Frasi
Frasi di Luigi Orsini
9 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Le citazioni di Luigi Orsini raccolte in un'unica pagina: 9 frasi, divise per libro e argomento.
Luigi Orsini (poeta, scrittore e librettista italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Luigi Orsini
Io amo la santa natura per tutte le cose / che di Te fanno prova, Creatore di semi e di stelle. / Io amo le cose che insegnano a noi di morire: / le fontane che già non rientrano in seno alle rocce, / i torrenti che già non risalgono l'erta, / le stagioni che volgono verso l'inverno, / il sole che scende a tramonto, / la delle rose che langue e avvizzisce. / Soltanto la legge di tutte le cose permane, / Creatore di semi e di stelle. E la legge sei Tu.)
Imola e la Valle del Santerno
[...] gli orti di Imola sono uno spettacolo particolare, quasi nuovo nella Romagna delle tragiche signorie. Sono quasi cento, e fioriscono per mille. Bisogna vederli d'aprile. La dolce Pasqua apportatrice di ogni bene, che dà un nido alle rondini, una tregua al dolore, un volo ai sogni e un perdono a quelli che ebbero colpe, scioglie un suo alito buono nell'aria; e gli orti si risvegliano. (p. 9)
Gli ortolani imolesi godono fama di ottimi lavoratori. Infatti essi sono conosciuti anche oltre i confini della loro terra. Un gruppo di essi, or son pochi anni, si recò a Roma e vi formò una colonia orticola a ; colonia che ora si è accresciuta, e si ravviva ogni anno con rinnovata prosperità. (p. 12)
É assai difficile stabilire esattamente la data di fondazione di questo delizioso paese montano che riunisce in sé le più interessanti memorie storiche del secolo XV e si adorna di squisite bellezze monumentali, rallegrandosi di una incantevole posizione topografica là dove la valle del Santerno si raccoglie come in un tranquillo recesso di frescura e di verde. Difficile inquantoché molti documenti i quali oggi potrebbero portare luce nelle nostre ricerche, furono distrutti durante l'incendio del palazzo baronale e del relativo archivio, per la violenza di Ramazzotto di Scaricalasino, condottiero d'arme di Clemente VIII, circa il 1529. (p. 24)
Seguitando sempre il cammino, in linea obliqua, rechiamoci a Dozza, il paese della Rocca Malvezzi, degli ottimi vigneti e dei secolari cipressi.
Purtroppo, di cipressi, pochi più sopravvivono, giacché quel tal senso di vandalismo larvato di pratica modernità che oggi impera, fatto, or son pochi anni, prevalere il concetto che quelli si dovessero atterrare per ricavarne legname. Onde quei rari che sono sopravvissuti restano taciti e pensosi, come pellegrini dispersi. Sembra, nella loro immobilità grave e malinconica, che pensino alla caducità delle cose e alla malvagità di questo piccolo essere che si chiama uomo; rievocano forse, ne' loro lunghi silenzi, le belle giornate trascorse insieme con i compagni abbattuti, quando splendeva più benigno il sole ed i rosignoli posavano volentieri il volo fra , per nidificare e per cantare ai lumi di luna.
Oggi pochissimi ne rimangono, e sono tristi e solitari. (pp. 42-43)
Le vicende politiche di questo piccolo paese non furono sempre liete. Esso fu disputato da molti capitani di ventura, i quali se ne impossessarono e lo tenevano quasi come un pegno finché il Papa non avesse loro corrisposte le paghe ch'essi reclamavano. (p. 120)
Castel S. Pietro giace [...] in una amenissima vallata, a piè di ridenti colline, sulla sinistra del Sillaro che l'accarezza colla frescura delle sue acque e gli sorride col luccichio delle ghiaie disperse sull'ampio letto fluviale. Poco o nulla nel paese permane di ciò che fu un tempo. Molte chiese furono soppresse: e del castello, nella sua primitiva costruzione, restano poche traccia, poi che furono demolite in gran parte le mura che lo cingevano, e demoliti alcuni dei torrioni che sorgevano agli angoli. Una pianta topografica del 1650, ora esistente nell'Archivio Municipale del paese, può dare un'idea dell'antico castello. (p. 123)
Sulla origine di Castel Guelfo si varie opinioni. L'una vorrebbe che tale nome fosse dato al luogo quando i Malvezzi, partigiani dei Pontefici, che eran capi di parte guelfa, avutene in enfiteusi le terre lungo il torrente Sellustra, abbellirono e crebbero di popolo e di fortificazioni questo castello.
L'altra opinione vorrebbe che i Guelfi, toccata ivi presso una grande sconfitta, si rifugiassero in certe foreste che allora esistevano, e fra esse costruissero il castello di cui parliamo.
Ma un documento dell'Archivio del Senato di Bologna attesta come il Comune di questa città nel 1207 facesse prender possesso delle terre di Medicina e di Castel Guelfo; mentre è provato che le fazioni guelfa e ghibellina non sorsero che nel 1238, ossia 51 anni più tardi di quella immissione. Cadono dunque i sostenitori di quelle due opinioni in un anacronismo di facile confutazione.
La più probabile è questa: che avendo il duca Guelfo – marito della contessa Matilde – e Guelfo suo nipote (seguaci di Alessandro III contro l'imperatore Federico) fortificati i luoghi prossimi a Medicina con castella e rocche e fossati, sia sorto, fra i paesi che nascevan dall'atto del fortificare, anche questo, il cui nome di Guelfo potrebbe essergli venuto o dalla volontà dei fondatori, o dalla gratitudine della popolazione. (pp. 139-140)
E andiamo ora a Bagnara, ch'io vorrei chiamare terra di sole. Non so: certe prime impressioni non si dimenticano. La prima volta che mi recai in questo paese estremo dell'imolese [...] era un pomeriggio d'estate, che le cicale strepitavano come non mai e le maravigliose campagne esalavano nell'afa opprimente come un grande ansioso sospiro vegetale, anelando forse a un poco di fresco. Quel piccolo paese tutto circondato da mura, come usava delle antiche castella, con un ingresso quanto mai pittoresco benché soffocato da due orribili case moderne che bisognerebbe atterrare, per togliere quella incomoda guardia al torrioncino medioevale di squisita eleganza [...], quel piccolo paese, tutto quieto in quell'ora di canicola e tutto pieno di sole sì da far sorgere la di un antico scrignetto ripieno di biondissimo oro, mi diede una impressione così dolce di pace e di malinconia, che anche oggi, tornandovi, sento la necessità di rievocare quella prima visita. (pp. 148-149)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026