Frasi
Frasi di Marcello Marchesi
595 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Qui trovi 595 frasi di Marcello Marchesi: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.
Marcello Marchesi (comico, sceneggiatore e regista italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Marcello Marchesi
A far ridere gli altri, non ci si arricchisce né moralmente né finanziariamente. Adesso vorrei soltanto capire gli altri e, attraverso loro, capire me stesso.
Ah, dimenticavo: ho un altro desiderio; mi piacerebbe non morire per vedere come va a finire.
Il passato si allunga, il futuro si accorcia, il presente si muove in un senso solo. Il calendario è puntato contro di te e ti spara raffiche di settimane che ti invecchiano a morte. Perché non provi a fare il complice di te stesso?
Più che altro, vado a capo ogni tanto. È un'abitudine che ho preso durante la guerra, quando mancava la carta, e scrivevo sul bordo bianco del giornale; per cui tutto, anche un indirizzo, assumeva l'aspetto di una poesia.
Presi dall'entusiasmo, riempimmo la sceneggiatura di tante battute che il pubblico non aveva il tempo di ridere: se rideva ne perdeva metà, una metà coprendo di risate le battute pari, l'altra metà le dispari.
Scrivo dalla mattina alla sera, ma non ho archivio. Mi illudo che i testi che non riesco a trovare siano piuttosto belli. Mi piace solo quello che farò.
Se ritardo di un paio di giorni succede la fine del mondo, se muoio non se ne accorge nessuno.
Sono sempre stato un uomo di destra, con dubbi. Sono per il progresso, ma un progresso paternalistico.
Con quella bocca può dire ciò che vuole. (Chlorodont: p. 558)
Contro il logorio della vita moderna. (amaro Cynar: p. 308)
Falqui: basta la parola! (confetto Falqui: p. 308)
Il signore sì che se ne intende. (brandy Stock 84: p. 569)
La Pasta Combattenti? Si mangia con la baionetta! (Pasta Combattenti: p. 569)
Non è vero che tutto fa brodo!!! (dado Lombardi: p. 308)
Vecchia Romagna etichetta nera, il brandy che crea un'atmosfera. (Vecchia Romagna: p. 557)
Citazioni tratte da canzoni – Che bell'età/Ah! Se avessi vent'anni di meno
Che bell'età, / la verde età, / col verbo amar / da coniugar / e addizionando il cuore mio con il tuo cuore, / un solo amore trovar. (da Che bell'età, lato A)
Che bell'età, / la mezza età, / tranquillità, / serenità. (da Che bell'età, lato A)
Citazioni tratte da canzoni – Bella tardona/Sono vivo
Si sentiva bella, si sentiva proprio su / però una frase l'ha buttata giù, giù, giù... / "Bella tardona-ona-ona, dove vai? / Bella pacioccona-ona-ona, cosa fai?" / Lei si fermò, / poi accelerò / e il suo viso rosso per la rabbia bruciò. (da Bella tardona, lato A)
Ma guarda un poco tu, / questa gioventù, / che critica, che sfotte e ti dà pure del tu! (da Bella tardona, lato A)
Diario futile di un signore di mezza età – Prefazione
Lo stesso tipo di cappello che porto io. Mi sta male, ma la gente non sa quanto mi stanno male gli altri. (p. 7)
La gioventù, prima o poi, finisce; la mezza età non finisce mai. (p. 8)
La vecchiaia non esiste. È una mezza età portata male. (p. 8)
Mi salvo sempre, grazie al mio istinto di conversazione. (p. 8)
Un uomo di mezza età allegro è meno ridicolo di un giovane col muso. (p. 8)
Futile? Strana parola. Mi fa venire in mente un fucile che spara a borotalco. A pensarci bene, un fucile così non ammazza nessuno e fa sorridere. Sì, sì, sono futile. (p. 8)
Cambierei di nuovo mestiere. Non c'è nulla che ringiovanisca di più. Un uomo privo di esperienza è sempre giovane... (p. 9)
Ogni nuovo libro danneggia quelli già usciti. Che rimorso, rubare un solo lettore ai classici. (p. 10)
I diari pesano, ricordare invecchia. (p. 10)
Diario futile di un signore di mezza età – Citazioni
C'è chi si sente giovane perché, in cinquant'anni, non ha combinato niente e c'è chi si sente giovane perché tutto quello che ha combinato l'ha dimenticato. È il caso mio. (p. 14)
Milano. Il Duomo gocciola verso l'alto. (p. 22)
A quarant'anni l'uomo fa il punto. A cinquant'anni fa la virgola, e con il punto e virgola può continuare, seppure faticosamente, il periodo delle sue riflessioni. (p. 24)
Certi paesi perdono per me tutto il loro fascino quando sento che sono stati raggiunti, con facilità, da gente che mi sta antipatica. (p. 24)
Quel tipo di mogli che sposano il portafogli. (p. 24)
Una vita idiota, tutti i giorni le stesse azioni, gli stessi incontri, le stesse facce. Eppure tiene un diario minuziosissimo. Per assicurarsi il suo alibi giornaliero. Non si sa mai. (p. 24)
Un episodio che mi fa amare Raimondo.
Bombardamento. Batteria contraerea inceppata. Tutti via per i campi, lunghi stesi fra le zolle a bocca sotto. Mentre l'inferno continua, Raimondo si alza, solleva una zolla meno dura delle altre, la soppesa, si guarda in giro e la getta con forza sull'elmetto di un artigliere, rannicchiato e tremante.
"Aiuto... sono stato colpito... mamma!"
Raimondo si distende vicino a lui.
"Non è niente. Sta' tranquillo, sono stato io. Ti ho tirato un po' di terra, sei contento? Di' la verità: sei contento che sia stato io? Pensa se era una scheggia. Allegro, era uno scherzo." (p. 27)
Non aveva la parola facile, ma il silenzio, oh! il silenzio lo aveva difficile. (p. 28)
La caratteristica dei giovani è trascurarsi. Il loro motto: "La salute dopo tutto." (p. 31)
Intransigente. Sbagliando si spara. (p. 34)
Stasera ho proprio voglia di andarmi a vedere un bel film di denuncia. Guarda un po' se ci sono film di denuncia in giro. No? Peccato, dovrò andare a vedere un film per divertirmi e basta. Uffa! (p. 35)
Datemi un punto d'appoggio e vi solleverò Edmondo de Amicis. (p. 35)
Un portacenere a forma di orologio. Tempo e fumo passano. (p. 35)
Fellini 8½: il posto delle fregole. (p. 37)
G. ancora oggi, prima di scrivere gli articoli per il suo giornale, si purga, poi prende la simpamina. A. G. Rossi diceva: "Non dovrebbe firmarli col suo nome ma così: fenilisopropilamina ß. Sarebbe più onesto." (p. 41)
Ipocrita: assisteva tutte le domeniche alle Sacre Finzioni. (p. 44)
Bisogna resistere alla tentazione di comprendere i giovani. Non vogliono essere capiti. Li umilia. Fingiamo di non capirli. L'unico modo per farsi sopportare da loro. (p. 44)
Abbiamo un nuovo ordine religioso: i cappuccini Hag. (p. 45)
Regola per la mezza età
Non parlare / non vedere / non sentire / e cercare / di far finta / di capire. (p. 46)
"Ah, io il giornale lo leggo a modo mio" dice il vecchietto. "La prima pagina la salto, il resto non m'interessa. Io leggo solo gli annunci funebri e gli spettacoli. Se è morto qualcuno che conosco vado al funerale, se non è morto nessuno vado al cinema." (p. 49)
Ed ecco Mina con quella faccia di bambola spaventata trovata in solaio. (p. 49)
Il successo fa scandalo. Lo scandalo fa successo. (p. 50)
Un caso pietoso commuove, due anche, tre deprimono, dieci amareggiano, cento scocciano, mille rallegrano gli scampati. (p. 51)
"La pubblicità è necessaria" dice F.M., pontefice delladvertising. "La gallina, quando ha fatto l'uovo, canta; l'anatra no. Nei negozi tutti chiedono uova di gallina, ma nessuno chiede uova di anatra. Chiaro?" (p. 51)
Oggi tutto non basta più. (p. 52)
Milano. Vivo in una città occupata da gente occupatissima. Camminano tutti svelti, guardano le donne solo dopo le nove di sera. Questa città si sveglia ogni giorno un minuto prima. Sta già vivendo il gennaio del 1965. Qui gli uomini di affari ti dicono le cose delicate in automobile, su quattro ruote che girano a cento all'ora, coi paracarri che passano veloci. I paracarri non hanno orecchi. In questa città la gente viene a sapere che è primavera dai manifesti: "È primavera, cambiate l'olio al motore." È l'unica città in cui ho sentito tossire gli uccellini. (p. 54)
Dodecafonico: improvvisa al pianoforte con estro e la fantasia di un grande accordatore. (p. 59)
La signora Colgate va a cambiarsi d'alito e torna subito. (p. 60)
Non c'è più tempo per scrivere gli auguri, né per rispondere. Andremo in giro con due timbri: uno di "auguri", e uno di "grazie, altrettanto". Incontrandoci, ci timbreremo. Poi ognuno a casa controlla. Se ha dimenticato qualcuno, al prossimo incontro lo timbrerà. (p. 61)
Burocrazia: bolli, sempre bolli, fortissimamente bolli. (p. 62)
"Lei è di destra o di sinistra?"
"Sono troppo vecchio per essere di sinistra e troppo giovane per essere di destra."
"Allora?"
"Centro-frivolo." (p. 63)
L'utilitaria si fermò all'angolo. Partorì un passeggero e ripartì. (p. 63)
Le calze da uomo muoiono per consunzione, quelle da donna per un incidente. (p. 67)
Un po' di pane e un po' di salame dentro, nella vetrinetta del bar. Per un romano è una pagnottella, per un milanese è un "sànguis". Per un dongiovanni è un panino gravido. Per un giovanotto è un toast e per una ragazza è una tartina. Per un borghese sposato è un panino imbottito. Per un purista è un tramezzino, per un nostalgico è un tra i due, per il padrone del bar è un club sandwich. Ma sempre pane e salame è. (p. 67)
Quella signora grassa mangia sei volte al giorno per mantenere la linea. La linea cotica. (p. 68)
L'unica consolazione della vecchiaia è che hai tante cose da raccontare. Se trovi chi te le ascolta. (p. 74)
Non è un tipo aperto, non è nemmeno un tipo chiuso; è un tipo socchiuso. Attenti agli spifferi. (p. 74)
La sua figura di poeta naneggia in tutta la sua pochezza nel panorama della poesia contemporanea. (p. 75)
Si nutre / di carta stampata / produce / qualche idea / risaputa. (p. 75)
Mangiare è un diritto, digerire è un dovere. (p. 81)
I registi da piccoli guardano attraverso i buchi delle serrature. (p. 81)
Sammy Davis: un grillo con la lingua rossa. (p. 83)
È chiaro che non ha figli. Giudica i giovani per quello che sono: tutti figli degli altri. (p. 88)
Il cellophane cadaverizza il pane, il frigidaire rincretinisce i cibi, l'aria condizionata frolla gli uomini. (p. 92)
È uno scrittore in stato interessante. Aspetta un romanzo. (p. 94)
Questa è l'epoca delle materie di nuovo tipo. L'epoca della plastica. Memoria di plastica, classe di plastica, raccomandato di plastica. Sembra pesante è leggera, sembra cedevole è resistentissima. Insomma è l'epoca di tutto ciò che sembra ma non è. (p. 96)
Domenica. Le cambiali in sosta, l'accertatore delle tasse alla partita. I creditori, fuori, nelle loro ville. Le amanti presso i mariti. Sfratti e sequestri, come tutto il resto, al lunedì. Benedetto giorno del Signore. (p. 97)
Night
Buone ragazze / di cattiva famiglia / con cattivi ragazzi / di buona famiglia. (p. 101)
Rumori che ci perdiamo in città. Il tac di una pera che cade, il porcogiuda del contadino colpito dalla pera. (p. 103)
Piange di fronte, sorride di profilo: è una donna che si conosce bene. (p. 103)
Concilio: una nevicata di vescovi. (p. 163)
La gente "bene" / sui giornali viene / solo per ragioni / di tre sorte: / nascita / matrimonio / morte. (p. 107)
Parole, come gocce di sangue simpatico, scompaiono asciugandosi e tornano al calore di un sentimento in fiamme. (p. 109)
Collaborazione. Io l'insulto. Tu lo tieni, lui gli mena, noi aiutiamo e voi guardate se essi arrivano. (p. 109)
Balera
Ragazze buone / ragazze belle / con l'odore / di minestrone / sotto le ascelle. (p. 109)
Ho la febbre. È come una sbronza. (p. 110)
Non lava, non frulla, non lucida, non stira, non aspira, non refrigera, non riscalda, non depura, non umidifica, e pure è l'elettrodomestico più diffuso. I palazzi hanno i capelli dritti. Sono le antenne del più inutile degli elettrodomestici: il televisore. (p. 111)
Io quando lavoro mi annoio anche se è divertente. È la parola lavoro che mi uggia. Sono capace di divertirmi con un hobby noioso, purché sia un hobby. (p. 112)
Medioevo
Fra pestilenze / prepotenze / crociate / e santa Inquisizione / si era vivi / per combinazione. (p. 113)
La decadenza del decadente è una frana. (p. 120)
Pieno di vitalità e di malattie. È un sano immaginario. (p. 124)
Ama la semplicità. Se gli chiedi: "Come stai?" risponde: "Se stessi bene, come sto male, starei benissimo." (p. 125)
Quando c'è la salute c'è tutto. Quando non c'è la salute c'è lutto. (p. 129)
"Mi sono vendicato. Ho usato il sistema della dolcezza."
"Bravo."
"Sì, gli ho messo lo zucchero nel serbatoio della benzina." (p. 133)
Sindacalista: il cavilliere del lavoro. (p. 137)
Chiacchierone: dategli una pillola antifacondativa. (p. 138)
Famiglia del Sud. Basta spostare un mobile, che viene fuori un ragazzino. (p. 139)
"A San Rossore" dice Giancarlo "si è svolto il 'Congresso dei timidi'. Ma, per timore, non si è presentato nessuno." (p. 139)
Il dottor Divago – Essere o benessere
Quando il benessere bussa alle porte poveri e onesti tenetevi forti. (p. 27)
Paradiso per industriali
I cavalieri del lavoro / giunti in quel luogo / diventano / cavalieri del riposo / e giocano / a bocce, contenti, / con le teste / dei loro concorrenti. (p. 27)
Proprietario triste
Sono padrone di duecento cessi / forse duecentoventi, / con annessi / alcuni appartamenti. (p. 28)
L'allenamento
È un industriale / della stretta di mano. / Produce / 10.000 / strette di mano al giorno / su per giù. / A casa si allena / con la / servitù. (p. 29)
Pianificazione
Inverno a Montecarlo. / Estate alle Bahamas. / Autunno in Scozia. / Primavera a Capri... / L'anno è sistemato. / La coscienza no. (p. 30)
Essere o benessere? / Questo è il problema. (p. 31)
Il dottor Divago – Il sadico del villaggio
I cari istinti
Cari istinti / sempre vivi / mai sopiti / vi fate ricordare da soli / con un morso alle reni / un lampo nella rètina / un formicolìo / al punto giusto. // Cari, cari, cari istinti / non mi abbandonate / per carità di un uomo. (pp. 33-34)
Anche i vermi ricordano / ma io non ho memoria. / Dice che, sollecitandoli / con scosse elettriche / scelgano, nei tubi di vetro, / una strada piuttosto che un'altra. / Anche i vermi ricordano / io niente / non ho memoria di me. (p. 35)
Oggi è rimasto eguale / solo il mare. / Non può invecchiare / né incanutire / non ha rughe il mare / né assume quell'aria / da fico sfatto, mai. / È giovane come al tempo di Ulisse. (pp. 35-36)
Devo
Devo fare una cura di calcio / imparare cioè / cos'è / e cercare di capire i segreti / del Campionato / o sarò radiato / dalla vita incivile. (p. 36)
È così bello mettere / la salute dopo tutto. (p. 39)
Missionario laico
Va ad insegnare / l'empietà ai negri / convertiti da un povero frate. / Ha con sé / "La Storia / delle Grandi Bestemmie / Illustrate" / in fascicoli / e a rate. (p. 41)
Allegretto
I teschi ridono / sempre. // Sentono ancora / il solletico / dei vermi. (pp. 42-43)
La torre di Pisa
Voglio preoccuparmi / della torre di Pisa / intensamente / voglio farmene una croce / una manìa / starò lì a sostenerla / con una mano / come nei vecchi fotomontaggi. / Tempesterò sui giornali / farò cortei da solo / avrò uno scopo nella vita / finalmente / e la gente esclamerà / alla mia morte / "Ecco uno / che non poteva vedere / le cose storte. (p. 44)
Minaccia
Ti strappo le unghie / e ti faccio / battere a macchina / un capitolo / dei "Promessi Sposi". (pp. 44-45)
Catttttivo
Legge trattati / di chirurgia / immaginando / tutto / senza anestesia. (pp. 45)
A l'unico amico
Vieni a trovarmi / se puoi / fra un taxi e una telefonata / un contratto / e un'arrabbiatura / tra un giornale e una preghiera / tra un film e un aperitivo / vieni a trovarmi / finché son vivo / una mattina / una sera / scambiamoci un sacco / d'idee sbagliate // invecchiamo un'ora insieme (p. 52)
Il dottor Divago – L'osso sacro
Qui / non c'è niente di sacro / tranne l'osso / dove si prendono i calci. (p. 54)
Stagione alta
Nella Chiesa / di Cattolica / atmosfera balneare / fino a un metro dall'altare. / Donne in pantoloni, / uomini in shorts, / Cristo in slip. (p. 54)
Orgoglio missionario
Ci ho messo tutta la vita / ma ora / cento negri al giorno / d'acqua lustrale aspergo. / Tutt'intorno, / nella giungla convertita, / risuona il tam tam... / tum ergo. (p. 56)
Il pavone si pavoneggia / la cutrettola scutrettola / la cingallegra / si finge allegra / ma si piange l'anima. (p. 58)
Non parliamo dell'ippopotamo. / Se io fossi / l'ippopotamo bestemmierei. / Ma che si tratta così / una creatura? (pp. 59-60)
Consolati / pensando a questo qua: / la foca non l'ha finita / e il pinguino / l'ha lasciato a metà. (p. 60)
Disfunzione religiosa
È un turbamento della psiche / mai capitato finora: / ha gettato la tonaca alle ortiche... / è diventato suora. (pp. 60-61)
Il dottor Divago – Il "Chi sarebbe?" Definizionario delle celebrità
. Chi non muore si risiede. (p. 62)
. Non è una miniera, è un magazzino. (p. 62)
. Dio me l'ha data, guai a chi non me la tocca. (p. 62)
. La psicanalisi delle urine. (p. 63)
. La Coscienza di Zero. (p. 63)
. Tutto è perduto, fuorché l'ospite d'onore. (p. 63)
. Il ragazzo della Via Bluff. (p. 64)
. Come la lana: pura, vergine e pettinata. (p. 64)
. L'impiccione viaggiatore. (p. 64)
. Dài a Cesare quel che è di Cesare. (pp. 64-65)
. La pietra di Pappagone della cultura italiana. (p. 65)
. Il Gioco del Lotto e mezzo. (p. 65)
. Molière elevato a Cuba. (pp. 65-66)
. Via col vanto. (p. 66)
. Una picassata alla siciliana. (pp. 66-67)
. L'allenatore in scarica. (p. 67)
. John Wayne andato a male. (p. 67)
. Un impermeabile vestito da uomo. (pp. 67-68)
. Il petto atlantico. (p. 68)
. Il Toulouse-Lautrec della Brutta Époque. (p. 68)
. L'ostile è l'uomo. (p. 68)
. La penna montata. (p. 68)
. Marlon Blando. (p. 68)
. La Venere di Ergas. (p. 69)
. L'Italia dei Luoghi Comuni. (p. 69)
. L'amaro Gambarotta. (p. 69)
. Il Dottor Divago. (p. 69)
. Le Confusioni di un Ottuagenario. (p. 69)
. Coca Cola di Rienzo. (pp. 69-70)
. Il Conte Rosso. (p. 70)
. Mi spezzo ma non mi spiego. (p. 70)
. Il pallore gonfiato. (pp. 70-71)
. La Divina Commenda. (p. 71)
. Voltaire a sinistra. (p. 71)
. Il pallone di Achille. (p. 71)
. Non ha idee ma le sa scrivere. (pp. 71-72)
. L'acuto ottuso. (p. 72)
. L'ape regìa. (p. 72)
. Una matta che si crede Monica Vitti. (p. 72)
. L'ottimista di Stato. (p. 72)
Il dottor Divago – Gente
Dio ti fa / e poi ti dà / la forza di sopportarti. / Bisogna vedere / se ti sopportano / gli altri. (p. 73)
Biografia
Tra i venti / e i sessant'anni / l'uomo si rade / venti metri abbondanti / di barba. // Lui ventuno. // Questa è la storia / della sua vita. (p. 73)
Il solitario
Mi piace / di più / giocare a carte / che andare a donne / anche perché / qualche volta / il solitario / riesce. (p. 78)
La noia di Moravia
Di scene d'amore / quante ce ne ha messe! / È diventato ormai / un autore / di pubico interesse. (pp. 78-79)
Longanesi
Mi sentivo qualcuno / quando / mi ascoltava. (p. 79)
Il dottor Divago – I coorbitanti
Italia
Il bel Paese là / dove il sì suona / suona, suona, suona / fino a romperti l'anima. // È uno stivale / pieno di gente / troppo intelligente. // È la terra / dei geni / troppo compresi' / dove / bisogna incoraggiare / lo scoraggiamento. (p. 80)
Per Bacchelli
È uno di quelli / che, in una certa maniera, / hanno raggiunto / l'adipe della carriera. (p. 81)
Paparazzo
Di intelligente / non brilla in te / che l'obiettivo / della tua macchina / giapponese. (p. 84)
Moralista
Compra i libri / per strapparne / le pagine oscene. / Gli costa un po' / ma gli fa bene. (p. 84)
Critico
Nel libro ci fa un tassello / come ai cocomeri / se è rosso dice che è bello / senza assaggiarlo. (p. 84)
Il dramma del tecnico
Capire il tubo / e non capire / altro. (p. 85)
Ateo
Uno / che crede / nell'al di qua. (p. 85)
Sensibile
Sulla scala mobile / si sente inseguita / dagli scalini. (p. 86)
La differenza è tutta lì / tra chi beve il grappino / e chi il cappuccino / alle sette del mattino. (pp. 88-89)
Il dottor Divago – I lamenti
Lacrima tristi
Ho il pianto facile / la lacrima sciolta. / Se una cipolla / fa lo spogliarello / piango a ruscello. / Se il raffreddore / s'incoccia in sinusite / piango come una vite / o un vitello. / E se c'è troppo fumo / in lacrime mi consumo. / Piango quando sbadiglio, / piango / dal gran ridere, / ma non piango mai / per piangere. (p. 92)
Matti a Mauthausen
Per errore / restò chiuso / quella volta / nella nostra camera a gas / uno delle SS. / Morimmo ridendo. (p. 93)
Il debito
Gli pagai il debito / come d'accordo / venendogli in sogno / ogni venerdì / e dandogli tre numeri al lotto. / Sei rate / sei sogni / più un sogno d'interessi. (p. 99)
Pura
L'amavo / ma morii pura. / Poi, / per stabilire / una colpevolezza / non mia, / mi tolsero la purezza / durante l'autopsia. (p. 104)
Il dottor Divago – Sancta Publicitas. 100 flores sententiarum
. Brevi nanu. (p. 105)
. Cicero pro domo . (p. 105)
. Fiat dux! (p. 106)
. Si vis pacem / lupara bellum | per omnia sicula / siculorum. Amen (p. 108)
. Lapsus talami. (pp. 109-110)
. Herrera inhumanum est.' Perseverare in Herrera diabolicum. (p. 110)
. In dubiis pro rodeo. (p. 110)
. Quo Vadim? (p. 111)
. Noli tangere. (p. 111)
. Honoris pausa. (pp. 111-112)
. Post "fatta" resurgo. (p. 112)
. In hoc Cinesinho vinces. (p. 112)
. Nobel esse oblige. (p. 114)
. Homo condomini lupus. (p. 115)
Il dottor Divago – Mezza età
un signore / di mezza età / l'altra mezza / non si sa... (p. 117)
Bollettino
Ritirata / su tutta la fronte / dei pochi capelli / ribelli / alla dittatura / del generale Tempo. (p. 117)
Lo sbaglio
È sbagliato / raccontar le favole / ai bambini per ingannarli, / bisogna / raccontarle ai grandi / per consolarli. (p. 119)
Infarto allo stadio
Come mai un goal / può aver avuto per lui / più effetto del suicidio / del figlio / e della fuga della moglie? / La palla entrò / nella porta della sua squadra / e nel suo cuore / contemporaneamente. (p. 120)
Nel bosco
Oh! dorato deserto / della gioventù. / Nel bosco fitto / dei ricordi / invecchio / e li ho piantati io / questi alberi. (p. 123)
Complici
Il bimbo è basso / è curvo il vecchio / e vanno a spasso / parlandosi all'orecchio. (p. 123)
Si nasce / per far guerra alla morte / ed esserne sconfitti. / Da giovani / il nemico è lontano / muoiono quelli più avanti. / Oh bellezza / delle retrovie! / Qualche tiro lungo / uccide un giovanissimo, qua e là / ma pochi / e tu procedi, giochi, / vivi, ami e dimentichi / la battaglia che non ci sarà. / Poi / la morte aggiusta il tiro. / Te ne accorgi / quando colpisce / o i tuoi amici in giro / o qualche scheggia di malattia / ti scalfisce. / Poi tocca a te. / Prima di morire / si passa la bandiera ai figli. / Ma anche loro / non vinceranno. (pp. 125-126)
A tavola si invecchia
Mi colpiscono / di una donna / le stesse parti del pollo: / coscia, petto, collo... (pp. 127-128)
Mi sento superfluo / ma non inutile / futile / ma necessario / almeno come termine / di paragone / del meno... (p. 128)
Mangio un caffelatte, / mi verso un film / negli occhi / e vado a letto / ma prima / mi faccio la barba / per rispetto / al cuscino. (p. 129)
Oggi mi fa male / uno schiaffo / morale / di tre anni fa. (pp. 132-133)
Non ho bisogno / di entrare in orbita / per essere un uomo / senza peso. (p. 133)
Il dottor Divago – Dìtteri sui dàtteri
Progresso
Bella / la vita di adesso: / si vive più a lungo / si muore più spesso. (p. 134)
Processo
Condannato il Questore / per "oltraggio / alla mancanza / di pudore". (p. 134)
Pigrizia
Alzarsi presto / perché? / Per essere il primo / a vedere / i bidoni dell'immondizia? (p. 135)
Nella notte
Suonò la sveglia / erano / le due di notte. / Commiserai il poveretto / che avrebbe dovuto / lasciare il letto. / Ero io. (pp. 135-136)
Vocazione
Divenne scrittore / durante / la luna di miele. / Non sapeva / che fare. (p. 136)
Ricetta
Disossate / la verità / per cucinarla / meglio. (p. 137)
Non si scappa
La lussuria / si sconta / col matrimonio / e con la solitudine. (pp. 137-138)
Moglie gelosa di grande avvocato
Se ti ammazzo / mi difendi? (p. 138)
Supertimido
Affogò / perché si vergognava / a gridare / aiuto. (p. 138)
Padre di famiglia
Diviso / tra il piacere / della casa / e la casa / del piacere. (p. 140)
Prudente
Non salirò / mai / su una macchina / guidata / da me. (pp. 141-142)
Lunga la fila, / stretta la via, / fece un sorpasso / e... così sia. (p. 142)
Lapide consolante
Uomo retto. / Dopo una vita / lineare / morto in curva. (p. 142)
Mediocre
Solo al suo funerale / riuscì / ad essere / primo. (p. 143)
Promesse
Se lei viene / al mio funerale / io verrò al suo. (p. 143)
Congedo
Pescare l'ostrica / sperando nella perla. / Aprire l'ostrica / restando come un pirla. / Gettare l'ostrica / e dentro il mar riporla. / Questa è la vita / del pescator... (p. 143)
Il dottor Divago – Ballate sballate e comunicazioni spirituali
Poco e niente
Chi si diverte / con niente / ha fantasia. // Chi si diverte / con poco / è fesso. (pp. 145-146)
Neodivismo
Divinizziamo / i mediocri / potremo sempre / sostituirli noi stessi. (p. 146)
C'è padre e padre
Il sacerdozio / è padre / dei novizi. (p. 148)
Un manuale di pubblicità / anche fra i più noti / è una raccolta di istruzioni / ai cretini / per convincere gli idioti? (p. 153)
Noi faremo di tutti / uomini donne giovanotti / un popolo di contenitori / di prodotti. (p. 155)
I colti sono pochi / i paracolti / molti. (p. 159)
È provato
Il fantasma / di una bambola / è ancora / una bambola. (p. 160)
Non puoi
Non puoi permetterti / di annoiarti. / Non sei intelligente / abbastanza. (p. 161)
Non mi tenta
Potere / è godere. / Ma non mi tenta. / Chi gode / non si contenta. (p. 163)
Il clistere rompe il digiuno? (p. 163)
Posso usare qualche artificio / per essere gradevole / al mio fidanzato? / Solo dentifricio. (p. 164)
Ho al mio passato / quaranta anni di peccati / ne vorrei altri quaranta / per rimediarli. (p. 164)
La catena di sant'Antonio? / Un esempio di cretinismo religioso. (p. 165)
La via del peccato è in discesa. (p. 166)
Quanto dolore / cani vivisezionati / interrogatori / investimenti / rivoluzioni / esecuzioni / una mano nell'ingranaggio / un parto cesareo / un naufragio... / Questo / grida il giornale / al mattino / sul comodino / odoroso / di stampa e sangue. (p. 167)
Fa male / leggere il giornale / a tavola. / Finisce che uno non bada / a quel che mangia / mentre legge / le disgrazie della strada. / Mormora "poveretti" / e si asciuga una lacrima / con una forchettata / di spaghetti. (pp. 167-168)
Il dottor Divago – 100 neoproverbi
L'uomo propone e Dio indispone. (p. 169)
Chi troppo vuole firma cambiali. (p. 169)
Chi non lavora si arrangia. (p. 169)
Chi lascia il «Viareggio» per lo «Strega» del «Marzotto» se ne frega. (p. 169)
Malcostume / grande gaudio. (p. 169)
Querelando si para. (p. 169)
Non c'è lue senza re. (p. 169)
Chi tardi arriva male parcheggia. (p. 169)
Chi rompe paga. Chi corrompe paga di meno. (p. 170)
Dimmi con chi vai e ti dirò se vengo anch'io. (p. 170)
Allora che un vigile / si toglie i guanti / quella è una multa / non ci son santi. (p. 170)
La cultura a dispense dispensa dalla cultura. (p. 170)
Una mano lava l'altra / e tutte e due rubano / l'asciugamano. (p. 170)
A chi ti dà uno schiaffo porgi la guancia di un altro. (p. 170)
Quando c'è la salute c'è rutto. (p. 171)
Al contadino / non far sapere / quanto in città / costano le pere. (p. 171)
Quando piove chiunque vale un ombrello. (p. 171)
Impara l'arte, mettila da parte e fatti raccomandare. (p. 171)
Chi va con lo zoppo impara il twist. (p. 171)
Si dice il peculato ma non il peculatore. (p. 171)
Le bugie hanno le gambe corte ma vanno in automobile. (p. 172)
I poveri hanno preoccupazioni, i ricchi hanno problemi. (p. 172)
Gallina vecchia fa la plastica. (p. 172)
Nessuna nuora / buona nuora. (p. 172)
Dicono di Marcello Marchesi
Con tutti questi titoli, Marchesi avrebbe potuto darsi delle arie, e invece era un uomo semplicissimo, sempre pronto all'accoglienza di giovani autori e alla ricerca di continue novità. Il suo motto era: dite dite, sparate anche cazzate, in fondo qualcosa resterà.
Dietro la telecamera, da autore puro, il suo polimorfismo linguistico si traduceva in un'opera omerica. Una decina di libri; una cinquantina di sceneggiature cinematografiche (tra cui il primo film comico italiano, Imputato alzatevi! con Macario, anno 1939); una trentina di spettacoli di rivista, innumerevoli testi di canzoni (Bellezze in bicicletta), una quattrocentina di caroselli («Il signore sì che se ne intende», o «Falqui, basta la parola!», o «Anche le formiche nel loro piccolo s'incazzano» sono roba sua, per dire): tutti distillati di un'ironia indelebile.
È quasi incredibile, ripensandoci, che un uomo abbia potuto essere, in una vita non lunghissima, tante cose insieme. Uomo di penna e uomo di spettacolo, inventore di caroselli e "signore di mezza età", cesellatore di battute e benevolo fustigatore dei costumi.
Era il Mark Twain italiano, un satiro sottotraccia. E, al di là del paletot stazzonato, dagli occhialoni, del baffo finto (citazione questa, da Groucho Marx, il suo surrealista di riferimento) che lo rendevano un livido «signore di mezz'età», Marcello Marchesi possedeva la telegenia dell'intelligenza.
Gli umoristi da noi non hanno mai avuto fortuna. Non che non ce ne siano. Ce ne sono, ma si contano sulle dita d'una mano: mosche bianche in uno sciame di mosche nere, e pecore nere in un gregge di pecore bianche.
Uno dei più fecondi è Marcello Marchesi.
Del grande umorista ha la sagacia psicologica, l'indulgenza e la malinconia, soprattutto la malinconia.
Ha l'agilità, l'entusiasmo, la verve d'un ventenne. È sempre pronto a far brigata, spettacolo, bisboccia. Come animatore non ha rivali: surclassa persino Walter Chiari, che gli deve i più bei testi del suo repertorio e i suoi successi più clamorosi.
Intanto che si parlava era scappato a Marchesi un neologismo che non avevo mai udito prima di quel momento. Marcello aveva detto: "Perché, vedi, io sono un battutista". Poi si era corretto, peggiorando la situazione e aveva detto: "Io sono un battutaro, uno sloganaro". Mi crucciava il suo autolesionismo; mi dispiaceva che Marcello cacciasse se stesso nella buca di chi sforna soltanto battute...
Leo Longanesi che amava Marcello Marchesi rabbiosamente per lo spreco che faceva del suo talento, quando lo incontrava, gli diceva: "Devo fare una telefonata, mi dai un gettone di intelligenza?". E un giorno mi ordinò un epitaffio per lui. Eccolo: "Qui giace un nessuno — che se avesse voluto — avrebbe potuto diventare — Marcello Marchesi —. Purtroppo o per fortuna — non lo seppe mai —. Come tutti i geni — era un cretino".
Marchesi diceva di sé stesso (col gusto dell'autoflagellazionne tipico dei veri umoristi) di essere un battutista, un battutaro (lo diceva alla romanesca). Così come per un altro grande battutista (Ennio Flaiano) il problema di Marchesi è stata la dispersione del talento in molte (troppe) attività: cinema, tv, pubblicità, teatro, radio, giornalismo...
Marchesi usava le parole come giocattoli, è stato uno dei più grandi umoristi italiani, umorista e non comico, solleticava il cervello e mai la pancia. I tasti della sua Olivetti ogni tanto non rispondevano agli ordini dei polpastrelli, le lettere macchiate di inchiostro nero saltavano sul foglio inserito nel rullo, per Marchesi erano come formiche impazzite, ebbe l'intuizione, «anche le formiche nel loro piccolo si incazzano», formula utilizzata e data alle stampe, nei secoli a venire, da Gino e Michele. Dormiva pochissimo, Marchesi, tre ore per notte, il resto era occupato da pensieri e parole, da appunti, telefonate, dialoghi con amici e sodali, il silenzio notturno stimolava riflessione e ilarità, «siamo nati per soffrire e ci riusciamo benissimo» fu una delle sue frasi migliori.
Parlare di Marcello Marchesi è una cosa entusiasmante perché raramente un personaggio è stato così ricco di qualità professionali, così capace di spaziare in ogni campo dello spettacolo.
Per circa vent'anni, fino alla morte tragica per un banale incidente sulla spiaggia, avvenuta nel 1978, Marcello Marchesi fu il prolifico autore di slogan, ispiratore di marchi e di campagne, sceneggiatore di Caroselli. Il nerboruto eroe o atleta, che scolpiva la parola Plasmon alla fine del Carosello, nacque da un'idea di questo umorista prestato alla pubblicità.
Sento dire in questi giorni, che Marcello Marchesi è stato il Campanile dei poveri. E ciò, oltre che sciocco, è crudele. Comunque, non c'entra. Più esatto, anche se paradossale, sarebbe: Marchesi è stato il Campanile dei ricchi. Ma, di nuovo, non c'entra affatto lo stereotipo della ricchezza. Intendo ricchi non di denaro, di altre cose: di amici, solerti e un po' distratti, di amiche, belle (addirittura dalla carnalità inscenata, tipo varietà vecchia maniera), di benessere, nel senso di ottimo livello domestico più che di libretto bancario, di capacità frettolosamente mondane, di contatti anche effimeri, soprattutto di una sottile disperazione urbana.
Un buffo omino vestito tutto di nero, con un paio di grossi baffi, un paio di grandi occhiali, un cappello piatto calcato in testa. Una figura anomala nel mondo dello spettacolo, figuriamoci in quello della tv anni Sessanta. Eppure Marcello Marchesi seppe conquistare il cuore degli italiani con un umorismo così poco italiano, tutto fatto di calembour, giochi di parole, situazioni assurde, battute caustiche e talvolta anche irritanti.
Ma il Signore di mezza età ha fatto ben altro. Non si è limitato a ricordare il passato, ha anticipato il futuro. Nel senso che ha creato una parte del linguaggio dei più giovani. Sono stati i giovani ad adottare le definizioni di "matusa" o "semifreddo". Marcello Marchesi, nonostante i baffi posticci e gli occhiali esagerati o proprio grazie ad essi, si rivelò non più persuasore occulto, ma confidente esplicito, quasi direttore di coscienza.
Marcello Marchesi è uno di quegli italiani che ha conciliato Milano e Roma, non patendone l'antiteticità, ma, anzi, alimentandosene.
si avverte il sospetto, se non la certezza che Marcello Marchesi sia stato il suggeritore occulto di buona parte della nostra vita di teledipendenti.
Che capacità geniale era, la sua, di avvertire nel suono delle parole l'eco di un significato più grande che è lì, sospeso nell'aria, e di rivelarcelo!
Chi era Marcello Marchesi? Certo l'umorista più citato d'Italia magari senza essere nominato, le cui battute sono spesso diventate patrimonio popolare e i cui libri sono saccheggiati da tutti, dagli umoristi alle prime armi agli spiritosi da salotto, dalle stelle del cabaret agli autori radiotelevisivi più affermati, scrittori umoristici italiani di questo secolo di cui però sono proprio pochi a ricordarsi, quattordici anni dopo, forse perché, come diceva spesso, in Italia "umoristico" è un aggettivo squalificativo; ma è solo questione di tempo: altri suoi colleghi altrettanto illustri ma scomparsi prima di lui solo recentemente hanno avuto la loro riabilitazione, da Campanile a Longanesi, da Guareschi a Flaiano, mentre Manzoni e Mosca aspettano ancora.
Ecco perché di Marcello Marchesi, annegato quattordici anni fa nel bel mare di luglio, che ho frequentato da amico intimo per meno di dieci anni ma sul quale potrei scrivere per mesi, torno a dire che è stato imprevedibile fino alla fine, chiudendo il grande spettacolo per sé e per gli altri che è stata la sua vita secondo il suo stile: con un colpo di scena da sorprendere tutti, sia chi lo conosceva bene, sia chi pensava di sapere chi fosse, sia chi di lui s'era solo fatta un'idea dalla tivù, dalla radio, dai libri, dalle riviste, dalle battute del personaggio che sembrava essere.
Ma soprattutto, per chi l'ha incontrato, Marcello Marchesi era un generoso: nessuno ha bussato alla sua porta, al suo portafoglio come alla sua genialità, alla sua esperienza come al suo tempo, senza ricevere gratuitamente. Dal grande al piccolo, dall'oscuro all'illustre, dal più squallido aspirante professionista al divo, chiunque l'abbia accostato gli deve qualcosa. Ma era anche un umile, che si abbatteva per l'ingiustizia di una critica malevola o faziosa o stupida, che si commuoveva per un riconoscimento ampiamente dovutogli, che si stupiva e commuoveva dell'amicizia di tanti che così naturalmente e continuamente gli nasceva intorno.
Nell'entusiastica e forse eccessiva rivalutazione della comicità di Totò in questi ultimi tempi, dovuta – credo – in gran parte anche alla martellante divulgazione che ne fa la tivù riproponendone spessissimo quei film, si disserta e disquisisce sempre della genialità del principe De Curtis, dimenticando che per lui lavoravano abili artigiani della risata – e qualcosa di più – del calibro appunto di Marchesi e Metz. Un milanese e un romano che, all'indubbia, istintiva originalità del grande clown napoletano, sapevano fornire sceneggiature di ferro, inattese situazioni adatte a scatenarne tutto l'estro, abili diversioni della storia per inserire e valorizzare le performances più classiche e i pezzi di repertorio più sicuri di anni di palcoscenico.
Che dire ancora di Marcello Marchesi... Resta una pietra miliare di chi scrive di spettacolo, a tutti i livelli, e nello specifico di chi lo fa cercando di ottenere la cosa più difficile in assoluto: far ridere la gente. Ci ha regalato una quantità spropositata di idee, battute, intuizioni, trame, calembour... Ci ha insegnato che ci si può misurare in diversi campi e su diversi piani, con lo stesso impegno e risultati comparabili. Ci ha confermato che quando si lavora per il pubblico – sia esso di lettori, o in teatro, al cinema, in – occorre rispettarlo e rispettarsi.
D'altra parte la sua materializzazione in TV per noi è legata all'originale prima serata del Signore di mezza età, varietà ovviamente datato 1963. Lui aveva poco più di cinquant'anni, noi solo tredici, età che allora non era già adolescenza ma ancora una specie d'infanzia. Eppure quell'omino tutto vestito di nero, così anomalo per essere un milanese, di certo troppo milanese per essere romano, ci colpì subito in TV , tanto che ce lo ricordiamo ancora adesso, con quella sua presenza quasi spiazzante nella pur geniale palude del piccolo schermo di quegli anni.
Marcello Marchesi ha il pregio di essere tra i rari esempi di cultura collettiva e trasversale, quella che fa l'ossatura di un popolo e di un paese. Piaccia o no, anche il comico, inteso come genere, partecipa e rafforza questo processo di maturazione. Abbiamo utilizzato il termine cultura con la dovuta premeditazione: Marcello Marchesi ha contribuito alla crescita, nel dopoguerra, di tutti noi attraverso la scrittura umoristica libraria, quella satirica periodica, quella pubblicitaria, soprattutto nei mille caroselli, quella cinematografica (basterebbero appunto solo tutti i film di Totò), quella televisiva (varietà) e quella teatrale (rivista). Quasi tutte espressioni culturali di "un dio minore" che gli intellettuali respingono solitamente con un certo sussiego e che invece spesso, proprio perché presenti in ogni radice di una storia nazionale, segnano più di ogni altra cosa un'epoca.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026