Ritratto di Maria Bellonci
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Frasi

Frasi di Maria Bellonci

9 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Una raccolta di 9 citazioni di Maria Bellonci, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.

Maria Bellonci (scrittrice e traduttrice italiana). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Maria Bellonci

Che cosa è il tempo, e perché deve considerarsi passato? Fino a quando viviamo esiste un solo tempo, il presente. (da Rinascimento privato)
La menzogna non protegge nessuno. (da Tu vipera gentile)
MARIA – Tu. Tu luminosa, tu delicata, tu fuori dalla ragion di Stato (hai sempre detto che non ti occupavi di politica). E non ti sei accorta di essere spietata nell'esigere l'amore come tuo fratello Cesare Borgia era spietato nell'esigere il potere. Amore significa condividere; e tu hai mai condiviso la sorte di quelli che ti amavano? Ti fugge il marito di Pesaro; e tu non fuggi. Ti ammazzano crudelmente il marito aragonese; piangi, ma non ti ribelli. Ti uccidono Ercole Strozzi, strumento dei tuoi amori, e non lo difendi... E intorno a te si muovono altre ombre indifese... Pedro Caldés, la tua donzella Pantasilea ritrovati morti nel Tevere; e il giovane prete Garzia, tuo familiare, pugnalato sotto i portici di Ferrara.
LUCREZIA – Io non sono mai stata colpevole. Io sono aliena da omicidi.
MARIA – Tu non hai tenuto conto di nessuno. Il Bembo è fuggito a tempo; e solo Isabella ha salvato l'incauto suo marito e ha saputo tenere lontani i fratelli estensi da un altro delitto di famiglia.
(dallIntervista impossibile a Lucrezia Borgia, in Lucrezia Borgia, pp. 532-533)

Frasi da «Lucrezia Borgia»

Da queste nozze bianche che solo una ragione politica aveva precipitate, comincia l'esistenza oscillante di Lucrezia quale era imposta a lei dalle circostanze e dalle ambizioni dei suoi familiari, ma quale ella accettava e sarebbe andata sempre meglio accettando. Non nella sua debolezza, ma nella fatalità intima dei suoi assensi ognuno dei quali è una capitolazione, sta il vero dramma di Lucrezia: e, a questo lume, il suo modo di non voler conoscere e non di non voler sapere quello che le accade dintorno appare una difesa femminile, nata dall'istinto, misera, ma patetica e coraggiosa. Innalzarsi tanto da giudicare il padre e il fratello non lo potrà mai, meno per incapacità di giudizio o per tenerezza di cuore, che per una verità più violenta ed elementare: perché anche lei è una Borgia, e sente anche lei la forza di quel sangue che le fa impeto e che si dà ragione da sé, fuori da ogni morale, brutalmente e splendidamente. Solo in tempi più tardi, dal disordine della sua anima che sta fra la religione e la sensualità, fra la volontà di una vita disciplinata e l'ardente anarchia dei desideri, saprà levarsi e intraprendere contro il padre, contro il fratello o contro il suocero duca di Ferrara quelle sue ribellioni che la condurranno, sola fra i Borgia, a salvarsi. (pp. 35-36)
Non ancora ventenne [...] Beatrice d'Este era già certa delle sue mete, sicura delle strade che bisognava seguire per arrivare in fondo. Donna di gran capricci, di grazie rare, di raffinatezze intellettuali, di caparbio orgoglio, odiava su tutto al mondo colei che le rubava, a suo parere, il primo posto di principessa a Milano, la generosa Isabella d'Aragona [...] E se non si può dar la colpa ad una donna dei grossi avvenimenti di poi, forse necessari in quel momento storico, è però vero che, se vi fosse stato bisogno di qualcuno che spingesse il Moro a chiamare gli stranieri in Italia per schiacciare e disperdere l'odiata dinastia aragonese, non si sarebbe potuto trovare nessuno più adatto di Beatrice. Ella era l'anima, ed un'indemoniata anima, della lotta che gli Sforza avevano impegnato contro il regno napoletano.

Scheda del libro «Lucrezia Borgia»

Frasi da «Rinascimento privato»

Il conte Giovanni Pico della Mirandola é stato nostro vanto e il suo ricordo durò nella citta di Ferrara oltre la sua dimora, durante le sue peregrinazioni e i suoi annunci di altre peregrinazioni in ogni senso più vaste. Stimato da tutti un miracolo di sapienza, aveva entrata libera in corte e lo amavano anche i meno provveduti essendo egli figlio della signora Giulia, sorella del padre di Matteo Maria Boiardo, nostro gentiluomo prediletto oltre che primo poeta. (p. 54)
Poche cose sono comparabili a quel riguardare da un punto fermo, come da un centro ordinatore, una creazione respirante, grandiosamente armoniosa, cosciente di sé fino alla follia come Venezia. Mi sembrava di essere fisicamente piccola, minima, nell’altissima loggia del campanile solitario issato davanti alla Basilica, e osservavo come le mie compagne cambiassero continuamente posto per riconoscere e per conoscere, per sentirsi esaltate dai palazzi dipinti, dalle scale di marmo, dalle chiese acquattate sulle isole, dall’incombere altero delle cupole gonfie, dalle arcate frastagliate di San Marco, e dall’imparagonabile acqua della laguna, mobile di riflessi e di sontuose minacce. (p. 64)
La riconobbi subito la scalea di legno e stucco che avevo fatto disegnare e costruire per l’ufficio funebre di Francesco mio marito. Era un proporzionato tempietto a sei colonne dai capitelli corinzi, a foglie racchiuse in se stesse: sul frontone, come investito da tempesta, si piegava lo stemma a quattro aquile nere dei Gonzaga. Dentro il tempietto si innalzava una piramide monca di sei gradoni coperti di panno berrettino; ai lati statue di guerrieri incappucciati reggevano stendardi. Sulla breve scalea erano appoggiati a riscontro gli stemmi di Milano, di San Marco, dell’imperatore, del papa, del re di Francia. Sull’alto, al ripiano tronco, stava il sarcofago e sopra, distesa, la figura simbolica di un capitano in armatura e con la celata abbassata. (p. 191)
Il tempo non si consuma mai. Ora con Camilla al fianco che si rivela pronta e valorosa, ora sola, sono sospinta alla schiena da un vento inesorabile che mi porta a risalire sulle scale piano per piano e ad entrare nelle sale e salette, negli anditi. Vado, torno, salgo, scendo, ritorno indietro, stendo un braccio per sedare un litigio, faccio passare un po’ di pane e vino per coloro che non hanno avuto la minestra e hanno fame. Quella spinta non mi lascia mai. Non so quante volte sono afrivata in basso per vedere da una finestrella il bastione mentre si dispongono le nuove colubrine, e poi Il tempo non si consuma mai. Ora con Camilla al fianco che si rivela pronta e valorosa, ora sola, sono sospinta alla schiena da un vento inesorabile che mi porta a risalire sulle scale piano per piano e ad entrare nelle sale e salette, negli anditi. Vado, torno, salgo, scendo, ritorno indietro, stendo un braccio per sedare un litigio, faccio passare un po’ di pane e vino per coloro che non hanno avuto la minestra e hanno fame. Quella spinta non mi lascia mai. Non so quante volte sono afrivata in basso per vedere da una finestrella il bastione mentre si dispongono le nuove colubrine, e poi su fino alla torretta dove stiamo ammassando cumuli di sassi da scagliare su chi si spingesse troppo vicino al nostro palazzo.

Scheda del libro «Rinascimento privato»

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026