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Frasi di «Storia della filosofia occidentale»

31 citazioni dal libro di Bertrand Russell

Le frasi di «Storia della filosofia occidentale» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.

Citazioni da «Storia della filosofia occidentale»

La filosofia, nel senso in cui io intenderò la parola, è qualcosa di mezzo tra la teologia e la scienza. Come la teologia, consiste in speculazioni riguardo alle quali non è stata finora possibile una conoscenza definita; come la scienza, si appella alla ragione umana piuttosto che alla autorità, sia quella della tradizione che quella della rivelazione; tutte le nozioni definite, direi, appartengono alla scienza; tutto il dogma, cioè quanto supera le nozioni definite, appartiene alla teologia. Ma tra la teologia e la scienza esiste una Terra di Nessuno, esposta agli attacchi di entrambe le parti; questa Terra di Nessuno è la filosofia. (Introduzione, p. 9)
Per capire un'epoca o una nazione dobbiamo noi stessi essere in un certo senso filosofi. Qui c'è una reciproca causalità: le condizioni di vita degli uomini influiscono molto sulla loro filosofia, ma d'altra parte la loro filosofia influisce molto sulle loro condizioni. (Introduzione, p. 10)
La scienza ci dice ciò che possiamo sapere, ma ciò che possiamo sapere è poco, e se dimentichiamo quanto non possiamo sapere diventiamo insensibili a molte cose di grandissima importanza. La teologia, d'altra parte, porta alla fede dogmatica che si sappia ciò che in realtà si ignora, generando così una sorta di insolenza nei riguardi dell'universo. L'incertezza tra la speranza ed il timore è penosa, ma deve essere sopportata se desideriamo vivere senza ricorrere a favole belle e confortanti. Non è bene né dimenticare le domande che la filosofia pone né persuaderci di aver trovato incontrovertibili risposte. Insegnare a vivere senza la certezza e tuttavia senza essere paralizzati dall'esitazione è forse la funzione principale cui la filosofia può ancora assolvere, nel nostro tempo, per chi la studia. (Introduzione, pp. 10-11)
Molte delle più grandi conquiste umane implicano qualche elemento di ebbrezza, uno spazzar via la prudenza da parte della passione. Senza l'elemento bacchico, la vita sarebbe priva di interesse; così, è pericolosa. Prudenza contro passione è un conflitto che si prolunga attraverso la storia. Ma è un conflitto in cui non desideriamo parteggiare interamente per nessuno dei due competitori. (Nascita della civiltà greca, p. 41)
È solo in tempi molto recenti che è stato possibile dire chiaramente in che cosa Pitagora avesse torto. Non so di nessun altro uomo che abbia avuto altrettanta influenza nella sfera del pensiero. Lo dico, perché ciò che appare come il platonismo, si trova già, analizzandolo, nell'essenza del pitagorismo. L'intera concezione di un mondo eterno rivelato all'intelletto, ma non ai sensi, deriva da lui. Se non fosse per lui, i Cristiani non avrebbero pensato a Cristo come al Verbo; se non fosse per lui i teologi non avrebbero cercato prove logiche di Dio e dell'immortalità. Ma in lui tutto ciò è ancora implicito. (Pitagora, p. 68)
Nello studiare un filosofo l'atteggiamento giusto non è né di reverenza né di disprezzo, bensì prima una specie di ipotetica adesione perché sia possibile capire ciò che egli sente, e credere nelle sue teorie, e dopo un risveglio dell'atteggiamento critico il più possibile simile allo stato d'animo d'una persona che sta abbandonando le opinioni che fino allora ha sostenuto. Il disprezzo ostacola la prima parte di questo processo e la reverenza la seconda. Due cose bisogna ricordare: che un uomo, le cui opinioni e teorie son degne di esser studiate, si può presumere abbia posseduto una certa intelligenza; e che d'altra parte è probabile che nessuno sia mai arrivato alla verità completa e definitiva su un soggetto qualsiasi. Quando un uomo intelligente esprime un punto di vista che ci sembra evidentemente assurdo, non dobbiamo tentare di dimostrare che in qualche modo la cosa è vera, ma dovremo provare a capire come mai sia successo che a lui sia sembrata vera. Questo esercizio della fantasia storica e psicologica allarga subito il campo del nostro pensiero, e ci aiuta a comprendere quanto sciocchi sembreranno molti dei nostri pregiudizî favoriti ad un'età di diversa forma mentis. (Eraclito, pp. 70-71)
A dispetto del collasso politico, il prestigio di Atene sopravvisse, e per quasi un intero millennio la filosofia vi ebbe il suo centro. Alessandria eclissò Atene nella matematica e nelle scienze, ma Platone e Aristotele avevano reso Atene insuperabile nel campo filosofico. L'Accademia, dove Platone aveva insegnato, sopravvisse a tutte le altre scuole, e resistette, come un'isola di paganesimo, per due secoli dopo la conversione dell'Impero romano al Cristianesimo. Finalmente, nel 529 d.C., fu chiusa da Giustiniano per il suo fanatismo religioso, e le età oscure scesero sull'Europa. (Atene e la cultura, p. 99)
Nel III secolo, e nei secoli successivi alle invasioni barbariche, la civiltà occidentale fu prossima alla totale distruzione. Fu una fortuna che, mentre la teologia era quasi l'unica attività mentale sopravvissuta, il sistema accettato non fosse puramente superstizioso, ma conservasse, per quanto a volte profondamente svirilizzate, dottrine che contenevano molto del lavoro dell'intelletto greco e molta della devozione morale che è comune agli stoici ed ai neoplatonici. (Plotino, p. 407)
[...] la creazione dal nulla, insegnata nel Vecchio Testamento, era un'idea del tutto estranea alla filosofia greca. Quando Platone parla di creazione, immagina una materia primitiva a cui Dio dà forma; e lo stesso si può dire per Aristotele. Il loro Dio è un artefice o un architetto, piuttosto che un creatore. Lo sostanza è immaginata eterna e increata; soltanto la forma è dovuta alla volontà di Dio. Contro questo punto di vista, Sant'Agostino sostiene, come deve fare ogni cristiano ortodosso, che il mondo non fu creato da una materia qualsiasi, ma dal nulla. Dio creò la sostanza, non soltanto l'ordine e la disposizione delle cose. (Filosofia e teologia di Sant'Agostino, p. 470)
Ma il punto essenziale della soluzione che poi suggerisce è che il tempo sia soggettivo: il tempo riside nella mente umana che attende, considera e ricorda. [...]
Personalmente non concordo con questa teoria, in quanto fa del tempo qualcosa di intellettuale. Ma è evidentemente una teoria molto abile, che merita di esser seriamente considerata. Direi di più: è un grande progresso su tutto ciò che si può trovare nella filosofia greca su questo argomento. L'esposizione della teoria soggettiva del tempo è migliore e più chiara che non quella di Kant, ed è una teoria che, da Kant in poi, è stata ampiamente accettata dai filosofi. (Filosofia e teologia di Sant'Agostino, pp. 471 sg.)
Il soggettivismo lo portò non solo ad anticipare la teoria kantiana del tempo, ma anche il cogito di Cartesio. Nei suoi Soliloqui [...] non c'è solo il cogito di Cartesio, ma anche la sua risposta allambulo ergo sum di Gassendi. Come filosofo, quindi, Agostino merita di occupare un posto di primo piano. (Filosofia e teologia di Sant'Agostino, p. 472)
È strano che gli ultimi uomini di notevole levatura intellettuale prima degli evi buî si siano preoccupati non di salvare la civiltà o di espellere i barbari o di riformare gli abusi dell'amministrazione, ma di predicare i meriti della verginità e la dannazione dei fanciulli non battezzati. Dato che queste erano le preoccupazioni che la Chiesa trasmise ai barbari convertiti, non fa meraviglia che l'epoca successiva abbia sorpassato quasi tutti gli altri periodi storici per crudeltà e superstizione. (Filosofia e teologia di Sant'Agostino, p. 484)
il Medioevo toccò un vertice. La sintesi che si era andata realizzando fin dalla caduta di Roma, divenne completa, per quanto era possibile. [...] I grandi uomini del XIII secolo sono veramente grandi: Innocenzo III, Federico II e Tommaso d'Aquino sono, in diversa maniera, supremi rappresentanti dei loro mondi. Ci furono anche altre conquiste non legate in maniera definita a grandi nomi: le cattedrali gotiche in Francia, la letteratura romanzesca intorno a Carlomagno , Artù e i Nibelunghi, gli inizî di un governo costituzionale, con la Magna Charta e la Camera dei Comuni. (Il tredicesimo secolo, p. 577)
La figura centrale del principio del secolo è il papa Innocenzo III (1198-1216), politico acuto, uomo d'eccezionale energia, fermamente convinto della giustezza delle più alte aspirazioni del papato, ma non dotato di cristiana umiltà. (Il tredicesimo secolo, p. 577)
Le civiltà mussulmana, bizantina, italiana e tedesca vi si incontrarono e si mescolarono, più che in qualunque altro posto. Il greco e l'arabo erano ancora lingue vive, in Sicilia. Federico imparò a parlare correntemente sei lingue, e in tutte e sei sapeva esasere spiritoso. Aveva nel palmo della mano la filosofia araba, e aveva relazioni amichevoli con i maomettani, cosa che scandalizzava i pii cristiani. Era un Hohenstaufen, e in Germania poteva essere considerato un tedesco. Ma per cultura e sentimenti era italiano, con una punta di bizantino e d'arabo. I suoi contemporanei lo sguardavano con stupore, che gradualmente andava mutandosi in terrore [...]. Ancora vivo, era già un soggetto di miti. Si diceva che fosse autore d'un libro De Tribus Impostoribus: i tre impostori erano Mosè, Cristo e Maometto. Il libro, mai esistito, fu attribuito a molti nemici della Chiesa, l'ultimo dei quali fu Spinoza. (Il tredicesimo secolo, pp. 579 sg.)
San Francesco d'Assisi (1181 o 1182-1226) è uno degli uomini più adorabili della storia. [...] In materia di santità c'è chi può stare a pari con Francesco; ma ciò che lo rende unico tra i Santi è la sua spontanea felicità, il suo amore universale e le sue opere di poesia. La sua bontà appare sempre priva di sforzo, come se non avesse alcun ostacolo da superare. Amava tutte le cose viventi, non solo come crisitiano o come uomo generoso, ma come poeta. Il suo inno al sole, scritto poco prima della morte potrebbe quasi esser stato scritto da Ikhnaton l'adoratore del sole, ma non del tutto, e il Cristianesimo lo ha ispirato, sia pure non con assoluta evidenza. Sentiva d'aver dei doveri verso i lebbrosi, per la loro salvezza, non per la propria; a differenza della maggior parte dei Santi cristiani, aveva maggior interesse per la felicità degli altri che per la propria salvezza. Non mostrava mai alcun senso di superiorità, neppure con i più umili o i più malvagi. (Il tredicesimo secolo, pp. 586 sg.)
Dante (1265-1321), pur essendo, come poeta, un grande innovatore, fu, come pensatore, alquanto indietro sui tempi. [...] Il pensiero di Dante è interessante, non solo per sé, ma perché è il pensiero d'un laico; ma non ebbe ripercussioni, ed era inoltre disperatamente fuori moda.
Marsilio da Padova (1270-1342), al contrario, iniziò la nuova forma di opposizione al papa, in cui l'imperatore svolgeva per lo più un ruolo di dignitosa decorazione. Fu amico intimo di Guglielmo di Occam, di cui influenzò le opinioni politiche. Dal punto di vista politico è più importante di Occam. (Gli scolastici francescani, pp. 611-612)
Col ribadire la possibilità di studiare la logica e la conoscenza umana senza far riferimenti alla metafisica e alla teologia, l'opera di Occam incoraggiò la ricerca scientifica.
Gli agostiniani, diceva, errano quando suppongono che all'inizio le cose fossero inintelligibili e gli uomini inintelligenti e che poi si sia aggiunta una luce proveniente dall'Infinito per mezzo della quale diveniva possibile la conoscenza.
Concordava in questo con l'Aquinate, ma ne differiva in quelli che sono gli interessi fondamentali, in quanto che l'Aquinate era prima di tutto un teologo, e Occam era prima di tutto un filosofo secolare, almeno per quel che riguarda la logica. (Gli scolastici francescani, p. 618)
John Ball, il prete spretato socialista che era uno dei capi della rivolta , dichiarò la propria ammirazione per Wycliffe, il quale ne fu imbarazzatissimo. Ma, essendo stato scomunicato nel 1366, quando Wycliffe era ancora ortodosso, Ball dev'essere arrivato per proprio conto alle sue idee. (Eclissi del papato, p. 631)
John Wycliffe, o Wyclif (1331–1384), filoso scolastico, teologo e riformatore inglese.
(1637-77) è il più nobile ed il più degno di amore dei grandi filosofi. Se qualcun altro lo ha superato per intelletto, dal punto di vista etico è superiore a tutti. Di conseguenza fu considerato, durante la sua vita e per un secolo dopo la sua morte, un uomo di spaventosa malvagità. Era nato ebreo, ma gli ebrei lo sconfessarono. Nello stesso modo lo respinsero i cristiani: benché tutta la sua filosofia sia dominata dall'idea di Dio, gli ortodossi lo accusarono di ateismo. (Spinoza, p. 745)
LEtica è esposta nello stile di Euclide, con definizioni, assiomi e teoremi: si suppone che quanto viene dopo l'assioma sia rigorosamente dimostrato attraverso un ragionamento deduttivo. Tutto ciò rende difficile la lettura di Spinoza. (Spinoza, p. 748)
Spinoza intende liberare gli uomini della tirannide della paura. «Un uomo libero pensa alla morte meno che a qualsiasi altra cosa; e la sua saggezza è una meditazione non sulla morte, ma sulla vita.» Spinoza visse completamente in accordo con il suo precetto. L'ultimo giorno della sua vita era del tutto calmo, non esaltato come Socrate nel Fedone, ma conversava, come avrebbe fatto in qualsiasi altro giorno, intorno a questioni che interessavano il suo interlocutore. A differenza di altri filosofi, non solo credeva alle proprie dottrine, ma le metteva in pratica; non so di nessuna occasione in cui, malgrado le più forti provocazioni, Spinoza si sia abbandonato a quell'animosità o a quell'ira che la sua etica condannava. Nelle controversie era cortese e ragionevole, non insultava mai, e faceva del suo meglio per persuadere. (Spinoza, pp. 751-752)
Non si può accettare l'atteggiamento di certi stoici che dicevano: «Cosa ho a che fare io se la mia famiglia soffre? Io posso essere ancora virtuoso». Il principio cristiano: «Amate i vostri nemici» è buono, ma il principio stoico: «Siate indifferenti verso i vostri amici» è cattivo. (Spinoza, p. 757)
Spinoza diceva ciò che direbbe un cristiano, ed anche qualcosa di più. Per lui ogni peccato è dovuto all'ignoranza; voleva cioè «perdonare loro perché non sanno quello che fanno». Ma Spinoza indicava come evitare i limitati orizzonti da cui, secondo lui, nasce il peccato, e spingeva, anche dopo le peggiori disgrazie, a non chiudersi nel mondo del proprio dolore. Lo faceva capire mostrando le cose in rapporto alle loro cause e come parti dell'intero ordine della natura. Come abbiamo visto, Spinoza credeva che l'odio potesse essere superato dall'amore. (Spinoza, pp. 758-759)
La filosofia, per influsso dell'idealismo tedesco, divenne solipsista, e lo sviluppo della persona fu proclamato principio fondamentale dell'etica. (Il movimento romantico, p. 911)
L'uomo non è un animale solitario, e finché perdura la vita in società, la realizzazione di sé non può essere il supremo principio etico. ("Romanticismo)
L'idealismo tedesco dopo Kant, come pure la successiva filosofia tedesca, furono [...] profondamente influenzati dalla storia tedesca; molto di ciò che ci sembra strano nella speculazione filosofica tedesca riflette la condizione spirituale di una forte nazione privata, per congiunture storiche, della sua naturale potenza. (Le correnti di pensiero nel diciannovesimo secolo, pp. 958-959)
La Prussia [...], benché politicamente predominante, era culturalmente meno avanzata della maggior parte della Germania occidentale: ciò spiega perché molti eminenti tedeschi, compreso Goethe, non si dispiacquero del successo di Napoleone a Jena. (Le correnti di pensiero nel diciannovesimo secolo, p. 959)
Il sistema di Schopenhauer è un adattamento di quello di Kant [...]. Schopenhauer conservò la cosa-in-sé, ma la identificò con la volontà. (Schopenhauer, p. 1003)
Il vangelo schopenhaueriano della rinuncia non è molto coerente né molto sincero. [...] E neppure è sincera la sua dottrina, se ci è lecito giudicare dalla vita di Schopenhauer. Abitualmente pranzava bene, ad un buon ristorante; ebbe molti amori triviali, sensuali, ma non appassionati; era eccezionalmente litigioso ed avaro fuori dal comune. Una volta lo annoiava una cucitrice di una certa età che stava chiacchierando con una amica fuori della porta del suo appartamento. Egli la gettò giù dalle scale, causandole lesioni permanenti. Ella ottenne una sentenza che lo costringeva a pagarle una certa somma (15 talleri) ogni trimestre finché viveva. Quando alfine ella morì, dopo 20 anni, Schopenhauer annotò nel suo libro dei conti: «Obit anus, abit onus». È difficile trovare nella sua vita prove di una qualunque virtù, tranne l'amore per gli animali, che spinse fino al punto di opporsi alla vivisezione nell'interesse della scienza. Sotto tutti gli altri aspetti era un completo egoista. È difficile credere che un uomo profondamente convinto della virtù dell'ascetismo e della rassegnazione non abbia mai fatto nessun tentativo d'applicare nella pratica le sue convinzioni. (Schopenhauer, pp. 1007-1008)
«La vecchia muore, il debito cessa».
La sua prospettiva era limitata dalla povertà della sua natura emotiva, ma con tutte le sue limitazioni egli ebbe tuttavia il merito di essere industre, disinteressato e razionale. (Gli utilitaristi, p. 1031)

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026