Frasi
Frasi di Nanni Svampa
18 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 18 citazioni di Nanni Svampa, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Nanni Svampa (cantante, scrittore e attore italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Nanni Svampa
Volete essere compresi dagli uomini? Parlate. Volete essere compresi dalle donne? Tacete.
Georges Brassens? È stato il padre di tutti i cantautori venuti dopo di lui. Il poeta francese più importante del secolo scorso. Non lo dico io, ma i francesi.
All'epoca mi dicevano che celebravo da morto uno che da vivo non se lo filava nessuno, ma poi grazie a Fabrizio le canzoni di Brassens divennero più note e mi sembra che oggi i ragazzi tornino ad appassionarsi alla musica francese d'autore degli anni 50-60'.
Quando l'ho conosciuto, nel '73, era già un guru. Una persona dolcissima. Andai a casa sua, a Parigi, in una di quelle villette a schiera degli anni '30, con il giardino. Era in tuta ginnica e aveva un salotto senza nemmeno un quadro alle pareti, una cameriera con il grembiulino blu e una gatta strabica.
È un mito ancora oggi: dai bambini delle elementari ai jazzisti, dalla corale agli intellettuali per la Francia è un grande artista.
Il recupero della lingua locale è molto sentito e vissuto come una ricerca di un'identità, dei loro avi. Il mio lavoro si pone come un piccolo granello nel sapere chi siamo o da dove veniamo.
È diventata sempre più tecnologica e avanzata e la tradizione si è persa. I cambiamenti politici e sociali hanno portato alla perdita della nostra cultura. Mi ricordo le vecchiette di un tempo, sui pianerottoli, che durante il giorno parlavano tra di loro in dialetto. Ora non è più così.
Io non dico che bisogna a tutti i costi tornare a parlare il dialetto milanese. Una lingua sta in piedi se c'è una realtà che la corrisponde. Bisogna parlare di recupero. La canzone, ad esempio, è un mezzo semplice per recuperare il proprio patrimonio, o per scoprirlo. Non si tratta del semplice dialetto che si parla al bar, ma è proprio cultura e tradizione.
Ci si può riavvicinare nuovamente con gli strumenti più elementari. Bisogna disintossicarsi dalla tv e da internet che distruggono la nostra tradizione.
Sono molto legato ai luoghi di provincia in cui si fa teatro amatoriale, che puntano al mantenimento del sapere della nostra lingua dialettale. L'importante, comunque, è tirare fuori la gente da casa.
I Gufi nacquero in progressione. Quando tornai dal militare mi convinsi di voler fare cabaret. C'era il mio amico Pio Borella che scriveva canzoni. Lui abitava in via Vitruvio a Milano e io in via Ponchielli, quindi ci si trovava al Bar del Motta e si andava in San Babila a mangiare un toast e a chiacchierare. Lui mi disse che c'era un night dove si poteva combinare qualcosa. Il proprietario di questo locale aveva anche il Santa Tecla, dove si esibiva Patruno con la sua band. Insomma, per fartela breve, decidiamo di organizzare uno spettacolo lì ma ci rendiamo conto che manca qualcosa, una figura importante. Allora andiamo al Derby e scopriamo questo tizio che quando si esibisce sembra un corvo appollaiato e canta canzoni macabre. Era Brivio. Morale, si sono uniti a noi anche Magni, un mimo formidabile e la mia soubrette. Quindi all'inizio eravamo in cinque.
Si dice che l'idea di rompere fosse di Magni, in realtà due mesi prima volevo già farlo io. Il nostro ultimo spettacolo era obiettivamente brutto. Eravamo tutti stufi, anche Patruno.
La città è cambiata. Lascia perdere il romanticismo delle case di ringhiera, che di romantico non avevano un cazzo, specie quando dovevi andare a pisciare fuori, in inverno. Io sono vent'anni che non vivo più a Milano perché non la sopportavo già più. È una città piena di maleducati, che parcheggiano dove capita, che non hanno rispetto per nessuno. Poi la sporcizia, i grattacieli dove vanno ad abitare quelli pieni di soldi. Si è snaturata, ha perso le sue radici. Certo, dirai, la globalizzazione e via discorrendo. Ma è ovvio che non si possa mantenere l'identità in una capitale economica come Milano.
Lui ha scritto delle cose meravigliose, anche se ho dovuto leggere spesso le traduzioni perché il dialetto di Lenno è per me a volte incomprensibile. Se per eredità intendi che usa il dialetto, allora va bene. Ma quello è un aspetto formale.
Dicono di Nanni Svampa
"Certe tue traduzioni sono migliori delle mie canzoni". Se a dirlo è Georges Brassens, è detto tutto, o quasi. Da aggiungere: il cabaret, quando era una cosa seria, e la canzone dialettale milanese gli devono molto.
Era molto serio e molto divertente. Uno ostinato, preciso.
Le invenzioni di Svampa e dei Gufi sono un pezzo del Sessantotto, quello che si respirava nell'aria, creativo e ribelle e irridente.
Svampa recupera con acribia filologica la vecchia canzone popolare milanese, la spruzza di spirito anarchico, la mischia con le canzoni della Resistenza.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026