Ritratto di Massimo Fini
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Frasi

Frasi di Massimo Fini

62 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Qui trovi 62 frasi di Massimo Fini: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.

Massimo Fini (giornalista, scrittore e drammaturgo italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Massimo Fini

Barack Obama, premio Nobel per la Pace, ha dichiarato di "non escludere un attacco militare all'Iran". Il presidente israeliano Shimon Peres, premio Nobel per la Pace, ha affermato: "L'attacco all'Iran è sempre più vicino". Perché non diamo anche un bel premio Nobel per la Pace, alla memoria, al vecchio Adolf Hitler?
Da Adesso tocca ai giorni dell'Iran, il Fatto Quotidiano, 19 novembre 2011.
Bruno Vespa fu un giornalista a totale e completo servizio della Prima Repubblica; nelle veste di bardo della Democrazia Cristiana, remunerato con la direzione del Tg1, prono agli ordini dei suoi padroni di turno e veri datori di lavoro, vale a dire i vari segretari del Biancofiore, e il cui unico atto di coraggio di una vita da domestico fu di ammettere di esserlo quando (ma erano ormai gli ultimi giorni di Saigon) disse «il mio editore di riferimento è la Dc». Bruno Vespa sta alla prima Repubblica come Mario Appelius sta al Fascismo.
Da Goebbels fra i Padri della Patria, Il Borghese, 16 luglio 1997.
Carlo Tavecchio, neopresidente della Federcalcio, è stato ferocemente osteggiato per essersi lasciato andare a una battuta infelice: aveva definito un giocatore di colore «un mangiatore di banane» (Buon Dio, non si può dire più nulla, il nostro vocabolario, come nel "1984" di Orwell, sarà presto ridotto a una "neolingua" fatta di eufemismi ridicoli). Però le sue prime proposte di riforma, riduzione della rosa delle squadre a 25 giocatori, almeno 8 devono provenire dal vivaio, non più di due extracomunitari per squadra, sono coerenti e, sia pur puntando su diversi obbiettivi, vanno tutte nella stessa direzione.
Da Le quattro mosse per sanare il calcio dall'overdose mortale, Il Gazzettino, 19 settembre 2014.
Che questa sia un'epoca femminea, o quantomeno unisex, lo dice anche il fatto che l'uomo ha perso le proprie caratteristiche di linearità, di dirittura, di franchezza, di lealtà e quindi di virilità. E diventato ambiguo come una donna. Parla con lingua biforcuta, raggira, tende trappole e tranelli. Non rispetta più le regole, la norma, non conosce o non riconosce più la logica, il principio di non contraddizione, ha perso il senso del diritto e della giustizia (cui la donna è refrattaria, per lei non esiste regola che possa avere valore superiore ai propri istinti vitali). L'uomo sta cioè abbandonando il mondo artefatto che lui stesso si era costruito, senza per questo poter ritrovare quello naturale. Siamo di fronte a uomini femminilizzati e a donne maschilizzate, che dall'uno e dall'altro sesso hanno preso solo il peggio. Siamo diventati tutti degli omosessuali.
Da Dizionario erotico, manuale contro la donna a favore della femmina, Marsilio, 2000.
Da noi esiste un signore, Adriano Sofri, che è stato condannato a 22 anni di reclusione per l'assassinio sotto casa di un commissario di polizia, dopo nove processi, di cui uno, caso rarissimo in Italia, di revisione, avendo quindi goduto del massimo di garanzie che uno Stato può offrire a un suo cittadino. Eppure Sofri ha scontato solo sette anni di carcere e, senza aver potuto usufruire dei normali benefici di legge, che non scattano dopo solo sette anni su ventidue, è libero da tempo, e scrive sul più importante quotidiano della sinistra, La Repubblica, e sul più venduto settimanale della destra, Panorama, e da quelle colonne lui ci fa quotidianamente la morale ed è onorato e omaggiato dall'intera intellighentia che, ad onta di tutte le sentenze, lo ritiene, a priori e per diritto divino, innocente.
Da In difesa del Brasile, il Fatto Quotidiano, 4 gennaio 2011.
E chissà se Vasco Rossi, con le parole semplici delle canzoni, non finirà per essere più convincente dei tanti intellettuali che, derisi e vilipesi, da decenni denunciano e annunciano il crepuscolo della Modernità.
Da «Il crepuscolo della modernità. È ora di fare un passo indietro.», 2008.
Evidentemente Manzoni quando disegnava l'immortale figura dell'Azzeccagarbugli conosceva già il ciccione.
Citato in MassimoFini.it Da Il Fatto Quotidiano, 20 marzo 2012.
Fra cinquant'anni libri come "La forza della ragione" verranno guardati con lo stesso orrore con cui oggi si guarda il "Mein Kampf" e ci si chiederà come sia stato possibile.
Da La missione di Oriana: americanizzare tutti, Il Gazzettino, 9 aprile 2004.
Gli ebrei quando sostengono di essere il popolo eletto da Dio creano in realtà il razzismo di cui saranno poi tragicamente vittime, perché se il mio popolo è eletto da Dio è chiaro che tutti gli altri sono popoli di serie B.
Dallo spezzone di una conferenza, visibile su YouTube dal min. 3:46; filmato caricato il 19 ottobre 2011.
I teologi, cristiani e musulmani, soprattutto medievali, sono sempre rimasti impressionati dalla capacità di possessione del denaro e dalle devastazioni che può compiere nell'animo umano. Più laicamente i marxisti ortodossi l'hanno dannato perché sarebbe lo "strumento per appropriarsi del denaro altrui". Gli psicoanalisti lo apparentano allo sterco, per il piacere che se ne trae sia nell'espellerlo che nel ritenerlo.
Da Il denaro sterco del demonio, Marsilio, 1998.
Il destino dell'Occidente sembra quello di essere condannato a capovolgere, in un doloroso contrappasso, la battuta che Goethe nel "Faust" mette in bocca a Mefistofele: "Io sono lo spirito che vuole eternamente il male ed opera eternamente il bene". Il paradosso dell'Occidente è credersi il Bene, di volere eternamente il Bene e di operare eternamente, in una sorta di eterogenesi dei fini, il Male. E il vizio di fondo sta proprio in questa distinzione manichea tra Bene e Male e nella pretesa prometeica di aumentare il Bene a spese del Male, cancellandolo dalla faccia della terra, mentre nella realtà Bene e Male sono due facce della stessa medaglia e concrescono insieme, tanto più grande è il Bene, tanto più grande sarà il Male.
Da Il vizio oscuro dell'Occidente, Marsilio, 2002.
Il direttore de "Il Foglio" è talmente obnubilato dal suo neoconservatorismo neocon da non rendersi conto che sponsorizzando il becero razzismo antislamico di Oriana Fallaci si apre la strada anche ad ogni altra forma di razzismo e quindi, prima o poi, anche a un rigurgito antisemita contro il quale si avranno ben pochi argomenti per contrastarlo se si è prima avallato il razzismo antislamico.
Da La Fallaci e l'accusa anti-islam, Il Gazzettino, 30 maggio 2005.
Il Natale era ancora, negli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta, una festa che aveva qualcosa a che fare con lo spirito e con l'anima. Non era necessario essere cristiani per pensare che in quella notte si compiva un evento straordinario, che per i credenti era la nascita di Gesù, e per gli altri (per me, per esempio, che sono di madrepatria russa, dove si festeggia non Cristo ma «papà Gelo») era qualcosa di magico e di fatato, di irrazionale, di incomprensibile. Pensavamo sul serio che il giorno di Natale gli uomini fossero tutti un poco più buoni.
Da Natale non è più Natale perché adesso è Natale tutto l'anno, il Ribelle.com, 18 dicembre 2011.
Il potere politico di una Rete TV non sta solo e tanto nell'informazione direttamente politica, ma nella cultura che diffonde col suo intero palinsesto. Se nel 1994 l'imprenditore Berlusconi, nonostante si presentasse per la prima volta e politicamente fosse un carneade, pote' vincere le elezioni con percentuali simili a quello di un grande partito di massa come la Democrazia cristiana, non è perché i suoi tre network fecero campagna per lui (tre network, in quel momento, li controllava anche il suo avversario), ma perché per una dozzina d'anni, possedendo l'intero sistema televisivo privato nazionale, aveva potuto educare gli italiani alla sua cultura e alle sue preferenze.
Da Sudditi, Marsilio, 2004, p. 74.
I sedicenti "democratici e antifascisti" che vogliono impedire il corteo dei ragazzi di Casa Pound, perché "fascisti", prima di sparare cazzate demagogiche dovrebbero almeno cercare di capire che cos'è realmente una democrazia. Ma temo che sia un'impresa disperata e che avesse ragione Mino Maccari quando affermava: "I fascisti si dividono in due categorie: i fascisti propriamente detti e gli antifascisti".
Da il Fatto Quotidiano, 24 novembre 2012.
In realtà nessuna democrazia rappresentativa è una democrazia, ma un sistema di minoranze organizzate che prevalgono sulla maggioranza dei cittadini singolarmente presi, soffocandoli limitandone gravemente la libertà e tenendoli in una condizione di minorità. E un sistema di oligarchie o di poliarchie.
Da Sudditi, Marsilio, 2004, p. 55.
L'idea che la democrazia rappresenti il fine e la fine della Storia non è solo infantile e ingenua. È paranoica. La "fine della Storia" sarebbe la storia della fine, la morte dell'uomo, un Eden cimiteriale. Con buona pace dei liberaldemocratici anche la democrazia andrà, prima o poi, nella pattumiera della Storia che finirà solo quando anche l'ultimo uomo sarà scomparso dalla faccia della Terra.
Da Sudditi, Marsilio, 2004.
La Fallaci è una grande giornalista per la stessa ragione per cui è una mediocre romanziera. È un enorme utero estroflesso che abbraccia un ampia superficie della realtà. Ma quello che guadagna in estensione quando scrive articoli lo perde in profondità quando scrive libri.
Da Bocciare Busi non è uno scandalo, massimofini.it, archivio 1990.
La Magistratura è come l'arbitro di una partita di calcio. Dell'arbitro si può dire che sbaglia, che è impreparato, che non ci vede, ma se alcuni giocatori sostengono che è corrotto e non accettano i suoi fischi quando sono contro ma d'altro canto pretendono che siano validi quando sono a favore, la partita finisce rapidamente in una zuffa perché, prima o poi, anche tutti gli altri giocatori si comporteranno allo stesso modo. Fuor di metafora: si rompe il patto sociale che ci tiene e si scende la ripidissima china dell'anarchia e della guerra civile.
Da Guerra civile? No, ma uno psicolabile ne ha colto il clima, Il Gazzettino, 18 dicembre 2009.
Lo scrittore Aldo Busi, sicuramente uno dei romanzieri più talentosi di questo dopoguerra, è stato bocciato all'esame di giornalismo. Non credo che ci sia da scandalizzarsi né che Busi debba prendersela più di tanto. A prescindere infatti dalla validità di un esame come quello di giornalista, c'è il fatto che giornalismo e letteratura sono due attività solo apparentemente affini.
Da Bocciare Busi non è uno scandalo, massimofini.it, archivio 1990.
Luigi Manconi, sociologo, politologo, docente universitario, ex portavoce dei Verdi, ex Ulivo, improvvidamente sottosegretario alla Giustizia nel governo Prodi II, dopo aver dato, sulla scia di Bersani, del 'fascista' a Beppe Grillo e ad Antonio Di Pietro, lo appioppa, per proprietà transitiva, anche al Fatto “giornale vicino alle posizioni di Grillo e di Di Pietro”. E se non proprio 'fascisti' per Manconi siamo comunque degli squadristi di destra. [...] Manconi, 64 anni, è infatti una di quelle felici persone che sono sempre nate ieri e hanno l'invidiabile capacità di rimuovere totalmente il proprio passato. Luigi Manconi è stato un importante leader di Lotta Continua. Negli anni Settanta scendeva in strada con i suoi compagni e, oltre a spaccar vetrine e, all'occorrenza, anche qualche cranio, urlava “Fascista, basco nero, il tuo posto è al cimitero”, “Uccidere un fascista non è reato”. [...] La verità è che Grillo [...] fa paura col suo 15/20% di consensi cui lo danno i sondaggi. E allora è 'fascista'. [...] È destino della mia generazione, coeva a quella dei Manconi, di dover prendere lezioni di buona educazione politica da chi, nelle parole e nei fatti, squadrista, e anche peggio, lo fu davvero.
Da Lo squadrista Luigi Manconi, il Fatto Quotidiano, 8 settembre 2012.
Ma il problema non sono gli americani e chi li comanda. Siamo noi europei. È da quel dì, dal crollo dell'Unione Sovietica, che avremmo dovuto capire che gli Stati Uniti erano diventati, da alleati obbligati, degli avversari se non proprio dei nemici. Noi europei non abbiamo alcun interesse a seguire gli Stati Uniti nella loro politica soppressiva nei confronti del mondo arabo-musulmano, se non altro perché lo abbiamo sull'uscio di casa e non a diecimila chilometri di distanza. E in economia sono stati gli americani, inseguendo il demenziale sogno di ipotecare il futuro fino ad epoche siderali, a provocare una crisi devastante che hanno poi scaricato sull'Europa permettendosi anche di colpevolizzarla per una crisi che da loro è partita e di affossarla ulteriormente a colpi di previsioni negative delle loro agenzie di rating. Per gli americani noi siamo stati sempre degli "utili idioti" da usare a loro piacimento.
Da Tra Obama e Romney preferivo Sandy, Il Fatto Quotidiano, 10 novembre 2012; consultabile su Massimofini.it.
Massimo Fini rende onore al Mullah Mohammed Omar, combattente, giovanissimo, contro gli invasori sovietici, perdendo un occhio in battaglia, combattente, vittorioso, contro i criminali signori della guerra che avevano fatto dell'Afghanistan terra di abusi, di soprusi, di assassinii, di stupri, di taglieggiamenti e di ogni sorta di violenze sulla povera gente, riportandovi l'ordine e la legge, sia pure una dura legge, la Sharia, peraltro non estranea, almeno nella vastissima area rurale, ai sentimenti e alle tradizioni della popolazione di quel paese, infine leader indiscusso per quattordici anni della resistenza contro gli ancor più arroganti e moralmente devastanti occupanti occidentali. Che Allah ti abbia sempre in gloria, Omar.
Citato in Il necrologio sul Mullah censurato dal Corriere, il Fatto Quotidiano, 1º agosto 2015; consultabile su Massimofini.it.
Milena Gabanelli sostiene che "la gente comune non ha necessità di più di una cinquantina di euro alla settimana". Ma dove vive, in un monastero? Una buona bottiglia di vino e un pacchetto di sigarette fan già 15 euro al giorno. Il moralismo della sinistra è insopportabile. E ora capisco perché tanti, senza per questo essere dei lestofanti, votavano Berlusconi. Perché Berlusconi difendendo la sua libertà criminaloide difendeva anche, per estensione, la libertà di tutti dallo strapotere dello Stato. Aridatece subito il Cainano.
Da La tracciabilità del moralismo, Il Fatto Quotidiano, 26 novembre 2011.
Nell'Ancien Régime, per sentirsi vivi, non era necessario stare alla corte di Versailles, era sufficiente essere dentro i ritmi della natura, consapevoli delle lunagioni e delle stagioni, del ciclo vegetale seme-pianta-vita analogo alla spirale vita-morte-vita, del grande gioco a staffetta fra i giovani e i vecchi, fra una generazione e l'altra, fra i vivi e i morti. E per chi credeva, cioè quasi tutti, c'era Dio che, del resto, nell'immaginario contadino, non aveva un volto molto diverso dalla natura. Nell'Ottocento un grande amore romantico poteva valere più di qualsiasi successo.
Citato in Siamo tutti drogati di successo, massimofini.it, 1984.
Nell'ancien régime l’assemblea del villaggio, formata da tutti i capifamiglia, in genere uomini ma anche donne se il marito era morto, decideva su tutto ciò che riguardava il villaggio. Scrive Albert Soboul, uno dei maggiori storici degli anni che precedono e seguono la Rivoluzione francese: "l’assemblea votava le spese e procedeva alle nomine; decideva della vendita, scambio e locazione dei boschi comuni, della riparazione della chiesa, del presbiterio, delle strade e dei ponti. [...] nominava, oltre i sindaci, il maestro di scuola, il pastore comunale, i guardiani di messi, gli assessori e i riscossori di taglia" [...] Un’altra importante attribuzione l’assemblea l’aveva in materia di tasse reali, era infatti l’assemblea che ne fissava la ripartizione all’interno della comunità e la riscossione. [...] Certamente, se siamo in Francia, gli abitanti del villaggio non partecipavano alle decisioni che si prendevano a Versailles, ma le decisioni che si prendevamo a Versailles ci mettevano anni prima di arrivare al villaggio e nel frattempo i contadini decidevano per conto loro.
Citato in Basta democrazia rappresentativa, massimofini.it e Il Fatto Quotidiano, 24 Settembre 2022.
Nella società industriale il vecchio non ha alcun ruolo. In quella agricola, nell'ancien régime, il vecchio era utile, aveva una funzione. In quella società, che si basava sulla tradizione orale (la scrittura era prerogativa di pochi), egli era il detentore del sapere, conosceva quelle cose, spesso indispensabili per la vita e la sopravvivenza o anche per la semplice amministrazione quotidiana, che i membri giovani della sua famiglia e del suo villaggio non conoscevano e imparavano di volta in volta da lui. Era consultato, era importante, era rispettato, tanto che, come nota uno storico dell'ancien regime, l'inglese Peter Laslette, «c'era chi esagerava la propria età» (ve lo immaginate uno che oggi si dà più anni di quelli che ha?). Nella società attuale avviene esattamente il contrario.
Citato in L'età ingrata, massimofini.it, 1989
Non è la guerra che gli uomini odiano, ma la guerra atomica. Del resto, in definitiva, che scandalo c'è nella guerra? «Forse il fatto» come scrive Sant'Agostino «che in essa muoiano degli uomini comunque destinati a morire, perché quelli che vivranno siano sottomessi e dominati dalla pace?» No, non è la morte in sé lo scandalo della guerra. Morire in guerra non è peggio che morire in un incidente automobilistico o per aver sbattuto la testa contro uno spigolo o consumati da una malattia o dalla vecchiaia. Lo scandalo della guerra è il morirvi quando essa non ha più un senso condiviso e riconosciuto, quando non è più accettata.
Da Elogio della guerra, Marsilio, 1999, p. 137.
Osama Bin Laden non è che «l'ombra» dell'Occidente, è una risposta fondamentalista, integralista, totalitaria a un sistema che, nonostante si definisca, in buona fede, democratico e liberale, è fondamentalista, integralista, totalitario. Perché non concepisce e non tollera «l'altro da sé», che in un modo o nell'altro, con le buone o con le cattive, per ragioni che di volta in volta sono economiche o etiche o umanitarie, deve essere omologato al modello egemone che si considera, per dirla con il Candide di Voltaire, «il migliore dei mondi possibili»
Da Il vizio oscuro dell'Occidente, Marsilio, 2002.
Paul Tibbets è il pilota che sganciò l'atomica su Hiroshima. Nel 1985 un giornalista del The Columbus Dispatch, Mike Harden, lo intervistò e, alla luce delle spaventose conseguenze di quella Bomba, gli chiese: «Lo rifarebbe oggi?». «Certo» rispose «Sono stato educato alla disciplina. Ai miei tempi se uno riceveva un ordine da chi ne aveva l'autorità, obbediva». Non capisco perché quello che, a quel tempo, valeva per Paul Tibbets non dovesse valere anche per Erich Priebke. Perché gli americani la guerra l'hanno vinta e i tedeschi persa? [...] Se Priebke si fosse rifiutato di obbedire a Kappler sarebbe stato un eroe. Ma non era Salvo D'Acquisto, non era un eroe. Era un uomo dallo spessore intellettuale e morale di un domestico che vestiva un'uniforme da soldato. E vorrei proprio vedere fra coloro, giornalisti, opinionisti, conduttori televisivi, che oggi fanno tanto i muscolari e le 'anime belle' chi, nel 1944, avrebbe osato resistere a un ordine che veniva direttamente da Adolf Hitler.
Da Il Fatto Quotidiano, 26 ottobre 2013.
Per la prima volta un premier ha trovato il coraggio di parlare netto e chiaro agli americani, anzi di cantargliele sode. Chi è stato? Mario Monti al G20 di Los Cabos in Messico.
Citato in massimofini.it
Poppea Sabina era un'affascinante e adorabile coquette. Bella, colta, intelligente, spiritosa e terribilmente civetta, aveva tutto per piacere a Nerone. La coda di cavallo in cui raccoglieva i bei capelli color miele le dava, nonostante avesse qualche anno in più dell'imperatore, un'aria sbarazzina.
Da Nerone. Duemila anni di calunnie, Oscar Mondadori, Milano, 1993, cap 5 I delitti.
Quando fu catturato per la prima volta, a Roma, e portato, in manette, sul famoso balconcino, sotto c'era una folla di fotografi e giornalisti (la difesa della persona esiste solo per i delinquenti di grosso calibro, per gli altri valgono gli "schiavettoni"). Uno dei giornalisti, nel clima sociologicizzante dell'epoca, gli chiese: «Vallanzasca, lei si ritiene vittima della società?». E lui rispose: «Non diciamo cazzate». Lo avrei graziato solo per questo.
Da Difendo e difenderò sempre Renato Vallanzasca. Ho un debito morale con lui, il Fatto Quotidiano, 15 giugno 2014; in massimofini.it.
Quando nei talk show televisivi e radiofonici, finché ci sono andato, dicevo che nella prima guerra del Golfo le "bombe intelligenti" e i "missili chirurgici" avevano ucciso 32.195 bambini iracheni, che non sono meno bambini dei nostri, mi aspettavo una reazione da parte dei miei interlocutori, che mi dicessero che era una provocazione, che mentivo, che non era vero, che non poteva essere vero. Ma questo non lo potevano fare perché sono dati del Pentagono e quindi al di sopra di ogni sospetto. Mi attendevo allora grida di sdegno, di raccapriccio, di orrore. E invece niente. Silenzio. Si glissava e si passava rapidamente a parlare di Berlusconi, di Rutelli, di Fini, di Follini, di Prodi o di altre nullità della politica e della vita. Non credo si tratti sempre di indifferenza. È anche passività.
Da Massimo Fini è Cyrano, Marsilio, 2005.
Quello che dico ai ragazzi quando, dopo una lezione sul giornalismo tenuta all'università, nei licei, nelle scuole specializzate, mi si affollano attorno e mi chiedono come si fa a entrare nel nostro mestiere: assassinate un commissario di polizia e diventerete "opinion maker" senza dovervi sobbarcare la fastidiosa fatica di trent'anni di tirocinio e di lavoro.
Da La missione di Oriana: americanizzare tutti, Il Gazzettino, 9 aprile 2004.
Quello con Poppea fu un grande matrimonio d'amore. Poppea era intellettualmente curiosa, Nerone anche. Poppea era allegra, Nerone anche. A Poppea piaceva divertirsi, come a Nerone. A Poppea interessava l'Oriente, a Nerone interessava l'Oriente. Poppea proteggeva gli ebrei e Nerone chiuse un occhio sui trambusti che costoro provocavano continuamente dentro e fuori Roma. La loro intesa era perfetta. Nerone aveva abbandonato i suoi vagabondaggi notturni, passava le sere a Palazzo e scriveva poesie per lei, sui suoi capelli «color dell'ambra». Per la prima, e forse unica, volta nella sua vita, Lucio Domizio Enobarbo, alias Nerone, era felice.
Da Nerone. Duemila anni di calunnie, Oscar Mondadori, Milano, 1993, cap 5 I delitti.
Recentemente sono stato insignito del Premio Montanelli alla carriera che dovrebbe essermi consegnato a ottobre a Fucecchio, a meno che nel frattempo non mi sia revocato per indegnità, sempre in nome della libertà di informazione. Sono certo che il vecchio Indro non avrebbe condiviso nemmeno un fonema del mio necrologio sul Mullah , ma sono altrettanto certo che non si sarebbe mai sognato di bloccarlo. Caso mai ci avrebbe riso su, considerandolo una provocazione, anche se provocazione non era. Perché Montanelli era un vero liberale. Quando i liberali esistevano ancora.
Se c'è una generazione mediocre e fasulla, la peggiore sicuramente del dopoguerra, è quella del '68... Erano partiti per combattere un conformismo ripugnante e ne crearono subito uno ancor più soffocante. Perfino nel vestire. Se prima in università era d'obbligo la giacca e la cravatta poi lo divenne l'eskimo. E per chi non ci stava c'era la spranga... Facevano la rivoluzione purché le conseguenze ricadessero solo sulla testa degli altri. Andrea Casalegno, altro Lc, si accorse che il terrorismo non era una cosa buona solo quando i brigatisti rossi uccisero suo padre Carlo, vicedirettore della Stampa.
Citato in Casalegno: "Errori, ma niente terrorismo" . Maiolo: "Si', la lobby esiste", Corriere della sera, 29 luglio 1996.
Se fosse nato in un altro Paese Giulio Andreotti sarebbe stato un grande statista. In Italia ha potuto esserlo solo a metà, dovendo impegnare l'altra metà negli intrighi, spesso loschi, che caratterizzano la vita politica italiana. Ma nell'ora della tua morte noi ti salutiamo 'divo Giulio' con rimpianto. Con te se ne va una lunga stagione della politica italiana e, visto quello che è venuto dopo, non certo la peggiore. Se esiste quel Dio in cui tu credevi, andando prestissimo ogni mattina alla Messa, ti sarà sicuramente benevolo.
Citato in In morte di Andreotti, massimofini.it, 7 maggio 2013.
Sia detto di passata, Richard Nixon è stato il miglior presidente americano del dopoguerra: ha chiuso la guerra del Vietnam, ha aperto alla Cina con quarant'anni di anticipo, ha eliminato l'equivoco del gold exchange standard, non era mafioso. Ma poiché, a differenza di Kennedy (che iniziò la guerra del Vietnam, combinò il pericoloso pasticcio della "baia dei porci", portò, insieme a Kruscev, il mondo sull'orlo della terza guerra mondiale, era intimo di noti gangster mafiosi come Sam Giancana) aveva un brutto grugno, è passato alla storia come "Nixon boia".
Da Il Mullah Omar, Marsilio Editori, 2011.
Sono diventato cieco. La mia storia di scrittore e giornalista finisce qui. Sono diventato cieco. O, per essere più precisi, semicieco o "ipovedente" per usare il linguaggio da collitorti dei medici. In sostanza non posso più leggere e quindi nemmeno scrivere. Per uno scrittore una fine, se si vuole, oltre che emblematica, a suo modo romantica, ma che mi sarei volentieri risparmiato.
Citato in Massimo Fini: “Sono cieco. Finisce la mia storia di scrittore e giornalista”, Il Fatto Quotidiano.it, 10 marzo 2015.
Una volta, davanti a una pizza, chiesi a Bossi: "Pistola alla tempia: tu sei più di destra o di sinistra?". "Di sinistra" rispose "Ma se lo scrivi ti faccio un culo così".
Da Dai comunisti ai monarchici, Il Fatto Quotidiano, 31 marzo 2010.
Una volta, parecchi anni fa, Indro Montanelli, dicendosi disgustato della morbidezza e della mollezza della Democrazia cristiana, che ammorbidiva, incorporava, estenuava e alla fine innocuizzava qualsiasi opposizione, togliendole ogni soddisfazione e dignità, mi mostrò una fotografia, incastonata in una cornicetta d'argento, che teneva, a mo' di santino, come altri fanno con le immagini della madre o della moglie e dei figli, sulla sua scrivania, al «Giornale». Con sorpresa vidi che si trattava di Stalin. «Con questo ci sarebbe stato gusto, a battersi» disse.
Da Sudditi.
È vergognoso che ancora oggi si accusi la Democrazia Cristiana per l'unica occasione in cui, sacrificando il suo leader, dimostrò quel senso dello Stato che sempre le si è rimproverato di non avere. Cosa chiedeva infatti Moro? In quelle lettere lo "statista insigne", l'uomo che aveva governato il Paese per oltre trent'anni, chiedeva che lo Stato sconfessasse i principi su cui si regge, le leggi, le Istituzioni pur di salvargli la pelle.
In ogni caso il Governo, presieduto da Andreotti, e la Dc, con l'appoggio determinante del Partito comunista, decisero di dire no al ricatto delle Br e di Aldo Moro. Ed era la sola strada da seguire. [...] Era in gioco la sopravvivenza stessa dello Stato. Che cosa avrebbero fatto le Brigate Rosse se il Governo avesse ceduto al ricatto? Avrebbero sequestrato il primo signor Rossi che gli capitava a tiro e avrebbero ricominciato. Sarebbe iniziata una spirale al fondo della quale c'era solo il dissolvimento dello Stato e la vittoria dei terroristi.
Ad ogni buon conto se si poteva avere qualche dubbio sulla "linea della fermezza" all'epoca in cui si svolsero i fatti, oggi non è più lecito. Non è infatti un caso che il terrorismo abbia cominciato a perdere colpi proprio dopo il caso Moro e si sia liquefatto in pochi anni. È la dimostrazione che la linea della fermezza era giusta non solo dal punto di vista etico e giuridico ma anche da quello pratico. Se avessimo dato retta ai Craxi, ai Mancini, ai Signorile, ai Pace, ai Liguori e ai Deaglio, cioè a tutta quell'area che civettava col terrorismo, oggi Renato Curcio sarebbe il padrone del Paese.
Se c'è un caso in cui la pena è stata espiata fino in fondo è quello di Fioravanti. Aveva 23 anni, poco più che un adolescente, quando fu arrestato a messo in carcere, ne esce ora che ne ha 51, è un uomo più che maturo che si avvia verso la vecchiaia. Ha passato in galera gli anni migliori della sua esistenza, che nessuno potrà restituirgli, come nessuno potrà restituire la vita alle sue vittime, una punizione equa e sufficiente almeno seguendo i principi della nostra Costituzione. Non essendosi dichiarato né pentito né dissociato dai suoi trascorsi terroristi nei quali ci sono altri omicidi, che ha ammesso [...] Fioravanti non ha usufruito dei cospicui sconti dell'infame «legislazione premiale» che ha mandato a spasso dopo pochissimi anni di carcere assassini certamente molto peggiori di lui dal punto di vista morale, ma è stato liberato solo in ottemperanza ai principi generali del nostro ordinamento.
La Costituzione stabilisce che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato e al suo reinserimento nella società. Cosa che evidentemente non è possibile se questo resta in carcere fino alla morte. Ecco perché anche l'ergastolano può uscire di galera se ha scontato 28 anni, ha tenuto buona condotta e «un comportamento tale da farne ritenere sicuro il ravvedimento».
La certezza della pena non è insidiata, anzi per alcuni reati quasi annullata, da questi principi generali, equi, giusti e umani, ma dalla durata abnorme dei nostri processi che fa ricadere la maggioranza dei reati (soprattutto quelli finanziari, economici e contro la Pubblica amministrazione, insomma i reati di «lorsignori», dei politici, dei cittadini privilegiati) sotto la mannaia della prescrizione. Questa durata già insostenibile è stata aggravata negli ultimi ultimi quindici anni, dopo Mani Pulite, dalla serie di leggi cosiddette «garantiste» con cui è stato inzeppato il Codice di Procedura Penale e che in realtà, assicurando la prescrizione, garantiscono solo l'impunità dei succitati signori.
La certezza del diritto non è messa in forse dal fatto che Valerio Fioravanti, dopo aver pagato i suoi pesanti debiti con la giustizia, è fuori, ma dalla certezza che un'infinità di altri criminali questi debiti, sia pur meno pesanti, non li pagheranno mai.

Il conformista

A me, quando Berlinguer è crollato sul palco, è venuto da pensare di quale dolorosissimo contrappasso fosse vittima. Proprio a lui che era così schivo e riservato è toccato in sorte di dare di sé, davanti a tutti, lo spettacolo più impudico che un uomo possa dare: quello del proprio disfacimento fisico e della propria morte.
I suoi film sembrano dei temi di liceo. [...] Per attorcigliarsi intorno al proprio ombelico e pretendere di farne, come pretende Moretti, un'opera, bisogna avere l'ombelico, e anche piuttosto grosso come Proust o come Bergman, sennò si fa solo dell'onanismo.
Ho visto due foto di Piero De Negri, prima e dopo il delitto. Prima aveva uno sguardo da orfanotrofio, da vittima designata. Dopo, per usare un'espressione di Sartre a proposito d'un omicida, "il suo volto splendeva come un incendio".
Quando Grillo va a Sanremo, e spara a zero sul Festival, non fa un atto di coraggio, fa pena. Perché ne diventa, per ciò stesso, un ingranaggio. Perché lo legittima. Perché con la sua intelligenza, ne accredita l'imbecillità.
Quello che mi piace di Renato Vallanzasca è che non ciurla nel manico. Anche se gangster, è un uomo che si assume le proprie responsabilità in una società di camaleonti dove i più protervi lottizzatori si dichiarano contro la lottizzazione, gli assenteisti più spudorati contro l'assenteismo, dove la "questione morale" viene sbandierata da coloro che fino a ieri rubavano e dove la colpa è sempre del compagno di banco.
Una volta che viaggiavo per le campagne del Transkei, fra huts decorose e campi ragionevolmente coltivati, in un'atmosfera agro-pastorale serena e dignitosa, il mio amico Gerry Baldwin, un geologo inglese che aveva vissuto parecchio da quelle parti, mi disse: "Vedi, il nero ha una cultura completamente diversa dalla nostra, se ha un campo lo coltiva solo per quella parte che gli basta, un bianco lo coltiva tutto". Ecco, in due parole, spiegato lo spirito del capitalismo. È proprio necessario andare a instillare anche ai Felupe, e agli africani in genere, questo spirito? E in nome di che? In nome di Dio? Ma gli africani credono già in Dio, sia pure a modo loro. "Si", replica padre Fumagalli, "credono in Dio ma non lo conoscono". Ma forse non è facile riconoscere Dio alla guida di una falciatrice meccanica. Anche perché, forse, non di Dio si tratta, ma del molto meno rispettabile Zio Sam.
Vent'anni fa moriva Ernesto Che Guevara. Allora, come negli anni immediatamente successivi, le contingenze storiche e le passioni politiche impedirono, a coloro che rifiutavano di fare dell'Italia "un altro Vietnam" un'analisi serena della figura e dell'opera del "comandante". Oggi, a tanti anni di distanza, una simile analisi può e deve essere fatta. Ed allora ciò che rimane, l'ammaestramento vero di una simile vicenda, non è nei sogni ormai ingialliti di un marxismo agonizzante, ma nell'esigenza di un rovesciamento radiale della società, in un'immagine della rivoluzione come atto assoluto, come gesto puro ben oltre gli angusti limiti del marxismo storico. Ecco, Che Guevara come rivoluzionario assoluto: così ci piace ricordarlo. Alfiere di un'utopia che proprio nella sconfitta realizza i suoi valori morali, sottraendosi al banale e corruttore compito della gestione cui l'eventuale vittoria l'avrebbe destinato. (31 ottobre 1987)

Ragazzo Storia di una vecchiaia – Citazioni

Credo di aver fatto il giornalista nell'illusione di contrastare il Tempo, di allungarlo, di dilatarlo vivendo più vite coll'immergermi in quelle altrui. E ho distillato la mia con studiata lentezza con cui si spillano le carte da poker, cercando di assaporarne ogni istante. E se ho sempre amato la notte è perché ha la qualità del tempo sospeso. (p. 24)
Alle cinque del mattino di parecchi anni dopo (mi pare fosse il 1954), Brera, giornalista già famoso, sentì suonare alla porta. Andò ad aprire in pigiama. E si trovò davanti Nino Seniga, l'uomo che gli aveva salvato la vita. Quella notte Seniga, segretario personale di Togliatti, era fuggito portandosi via parte della cassa del PCI. I motivi erano politici. Dopo le denunce di Camus, e di altri, sui lager di Stalin, che avevano scosso la Francia e l'Europa, si era reso conto degli orrori del 'socialismo reale' e del comunismo sovietico e, di riflesso, delle ributtanti complicità, menzogne e ipocrisie di quello italiano, a cominciare dal suo leader, 'il Migliore'. E aveva deciso di filarsela. Con la cassa. Quei soldi non li usò mai per sé. Se ne servì per mettere in piedi una piccola casa editrice di ispirazione anarcosocialista. (p. 61)
Viveva in un modestissimo appartamento di via Dogana con la moglie Anita Galiussi, una 'figlia del partito' ch era stata educata nelle scuole politiche di Mosca, e l'unico figlio. (p. 61)

Dicono di Massimo Fini

C'è chi rimprovera a Massimo di aver dissipato il suo enorme talento, come se del talento si potesse fare un uso diverso che sperperarlo. Lui lo ha fatto nel solo modo consentito a un vero giornalista: con le letture giuste, con la scrittura, con l'integrità delle proprie idee. Ma soprattutto contando sull'incommensurabile ignoranza dei suoi colleghi.
Antonio Padellaro
Mi sarebbe piaciuto essere amico di Massimo Fini negli anni 70 e respirare l'ebbrezza di quel giornalismo felice e sconosciuto che non è un lavoro ma un dono degli dei accompagnato dallo stupore che alla fine del mese ti paghino pure.
Antonio Padellaro

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026