Le frasi di «Storia della bambina perduta» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Incipit
A partire dall’ottobre 1976 e fino a quando, nel 1979, non tornai a vivere a Napoli, evitai di riallacciare rapporti stabili con Lila. Ma non fu facile. Lei cercò quasi subito di rientrare a forza nella mia vita e io la ignorai, la tollerai, la subii. Anche se si comportava come se non desiderasse altro che starmi vicina in un momento difficile, non riuscivo a dimenticare il disprezzo con cui mi aveva trattata.
Citazioni da «Storia della bambina perduta»
Che fare dunque? Darle ancora una volta ragione? Accettare che essere adulti è smettere di mostrarsi, è imparare a nascondersi fino a svanire? Ammettere che più gli anni avanzano, meno so di Lila? (p. 12)
A Montpellier avvertii la limitatezza dello sguardo che avevo, della lingua in cui mi esprimevo e con cui avevo scritto. A Montpellier mi sembrò evidente quanto potesse risultare angusto, a trentadue anni, essere moglie e madre. (p. 13)
Volli ricordargli che avevo una vita mia di soddisfazioni, che se ero stata capace di abbandonare le mie figlie e Pietro, potevo anche fare a meno di lui, e non tra una settimana, non tra dieci giorni: subito. (p. 50)
Una donna separata, con due figlie e le tue ambizioni, deve fare i conti con la realtà e stabilire a cosa può rinunciare e a cosa no. (p. 58)
Noi che volevamo fare la rivoluzione siamo stati quelli che anche in mezzo al caos si inventavano sempre un ordine e facevano finta di sapere esattamente come stavano andando le cose. (p. 71)
Qui dico solo che quando vidi privo di vita quel corpo che conoscevo intimamente, che era stato felice e attivo, che aveva letto tanti libri e si era esposto a tante esperienze, provai insieme repulsione e pietà. Franco era stato una materia viva intrisa di cultura politica, di propositi generosi e speranze, di buone maniere. Ora dava un orribile spettacolo di sé. Si era sbarazzato in un modo così feroce di memoria, linguaggio, capacità di attribuire senso, che mi sembrò evidente l’odio per se stesso, per la propria epidermide, per gli umori, per i pensieri e le parole, per la piega brutta del mondo che l’aveva avvolto. (p.110)
Non ti vantare con me, non sei nessuno. Quello che ti credi di essere, per la gente normale è niente. Io qui sono rispettata non perché ho fatto te, ma perché ho fatto Elisa. Lei, che non ha studiato, che non s’è presa nemmeno la licenza media, è diventata una signora. E tu che hai preso la laurea dove sei finita? Mi dispiace solo per le due bambine che sono così belle e parlano così bene. A loro non hai pensato? Con quel padre stavano crescendo come i bambini della televisione, e tu che fai, le porti a stare a Napoli? (p.118)
Il terremoto – il terremoto del 23 novembre 1980 con quel suo frantumare infinito – ci entrò dentro le ossa. Cacciò via la consuetudine della stabilità e della solidità, la certezza che ogni attimo sarebbe stato identico a quello seguente, la familiarità dei suoni e dei gesti, la loro sicura riconoscibilità. Subentrò il sospetto verso ogni rassicurazione, la tendenza a credere a ogni profezia di sventura, un’attenzione angosciata ai segni della friabilità del mondo, e fu arduo riprendere il controllo. Secondi e secondi e secondi che non finivano. (p.179)
Voglio dire che un partito non può essere altro che un distributore di favori in cambio di consenso, gli ideali fanno parte dell’arredamento. (p. 244)
La sua propensione a chiavare non proveniva da una grezza, ingenua esibizione di virilità fondata su luoghi comuni mezzo fascisti mezzo meridionali. Ciò che mi aveva fatto, ciò che mi stava facendo, era filtrato da una consapevolezza molto affinata. Lui maneggiava concetti complessi, lui sapeva che a quel modo mi avrebbe offesa fino a distruggermi. Ma lo aveva fatto ugualmente. Aveva pensato: non posso rinunciare al mio piacere solo perché quella stronza può rompermi il cazzo. (p. 261)
Anche ora che sapevo della malattia di mia figlia, non riuscivo a cacciare via la soddisfazione per ciò che ero diventata, il gusto di sentirmi libera spostandomi per l’Italia, il piacere di disporre di me come se non avessi un passato e tutto stesse cominciando adesso. (p. 317)
Lila ha ragione, non si scrive tanto per scrivere, si scrive per fare male a chi vuole far male. Un male di parole contro un male di pugni e calci e strumenti di morte. (p. 334)
Chiamo io L’Espresso, mi propose, in questo momento se tu esci con un pezzo del genere fai un gesto importante per te, per il tuo pubblico, per tutti, mostri che l’Italia in cui viviamo è assai peggio di quella che ci raccontiamo. (p. 339)
Non le dissi: ti avevo avvisata che i Solara ne sarebbero usciti senza danno, in casa editrice me l’avevano detto, ora è inutile che ci soffri. Ma le si stampò ugualmente in faccia il rammarico di aver sbagliato valutazione. In quelle settimane si sentì umiliata per essere vissuta attribuendo un potere a cose che nelle gerarchie correnti contavano poco: l’alfabeto, la scrittura, i libri. Lei che pareva così disincantata, così adulta, mise fine alla sua infanzia – oggi penso – solo in quei giorni. (p. 344)
Napoli era la grande metropoli europea dove con maggiore chiarezza la fiducia nelle tecniche, nella scienza, nello sviluppo economico, nella bontà della natura, nella storia che porta necessariamente verso il meglio, nella democrazia si era rivelata con largo anticipo del tutto priva di fondamento. Essere nati in questa città – arrivai a scrivere una volta, pensando non a me ma al pessimismo di Lila – serve a una sola cosa: sapere da sempre, quasi per istinto, ciò che oggi tra mille distinguo cominciano a sostenere tutti: il sogno di progresso senza limiti è in realtà un incubo pieno di ferocia e di morte. (p. 366)
Mi ero accorta da tempo che ognuno si organizza la memoria come gli conviene, tuttora mi sorprendo a farlo anch’io. (p. 391)
Mi immaginavo che si rifugiasse in biblioteca, come mi aveva raccontato Pietro. O che vagasse per Napoli, facendo caso a ogni palazzo, a ogni chiesa, a ogni monumento, a ogni lapide. O che mescolasse le due cose: prima esplorava la città, poi frugava nei libri per informarsi. (p. 468)
Nino si amareggiò, diventò intrattabile. Per un po’ ci sembrò la sola vittima di quelle elezioni, ma non era così, presto l’intero sistema dei partiti fu travolto e di lui perdemmo le tracce. Gli elettori se l’erano presa coi vecchi, coi nuovi e coi nuovissimi. Se la gente si era ritratta inorridita di fronte a chi voleva abbattere lo stato, ora balzava indietro disgustata davanti a chi, fingendo a vario titolo di servirlo, se l’era divorato come un verme grasso nella mela. Un’onda nera, prima nascosta sotto fastose scenografie di potere e una logorrea tanto sfrontata quanto proterva, ecco che diventava sempre più visibile e dilagava in ogni angolo d’Italia. (p. 482)
Ah, che città, diceva a mia figlia zia Lina, che città splendida e significativa: qua si sono parlate tutte le lingue, Imma, qua s’è costruito di tutto e s’è scassato di tutto, qua la gente non si fida di nessuna chiacchiera ed è assai chiacchierona, qua c’è il Vesuvio che ti ricorda ogni giorno che la più grande impresa degli uomini potenti, l’opera più splendida, il fuoco, e il terremoto, e la cenere e il mare in pochi secondi te la riducono a niente. (p. 490)
Ma qualche volta si accendeva come sapeva fare lei e attaccava a parlare della città quasi che non fosse fatta delle solite strade, della normalità dei luoghi di ogni giorno, ma avesse svelato solo a lei un suo luccichio segreto. Così in un breve giro di frasi la trasformava nel posto più memorabile del mondo, in quello più ricco di significati, tanto che dopo un po’ di chiacchiere tornavo alle mie cose con il fuoco nella testa. Che grave negligenza era stata nascere e vivere a Napoli senza sforzarmi di conoscerla. Stavo per lasciare la città per la seconda volta, ci ero rimasta complessivamente per trent’anni pieni della mia vita, e tuttavia del luogo dov’ero nata non sapevo granché. (p. 496)
Ora cercava testimonianze di viaggiatori stranieri dentro cui le pareva di rintracciare incanto e repulsione mescolati insieme. Tutti, diceva, tutti, di secolo in secolo, hanno lodato il grande porto, il mare, le navi, i castelli, il Vesuvio alto e nero con le sue fiamme sdegnate, la città ad anfiteatro, i giardini, gli orti e i palazzi. Ma poi, sempre di secolo in secolo, sono passati a lagnarsi dell’inefficienza, della corruzione, della miseria fisica e morale. Nessuna istituzione che dietro la facciata, dietro il nome pomposo e i numerosi stipendiati, funzionasse davvero. Nessun ordine decifrabile, solo una folla sregolata e incontenibile per le strade ingombre di venditori d’ogni possibile mercanzia, gente che parla a voce altissima, scugnizzi, pitocchi. Ah, non c’è città che diffonda tanto rumore e tanto strepito come Napoli (p. 497)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026