Frasi
Frasi di Michele Mari
14 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Qui trovi 14 frasi di Michele Mari: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.
Michele Mari (scrittore, traduttore e poeta italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Michele Mari
Coesione antropologica e diaspora sono i due poli della contraddizione che agita queste pagine dalla prima all'ultima, pagine abitate da sciacalli (Sciacalli e arabi), scimmie (Relazione per un'Accademia), cani (Indagini di un cane), talpe (La costruzione) e topi (Josefine), ma sempre ossessionate dal problema della razza, della tradizione, dell'identità.
[...] la mia lettura dellIsola del tesoro è meno solare : penso soprattutto al suo côté nero, a personaggi genuinamente spaventosi come Pew il cieco o Cane Nero con il suo angosciante Bollo Nero, al duello mortale fra Jim e Jordan Hands, alla bestialità di Ben Gunn, alla stessa ambiguità di Silver, a quella lugubre canzone Quindici uomini sulla cassa del morto, alla rievocazione del terribile capitano Flint, quasi un morto vivente con le guance blu...
Fra questi il mio preferito è il film di Dreyer , l'unico a non seguire la trama di Stoker e a proporre un vampiro puro e assoluto, vittima e mostro insieme, e al tutto privo delle abilità mondane che caratterizzano i suoi più prestigiosi colleghi [...].
Tutti questi personaggi sono dei seduttori, e chi più chi meno danno ragione a Stephen King quando, in Danse macabre, afferma che il loro successo è direttamente proporzionale alla valenza sessuale dei loro morsi, che mettono lo spettatore e la spettatrice in condizione di godere di scene di dominazione e di stupro senza sentirsi in colpa e senza angoscia (ma il morso non è solo metafora eufemizzante dell'atto sessuale: è anche indizio di una sessualità prevalentemente orale, cosa che spiega perché i primi fan di Dracula siano gli adolescenti). [...] La questione della sessualità, comunque, non ci soddisfa completamente, nel senso che, da sola, non basta a rendere ragione della resistenza del vampiro nel nostro immaginario letterario e cinematografico. Il mio sospetto è che molto conti la fungibilità o transitività del vampiro, in altre parole la sua contiguità ad altri "tipi", dai licantropi (affratellamento esplicitato dalla saga Twilight) agli zombie [...]. Ma non dobbiamo dimenticarci, infine, della disponibilità del tema a trascorrere dall'horror alla commedia.
Cento poesie d'amore a Ladyhawke
Come un serial killer / faccio pagare alle altre donne / la colpa / di non essere te
Tu non ricordi / ma in un tempo / così lontano che non sembra stato / ci siamo dondolati / su un'altalena sola // Che non finisse mai quel dondolio / fu l'unica preghiera in senso stretto / che in tutta la mia vita / io abbia levato al cielo
Verrà la morte e avrà i miei occhi / ma dentro / ci troverà i tuoi
I demoni e la pasta sfoglia
Stevenson è oggettivo perché è soggettivo, è magnanimo perché è autistico, è epico perché è autocentrato, ha una fantasia inesauribile perché parla solo di sé, perché sa parlare solo di sé e perché vuole parlare solo di sé.
Racconto di magistrale economia, Markheim è tutto giocato sui toni medi della perplessità, dell'inquietudine, del trasalimento; la truce e favolosa spettacolarità del Jekyll vi è assente, ma la tensione è altissima, e ci dimostra una volta di più che pochi narratori conoscevano come Stevenson l'arte di rendere romanzesca una materia etico-psicologica.
[...] a un certo punto (e il lettore dice: finalmente!) Henry reagisce e decide di affrontare James con la forza e con l'ingegno, ma è anche vero che da questo stesso punto Henry incomincia a imitare James, a essere sempre più simile a lui fino ad essergli identico: spietato, astuto, sprezzante, sulfureo. I due fratelli moriranno a poca distanza di tempo dopo la resa dei conti finale, ma James muore come se stesso, Henry muore come James, goccia di mercurio riassunta e annullata nel metallo liquido dell'altro.
Romanzo algido, geometrico, intimamente loico, popolato di araldici emblemi più ancora che di simboli. L'invenzione di Morel ribadisce un'antica illusione degli umani: che a divenire immortali sia sufficiente conseguire la Forma: la Forma formata e compiuta, definitivamente sottratta dall'arte alla corruttibilità della vita.
Ricordando l'esilio in villa dell'allegra brigata boccaccesca, l'isolamento di Morel e dei suoi amici (ma più che l'isola la loro villa è la Forma fissa) stabilisce che la morte è fuori, e che ogni possibilità di sopravvivenza è legata al soggiorno dentro i circolari o pentacolari confini dell'artificialità.
Pur essendo sempre a Torino la chambre non è più la stessa, così come non ci sono più alcuni comprimari presenti nel Voyage, come il cameriere Joannetti e la cagnetta Rosina. Né ci sono più quelle schizofreniche personificazioni della propria identità che erano nel Voyage l'anima e il corpo, designato come «la bestia» oppure (in opposizione all'anima) «l'altro»: l'abbandono di queste entità è a mio avviso la perdita più grande, che sempre renderà il Voyage di gran lunga superiore alla Expédition [...].
Xavier è nella Expédition molto più fanciullesco: ad esempio sta a lungo a cavalcioni del davanzale della finestra, descrivendosi come un vero cavaliere che ora vada al passo ora al trotto ora al galoppo. Eppure, nonostante questi e altri bamboleggiamenti, il testo è molto meno adolescenziale e incantato del Voyage.
[...] Jekyll e Hyde saranno entrambi felici ognuno a suo modo, e la sola infelicità risiederà nella memoria di Jekyll di essere stato Hyde, e nella paura di tornare ad esserlo.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026