Ritratto di Luigi Pulci
Filippino Lippi / Masaccio · Public domain

Frasi

Frasi di Luigi Pulci

44 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Le citazioni di Luigi Pulci raccolte in un'unica pagina: 44 frasi, divise per libro e argomento.

Luigi Pulci (poeta italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Luigi Pulci

Aspetta luogo e tempo alla vendetta, / ché non si fe' mai nulla bene in fretta. (da Morgante maggiore, canto XXII, ottava 108, vv. 7-8)

Le frottole – Citazioni

Recar tanto orpimento / per rimondar le ciglia, / ch'er' una maraviglia; / vetro sottile e poi / la pomice e' rasoi, / mollette da pelare, / pentolin' da serbare / certa materia e 'ntriso / per far lustrare el viso.
Per fare e denti netti / corallo e matton pesto, / gherofan, salvia, agresto / e corno di cervio arso / un sacco, e non è scarso; / romice, mèle e barba / di ramerin, che garba / con questo, ben tre bugne.
Ognun semina e ara / per ricôr van disio.
Se fussi savio ognuno, / sare' giustizia e fede.
Chi sta col becco aperto, / di vento è la 'mbeccata.
Fortuna è ordinata, / disordinato è l'uomo.
Io servo, perch'io temo, / né so dove m'arrivi, / ché ci è di gran cattivi / e chi ha del gran danno.
All'uom la continenzia / sta bene insin nel bosco.
I' non so quel ch'io sono, / ma so ben quel ch'io fui.
Non è giusto colui / ch'ogni cosa perdona.
Di sei cose mi fido / poco o nulla o di rado: / l'una è volta di dado, / vecchia prosperitate, / del nugol della state, / el verno del sereno, / e d'un'altra ancor meno: / fe' di cherica rasa. / La sesta c'è rimasa, / di lealtà di donna.

La giostra – Citazioni

E tutto il popol correva a vedere; / e fecion tutti inver mirabil' prove. / Non fu in Fiorenza mai simil piacere, / e ne godeva in ciel Marte con Giove. (XXVI)
De' Medici vi venne ardito e franco / Braccio, e mostrò quanto fussi gagliardo. (XXXIV)
E' mi parea sentir sonar Miseno, / quando in sul campo Lorenzo giugnea / sopra un caval che tremar fa il terreno; / e nel suo bel vexillo si vedea / di sopra un sole e poi l'arcobaleno, / dove a lettere d'oro si leggea: / «Le tems revient», che si può interpetrarsi / tornare il tempo e 'l secol rinnovarsi. (LXIV)
E oltr' a questo, il suo caval fellone / già cominciava a far la chirintana, / ch'ebbe al principio ogni reputazione, / oggi in sul campo diventò di zana; / e tanto fe' che ne portò il mellone, / perché e' parea di Burrato l'alfana, / e sbuffa e morde e traheva alla staffa, / e hor faceva il drago, hor la giraffa. (CXXIII)

Frasi da «Morgante»

È stata questa istoria, a quel ch'io veggio, / di Carlo, male intesa e scritta peggio. (I-4)
Il terzo, che è Morgante, assai più fero, / isveglie e pini e' faggi e' cerri e gli oppi, / e gettagli insin qui, questo è pur vero: / non posso far che d'ira non iscoppi. (I-26)
Tu m'hai di te sì fatto innamorare, / per mille alte eccellenzie che tu mostri, / ch'io me ne vengo, ove tu andrai, con teco, / e d'altra parte tu resti qui meco. (I-79)
Così sempre s'affanna il corpo e l'ombra / per quel peccato dell'antico pome: / io sto col libro in man qui il giorno e l'ombra, / tu colla spada tua tra l'elsa e 'l pome / cavalchi, e spesso sudi al sole e all'ombra; / ma di tornare a bomba è il fin del pome. (II-8)
Orlando, quando gliel vide provare, / disse: – Morgante, tu pari un bel fungo; / ma il gambo a quel cappello è troppo lungo. (II-9)
Chi ama assai, poco favella. (IV-82)
Alla mia vita non caddi ancor mai; / ma ogni cosa vuol cominciamento. (VII-68)
Di questo Orlando si doleva a morte, / dicendo: – Se Morgante mio ci fosse, / egli è tanto feroce e tanto forte / che fare' rovinar con poche scosse / il mondo, non che le mura o le porte; / a molti so faria le gote rosse. (IX-38)
E' si perdona per certo ogni offesa, / ma sempre pur nella memoria resta, / e così l'uno all'altro contrappesa. (X-96)
Era detto per nome Marcovaldo, / venuto delle parti di Murrocco, / di gran prodezza e di giudicio saldo; / ma per amor di lei pareva sciocco, / come chi sente l'amoroso caldo: / ché solea dare a tutti scaccorocco, / ma tanto il foco lavorava drento / che per costei perduto ha il sentimento. (XII-41)
Non ti doler delle cose passate: / que' che son morti, Iddio gli facci sani. / Vedrai ch'io l'uccidrò con le mie mani. / Tra pazzi e pazzo e bestie e bestia fia, / ché ci è ben di due gambe bestie ancora: / forse a qualcuna uscirà la pazzia. (XIII-57,58)
Orlando disse: – Tu mi pari or saggio, / ché quel che non puoi, vender vuoi don farne. (XV-50)
Il mio nome è Margutte; / ed ebbi voglia anco io d'esser gigante, / poi mi penti' quando al mezzo fu' giunto: / vedi che sette braccia sono appunto. (XVIII-113)
Rispose allor Margutte: – A dirtel tosto, / io non credo più al nero ch'a l'azzurro, / ma nel cappone, o lesso o vuogli arrosto; / e credo alcuna volta anco nel burro, / nella cervogia, e quando io n'ho, nel mosto, / e molto più nell'aspro che il mangurro; / ma sopra tutto nel buon vino ho fede, / e credo che sia salvo chi gli crede. (XVIII-115)
Or queste son tre virtù cardinale, / la gola e 'l culo e 'l dado, ch'io t'ho detto. (XVIII-132)
S'io ho fallato, perdonanza chieggio: / Quest'altra volta so ch'io farò peggio. (XIX, 100)
Ma non potea fuggir suo reo distino: / e' si scalzò, quando uccise il gran pesce; / era presso alla riva un granchiolino, / e morsegli il tallon; costui fuori esce: / vede che stato era un granchio marino; / non se ne cura, e questo duol pur cresce; / e cominciava con Orlando a ridere, / dicendo: – Un granchio m'ha voluto uccidere. (XX-50)
La casa cosa parea bretta e brutta, / vinta dal vento, e la natta e la notte / stilla le stelle, ch'a tetto era tutta; / del pane appena ne dètte ta' dotte; / pere avea pure e qualche fratta frutta, / e svina, e svena di botto una botte; / poscia per pesci lasche prese all'esca; / ma il letto allotta alla frasca fu fresca. (XXIII-47)
Uno spirto chiamato è Astarotte, / molto savio, terribil, molto fero; / questo si sta giù nelle infernal grotte: / non è spirto folletto, egli è più nero. (XXV-119)
Dico così che quella gente [gli antichi romani] crede,| adorando i pianeti, adorar bene; / e la giustizia sai così concede / al buon remunerazio, al tristo pene: / sì che non debbe disperar merzede / chi rettamente la sua legge tiene: / la mente è quella che vi salva e danna, / se la troppa ignoranzia non v'inganna. (XXV-236)
Sempre i giusti son primi i lacerati: / io non vo' ragionar più della fede, / ch'io me ne vo poi in bocca a questi frati / dove vanno anche spesso le lamprede, / e certi scioperon pinzocorati / rapportano: – Il tal disse, il tal non crede. (XXVIII-42)
Vostri argumenti e vostri sillogismi, / tanti maestri, tanti bacalari, / non faranno con loïca o soffismi / ch'alfin sien dolci i miei lupini amari; / e non si cercherà de' barbarismi, / ch'io troverrò ben testi che fien chiari: / per carità per sempre vi sia detto; / e non si dirà poi più del sonetto. (XXVIII-46)

Scheda del libro «Morgante»

Rotta di Babilonia – Citazioni

Io dissi ch'el Soldano mandato hauea / al re Gostanzo et scripto che uenisse / a uedere la giustitia che facea / ma come il messo par che comparisse / subito il Re la lettera leggea / entese quello che il traditore scripse / la lettera a Orlando pose in mano / dicendo questa ha scripto il tuo soldano.
Quando che tutto inteso il conte orlando / si uolse al Re Gostanzo sbigottito / et disse adio a te mi raccomando / uedi come il soldan m'ha qui tradito / aiuto in questo caso tadomando / rispose il Re e tu non harai seruito / a questa uolta ingrato Orlando mio / ch'io ti daro soccorso pel mio idio.

Sonetti

Costor che fan sì gran disputazione / dell'anima ond'ell'entri o ond'ell'esca, / o come il nocciuol si stia nella pesca, / hanno studiato in su 'n gran mellone. (I, 1-4)
In principio era buio, e buio fia. / Hai tu veduto, Benedetto Dei, / come sel beccon questi gabbadei, / che dicon ginocchion l'avemaria! / Tu riderai in capo della via, / ché tu vedrai le squadre de' romei / levarsi le gallozze e gli agnusdei / e tornare a cercar dell'osteria. (II, 1-8)
Dunque la Bibbia abbaia: / Lazzaro, e gli altri risuscitati, / chi ebri, chi epilenti, e chi alloppiati, / degli infermi sanati. (III, 15-18)

Dicono di Luigi Pulci

Ho sempre amato questo poema quattrocentesco , che è uno dei libri più sfrenatamente divertenti della nostra letteratura; un libraccio ridanciano, drammatico, gaglioffo, rissoso, plebeo e aristocratico, un divertimento e un capolavoro di calcolata dottrina.
Giorgio Manganelli

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026