Ritratto di Michele Lessona
Luigi Cantù (1847-1910) · Public domain

Frasi

Frasi di Michele Lessona

18 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Le citazioni di Michele Lessona raccolte in un'unica pagina: 18 frasi, divise per libro e argomento.

Michele Lessona (zoologo, medico e scrittore italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Michele Lessona

Il tuo acquario andrà tanto meglio [...] quanto più tu ci baderai. Tienilo nella stanza dove suoli passare il maggior tuo tempo, e guardavi sovente; vedrai scene ora gaie ora terribili, che ti daranno un ben più grande diletto delle scene di commedia che in teatro ti regalano una più alta dose di quella noia che cerchi di fuggire andandovi. Guardalo di buon mattino, guardalo lungo il giorno, guardalo la sera mettendovi improvvisamente un lume dietro, e svegliando in sussulto i suoi abitatori: sempre vedrai cose nuove e meravigliose [...].
Da Gli acquari.
Ora il Musinè è celebre nei fasti della botanica piemontese e menzionato in tutte le flore per la ricchezza mirabile della sua vegetazione.
Citato in Naturalisti italiani, A.Sommaruga, Roma, 1884.
Si parla talvolta ironicamente dei professori nei parlamenti e nei consigli provinciali e comunali, si dice che non portano che parole, mentre il proprietario di terre, mentre l'industriale vi portano la pratica degli affari e le guarentigie delle loro ricchezze. Perché i proprietari e gli industriali giovino veramente alle assemblee deliberanti è necessario che abbiano quel grado di cultura intellettuale che generalmente, per disgrazia, fra noi, salvo qualche eccezione, non hanno, e senza cui non vi può essere saldezza di criterio, efficacia di giudizio, valore di voto. Noi dobbiamo rallegrarci che i professori siano entrati nella politica.
Da Confessioni di un rettore, 1880; citato in Francesco Traniello, La cultura torinese all'epoca di Bizzozero, in Giulio Bizzozero: cento anni di cellule labili, stabili e perenni, Accademia delle Scienze di Torino, Quad

I mammiferi

Certo è che, dopo la tigre e il leone, è il più grosso di tutti gli altri felini. Non ha tuttavia la mirabile eleganza delle forme, la sveltezza congiunta alla forza, che si scorgono nella tigre. È forte, ma non è svelto; le sue gambe, rispetto alle dimensioni del corpo, sono un po' più corte che non siano quelle della tigre, e il corpo in comparazione è piuttosto tozzo. (p. 245)
Rispetto al pericolo cui possa andar incontro un uomo che trovi sulla sua via un giaguaro, è da dire che il più delle volte l'uomo può passare oltre impunemente. Ma conviene ancora soggiungere che quei giaguari che hanno gustato una volta la carne umana, fanno ciò che fanno i leoni e le tigri che hanno avuto la stessa ventura; diventano ghiottissimi di carne umana, la preferiscono a tutto, assaltano l'uomo e non si impauriscono neanche di quei fuochi che esso sia per accendere in sua difesa. (p. 248)
La caccia che l'uomo dà al giaguaro [...] è così assidua e distruggitrice che, nel volgere di poco più di un mezzo secolo, questa fiera è grandemente scemata nelle sue contrade native, sovratutto in talune parti di esse. Questa caccia non ha in mira un qualche vantaggio che l'uomo possa ricavare dall'animale ucciso. I Botocudi mangiano la carne del giaguaro, e hannovi alcuni indiani che ne mangiano il grasso, a malgrado del suo fortissimo e sgradevolissimo odore. Le pelli dei giaguari hanno poco valore in America. (p. 250)
Invero la rabbia non è rara nel lupo, e s'intende come l'incontro d'un uomo con un lupo preso da questa terribile malattia sia senza paragone più pericoloso di quello con un lupo ordinari. Il morso di un lupo arrabbiato dà la morte più sicuramente che non quello di un cane nelle stesse condizioni. (p. 419)
Anche fra noi, quando i lupi erano più numerosi e si conoscevano meglio le loro abitudini, si sapeva che i lupi sono diffidentissimi, sospettosi, timidi, e che si trattengono in faccia a qualche cosa che abbia dell'insolito ai loro occhi, al loro odorato, al loro udito. Il cacciatore che doveva lasciar sul terreno un cervo morto, piantava un bastone presso al corpo dell'animale e metteva sul bastone qualche cosa di svolazzante, un fazzoletto, un pezzo di tela o altro. Quando non aveva altro, si contentava di togliere all'animale morto la vescica, gonfiarla, e metterla in cima al bastone. Come ultimo spediente poteva anche bastare una striscia della pelle stessa dell'animale. Il bastone piantato vicino all'animale, con l'uno o l'altro sopra degli oggetti sopra menzionati, bastava ordinariamente a tenere i lupi in rispetto. (p. 422)
Tutti gli autori che parlano del lupo con conoscenza di causa, per aver avuto che fare con esso, investigando i suoi costumi nella vita selvatica, si accordarono nel dire che è cosa malagevolissima l'addomesticare uno di questi animali anche prendendolo da piccino e avendone tutte le cure. (p. 422)
Il Lupo d'Africa, che alcuni autori denominano pure nel modo in cui vien chiamato dagli arabi Abu-el-Hussein, che tradotto nella nostra lingua suona quanto Padre della volpe, e altri ancora chiamano Lupo d'Egitto, si distingue dal lupo comune per la mole più piccola, le orecchie più grandi e diritte, la coda piuttosto ricca di peli e il colore nericcio del pelame. Gli egizii antichi lo hanno rappresentato sui loro monumenti. Esso fa sovente strage di pecore e di capre, ma si contenta il più delle volte di prede minori e si pasce di carogne, che preferisce a ogni altro cibo. (p. 428)
Non è pericoloso all'uomo, o appena forse può essere in qualche caso pericoloso coll'aggressione che facciano molti insieme di un bambino. Non si può dire che non rechi qualche vantaggio colla distruzione che fa di piccoli mammiferi numerosissimi e dannosi, e più col divorare le carogne, scemando così i pericoli che possono derivare dal loro imputridirsi quando sono numerose e grosse. Ma i danni che reca sono molto più grandi dei vantaggi. I branchi sterminatamente numerosi di questi animali aggrediscono anche pecore, capre, pollame. Entrano nei villaggi e pongono dimora fra i ruderi delle grandi città spopolate oggi rispetto al passato. Tengon dietro alle carovane e molestano i viaggiatori stando sempre in agguato per impadronirsi delle loro provviste alimentari. Entrano fin sotto la tenda e portano via talora oggetti non mangiabili, come scarpe o stivali. (p. 429)
Una delle cose straordinarie pel viaggiatore che si è avviato attraverso alle foreste della Persia o sulle steppe accosto a queste e dorme nei caravan-serragli o sotto la tenda, si è l'inesprimibile clamore notturno degli sciacalli, i quali insieme scoppiano in urli che echeggiano da ogni parte e salgono alle stelle, poi tutti insieme si taciono per riprendere più terribilmente di prima. La centomillesima parte di un cosiffatto gridìo basterebbe a non lasciar chiuder occhio per tutta la notte all'uomo nelle condizioni consuete della vita; ma dopo di aver cavalcato un'intera giornata, arrivando affranto alla meta, il viaggiatore ha ben altre disposizioni al sonno che non nella vita ordinaria. (p. 429)
Intorno alla addomesticabilità dello sciacallo furono espresse delle opinioni abbastanza discordanti dai vari naturalisti, che parlarono per loro propria osservazione. Tutti si accordano nel dire che lo sciacallo è incomparabilmente meglio addomesticabile che non sia la volpe; dicono che è carezzevole, che si affeziona al padrone, lo segue come un cane, ma nessuno ha detto mai che lo sciacallo, anche preso giovane e accudito, sia suscettivo di un ammaestramento quale si può dare anche al cane più comune, e che gli si possa lasciare quella piena libertà che si lascia ai cani domestici. (p. 430)
Si suol dare a questo animale il nome di Licaone. Taluni vollero anche chiamarlo Cinojena, a significare appunto le sue affinità colle jene e coi cani. Il carattere più spiccato per cui il licaone si accosta alle jene si è questo, che le sue dita non sono che quattro tanto al primo quanto al secondo pajo delle sue zampe. Anche per le fattezze della sua testa questo animale rammenta una jena piuttosto che non un cane. Ma la sua dentatura è quella dei cani, come è di cane piuttosto che non di jena il suo corpo. Questo è snello e robusto, colle quattro zampe a un dipresso pari. La sua mole è quella di un lupo, non dei più grossi. (pp. 457-458)
Anche nei suoi costumi ha più del cane che non della fiera. Vagano per le steppe di giorno e di notte questi animali numerosi, associati per dar caccia alle antilopi, anche le più grosse e forti. Riescono nocevoli all'uomo colla strage che fanno nei greggi. (p. 458)
Quando vedono qualche cosa che sembri minacciare un pericolo, abbajano forte; di notte, quando sono in branchi, inquieti e battendo i denti pel freddo, mandano suoni che rammentano la voce umana; quando si vogliono radunare, il loro grido è sonoro e somiglia al secondo suono del grido del cucuolo. Non temono i cani domestici, li aspettano impavidi, si avventano loro addosso quando sono vicini, per lo più li fanno a brani. I cani domestici li odiano tanto che abbajano per delle ore intere anche solo quando ne abbiano udito la voce da lontano. (p. 458)

Frasi da «Volere è potere»

Il giornalista italiano è ignorante; salvo belle e poche eccezioni. Dovrebbe conoscere le lingue straniere, la geografia, la storia antica e la moderna, le amministrazioni del nostro paese comparate con quelle degli altri, la statistica, i principii generali della legislazione, tenere il lettore informato di quanto avviene di più rilevante presso le altre nazioni, raffrontare il presente col passato e dedurre prevedimenti per l'avvenire, porgere intorno alle cose di momento che avvengono dentro o fuori un dilettevole e quotidiano ammaestramento. Ma egli non ha quelle cognizioni, né può ammaestrare altrui di ciò che non mai seppe imparare. Che cosa fare allora? Polemica, impreteribilmente polemica. (p. 17)
Ah sì, pur troppo: in Italia tutto col governo, tutto pel governo, tutto dal governo, nulla senza il governo. Questo è un malanno terribile, perché così l'uomo non impara mai a fare assegnamento sulle proprie forze, ad osare, a confidare in sé stesso. Questo è un malanno terribile, perché in tal modo il povero governo viene ad essere nel concetto della nazione mallevadore di tutto. (p. 33)

Scheda del libro «Volere è potere»

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026