altri farmaci e una reclusione molto controllata, ha prodotto creature nuove, talvolta mostruose. (p. 172)
[...] per la maggior parte delle cose che piace fare ai maiali è preferibile che abbiano accesso all'esterno: correre, giocare, prendere il sole, grufolare, incrostarsi di fango e acqua e poi farsi rinfrescare dal vento (i maiali sudano solo dal muso). Il genoma delle razze suine utilizzate oggi nell'allevamento intensivo, invece, è così alterato che i maiali devono essere perlopiù allevati in edifici dal clima controllato, senza sole né stagioni. Alleviamo creature incapaci di sopravvivere in qualunque luogo che non sia l'ambiente più artificiale. Abbiamo sfruttato il tremendo potere della genetica moderna per produrre animali che soffrono di più. (pp. 173-174)
Niente – non una conversazione, non una stretta di mano e neppure un abbraccio – fonda un'amicizia con tanta forza come mangiare insieme. Forse è un fattore culturale. Forse è un'eco dei banchetti collettivi dei nostri antenati.
Da un certo punto di vista, il perché di un mattatoio è tutto qui. Sul piatto di fronte a me c'è il fine che promette di giustificare tutti i sanguinari mezzi della porta accanto. (p. 178)
Chiunque lasci intendere che esista una simbiosi perfetta tra l'interesse dell'allevatore e quello degli animali probabilmente sta cercando di venderti qualcosa (e non è fatta di tofu). (p. 183)
Il gigante dell'industria agroalimentare è in ultima analisi guidato e condizionato dalle scelte che facciamo mentre il cameriere scalpita perché ordiniamo o mentre riempiamo il carrello della spesa o la borsa al mercato, con tutte le attenzioni e le stravaganze del caso. (p. 187)
Chi difende gli allevamenti intensivi di suini sostiene che le gabbie da parto sono necessarie perché a volte le scrofe possono schiacciare accidentalmente i piccoli. Questa affermazione è il frutto di una logica folle [...]. Non è una sorpresa che, quando gli allevatori selezionano la scrofa per la riproduzione in base alla sua «predisposizione materna», se l'olfatto della madre non è sopraffatto dal fetore delle sue feci liquefatte e l'udito non è pregiudicato dal clangore delle gabbie metalliche, e se le si concede spazio sufficiente per controllare dove sono i piccoli e per muovere le gambe in modo da riuscire a sdraiarsi lentamente, non le è difficile evitare di schiacciarli. (pp. 200-201)
Nel mondo dell'allevamento industriale le aspettative si sono capovolte. I veterinari non lavorano più per la salute ottimale, ma per la redditività ottimale. I farmaci non servono per curare le malattie, ma per supplire a sistemi immunitari distrutti. Gli allevatori non mirano a produrre animali sani. (p. 204)
Ogni giorno si stima che vengano calati in acqua ventisette milioni di ami. E i palangari non uccidono soltanto le specie mirate, ma anche altre centoquarantacinque. Secondo uno studio sono all'incirca quattro milioni e mezzo gli animali marini uccisi come prede accessorie ogni anno, compresi oltre tre milioni di squali, un milione di marlin, sessantamila tartarughe marine, settantacinquemila albatros e ventimila delfini e balene. (p. 207)
C'è qualcosa di abbastanza sinistro in questo modo di «raccogliere» la fauna ittica che fa «terra bruciata». Le operazioni di pesca a strascico portano a gettare fuori bordo in media l'80-90 per cento degli animali marini che catturano. Le meno efficienti raggiungono una percentuale superiore al novantotto per cento di prede accessorie catturate e ributtate in mare morte. (p. 207)
La pesca a strascico e la pesca con il palangaro non solo sono preoccupanti da un punto di vista ecologico, ma sono anche crudeli. Le reti a strascico comprimono tra loro centinaia di specie diverse, che vengono squarciate sui coralli, sbattute sulle rocce – per ore – e poi issate fuori dall'acqua con una decompressione dolorosa (che può causare l'esplosione degli occhi o far uscire gli organi interni dalla bocca). (p. 208)
Modificare la nostra alimentazione e far svanire certi gusti dalla memoria rappresenta una specie di perdita culturale, qualcosa che viene dimenticato. Ma forse vale la pena di accettare, se non addirittura di coltivare, questo genere di dimenticanza (anche la dimenticanza può essere coltivata). Per ricordare gli animali e l'importanza che ha per me il loro benessere forse devo perdere alcuni gusti e trovare altri appigli per i ricordi che un tempo mi aiutavano a conservare.
Ricordare e dimenticare sono parte dello stesso processo mentale. Scrivere un dettaglio di un evento è non scriverne un altro (a meno di continuare a scrivere all'infinito). Ricordare una cosa è lasciare scivolarne un'altra nell'oblio (a meno di continuare a rievocare all'infinito). (pp. 210-211)
Invece di un padre che griglia hamburger di tacchino, i miei figli ricorderanno un padre che brucia hamburger vegetariani in giardino. Lo scorso Pesach il gefilte fisch occupava un posto meno centrale, ma è stato comunque l'occasione per raccontarci sopra delle storie (non ho smesso, a quanto pare). Alla storia dell'Esodo – la storia più splendida sul debole che trionfa sul più forte nei modi più inattesi – si sono aggiunte nuove storie sul debole e sul forte.
Le ragioni per mangiare quei cibi speciali con quelle persone speciali in quei momenti speciali era nell'intenzione esplicita di separare quei pasti dagli altri. Aggiungere un altro livello di intenzionalità è stato un arricchimento. Sono assolutamente favorevole a far scendere la tradizione a un compromesso per una buona causa, ma forse in queste situazioni la tradizione, più che compromettersi, si realizza appieno. (p. 211)
A me pare che sia inequivocabilmente sbagliato mangiare maiale di produzione industriale o nutrirci la propria famiglia. Forse è sbagliato anche tacere di fronte agli amici che mangiano maiale di produzione industriale, per quanto possa essere difficile dire qualcosa. È chiaro che i maiali sono intelligenti ed è altrettanto chiaro che sono condannati a vite infami nelle porcilaie industriali. Il parallelo con un cane rinchiuso in un armadio è abbastanza accurato, per quanto benevolo. Le motivazioni ambientali contro il consumo di carne di maiale prodotta in allevamenti intensivi sono ineccepibili e schiaccianti.
Per analoghe ragioni non mangerei pollame o prodotti ittici ottenuti con metodi industriali. Guardarli negli occhi non produce lo stesso pathos che dà lo sguardo di un maiale, ma con gli occhi della mente vediamo altrettanto. Tutto ciò che dalla mia ricerca ho imparato sull'intelligenza e la complessità sociale di uccelli e pesci esige che consideri la profondità della loro miseria con altrettanta serietà della miseria più immediata dei maiali. (pp. 211-212)
[...] la preoccupazione sulla realtà di quello che la carne è ed è diventata bastano per farmici rinunciare del tutto.
Ci sono ovviamente circostanze in cui posso figurarmi che mangerei carne – ci sono persino circostanze in cui mangerei un cane –, ma sono circostanze in cui è improbabile che mi trovi. Essere vegetariani è uno schema flessibile, e ho smesso di tornare di continuo sulla decisione se mangiare carne o meno (chi potrebbe farlo all'infinito?) a favore di un fermo impegno a non farlo. (p. 214)
È abbastanza chiaro che l'allevamento intensivo è più di qualcosa che disapprovo personalmente, ma non è chiaro quali conclusioni ne seguano. Il fatto che sia crudele verso gli animali ed ecologicamente distruttivo e inquinante significa che tutti dovrebbero boicottare i prodotti derivanti da allevamento intensivo sempre e comunque? Un parziale abbandono del sistema – una specie di programma d'acquisto preferenziale di cibo non industriale, cosa che si avvicina molto al boicottaggio – è sufficiente? Non è forse una questione che si può dirimere per via legislativa e tramite l'azione politica collettiva, più che con le scelte d'acquisto personali?
Quand'è che dovrei rispettosamente dissentire da qualcuno e quand'è che, nel nome di valori più profondi, dovrei prendere posizione e chiedere ad altri di unirsi a me? Quand'è che un determinato evento lascia spazio al dissenso di persone ragionevoli e quand'è che ci impone di agire? (pp. 215-216)
Ci sono
Una volta pensavo che essere vegetariana mi esentasse dall'impegnarmi a cambiare il modo in cui sono trattati gli animali d'allevamento. Ero convinta che rinunciando alla carne avrei fatto la mia parte. Oggi mi sembra una sciocchezza. L'industria della carne ci tocca tutti nel senso che viviamo tutti quanti in una società in cui la produzione di cibo si basa sull'allevamento intensivo. Essere vegetariana non mi esime dalla responsabilità di come il nostro paese alleva gli animali, specie in un'epoca in cui il consumo di carne aumenta sia a livello nazionale sia a livello globale.
Io ho moltissimi amici e conoscenti vegani, alcuni dei quali legati alla o al Farm Sanctuary, e molti partono dal presupposto che si arriverà a risolvere il problema dell'allevamento industriale convincendo la gente a rinunciare alla carne. Io non sono d'accordo. Almeno, non nell'arco della nostra vita. Se questa possibilità esiste, penso che ci vorranno ancora molte generazioni. Nel frattempo bisogna seguire un'altra strada per affrontare le sofferenze estreme causate dall'industria zootecnica. Bisogna incoraggiare e sostenere percorsi alternativi. (p. 224)
L'ironia è che mentre gli allevamenti intensivi non giovano alla collettività, si aspettano da noi non solo che li sosteniamo, ma che paghiamo per i loro errori. Prendono tutti i costi per lo smaltimento delle deiezioni e li passano all'ambiente e alle comunità in cui operano. I loro prezzi sono artificialmente bassi: quello che non compare sullo scontrino lo pagheremo per gli anni a venire tutti quanti. (p. 226)
Quello che deve succedere adesso è un ritorno all'allevamento al pascolo. Non è un sogno a occhi aperti: il precedente storico esiste. Fino alla comparsa degli allevamenti industriali a metà del secolo, in America l'allevamento era strettamente connesso all'erba e dipendeva molto meno dai cereali, dalla chimica o dai macchinari. Gli animali allevati al pascolo fanno una vita migliore e sono più sostenibili dal punto di vista ambientale. Inoltre il sistema basato sull'erba è sempre più sensato per ragioni economiche. L'aumento del prezzo del granoturco farà cambiare il nostro modo di mangiare. Al bestiame sarà concesso di pascolare di più, di mangiare erba secondo natura. E se si costringe l'industria zootecnica ad affrontare il problema della concentrazione di letame anziché scaricarlo sulla collettività, anche questo renderà l'allevamento al pascolo più attraente dal punto di vista economico. Il futuro è questo: l'allevamento davvero sostenibile, condotto con metodi umani. (p. 226)
Pensa all'ambiente e alla scarsità di cibo: non c'è differenza etica tra mangiare carne e buttare un'enorme quantità di cibo nella pattumiera, perché gli animali che mangiamo trasformano solo una piccola frazione del cibo che ingeriscono in calorie di carne: ci vogliono da sei a ventisei calorie di mangime perché un animale produca una sola caloria di carne. La stragrande maggioranza di quello che coltiviamo negli Stati Uniti va a sfamare gli animali – parliamo di terra e cibo che potremmo usare per sfamare esseri umani o per salvaguardare la natura –, e lo stesso accade in tutto il mondo, con conseguenze devastanti. (p. 227)
Gli altri animali possiedono i nostri stessi cinque sensi. E sempre più capiamo che hanno bisogni emotivi, psicologici e comportamentali che l'evoluzione ha creato in loro proprio come in noi. Gli altri animali, come gli esseri umani, provano piacere e dolore, felicità e tristezza. Il fatto che gli animali siano mossi da molte delle stesse emozioni che toccano noi è ben attestato. Chiamare «istinto» l'intero complesso delle loro emozioni e dei loro comportamenti è stupido [...]. Trascurare le ovvie implicazioni morali di queste somiglianze è facile al mondo d'oggi: è comodo, vantaggioso e frequente. È anche sbagliato. Ma non basta sapere soltanto che cos'è giusto o sbagliato: l'azione è l'altra, più importante faccia della medaglia del giudizio morale. (p. 228)
In realtà tutto il progresso morale e sociale dell'umanità rappresenta un superamento esplicito di ciò che è «naturale». (p. 229)
Dopo essere fuggito dalla Polonia occupata dai nazisti, il premio Nobel Isaac Bashevis Singer paragonò i pregiudizi di specie alle «teorie razziste più estremistiche». Singer sosteneva che i diritti degli animali fossero la forma più pura di difesa della giustizia sociale perché gli animali sono i più vulnerabili di tutti gli oppressi. A suo parere i maltrattamenti degli animali erano l'epitome del paradigma morale secondo cui «la forza è diritto». (pp. 229-230)
Non reagire è una reazione: siamo altrettanto responsabili di ciò che non facciamo. Nel caso della macellazione, alzare le braccia al cielo è come stringere le dita intorno al manico del coltello. (p. 242)
Quasi nessuno dei polli e tacchini in commercio è in grado di riprodursi, e nel manipolare i loro geni sono stati inseriti gravi disturbi congeniti (il pollame che mangiamo è senza prospettiva, perché è progettato per non vivere abbastanza da riprodursi). Poiché l'allevatore medio non può gestire un incubatoio in proprio, il controllo del patrimonio genetico da parte di poche aziende vincola gli allevatori e i loro animali al sistema industriale. (p. 252)
Il mondo è cambiato così tanto che gli stessi valori non portano più alle stesse scelte. (pp. 256-257)
Quanto dev'essere distruttiva una preferenza culinaria prima di decidere di mangiare qualcos'altro? Se contribuire alle sofferenze di miliardi di animali che vivono vite raccapriccianti e (spessissimo) muoiono in modi altrettanto raccapriccianti non è motivo d'ispirazione, che cosa può esserlo? Se contribuire al massimo grado alla minaccia più seria che il pianeta deve affrontare (il riscaldamento globale) non è sufficiente, che cosa lo è? E se hai la tentazione di mettere a tacere questi tarli della coscienza dicendo «non ora», allora «quando»? (pp. 260-261)
Che sia giusto o meno uccidere gli animali per nutrirsene, sappiamo che nel sistema oggi dominante è impossibile ucciderli senza infliggere (perlomeno) occasionali torture. (p. 261)
Citazioni su Se niente importa
Avevo bisogno di qualcosa di forte, che mettesse in discussione il mio stile di vita. Avevo letto da qualche parte che l'ultimo libro di Jonathan Safran Foer parlava degli allevamenti intensivi e della produzione della carne. Benissimo: sarei partita dall'alimentazione. Non potevo immaginare, però, che quel libro avrebbe in parte cambiato la mia vita. (Giulia Innocenzi)
Consiglio a tutti il libro che è ormai il cult del vegetarianesimo: Se niente importa [...], in cui l'autore americano racconta perché da carnivoro è diventata vegetariano. Il tema centrale è la violenza perpetrata quotidianamente agli animali di allevamento e la riflessione delle conseguenze che questo dolore tremendo ha sulla vita dell'uomo. (Umberto Veronesi)
È probabilmente il più influente libro virale (con un messaggio che si diffonde come un'epidemia) degli ultimi tempi. Foer ha cercato di visitare allevamenti per tre anni. A volte c'è entrato di nascosto, di notte [...]. Il risultato, il libro, è – parole del New York Times – «un ritratto devastante della crudeltà sistematica e della sinistra segretezza dell'industria agroalimentare americana». (Maria Laura Rodotà)
Gli orrori quotidiani dell'allevamento intensivo sono raccontati in modo così vivido... che chiunque, dopo aver letto il libro di Foer, continuasse a consumare i prodotti industriali dovrebbe essere senza cuore o senza raziocinio. (John Maxwell Coetzee)
Ho letto Se niente importa di Jonathan Safran Foer, dove lui parla degli allevamenti intensivi, e ora non voglio mai più mangiare pollo o tacchino. (Aziz Ansari)
Il mio percorso verso il vegetarianismo è stato lento, è stato qualcosa a cui ho pensato per lungo tempo, e quando ho letto Se niente importa di Jonathan Safran Foer qualcosa in me si è mosso. Credo che il nutrimento di una persona non dovrebbe richiedere la tortura degli animali, e che si possa trarre piacere dal cibo anche senza la carne. (Elio Fiorucci)
La prima cosa che ho fatto è smettere subito di mangiare pollo. Dopo aver letto il libro non potevo più nemmeno immaginare di metterlo di nuovo in tavola avendo capito quale era la storia della loro esistenza negli allevamenti. (Giulia Innocenzi)
Questo libro ha trasformato una vegetariana da vent'anni come me in una vegana convinta. (Natalie Portman)
Se niente importa è un libro morale, un'inchiesta viva sul senso della vita e delle proprie scelte. (Lorenzo Guadagnucci)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026