Frasi
Frasi di Nicolai Lilin
698 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Le citazioni di Nicolai Lilin raccolte in un'unica pagina: 698 frasi, divise per libro e argomento.
Nicolai Lilin (scrittore moldavo naturalizzato italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Nicolai Lilin – 2009
Non capisco il motivo . Rifiutare e negare alla gente partecipazione alla manifestazione culturale [...] è come negare a un umano soccorso medico, perché lui politicamente non è corretto. Un simile comportamento è contro la mia etica e la mia morale.
Ho amici di destra e sinistra [...]. Mi trovo bene con loro, perché non li vedo come dichiarati politicamente, ma come persone, come gente che pensa e condivide alcune idee con me. Ricordo anche che è impossibile essere tutti uguali, io da bambino ho vissuto l'alba dell'impero che cercava di far diventare tutti uguali. E vi posso dire in tutta sincerità che l'unica cosa che faceva diventare tutti uguali nell'Urss era solo il colore del sangue con il quale hanno sporcato la coscienza sociale.
Cazzo, te lo dico io, amico mio [...]. Tutti quei maledetti soldi provengono dagli ebrei ricchi, cazzo. Te lo dico, cazzo, questa è un fottuto complotto. E la seconda guerra mondiale è stata iniziata dai ricchi, fottuti ebrei, non lo sapevi? Te lo dico esattamente, quelle puttane non hanno risparmiato la loro tribù, e solo per diventare ancora più ricche! [...] Hai sentito parlare di questo club Bilderberg, eh? Porca miseria, il mio amico mi ha spiegato tutto di loro. Amico mio, conosci forse Licio, cazzo, Gelli, P2? Non lo conosci? [...] Quando sono arrivato, ero un ignorante, ma lui mi ha aperto gli occhi.
Volevo raccontare storie che rischiavano di perdersi, che conoscono in pochi, e renderle storie di molti. Le storie della mia gente, distrutta dal capitalismo di oggi, gente che aveva regole sacre, che viveva con dei valori.
Mio nonno in tutta la sua vita non ha mai portato soldi addosso, li tenevano in posti lontani dai luoghi della vita. I soldi sono sempre stati considerati sporchi.
Quando ero piccolo e uscii dalla Moldavia con mia madre, alla dogana un ufficiale vide che ero nato in Transnistria e, seppure fossi un bambino, mi fissò negli occhi e disse, "Delinquente!!!". Bastava venire da lì.
Mi hanno insegnato a dire la verità sempre. Spesso i poliziotti russi quando arrestavano degli Urka li riprendevano mentre li interrogavano. Quando dicevano sei un criminale loro dovevano rispondere si, se rispondevano no era una condanna a morte tra tutti gli Urka. Un Urka non mente mai.
Sono un criminale onesto [...]. Nelle mie zone tutti chiedono il pizzo, per qualsiasi cosa bisogna pagare. È lecito aspettarsi una richiesta di tangente per documenti, viaggi, permessi, per tutto ciò che nel mondo occidentale, in un mondo che si dice civile, dovrebbe essere dovuto.
In Russia e in Moldavia tutto è corruzione, politica, burocrazia, tanta prostituzione, racket, droga. Paesi marci. Mio nonno diceva spesso: credo che non esista né inferno né paradiso, semplicemente se ti comporti male rinasci in Russia.
Una volta mio nonno mi ha raccontato che fu arrestato un pedofilo, uno di quelli a cui piacevano molto le bambine piccole e anche i bambini. Gli Urka quando fu arrestato lo trattarono con rispetto. Andarono da lui, gli diedero una corda fatta con le lenzuola e gli dissero: "Hai cinque ore per impiccarti, se non lo fai ognuno di noi prenderà un pezzo di te e lo strapperà".
Raccontare i tatuaggi è disonesto. I tatuaggi sono un linguaggio muto, ci si tatua proprio per evitare di parlare. Solo un siberiano può capire. Chi racconta uccide la tradizione, e rischia di essere ucciso.
Il film di Cronenberg è tutta una farsa. Il tatuaggio siberiano è morto con i siberiani. È una menzogna, dal film sembra quasi che tutti gli affiliati russi si tatuino, ma non è così. Quei tatuaggi li hanno solo alcuni, come per esempio Seme Nero.
Io ho ucciso Roberto, ho ucciso un bel po' di persone. Ma non sento dolore, o meglio sento che ero costretto a farlo, ero un militare in Cecenia, e dovevo sparare. Ho ucciso e ho sentito la morte tante volte vicina a me. Ma anche su questo la mia gente mi ha insegnato a capire la morte, a conoscerla e a non sentirla come qualcosa di strano. Qui nessuno vuole morire. Io se voglio la vita so che devo volere anche la morte.
[...] la comunità siberiana in cui sono cresciuto proveniva da una molto più antica che aveva già sviluppato un sistema di autocontrollo e che si opponeva a qualsiasi forma di potere. Non soltanto al socialismo, si opposero al regime dello Zar e alla sua schiavitù. [...] Alla fine degli anni Ottanta già sapevo che la comunità stava morendo. Quando ho iniziato a scrivere mi sono reso conto che la tradizione li ha aiutati a sopravvivere, ma non ha potuto salvarli.
Non esiste più nessuna comunità . Sono io, mio fratello, e forse qualcun altro. Il problema è che anche in Siberia non è rimasto niente. Il nucleo di questa comunità è stato deportato in Transnistria e lì non è sopravvissuto. La comunità che descrivo nel libro era composta da 40 famiglie. Si può dire che la tradizione è stata un appoggio, ma in certe situazioni è impossibile per una comunità sradicata sopravvivere.
L'unica cosa certa sulla Russia è che sarà sempre immersa nel caos. È normale. Questo è il suo stato storico. In Russia non esiste, e non ci sarà mai, un governo democratico. Solo una dittatura può riuscire a gestire un territorio simile e tutte le popolazioni che lo abitano.
Veramente ora mi considero italiano a tutti gli effetti. Ho la cittadinanza italiana, sarebbe sbagliato e scorretto definirmi russo. Anche se ultimamente ho ricevuto parecchi attacchi da parte dei miei ex concittadini russi.
Ho molti amici bulgari e conosco la situazione bulgara abbastanza bene. Fa piacere vedere come l'Ue dia la possibilità di svilupparsi negli anni futuri. Ho parlato con i giovani bulgari, e la loro mentalità è diversa dai giovani russi. Loro non pensano soltanto a guadagnare il più possibile, ma a contribuire alla società e allo sviluppo della democrazia perché viaggiano, vedono il mondo e l'Europa occidentale. Loro vedono cosa significano i diritti per i giovani, che cosa significa Erasmus e vedono come le persone possono tranquillamente integrarsi in altri paesi e studiare e lavorare.
Io volevo solo raccontare in un romanzo la Russia di mia madre, che ha lavorato tanto e alla fine è dovuta fuggire da casa, in Italia [...]. E il mondo di mio padre, che è vivo per miracolo e non ha più niente. Una delle tante vittime dello sporco gioco di potere che si è svolto in Transnistria. Oggi sta ad Atene, fa mille lavori, il macellaio o il cameriere, è un uomo solo, che ha lasciato alle sue spalle un intero mondo perduto.
C'è chi dice che sono balle, che è tutto inventato, che in Transnistria non è mai stato deportato nessun siberiano. A me non interessa. Io non sono uno storico, non ho fatto ricerche d'archivio. Ho scritto un romanzo, con quello che ho visto e che so. Gli urca non furono deportati? La mia bisnonna, che a 23 anni rimase sola con sette figlioli, ricordava che li avevano portati via tutti insieme col treno fino alla frontiera. Furono costretti ad attraversare il fiume e fu detto loro : "Le armi sono pronte, chi torna indietro è morto". A casa lo raccontava sempre. Ma fuori aveva paura. Quando io ero piccolo, lavorava in ospedale, faceva l'infermiera. E si faceva passare per ebrea, per non dire chi era. Questa è la nostra storia.
Non ho filtrato il ricordo attraverso il mio spirito critico di oggi. Ho voluto riprodurre la realtà così come è arrivata a me, attraverso la mia percezione di bambino, prima, e di ragazzo di sedici, diciotto anni, poi. Piccole storie di uomini e donne che non si trovano nelle enciclopedie. Mia madre, leggendo il libro, ogni tanto diceva: "Nicolai, ma guarda che qui hai sbagliato, la cosa non era esattamente così...". Io la bloccavo subito : "Mamma, io la ricordo come l'ho scritta".
Io scrivo della resistenza del popolo siberiano deportato e quasi sterminato dai comunisti. Sono apolitico, racconto solo quello che ho visto e vissuto, ma qualcuno che ancora sogna il comunismo nero mi preferirebbe morto. E se fossi rimasto al paese, già lo sarei. Ecco perché io, mia moglie e mia figlia di quattro anni dormiamo con il kalashnikov accanto al cuscino.
Il tatuatore, da noi, è una specie di sacerdote e conosce la vita di tutti, i segreti, le cose più profonde.
I Carabinieri sono molto preoccupati, e la mia famiglia di più. Su Facebook mi hanno scritto cose tremende, alcune assurde - un tizio che assicura di avere pagato sicari della mafia russa per eliminarmi - altre più credibili.
Uso le bacchette, come si fa in Siberia. La tradizione è fondamentale, tatuare è un rito.
La storia di un uomo si legge in senso circolare, cominciando dalle mani, come un antico geroglifico. La pelle parla. E non si deve mai chiedere a voce cosa c'è scritto, in Siberia è ritenuta un'offesa grave. Solo chi conosce il nostro alfabeto può saperlo, e sempre meno persone sono in grado di farlo perché anche da noi la tradizione si sta perdendo, tutto è minacciato dal consumismo, i ragazzi si rimbambiscono di videogiochi che invece andrebbero vietati per legge.
Mai studiato , l'ho imparato a contatto con la gente, leggendo libri per bambini e guardando i cartoni animati. Ma ora riesco persino ad affrontare Dante.
Quando i miei amici mi hanno consigliato di cominciare a scrivere, ho preso quel suggerimento con impegno. Mi sono detto: "Se non avrò una fortuna, almeno mi divertirò". Così, per puro divertimento ho scritto "L'educazione siberiana". Per ricordare le cose passate, per rivivere momenti della mia infanzia, che io, nonostante la mia giovane età, spesso vedo molto lontana. Così oggi spesso sento che mi chiamano "lo scrittore". E sorrido, perché penso che nel gergo criminale russo si chiama così chi è molto abile con il coltello. Sorrido perché ormai sono lontano da quegli anni, da quel mondo, dal carcere e dalla guerra. Sorrido perché ho il mio impegno di scrivere per raccontare la vita che cambia attraverso mille storie. Qualche volta scrivo con la rabbia, altre addolcito dall'amore, qualche volta sono ipnotizzato dalla calma, un'altra agitato dal caos. Ma il risultato finale sono le parole che trasmettono a tante persone i miei sentimenti, ciò che vivo e i ricordi di quello che sono stato.
Citazioni di Nicolai Lilin – 2010
Ho cambiato nomi, riferimenti ai battaglioni e ai luoghi, ma in quelle pagine c'è solo ciò che ho vissuto. Ho scritto quello che più mi ha colpito, concentrandolo nel racconto. E mi hanno colpito cose molto brutte.
Io, quando sono arrivato a un tot di vittime, mi sono fermato: non voglio più sapere quanti obiettivi colpiti ho sulla coscienza. Non voglio che questa cosa mi domini, e diventi un azzardo. Sapevo di essere un professionista, magari non geniale, comunque di buon livello. Ma non uccidevo per collezionare vittime. Volevo fare bene il mio lavoro. Proteggevo al meglio la vita mia e dei miei compagni. E ne avevo in cambio il loro rispetto.
Non stiamo parlando di sniper, quelli che in Bosnia colpivano i civili, nelle case, in città. Io non l'ho mai fatto. Non mi è nemmeno mai capitato: io andavo in prima linea e cercavo di eliminare il nemico che stava per ucciderci.
Per noi i nemici erano tutti arabi. Il che non significa che lo fossero davvero. Magari erano afgani, o cinesi, o del Baltico. O, forse, ceceni. C'era un reparto della marina che chiamava i nemici Teletubbies. E lo scriveva perfino nei rapporti. Il fatto è che nella prima guerra, i ceceni si battevano per l'indipendenza. Nella seconda guerra le cose erano diverse. Caos. Nessuno pensava più al motivo per cui ci trovavamo lì. C'erano perfino formazioni militari composte da soli ceceni che combattevano dalla nostra parte, il famoso battaglione Est, usato contro il terrorismo. E poi, i mercenari. Di tutti i tipi, arabi, cinesi, somali, dall'Europa dell'Est. Quando c'è una guerra, questa gente, seguendo propri canali ormai rodati, si raduna. Alcuni, come gli afgani, erano ignoranti. Altri, erano superpreparati e superarmati, come gli arabi. Professionisti capaci, con formazione militare di stampo americano. Parlare con i prigionieri era proibito, ma qualche volta mi è capitato...
Il capitano Nosov veniva dall'Afghanistan, da troppi anni aveva conosciuto solo guerra. Io lo ringrazierò sempre, perché gli devo la vita. Ma non era più un civile. E tollerava come naturali tutte le violenze della guerra, anche quelle del nemico.
Anna Politkovskaja è un caso. La Russia non è mai andata contro corrente. È un Paese degradato, invivibile, antidemocratico. E la colpa non è di Putin. La responsabilità è di noi russi. Non siamo abituati a vivere liberi, siamo contenti se c'è chi decide per noi, non ci curiamo della corruzione dei potenti perché se potessimo faremmo lo stesso. I russi proteggono questa oligarchia organizzata.
Non sono un pacifista, non credo nella pace, non esiste. Se ti guardi intorno vedi solo conflitti e ingiustizie. Non parlatemi di pace, ho raccolto pezzi di ragazzi da terra, non parlate di pace al palestinese a cui hanno fatto saltare la casa con i suoi figli dentro o alla donna afgana. Dopo la seconda guerra siamo entrati a far parte di una battaglia continua e globale. La parola pace è uno straccio.
È criminale uno Stato che non è capace di difendere i cittadini. Siamo criminali noi cittadini quando sosteniamo un sistema che non tutela più i più deboli.
Quando mio zio è andato in galera, sono andato a casa sua che era piena di libri. In realtà cercavo libri di storia, invece ho incontrato i romanzi di Bulgakov. In una notte ho letto Il maestro e Margherita... avevo dieci anni. Ecco, da allora ogni anno rileggo ritualmente tutte le opere di Bulgakov. Da quattro anni le rileggo in italiano. È un modo per conoscere le sfumature e il pensiero che c'è dietro la lingua italiana. Sono anche un appassionato di Dante Alighieri. Quando ho mal di testa, metto su un disco d'opera lirica (in genere il Don Giovanni o Il barbiere di Siviglia) poi smonto le armi e mi metto sulla poltrona a leggere Dante.
Io rispetto solo le persone oneste. Se poi queste persone sono etero, gay, donne, uomini, fascisti, comunisti, non importa. La cosa che conta è che abbiano rispetto di se stessi e degli altri.
Io non credo che esistano il bene e il male: sono stati inventati per spaventare la gente. Come esseri umani abbiamo tutti i sentimenti dentro di noi e scegliamo ogni volta la possibilità del bene e del male. Anche il nazista più efferato magari prima di compiere un'atrocità ha accarezzato un bambino o fatto l'amore.
Non avrei mai pensato di arrivare in Italia, anche perché nella mia fantasia l'Italia era un paese d'arte e bellezza, ed io che ero sporco e ignorante non avrei mai potuto viverci... Ci sono arrivato nel 2003, per raggiungere mia madre che, come tutte le madri russe (e come ogni madre meridionale) si era inventata una malattia solo per vedermi. A quel punto ho capito che questa sarebbe stata la mia terra. Ho costruito la mia casa mattone per mattone. Mi sono sposato. Ho fatto una figlia. Sono cittadino italiano. Se scoppia una guerra, andò a morire per questo paese. È l'unico posto in cui mi sento a casa. Credo che l'Italia e gli italiani mi abbiano dato quello che non mi aveva mai dato nessuno finora, nemmeno la mia famiglia.
Ho un editor che lavora sulla correzione grammaticale. Vede, io racconto le storie come se la raccontassi ad un mio caro amico. Le scrivo senza fermarmi, senza rispettare le strutture sintattiche e grammaticali (non ho mai frequentato non solo la scuola, ma neanche la scuola Holden, che fra l'altro continua a snobbarmi). Quando ho finito di scrivere la storia che ho in mente, non rileggo neanche una pagina e spedisco tutto in casa editrice.
Io vivo una vita abbastanza tranquilla rispetto a molte altre, ma ho il sostegno dell'esercito e dei carabinieri. Giro con la mia pistola . E a casa ho delle armi. Ma non è vero, come hanno scritto, che dormo con la pistola. Io dormo con mia figlia. Preferisco comunque non approfondire la questione.
Sono stato molto criticato per questo mio gesto, sia dal mio editore che da mia moglie... Io cerco sempre di capire l'altro. Mi considero apolitico (semplicemente perché in quanto scrittore non reputo di dovermi occupare di politica), ma naturalmente ho le mie idee sull'Italia e la politica. Non riesco a capire perché qualcuno mi abbia dato del fascista. Sono andato dieci volte in centri sociali, nove volte erano centri sociali di sinistra e nessuno ha detto niente. L'ultima volta sono andato a Casa Pound e la cosa è stata giudicata scandalosa... Ho ascoltato i loro discorsi e mi è sembrato che esprimessero bisogni simili a quelli di tanti ragazzi di sinistra.
Non mi piace che la gente sia troppo gentile, non ci credo.
La storia di mio nonno e di questi uomini e donne espulsi dalla loro terra non è una storia finita, è una lezione di vita che mi accompagna. Il passato non è qualcosa da buttare via, è lì che troviamo l'essenza di ciò che siamo oggi.
È la mia storia, non ho inventato niente, non so inventare. Il mio libro ha avuto successo, ma questo non fa di me uno scrittore.
È un romanzo basato su eventi reali, sulle mie esperienze personali e su quelle degli amici. Né è un libro di attualità o sulla mafia. Non denuncio nulla, uso semplicemente i miei ricordi per raccontare agli amici, in modo ironico o persino molto violento, com'è stato crescere in questa situazione.
Gli Urca non rispettano il denaro né i potenti; combattono solo per la libertà. Sono estremamente violenti. La violenza è nel loro sangue. Provenivano da una comunità di cacciatori in Siberia e per loro uccidere una persona è come fumare una sigaretta. Ma non ucciderebbero mai qualcuno senza una vera ragione. Lo capisco quando parlo con loro. Questi codici morali erano molto importanti perché riflettevano i loro valori: rispettavano solo le persone, non i potenti; rispettavano solo la libertà. Non commettevano mai un crimine contro una singola persona, ma contro lo Stato. E non diranno mai di commettere crimini, ma di essere resistenza politica. Queste persone cercavano di sopravvivere lottando contro il comunismo, commettendo crimini contro il sistema. Rapinando banche, ad esempio, perché nell'Unione Sovietica le banche erano di proprietà dello Stato.
Il sogno americano ha distrutto tutto. E, in fondo, è una bugia: non è possibile costruire il sogno americano in Russia. La gente dice: il capitalismo sta finalmente arrivando. Ma non è vero, perché non viviamo in un sistema democratico, il capitalismo ha bisogno di una base democratica per essere equo. Qui non c'è capitalismo, c'è un nuovo feudalesimo, come volete chiamarlo. È un feudalesimo con nuove tecnologie.
Mi resi conto subito che nel mio Paese la guerra era stata organizzata per creare opportunità per le forze russe di entrare e controllare il Paese, perché non volevano perdere il controllo del territorio. I veri nemici non erano i moldavi, ma i russi, perché avevano organizzato questa guerra e avevano preso il controllo del territorio.
Non ho mai partecipato ai crimini, né ho fatto parte di una società criminale.
In qualche modo ho sconfitto l'odio ideologico contro tutta la comunità islamica che veniva imposta dall'esercito. È così che ho capito che da parte islamica non c'era alcuna ideologia: quelli con cui abbiamo combattuto erano tutti mercenari. Al punto di barattare la possibilità di uscire dalle montagne in cui erano asserragliati in cambio di loro stessi camerati. Per me tradire un camerata russo con cui ho fatto spalla a spalla anni di guerra equivale al suicidio. Per loro invece era normale, perché credevano solo nel denaro.
Io portavo l'uniforme militare anche dopo il congedo per distinguermi dai tanti giovani che volevano vivere il sogno americano, consumare a ogni costo, senza rendersi conto che non significa nulla. Per me portare vestiti civili era sporcarmi il corpo.
Nosov, come mio nonno durante l'infanzia, rimane ancora oggi un riferimento importantissimo, anche se è caduto: era un militare di grandissimo valore, grazie al quale siamo sopravvissuti noi stupidi ragazzi di 18 anni. Per noi rappresentava una saggezza totale. E poi ci ha trasmesso uno spirito di cameratismo unico, indispensabile. [...] Nosov era nostro padre, la nostra famiglia. Lui stesso rifiutava la sua famiglia.
Il carcere, forse perché avevo 12 anni o perché ero ben protetto, l'ho accettato come parte del gioco. Quindi non l'ho patito tanto, anche perché non ho subito abusi. Quello che mi ha spaventato è stato scoprire quanto violento, stupido e brutale può essere un uomo, soprattutto con se stesso – perché per me un adulto che violenta un ragazzino fa innanzitutto un crimine contro la sua stessa anima, si cancella dagli occhi di Dio per sempre.
La guerra per me è stato il primo confronto con la vita reale. È lì che ho iniziato a interessarmi di politica. Prima mi limitavo a fidarmi di mio nonno: «Chi fa politica è maledetto da Dio». Quando poi l'esperienza è finita è stato difficile tornare al punto di partenza, perché ormai ero un'altra persona, vedevo il mondo con occhi diversi.
Sì, ma ricevo anche un grande sostegno dei servizi di sicurezza italiani. E poi non riusciranno a impaurirmi, perché per me è un discorso di dignità, aprire gli occhi ai miei concittadini italiani su ciò che accade nei paesi dell'Est e sulla minaccia che da lì potrebbe provenire per l'Italia. Bisogna essere pronti anche moralmente di fronte a queste situazioni, imparare a non sottovalutarle.
In guerra mi facevano più impressione i vivi dei morti. [...] La guerra ti fa accettare tutto, si pensa solo a non pensare, a far sopravvivere il corpo senza valutare cosa accadrà domani. La società in cui vivo si comporta nello stesso modo, senza l'attenuante del conflitto. Mi sembrano zombie. Allora meglio morti del tutto, che morti viventi.
Io non vivo la pace, non so cosa sia. Sono sempre in guerra, dietro ogni cosa che mi circonda vedo il tentativo di gente disonesta che vuole sfruttare e sottomettere il prossimo
L'eroismo è un gesto normalissimo che, nella società di oggi, diventa rivendicazione estrema dell'esistere. Sono eroi i lavoratori che cercano di sfamare le loro famiglie senza tutele del governo, il napoletano che non cade negli artigli della camorra ma sceglie la fatica dell'onestà. La donna che cresce un figlio da sola.
Uno stato, la politica non possono imporre una morale. La morale comune non è un sistema stabilito dai potenti, ma nasce dal contributo dato da ogni singolo uomo. Per questo non esiste più.
Il pentimento c'è se uccido una persona investendola con l'auto perché sono ubriaco, i miei genitori mi coprono e io mi sento in colpa. Da cecchino, dovevo assolvere ai miei compiti. Liquidare terroristi internazionali, i mercenari. Era la morte dei civili ad addolorarmi. Ma io non ho mai colpito civili.
Ho paura della pace che oggi abbiamo a condizioni più pesanti della guerra. Sarebbe tutto più facile se ci ammazzassimo tra di noi e ricominciassimo da zero. La nostra pace ci costa molta più vita e risorse di qualsiasi guerra che sia mai stata fatta.
Trattando il tema della guerra di solito siamo abituati a difendere una delle parti partecipanti. [...] Questa forma di visione della guerra ci porta lontano dalla realtà, ci rende deboli davanti ai numerosi tentativi di strumentalizzazione e ci lascia senza un approccio vero e cosciente con il resto del mondo, con la storia.
Mi ricordo, fin dai tempi dell'Unione Sovietica, la macchina della propaganda comunista, i libri di storia, i film che raccontavano le eroiche imprese dell'Armata Rossa sui fronti della Seconda Guerra Mondiale, lo spirito d'acciaio e la convinzione di essere dalla parte giusta, che apparteneva alla maggior parte dei cittadini lobotomizzati e il confronto con i racconti di mio nonno Nicolai, che la guerra l'aveva fatta a piedi da Stalingrado fino a Berlino, racconti strappati nei momenti di riflessione, condivisi per la necessità di liberare qualche fantasma del passato, pieni di contraddizioni e drammaticità, ma anche di semplici e pure osservazioni di un uomo che aveva vissuto oltre la follia e non aveva più nessun interesse ideologico. Nei racconti di mio nonno i nazisti non apparivano come demoni arrivati dall'inferno, ma come semplici uomini, soldati costretti a combattere per i potenti del loro paese, con i quali spesso si poteva anche fare uno scambio di cibo, e verso i quali si provava un senso di pena, anche se erano dalla parte del nemico.
Quando la guerra in Cecenia era finita, non sono mancate le solite speculazioni e strumentalizzazioni cresciute attorno a quell'evento triste e drammatico, distruggendo le società coinvolte nel conflitto come il cancro che distrugge una vita. Si parlava molto sulle questioni fasulle, inventate per distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica dai veri problemi. Ho visto eroi inventati al momento e i loro avversari, altrettanto frutto di fantasie, mandare avanti un teatrino geopolitico conveniente per molti potenti della situazione. Pochi si sono interessati alla verità, perché non era cosi bella e comoda, non era facile da digerire, non portava profitti.
Non lo so esattamente. Mio nonno mi ha detto che era una nazione, sono nato in Transnistria. Sono cresciuto tra queste persone che furono esiliate durante il periodo stalinista, dalla Siberia alla Transnistria. Ho provato a ricreare tutto questo, ma non so se è tutto vero, perché non sono riuscito a trovare un archivio. "Urca" è quasi un insulto oggi in Russia, significa subito criminale comune, di bassa classe.
[...] ho deciso di scrivere in italiano, perché amo l'Italia, la sua cultura, da ora in poi è il mio Paese. Non credo che avrei potuto spiegare certe cose in russo. In italiano mi sento più libero. Ed è la lingua in cui sogno, quindi sono italiano.
Le persone di cui parlo erano anche combattenti della resistenza politica, a loro non piaceva il comunismo e ne hanno pagato il prezzo. Mio nonno è stato ucciso da un agente del KGB, anche uno dei miei zii. Certamente erano delinquenti. Ad esempio, hanno rapinato una banca. Ma mai crimini contro le persone.
Sono stato condannato una volta, a 12 anni, a un anno e mezzo di prigione, ma ci sono rimasto solo nove mesi. Era un centro per minori dai 12 ai 17 anni. Sì, è stato difficile. Ma questa è un'altra cosa banale. A quel tempo, in Transnistria, tutti andavano in prigione.
Non parlo delle ragazze ma non parlo nemmeno della scuola. Ciò non significa che non esistesse, ma non era il mio argomento. E ho scritto ciò che mi è rimasto nella memoria. Non c'erano ragazze, litigavamo tra di noi e pensavamo che se ci fossero state ragazze sarebbe stato ancora peggio, avrebbero seminato discordia.
Come un grande paese. Tuttavia, non credo che il problema principale della Russia fosse il comunismo. Il problema della Russia è la mentalità delle persone, è la Russia stessa. La Russia è sempre stata un Paese problematico, difficile da governare, qualunque sia il governo. La corruzione c'è sempre stata. I russi sono molto egoisti.
Anche oggi ci sono schiavi in questo paese. I russi hanno, nella loro mente, un problema con la libertà. La società post-comunista produce gente ricca, come si vede qui in Francia, ma è una percentuale minima. E alcuni sono criminali. Gli uomini d'affari, gli oligarchi, sono una vera preoccupazione in questa nuova società.
Volevo raccontare come ci si sente a vivere una guerra, a fare la guerra, a subirla, a studiarla, a goderla, insomma a provare tutte le emozioni che ogni essere umano prova stando nel bel mezzo di un conflitto armato. Ero molto deluso da come nel nostro mondo viene presentata e raccontata la guerra; a volte attraverso il velo di ideologie, interessi, strumentalizzazioni, e alla fine viene vista dalla gente sempre come qualcosa di grottesco, al di fuori della società umana, un evento che molti credono essere creato e mandato avanti da qualche forza estranea a noi, lontana dalla visione abitudinaria dell'etica e della morale. Invece bisogna capire che la guerra è necessariamente organizzata e fatta da uomini in carne e ossa, umani come tutti gli altri.
Non sono mai stato sulla scena del primo conflitto Ceceno, ma è stato un conflitto molto contraddittorio, studiato a tavolino da imprenditori, oligarchi e politici corrotti e pieno di intrighi, corruzioni, interessi economici che andavano al di là di quelli politici, territoriali, religiosi o nazionali. Molti militari che ho conosciuto, che avevano partecipato al primo conflitto, lo chiamavano "il teatrino".
Il secondo conflitto è stato un fulmine senza pietà scaricato sul terrorismo islamico internazionale. Siamo entrati ufficialmente in guerra alla fine di agosto nel territorio occupato dalle formazioni terroristiche e l'abbiamo preso sotto controllo totale a dicembre, liberando una difficile regione che si estende tra le montagne del Caucaso. A quel punto gli scontri diretti sono finiti e il nostro lavoro era limitato ad operazioni preventive e di routine di mantenimento dell'ordine e legalità della Federazione Russa sul territorio.
Politkovskaya, pace all'anima sua, era una brava giornalista, ma tendeva ad imputare troppe colpe alle persone che non meritano di portare tutto il peso della guerra sulle loro spalle.
I militari sono esseri umani che fanno il loro duro e ingrato lavoro, vivendo situazioni estreme, nelle quali spesso il cervello umano cede, e a quel punto chiunque, anche il più devoto moralista e pacifista, diventa capace di compiere le atrocità più incomprensibili che esistano.
In guerra, nelle situazioni estreme, l'animo umano passa attraverso una sorta di purificazione, impara ad essere vero e semplice, per questo noi veterani abbiamo problemi a convivere con il mondo per il quale abbiamo sacrificato i nostri anni migliori, le nostre forze e molti di noi anche le proprie vite.
Trovo che sarebbe più onesto se gli umani di oggi facessero finta che la guerra non esistesse, la ignorassero completamente, continuando tranquillamente a divertirsi, a godere dei diritti, a studiare e a lavorare, anziché partecipare alle manifestazioni inutili a sostegno della cosiddetta "pace" – termine che ha perso senso oggi, nella situazione attuale in cui si trova il mondo.
Io ho partecipato all'operazione antiterroristica e perciò combattevo contro i terroristi islamici. Per me una persona nel momento esatto in cui diventa terrorista perde ogni possibilità di essere trattato come un essere umano, non ha appartenenze razziali o religiose, lui è un nemico pericoloso e deve essere liquidato fisicamente il più presto possibile. Mio nonno, che ha fatto la seconda guerra mondiale ed era un cacciatore siberiano con una grande esperienza, una volta parlando con me del fatto di uccidere, ha detto: "Se ti capita di uccidere un essere umano, fai attenzione a non diventare dipendente, perché la caccia all'uomo è tra le più belle che esistano".
Non lo nego, ho lavorato nelle agenzie di sicurezza privata per qualche anno, perché a diciotto anni ho imparato fare il mestiere di soldato e non avevo tante alternative nel mondo civile, che una volta tornato dalla guerra mi ha chiuso in faccia tutte le porte. Spesso il lavoro di contractor viene molto malvisto nella società pacifica, per me sono persone che fanno un impegno utile e legale, non mi sento di parlarne male.
Sì, ho partecipato alla scrittura della sceneggiatura, ma non l'abbiamo ancora finita. Io sono molto tranquillo per il destino del mio film, perché è nelle mani di Gabriele Salvatores e della casa produttrice Cattleya, persone sensibili e cari amici, con i quali abbiamo stabilito un bel modo di lavorare. Credo che sarà un bel film, fedele alla storia originale.
Non so se quanto accaduto a Grozny sia un vile atto di terrorismo o piuttosto una valorosa operazione della resistenza antirussa [...]. Ma di una cosa sono certo: l'attacco al Parlamento è la prova della disperazione dei ceceni e l'inizio di una nuova fase di caos.
Diciamo che la sfortuna di quella terra è il suo valore geopolitico, quindi economico e strategico, sia per il passaggio degli oleodotti sia perché rappresenta un punto di frattura tra Islam e mondo cristiano. La Cecenia è perciò ambita da tutte le nazioni potenti che la circondano. In primo luogo, dalla Russia.
[...] da generazioni i ceceni nascono in guerra, ricevono un'educazione di guerra e muoiono in guerra. Ciò ha reso quel popolo disabituato al vivere civile e democratico. Oggi, come già otto secoli fa, i ceceni sono governati con metodi disumani, con la guerra e con il terrore.
Chi crede che Kadyrov abbia raggiunto la pace si sbaglia. I ceceni sono stanchi di essere oppressi dai russi tramite quel fantoccio. Pochi mesi fa, una decina persone imbottite di esplosivo s'è fatta saltare in aria nella casa natale di Kadyrov, per manifestare l'odio contro di lui. Quello che sta accadendo adesso mi ricorda una fase di pre-conflitto.
Negare l'esistenza dell'Olocausto è un crimine, così come lo è stato lo stesso sterminio. Chi cerca di nascondere la storia delle vite umane perse nelle barbarie dei regimi totalitari, non fa nient'altro che uccidere per la seconda volta. Non possiamo permettere queste offese contro la storia, contro la memoria, contro la dignità delle persone morte, persone che non potranno mai rispondere, usate come monete di scambio gettate con disprezzo sul bancone della politica.
Con grande tristezza ricordo come in Unione Sovietica si taceva sui crimini che accadevano nei Gulag, dove i boia del comunismo totalitario, proprio come i loro rivali nazisti, eliminavano un'intera classe sociale, politica, culturale ed intellettuale, semplicemente perché non abbracciava le idee del partito. La negazione di ogni crimine contro la libertà di ogni essere umano è nient'altro che la morte della democrazia, l'uccisione del pensiero libero, della cultura.
Negando la Shoah diamo la possibilità a futuri tiranni, speculatori della politica e della propaganda, di avere potere sulla nostra libertà e di privare della speranza del domani le generazioni future. Oggi noi dobbiamo essere forti e decisi, dobbiamo fermare chi impugna le armi dell'infamia e dell'inganno e sostenere la legge contro il negazionismo.
Mio nonno mi raccontava una storia secondo cui i lupi siberiani a volte cadevano in momenti di pazzia collettiva. Per assenza di cibo o per ingrandimento eccessivo del branco, gli animali cominciavano a uccidere i propri genitori e fratelli. A quel punto arrivava un lupo dagli occhi verdi che, guardando il branco, riusciva a far tornare la ragione. Credo che anche tra gli uomini succeda la stessa cosa, e Roberto è come il lupo della favola di mio nonno. Ti aiuta a non impazzire, per ragionare sulla direzione giusta della vita. Io rispetto il suo impegno. Però tra me e Saviano esiste una grande differenza: lui denuncia l'attualità, io invece scrivo romanzi basati sulle mie memorie personali.
In Cecenia, mi capitava spesso di dividere l'ultimo pacchetto di razione con i civili in fuga. Per noi era normale.
Non ho commesso atti criminali, non ho ucciso nessuno per capriccio o per interesse personale. Ero un cecchino di un'unità operativa e le azioni che intraprendevo non erano riconducibili alla semplice voglia di sopravvivere. Noi contribuivamo alla protezione della società dal terrorismo islamico. Ti sbagli se pensi che per due anni tra montagne e città occupate da mercenari e terroristi agivamo spinti solo dalla voglia di sopravvivere. Ognuno di noi credeva in quello che faceva. Non è stato semplice, perché sapevamo che la guerra era sporca e piena di contrarietà, che c'erano in ballo interessi economici e comandanti corrotti. Ma allo stesso tempo sapevamo che dietro tutto c'era una società pacifica fatta di persone.
Accusare me e i miei libri di assenza di verità, per il solo fatto che si tratta di romanzi, è assolutamente inutile. Ho scritto una storia usando come base narrativa le mie esperienze, e trovo che sia molto maleducato chiedermi di precisare cosa c'è di vero e cosa no.
[...] molti russi, ucraini, moldavi, rumeni e persone dell'est mi sostengono e mi ringraziano per aver scritto storie che, nei paesi dell'ex bocci sovietico, solitamente non si raccontano.
A Mosca un altro giornalista è caduto vittima del potere politico corrotto e repressivo, a causa della sua devozione per la giustizia e libertà, per le sue idee moderate e democratiche. Altro sangue, altra rabbia, un'altra giovane vita frantumata, consumata dall'ignoranza e dalla mancanza del coraggio dell'opinione pubblica russa, che purtroppo con sempre maggiore evidenza si trasforma nella folla obbediente ed esaltata davanti agli spettacoli offerti in abbondanza dall'attuale regime politico corrotto e repressivo, che mette in evidenza sempre di più la sua terribile matrice dittatoriale, formata nei tempi della tirannia sovietica. Manca solo che riprendano le esecuzioni sulle piazze, così amate dai cittadini nei tempi passati.
Quando mi è giunta la notizia dell'aggressione che Oleg Kashin ha ha subìto sotto casa, della brutalità e cattiveria con cui è stato assalito, mi sono sentito un'altra volta indignato, offeso, umiliato. Proprio così come mi ero sentito quando, quasi dieci anni fa, nella sua redazione a Mosca è saltato in aria, colpito da un pacco-bomba, il giovane giornalista Dimitri Holodov, che stava conducendo un'inchiesta sulla corruzione del governo. O come quando è stata assassinata nell'ascensore di casa sua Anna Politkovskaja, per le sue indagini che riguardavano la corruzione nell'esercito russo e gli abusi sui civili nell'operazione antiterroristica in Cecenia.
Questa triste e terribile lista di morti nel nome della verità e libertà della parola può continuare ancora a lungo, perché sono molti i casi di giornalisti assassinati, minacciati, perseguitati dal regime condotto dai personaggi che risalgono ai vertici dei servizi segreti dei tempi dell'Urss. In questo delirio di prepotenza e ingiustizia operata dalla politica e dall'amministrazione, che somigliano sempre più ad un'associazione a delinquere, senza onore né regole comportamentali, quello che colpisce di più è la completa assenza della voce del popolo russo, la mancanza di sostegno dell'opinione pubblica per chi ogni giorno affronta il pericolo e rischia la vita per il diritto del popolo di essere informato.
Citazioni di Nicolai Lilin – 2011
I ceceni hanno gran dimestichezza con gli esplosivi. Quando preparano un ordigno, usano cariche potenti per provocare il più alto numero di vittime possibile. Solo così possono scuotere l'opinione pubblica. È successo a Beslan come al teatro Dubrovka. Non è accaduto invece né a marzo, quando non è stata neppure danneggiata la struttura della metro, né stavolta. Anche se è brutto dirlo visto che ci sono stati comunque oltre 30 morti.
Terzi che vogliono provocare instabilità in Russia magari fomentando gli stessi esponenti del mondo islamico. [...] Potrebbe trattarsi ad esempio di esponenti dell'oligarchia russa che si trovano all'estero. Terminato il servizio militare, ho lavorato come guardia di sicurezza privata per un oligarca all'opposizione che non faceva mistero di avere rapporti con i terroristi ceceni.
È [...] possibile che dietro agli attentati ci sia lui o persone vicine a lui. Dimostrare all'opinione pubblica che Medvedev è incapace di garantire la sicurezza per ripresentarsi come l'uomo forte.
Sono nato in un paese molto degradato. Quando ero piccolo non avevamo neanche il bagno in casa e dovevamo andare fuori anche a -20. Le persone da noi apprezzavano cose come il gas e la luce, quello era il lusso. Ma non perché la comunità fosse povera, era una decisione degli anziani che influenzava la nostra vita. I nostri vecchi vivevano in un modo scettico, e la povertà veniva portata come una bandiera, una cosa di cui andare fieri. Per esempio ricordo un episodio in cui, a casa della mia famiglia, irruppe la polizia. Iniziarono a rompere tutto e ad un certo punto, spaccando il muro, trovarono dei lingotti d'oro da mezzo chilo, ed erano talmente tanti che mia madre si mise a piangere incredula, perché nostro papà li aveva messi lì dentro senza dire niente. Probabilmente aveva svaligiato un furgone, ma queste cose non si raccontavano in casa. Insomma, potevamo permetterci di stare meglio ma era una scelta apparire così, una sorta di onestà.
Da piccolo passavo tanto tempo con un anziano, un vecchio medico molto educato che è stato in carcere trent'anni durante la dittatura di Stalin soltanto per aver nascosto una famiglia ebrea. Lui mi ha insegnato ad ascoltare l'opera, a leggere poesie e romanzi, ad ascoltare la lingua italiana. Lui leggeva la Divina Commedia in lingua originale e grazie a lui l'Italia mi è entrata nel cuore, perché l'ho sempre vista come culla della cultura internazionale.
Sono nato in un posto dove c'erano tantissime persone tatuate, ma da piccolo non capivo questa importanza, anche perché la tradizione del tatuaggio siberiano esclude la parola, è una cosa che esiste ma non si spiega il perché e che cosa voglia dire. Da piccolo andavo a sbattere contro mio padre, mio nonno, i miei zii che erano tutti tatuati, ma se chiedevi spiegazioni prendevi le sberle, perché per loro era un'offesa chiedere. Poi ho tentato di entrare in questo mondo chiedendo spiegazioni ai vecchi ai quali facevo piccoli favori. Pensa che ad oggi, quando torno al mio paese, vengo deriso, perché sono tatuato e perché è tutto cambiato. Per loro, oramai, sono un pagliaccio, uno stupido che vive in occidente ma che fa finta di essere ancora legato al passato dei nostri vecchi, coloro che, secondo i giovani d'oggi, ci hanno fatto vivere e vedere la povertà come valore. Insomma, sta arrivando la globalizzazione anche da noi ed è una cosa brutta. Io da piccolo invece ho iniziato a studiare questa tradizione dei tatuaggi ed ho capito che era una cosa molto importante.
A me la politica non interessa, davvero, però non posso sopportare le persone che diventano cattive e che vogliono il potere a tutti i costi, perché solo Dio ha il potere del mondo, un Dio che ognuno può interpretare come vuole, invece noi umani dobbiamo stare al nostro posto, non rompere le palle agli altri e controllare bene quello che abbiamo sotto i piedi. Questa più o meno è la mia idea politica o esistenziale.
Da dove vengo io questo mi hanno insegnato, rimanere sempre degno di me stesso e coerente. Si può anche cambiare idea, magari perché ci si è informati meglio, allora si può cambiare opinione. Anche ammettere i propri sbagli è una questione di dignità. Molte persone invece la dignità non ce l'hanno, oppure è stata levata loro dal consumismo e sostituita con telefoni, auto, cellulari, con beni che li portano a considerare la cosa più importante non tanto la propria vita, quanto la possibilità di consumare all'interno della propria vita. La gente non teme di morire, ma di non poter andare più al cinema!
Una volta mi hanno sparato dritto al cuore – ho ancora una cicatrice orribile anche se avevo il giubbotto antiproiettile – con un fucile AK-47. Mi è andata bene perché il ragazzo che mi ha sparato aveva finito le cartucce, se mi avesse scaricato addosso il caricatore non sarei qui ora. Lì ho visto la fine, sicuro che sarei morto, i miei ultimi pensieri prima di svenire sono stati: "Ok è andata, è finita, pazienza" e mi sono steso contro il muro. Poi però mi sono risvegliato e una volta sveglio mi sono sentito davvero rinato, è stato come nascere per la seconda volta.
Un'altra volta invece, sempre durante la guerra in Cecenia, ci hanno colpito con un lanciagranate ed hanno fatto rovesciare il convoglio in cui mi trovavo. In quel momento stavo dormendo e il colpo è stato talmente violento che due dei nostri autisti sono subito morti. Io invece sono solo diventato sordo dall'orecchio sinistro. Ricordo che quando c'è stata l'esplosione ero in uno stato di dormiveglia in cui ho pensato di nuovo: "Ok, stavolta è finita davvero" e invece no, sono svenuto e sono rinato di nuovo!
La prima volta che entrai nella città di Grozny era il settembre del 1999. [...] Io a quel tempo ero all'inizio del secondo anno del mio servizio militare obbligatorio che svolgevo nel reparto speciale di ricognizione e sabotaggio presso il Direttorato Principale d'Esplorazione (GRU in russo). La guerra che dovevo combattere era brutta e difficile, come lo è ogni guerra in questo mondo. I terroristi, per giustificare l'impegno di enormi somme di denaro provenienti dai paesi arabi, combattevano senza risparmiarsi, in gioco c'erano troppi soldi, troppi poteri e tutto il mondo del fondamentalismo islamico aveva tante aspettative su di loro per l'interesse strategico nel controllo della regione della Cecenia per le sue risorse naturali e per il passaggio verso il territorio del Caucaso. I terroristi erano ben organizzati e perfettamente preparati sia per la difesa che per azioni di guerra partigiana. Noi gli davamo la caccia tra le montagne e nelle città, in una lotta molto crudele, perché nessuna delle due parti era intenzionata a mollare.
Dopo due anni e tre mesi di servizio sono stato congedato e tornando a casa ho lasciato un paese in fiamme, oltre qualsiasi immaginabile soglia di povertà, senza infrastrutture fondamentali necessarie per l'esistenza di qualsiasi società umana. [...] Tutto questo accadeva per via della totale assenza di impegno da parte dell'amministrazione della Federazione Russa, interessata solamente a soddisfare le proprie ambizioni politiche e territoriali.
Sono contento che il paese a cui mi legano ricordi forti e contraddittori finalmente ha ripreso la sua vita, anche se tra mille difficoltà. Sebbene sia ancora lontano dallo standard di uno stato democratico, voglio pensare che il primo passo verso una vita pacifica e un futuro degno e onesto sia stato fatto.
La società dove sono nato io aveva tante diverse particolarità; era una società di resistenti politici, quindi persone che colpivano atti illegali per motivi ideologici. Quindi erano diffamati, chiamati criminali dagli altri e in alcuni momenti sono anche stati costretti a comportarsi come tali. Però all'interno esistevano ovviamente le loro regole. Ad esempio, nella mia comunità non si facevano i crimini contro un individuo, non si rubava, non si scippava, non si spacciava la droga, non si gestiva la prostituzione. Tutti i crimini si compivano contro il potere; il che voleva dire che si uccidevano persone al servizio del potere: poliziotti, militari... sovietici. E dall'altra parte eseguivano rapine alle banche e dei furgoni portavalori perché nell'Unione Sovietica tutto questo era proprietà dello Stato, il privato non esisteva nell'Unione Sovietica. Tant'è vero che quando è crollata l'Unione Sovietica, la nostra comunità ha smesso di esistere.
Il concetto di criminale nasce con lo Stato, che può essere uno stato giusto, come il nostro italiano, una democrazia. Però qui la criminalità è diversa, sono degli stronzi, che a volte sono in contatto col nostro governo, sono mafiosi e fanno crimini contro di noi per guadagnare soldi, non hanno un movente ideologico, gli interessano solo i soldi. Questa gente andrebbe eliminata, perché chi commette crimini contro il proprio popolo avendo come movente i soldi non cambierà mai idea. Come con Hitler, o costretti al suicidio o eliminati, perché vogliono solo il potere.
Adesso anche in Russia è pieno di questi tatuaggi. All'inizio del secolo, quando i comunisti hanno avvicinato al loro giro i criminali più "moderni", hanno creato caste, come la più grande, Seme Nero, creata dal kgb. Questi sfruttano i loro tatuaggi, hanno una grande tradizione di cui parlano tutti, i giornalisti americani vanno e li filmano nelle carceri, ma in realtà dietro non c'è nessun significato, lo usano come una divisa militare coi gradi e le medagliette.
Qua in Italia, i nostri 18enni, oltre a spacciare cocaina a Napoli, oltre a fare cazzate in Sicilia, lavorare dai loro genitori e allevare maiali in Piemonte, non sanno fare. Si ammazzano in macchina, fanno casino, sono contro tutto, sono individualisti, consumatori come nessuno in Europa. Consumiamo in modo vergognoso noi. [...] Il problema principale in Italia è che ci sono troppe lobby dei vecchi; in Italia è tutto gestito dai vecchi, anche la cultura, l'arte, il cinema, la tv...e un giovane, anche se bravo e creativo, non entra...
L'educazione militare, di questi tempi, è molto importante, è come un movimento che unisce. Voi immaginate un'unica categoria di persone che al Nord non fanno parte della Lega sono gli Alpini. Perché gli Alpini, quando hanno fatto il militare, erano tutti insieme, hanno imparato il cameratismo, condividevano con ragazzi di Trapani, di Roma, della Puglia, e quindi hanno rispetto e lo sanno che l'unione fa la forza. Invece chi vuole dividere gioca sull'ignoranza delle persone e sulla mancanza di momenti che ci uniscono.
[...] ho visto 5 conflitti, son stato nei servizi privati. Faccio consulenze alla polizia e ai carabinieri.
La cosa è semplice: mio nonno era siberiano e io avevo il doppio passaporto. Per molti ragazzi, poi, l'esercito era un'opportunità. A bender, la mia città, c'era un ufficio della 14ma armata. Chi sostiene il contrario dimostra ignoranza.
Avevo un arsenale. Durante la guerra in Cecenia il mio reparto era autorizzato a sequestrare tutte le armi che trovava. Mi ero organizzato con i corrieri e facevo spedire tutto a casa. Al ritorno ho trovato un capitale: fucili svizzeri che valevano più di una Mercedes, cannocchiali militari che gli arabi erano disposti a pagare una fortuna. Dopo ho lavorato per una società di sicurezza privata, finché sono stato chiamato da un'agenzia israeliana. Mi occupavo di logistica: se un cliente doveva attraversare una zona pericolosa dell'Afghanistan, io andavo sul posto e parlavo coi capitribù, spiegando perché era conveniente per loro non ammazzare il mio cliente. Se non si convincevano, li pagavo. Sono stato in tutto il Medio Oriente.
Io mi occupavo del satanismo inconsapevole, di gente che agisce per conto del male senza saperlo. Persone manovrate da adoratori del demonio. Una realtà enorme e sconosciuta, alla quale il Vaticano dedica grande attenzione.
Da piccolo, ogni volta che dimostravo un segno di debolezza, mio padre mi picchiava.
Sono cresciuto in una società dove Cristianesimo e omicidio erano tenuti assieme senza contraddizioni. Mi sento male se dico una bugia, ma per le vite che ho portato via no, sono in pace. È il complesso dei templari: ammazzavano la gente, ma dentro un codice. L'ho fatto anch'io, ma dentro uno scontro di civiltà.
Questa volta ho deciso di comportarmi da vero romanziere: mescolerò alla realtà che ho vissuto più finzione, più letteratura. Così smetteranno di criticarmi. Di dirmi che non posso aver vissuto storie così estreme.
[...] quando sono uscito dall'esercito russo mi sono trovato senza una storia, senza documenti. Ovviamente, sul foglio di congedo non potevano scrivere che in Cecenia facevamo la guerra illegale. Che ci comportavamo come i terroristi. In Russia queste cose non le sanno, non le dice nessuno. Meno che meno i giornalisti. E così mi sono trovato a dovermi inventare un futuro.
Siccome mi sono sempre occupato di sicurezza, una società privata di volontariato legata al Vaticano mi ha infiltrato per due anni all'interno di alcuni gruppi satanisti. In quell'ambiente ho scoperto un grande traffico pedofilo tra la Russia e l'Europa. Ho fatto denunce contro parecchie persone, ma il problema è che sono molto coperti. [...] Posso dire che ho denunciato l'esistenza di una rete pedofila a Monaco di Baviera. La denuncia non ha mai avuto seguito. Del resto, un film porno con la partecipazione di un minore, girato in poche copie, può costare da 50 a 70 mila euro. Ho scoperto cose davvero schifose.
Mi sentivo vulnerabile. E poi, speravo di continuare a lavorare in questo ambiente. Ma dopo l'uscita dei due romanzi la mia faccia è davvero troppo riconoscibile. In più, adesso ho una figlia di cinque anni. Però non smetterò mai di raccontare a tutti che i pedofili sono ricchi e potenti. Non solo in Italia: in Belgio ci sono associazioni pro-pedofili che li aiutano a nascondersi.
Questa non è la mia storia. Questa è la storia di un mio compagno che ha combattuto con me [...]. Ho scritto la storia di un compagno che purtroppo è stato ucciso in guerra. Mi ha detto che è andata così e la cosa mi ha interessato. Veniva da una famiglia povera, era un ragazzo di villaggio, e la sua storia mi piaceva molto.
Quando ho scritto il libro non volevo che fosse considerato storico. Primo perché non potrei scrivere un libro di memorie, perché non sono importante o qualcosa del genere. Se fossi Mozart o la Regina Elisabetta, potrebbero scrivere un libro di memorie, ma non sono nessuno [...] Non so come chiamarlo. Non è un libro di memorie. È un romanzo basato su eventi realmente accaduti.
Tutti gli eventi nelle città, beh, personalmente ho combattuto molto poco nelle città, a dire il vero. Per esperienza personale, sono stato molto poco in città. Ero a Groznyj quando è stato ripreso ma ci hanno rimandati via molto presto.
Ho usato molte storie per creare alcuni fatti nel mio libro, alcuni racconti di guerra in città. Forse in alcune di queste storie che ho scritto le ho colorate un po', forse ho esagerato, ma questo era appositamente per mostrare l'orrore della guerra urbana. Onestamente per quanto riguarda il fatto dei 13 colonnelli , non ricordo.
È difficile da dire. Le storie più importanti, in particolare quando scrivo di come si sente una persona in guerra, questa è la mia esperienza. Poi ci sono un sacco di storie di soldati che potrebbero essere, non so, vere o meno perché in guerra non controlli quello che ti dice il tuo compagno.
Mia figlia ha solo cinque anni e ha già imparato a smontare e rimontare la pistola: gliel'ho insegnato perché penso che potrebbe sempre esserle utile, un giorno.
Non avessi avuto alle mie spalle la "scuola" di Bender probabilmente nel mattatoio del Caucaso non sarei sopravvissuto: se non sei addestrato fin da piccolo al dolore, a dare e ricevere dolore, di fronte a una mattanza come quella cecena il tuo cervello scoppia. Anche il mio ci è andato vicinissimo: ero cecchino, tiratore scelto, e avevo il "privilegio" di guardare negli occhi, col mirino ottico, i nemici a cui avrei sparato. Nei primi mesi li contavo. Quando sono arrivato a cinquanta, ho smesso: per non impazzire.
Stalin mandava in Siberia dissidenti e intere popolazioni, ma Mosca trovò utile sradicare i ribelli siberiani spedendoli nel caldo torrido dell'estremo sud, a due passi da Odessa e dal Mar Nero
A Bender, da piccolo, tra i miei amici ero l'unico a dar retta alle vecchie storie degli anziani [...]. Mi piaceva il mondo di cui parlavano, duro e spietato, ma con un'etica. Mai colpire donne e bambini, mai fare del male a qualcuno senza un valido motivo. E addirittura, venerazione per i disabili: li chiamavano "voluti da Dio", erano considerati medium inconsapevoli, ambasciatori dell'invisibile.
È un retaggio culturale che risale agli Efei, antico popolo pre-russo: volevano avvicinare i pellegrini per derubarli; non disponendo di croci e altri monili religiosi, cominciarono a tatuarseli sulla pelle.
Quando sono tornato a Bender dopo la guerra ci sono rimasto pochissimo [...], perché non c'era quasi più nessuno: tutti morti, o in galera o scappati chissà dove.
A un certo punto per salvarmi sono praticamente scappato: in Siberia, dal fratello di mio nonno. Un vecchio che si era ritirato nella foresta e viveva di caccia sulle rive del fiume Lena perché del mondo non ne voleva più sapere. Immaginavo che solo lui mi avrebbe potuto aiutare a ritrovare un po' di pace,e così è stato. Aveva combattuto nella Seconda Guerra Mondiale, a Stalingrado. Vedendomi ridotto a uno straccio, mi ha detto: anch'io ero conciato così e allora pensavo che non mi sarei mai più ripreso, invece ho imparato che il tempo pian piano ci guarisce. E poi, ha aggiunto, domandati perché sei sopravvissuto: un motivo c'è sicuramente e un giorno lo scoprirai.
Da piccolo ho lottato, ho ferito coetanei a coltellate. Era "giusto", perché ero stato provocato. Poi ho imparato a tatuare: disegnavo e tatuavo pistole e coltelli, sulla pelle di uomini che avevano ucciso e volevano ricordarlo, a se stessi e agli altri. Ormai anch'io giravo sempre armato, a Bender. Ma tutto questo non è niente, rispetto alla violenza della guerra: ti prendono, ti caricano su un camion e poi ti mandano in prima linea. Per prima cosa ti fanno raccogliere i morti del giorno prima e ti obbligano a pranzare in mezzo ai cadaveri massacrati. Poi tocca a te. Devi prepararti a sparare, a uccidere: per non essere ucciso. E questa, di gran lunga, è la peggiore delle violenze: la costrizione. Devi mettere a tacere la tua voce interiore, altrimenti finisci al manicomio. Diventi una macchina di morte. Dopo due anni di Cecenia, ero conciato così male che, al momento del congedo, un ufficiale mi ha chiesto di restare nelle forze speciali: mi ha detto che, dopo quello che mi era toccato vivere, non sarei mai più riuscito a tornare alla vita di prima, tra le cosiddette persone normali. Bruciato per sempre. Si sbagliava, ma ad uscire da quel tunnel ho impiegato anni.
[...] di guerriglieri ceceni ne abbiamo incontrati davvero pochissimi: era pieno di afghani, sauditi e giordani, mercenari. Di giorno i generali di Eltsin ci mandavano al macello a Grozny, mentre la notte trafficavano con la benzina alle nostre spalle. E molti dei nemici abbattuti erano dotati del migliore armamento russo. Un imbroglio sanguinoso e colossale, per far sparire una montagna di soldi e arricchire gli oligarchi decisi a svendere la Russia agli americani. E noi in prima linea, a farci ammazzare. E a sparare ai "terroristi", mirando alla testa.
I miei racconti sono arrivati al direttore dell'associazione letteraria e quando mi ha chiamato alle due del mattino piangeva. Ha detto: le mie storie sono così audaci e lo hanno toccato così tanto che vorrebbe mostrarle a un editore serio. Due settimane dopo ho ricevuto una telefonata dalla più grande casa editrice italiana, Einaudi.
Abbiamo considerato due possibili attori per questo ruolo. Il secondo è Anthony Hopkins. Ma penso che Malkovich sia più adatto. Hopkins ha un aspetto e un temperamento più occidentali. E quello di Malkovich è più orientale. E a questo particolare livello mi ricorda di più il nonno Kuzja.
Purtroppo non ho alcuna influenza su come viene presentato il mio libro. In Italia scrivono la stessa cosa in copertina, perché devono in qualche modo vendere questo libro e in qualche modo farmi conoscere alla gente. Ma questa non è un'autobiografia. Anche se questo libro si basa sulla mia esperienza, su ciò che io stesso ho vissuto.
Sono cresciuto in una famiglia povera e problematica. Gli anziani si sentirono espulsi dalla Siberia. Quando ero piccolo, pensavo, che razza di sciocco esilierebbe la gente dalla Siberia al sud?
Non è chiaro cosa ci fosse. Questa parte del libro, che è collegata al reinsediamento... o, diciamo, al "presunto reinsediamento", l'ho scritta o, per meglio dire, ricreata questa storia, utilizzando alcuni ricordi degli anziani. Alcuni furono espulsi, altri fuggirono lì a causa delle persecuzioni dei comunisti. E l'editore ha scritto che questa è un'autobiografia.
No, anche questa è una sciocchezza. I traduttori non capiscono cosa siano la detenzione, l'indagine e il processo. Glielo ho spiegato più tardi, ma purtroppo l'hanno già scritto nel libro. Ho avuto un articolo solo una volta, in Transnistria, quando ero minorenne, ho passato nove mesi in prigione. Una volta sono stato indagato in Russia.
In Israele, ho lavorato sotto contratto in un servizio di sicurezza privato. In Occidente, le società di sicurezza private assumono professionisti. Diciamo che un gruppo di specialisti israeliani viene in Afghanistan e, per una certa somma di denaro da parte dell'ONU o del governo americano, effettua una certa operazione militare. L'ho fatto finché la mia gamba destra non è stata strappata da una mina in Iraq. Sì, ma non ne parlo, mica sono scemo.
[...] noi eravamo i bambini di quarta generazione di immigrati, immigrati non per loro volontà, perché erano stati deportati dalla Siberia alla Transnistria. Siamo cresciuti in un posto che non era casa nostra, un posto ostile che non era la nostra patria, assolutamente.
La Siberia [...] era un paradiso, un posto di cui ci raccontavano da piccoli, dove c'erano boschi enormi. Ogni bambino aveva a casa i nonni che raccontavano di questi boschi e dei fiumi. Ma ci sono tante cose che non quadrano tra la mia Siberia immaginaria e quella reale. Nel mio libro parlo solo di una parte, quella dove viveva lo zio di mio padre, a Nord Ovest della Jacuzia.
Questo nome l'ho scelto proprio per definire la confusione in cui sono cresciuto. L'"educazione siberiana" in realtà è qualcosa che non è mai esistito perché ognuno vedeva le cose a suo modo. I miei vecchi la vedevano al loro modo, io la vivevo in un'altra maniera, poi c'era la gente che vedeva tutto questo da lontano e ci prendeva in giro perché per il resto della città noi eravamo un branco di tradizionalisti ignoranti, e per alcuni versi avevano ragione.
I vecchi che ho conosciuto mi raccontavano che la nostra stirpe derivava da un antico popolo che abitava nel sud della Siberia. A quel tempo c'erano tantissimi popoli nomadi e questi popoli avevano una mentalità molto tribale che molti di noi sentono ancora come propria. Assaltavano tutte le carovane commerciali che passavano non tanto per arricchirsi ma perché a loro dava fastidio il commercio, dava fastidio il denaro. Credevano che ognuno fosse legato alla terra dov'era nato e che dovesse vivere lì, comportarsi onestamente, rispettare gli altri e se stessi, e vivere con quello che gli dà Dio: boschi, fiumi, animali.
Si sono scontrati con i primi sistemi governativi; non erano solo anti-comunisti, prima erano stati contro lo zar. Dava loro fastidio qualsiasi sistema politico perché il sistema politico tende a portare il suo diritto, il suo modo di vedere e di gestire le cose e a loro non piaceva perché loro non avevano bisogno di niente.
I nostri nonni, i nostri siberiani dicevano "noi siamo criminali perché il governo ci ha definiti criminali, perché al governo non piace quello che facciamo, però noi siamo diversi da tutti gli altri criminali. Noi non derubiamo la gente per strada, noi non violentiamo le donne; contro le singole persone noi non facciamo niente. Perché la libertà di una persona singola per noi è una cosa sacra. Noi rapiniamo banche perché le banche sono proprietà del governo e ammazziamo i poliziotti, perché loro sono i cani del governo. Ma questo per noi non è un atto criminale, Questo è un dovere di ogni persona libera. Se loro vogliono definirci criminali noi lo accettiamo. Ma aggiungiamo che noi siamo criminali onesti perché abbiamo il nostro codice, il nostro comportamento, la nostra morale".
Avere delle regole è normale, umano. Questa comunità però ne aveva alcune molto estreme, proprio perché era consapevole di essere estremista. Non passava giorni senza che mio nonno mi dicesse che loro erano gente cattiva, che erano degli assassini. A volte mi accarezzava e mi diceva che con quella mano poteva amare me e uccidere un'altra persona.
Quando sono stato congedato dall'esercito mi ricordo che nel primo mese mi spostavo dalla sala alla cucina con il kalashnikov. Ho provato a lasciarlo in cucina e andare in sala ma senza di lui mi sentivo male. Ovviamente è una forma di malattia.
Sono cresciuto con un nonno che aveva una stanza piena di fucili, pistole e altro e all'età di 13 anni andavamo a pesca con le bombe a mano. Questa era la nostra realtà, qua i bambini giocano con il Lego, noi giocavamo con le bombe a mano.
Il tatuaggio tradizionale siberiano è un codice segreto, nato in epoca pre-russa e pre-cristiana. I primi briganti nomadi della foresta, si tatuavano per potersi riconoscere, lungo le grandi strade della Siberia dove assaltavano i convogli provenienti dalla Cina e dall'India. I tatuaggi quindi erano un modo per non farsi assalire da "colleghi", e un modo muto per rendersi fratelli. Quando si diffuse il Cristianesimo, il tatuaggio criminale siberiano adottò i simboli della nuova religione.
La tradizione del tatuaggio è nata proprio per evitare di usare le parole: tra siberiani era ritenuto disonesto parlare. Tutto è legato al concetto di umiltà perché parlare di sé equivale a vantarsi, quindi per raccontare le proprie storie si usavano i tatuaggi, che sono quindi una sorta di alfabeto da decodificare. Non si chiede però a qualcuno di spiegarci cosa vogliono dire i suoi tatuaggi; non si racconta il significato dei tatuaggi.
In Russia ci sono tante società criminali, alcune moderne, altre che hanno una storia di qualche secolo. Seme Nero attualmente è la comunità più grande e più potente nel mondo criminale russo, è stata creata dai comunisti all'inizio del secolo scorso per controllare i detenuti nelle prigioni. Oggi fa parte del sistema di controllo e potere in Russia chiamato 'Santa Trinità'. In esso rientrano elementi del governo corrotto, la parte vecchia dei servizi segreti russi, ex Kgb e criminali che rappresentano Seme Nero.
Nel 2003 mia madre era in Italia e io in Russia. Lei mi fece credere di essere molto malata, così io arrivai di corsa, ma al mio arrivo ho scoperto che invece aveva inventato tutto per farmi venire, solo per vedermi.
A quel punto ho capito che questa sarebbe stata la mia terra. Ho costruito la mia casa mattone per mattone. Mi sono sposato. Ho fatto una figlia. Sono cittadino italiano. Se scoppia una guerra, andrò a morire per questo paese. L'Italia è la mia patria, la rispetto e l'adoro.
Ho imparato l'italiano nella strada, vivendo la vita, non sono mai andato ad una scuola di lingua.
Ma la mia relazione con la lingua italiana risale già alla mia infanzia. Quando ero piccolo, un medico, amico di famiglia, un rappresentante dell'intellighenzia, mi leggeva Dante in italiano, io non capivo nulla però mi ricordo che mi emozionava.
Perché mi hanno invitato.
Sono stato molto criticato per questo mio gesto, sia dal mio editore che da mia moglie, ma io cerco sempre di capire l'altro. Mi considero apolitico perché in quanto scrittore non reputo di dovermi occupare di politica, ma naturalmente ho le mie idee sull'Italia e la politica.
Non riesco a capire perché qualcuno mi abbia dato del fascista. Sono andato dieci volte in centri sociali, nove volte erano centri sociali di sinistra e nessuno ha detto niente. L'ultima volta sono andato a Casa Pound e la cosa è stata giudicata scandalosa. Ho ascoltato i loro discorsi e mi è sembrato che esprimessero bisogni simili a quelli di tanti ragazzi di sinistra. Ho visto la stessa strumentalizzazione da parte di chi sa come usarli. Ragazzi che non sanno comunicare e si fanno la guerra tra loro quando dovrebbero fare la guerra al consumismo.
Negli undici anni del potere totalitario esercitato da Vladimir Putin le recenti notizie che arrivano dalla Russia sono forse le più importanti e positive sia per la vita interna socio-politica del paese, sia per la sua immagine nel quadro internazionale. La reazione immediata del popolo ai brogli elettorali esercitati dal potere corrotto del Cremlino. [...] L'accaduto a Mosca segna un nuovo percorso etico e morale della società post sovietica: finalmente i cittadini si sono indignati e hanno avuto il coraggio e la capacità di organizzarsi e rivendicare il proprio diritto al voto.
In Occidente pochi capiscono fino in fondo che la Russia nel corso di tutta la sua storia ha vissuto in un clima di schiavitù e terrore: prima quello della monarchia, poi quello comunista, poi il recente pseudo-democratico, il risultato è stato sempre lo stesso: generazioni di schiavi, prigionieri, militari contro la propria volontà, tantissimi esuli ed emigranti. Gente costretta a combattere le guerre, trasformata dalla propria classe dirigente in una massa di ladri e bugiardi, e se qualcuno mostrava di essere all'altezza di un ragionamento intellettuale, veniva soppresso, come gli intellettuali anti monarchici impiccati nel 1825 a seguito della Rivolta di Dicembre. E come moltissimi altri intellettuali divenuti prigionieri del Gulag ai tempi di Stalin e perseguitati fino all'ultimo anno di Urss. Persone coraggiose e oneste come Anna Politkovskaya, uccise dai boia del regime putiniano negli anni della loro tirannia.
L'importanza di questo periodo storico è troppo evidente e sulla scena sono apparsi i rappresentanti di una classe di cittadini che prima sembravano invisibili: trentenni che hanno avuto la possibilità di "temprare" le proprie convinzioni politiche negli scenari apocalittici del crollo dell'Urss, paese in cui sono nati e cresciuti, allevati dall'ideologia sovietica che ai loro tempi ormai sembrava rappresentare l'ombra di un impero cadavere. Hanno passato l'adolescenza costretti ad inserirsi in una società corrotta, criminalizzata alla maniera hollywoodiana, hanno conosciuto le guerre civili post sovietiche, e ora hanno raggiunto l'età in cui si tirano le prime somme del proprio vissuto, in cui gli uomini si prendono la responsabilità per qualcosa che supera il limite etico di un singolo individuo. Scoprendo sulla propria pelle l'importanza di un cambiamento, questi nuovi cittadini russi usano una nuova forma d'informazione, sono popolo del web, sono in collegamento tra loro mediante la rete, non si fanno imbrogliare dalla propaganda governativa, usano i canali alternativi per informarsi e non ci mettono molto ad organizzarsi. Loro senza dubbio costituiscono il blocco più forte e importante della massa che ha manifestato la denuncia al sistema governativo, alla corruzione politica, alle ingiustizie e prepotenze dello Stato.
Il solo fatto che Putin abbia perso le elezioni - e dico perso tra virgolette, perché ha sempre intorno al 50% - mi riempie di gioia. Perché la Russia è un Paese basato sulla corruzione e sul controllo dei servizi segreti, dove i cittadini sono trattati come schiavi. E ora qualcosa si sta muovendo.
In Russia la gente ha creduto per anni alle favole che sentiva raccontare. Ha creduto al pericolo del terrorismo, ha creduto che i ceceni fossero criminali e che questo piccolo uomo fosse in grado da solo di garantire sicurezza, salvare le città, mantenere l'ordine. Putin in realtà non è che il risultato di un compromesso tra servizi segreti e oligarchi, per evitare una guerra civile e spartirsi quello che c'era da spartire.
È un piccolo uomo, uno che ha sempre bisogno di dimostrare il contrario e per questo si fa fotografare con le tigri, o a torso nudo o con un fucile da cecchino. Non è nemmeno il meglio che possano esprimere i servizi segreti, è semmai un loro fallimento.
vogliono dire che il popolo russo ha ripreso coscienza, le persone non hanno più paura perché sono disperate. Attenzione però a dire che Putin è l'obiettivo, perché non è così. È il sistema di potere nel suo insieme: i russi hanno capito che vivono in un Paese corrotto e vogliono seguire invece una via democratica.
Quello che temo è un ritorno del terrorismo. Putin ha in mano la parte peggiore dei servizi segreti, la più corrotta, l'Fsb, che è stato il vero braccio armato degli oligarchi. Ci ricordiamo tutti come Putin è arrivato al potere, con le bombe nei condomini delle città russe. Sono loro i veri terroristi. Temo quindi nuovi attentati. Poi si darà la colpa ad altri, forse si farà una nuova guerra. Non in Cecenia, stavolta magari in Inguscezia o Daghestan.
Questo non è un movimento pilotato dagli Usa. Il nastro è solo un modo per riconoscersi, come facevo anch'io con i miei compagni durante le operazioni di combattimento in guerra, per evitare il fuoco amico.
Citazioni di Nicolai Lilin – 2012
Vi porterò nel luogo in cui ogni assurdità fa tendenza: Absurdistan, come si potrebbe ribattezzare la Russia post sovietica dove povertà e ricchezza convivono in un modo isterico, senza badare all'etica.
Qui i cittadini nati e cresciuti in un paese chiuso al mondo e bombardati dalla propaganda totalitaria, sono stati travolti dall'onda del consumismo occidentale. Il crollo dell'impero sovietico ha generato molta povertà, ha tolto quella stabilità sociale della quale nel bene e nel male i cittadini disponevano, e trasformato la Russia in un grande bazar in cui si poteva comprare e vendere di tutto, spesso senza badare alle leggi. Su questo sfondo crescevano parallelamente nuove realtà, i cosiddetti "Nuovi russi", gente arricchita grazie a qualche affare illegale, spesso figli della vecchia dirigenza politica. Si sa che l'accumulo di denaro non si accompagna necessariamente con l'educazione e la cultura necessaria per inserirsi nell'alta società.
Nonostante le disperate rincorse alla barca più lunga, gli acquisti di squadre sportive, i fidanzamenti con star del cinema questi personaggi non sono riusciti a cancellare lo stampo "Made in URSS" che gli è rimasto inciso sulla fronte per sempre, identificandoli come una massa rozza di barbari.
Subito dopo il crollo dell'URSS la crisi e l'inflazione hanno colpito il Paese, mettendo in ginocchio le sue infrastrutture. Tra i più umiliati ci sono gli esponenti dell'esercito. La leggendaria Armata Rossa si è trasformata in un'enorme organizzazione a delinquere. Gli ufficiali si dedicano a traffico di armi e droga, estorsioni e sequestri di persona. Molti vendono sul mercato illegale anche carri armati, cannoni e missili.
Nei giorni successivi al crollo del muro che divideva Berlino, i cittadini dell'Urss, con impazienza e un vago senso di agitazione, si impegnarono ad affrontare le prime ondate di democrazia e libertà che arrivavano dall'Occidente capitalista sotto forma di film porno in VHS, giornali pubblicitari in cui venivano messi in bella mostra i prodotti dei grandi supermercati simbolo dell'abbondanza di cui godevano i paesi della NATO e talk show della tv americana anni Settanta tradotti in russo e trasmessi in loop giorno e notte sui canali locali, come una sorta di corso accelerato per chi volesse comprendere il senso della cultura dei Paesi che solo qualche anno prima i sovietici minacciavano con l'apocalisse nucleare.
Nella nostra città c'erano quattro persone che possedevano quest'auto . Uno di questi era il capo della polizia, corrotto fino al midollo, per i soldi sarebbe stato capace di liberare Jack lo Squartatore o di incarcerare Cenerentola. Il secondo era il colonnello della base militare, che aveva un traffico di armi con l'Ovest molto ben avviato. Poi c'era il "padrino" del mondo criminale, che aveva fatto fuori una buona parte dei concorrenti per il monopolio nel traffico di droga. L'ultimo ma non meno illustre possessore della Bmw 750 era il presidente dell'associazione culturale ebraica, che commerciava in oro nero e diamanti.
Nella lontana Yakuzia, la regione più vasta della Siberia centrale, abitano diverse tribù che principalmente si occupano della caccia e dell'allevamento delle renne. Queste tribù hanno mantenuto le loro usanze pagane e credono negli spiriti. Prima di entrare nell'acqua del fiume, prima di accendere il fuoco, prima di partire per un lungo viaggio oppure prima di cacciare un animale, si rivolgono allo spirito più indicato per la situazione: anche in quei posti gli umani sembrano essere dipendenti da una sorta di burocrazia.
Nei lontani anni Novanta, subito dopo il crollo del regime sovietico, i cittadini di quell'enorme Paese hanno finalmente la possibilità di respirare una boccata d'aria al gusto di libertà e democrazia. Nessuno dà troppo peso a qualche deviazione estremista dei detentori del potere, che in alcune regioni si esprime con guerre civili e veri e propri genocidi. Con l'arrivo della tv via cavo, la maggioranza del Paese è impegnata a seguire i serial televisivi messicani di giorno e i programmi per adulti dopo le undici di sera, che per lo più sono riproduzioni dei film pornografici tedeschi risalenti agli anni dell'attività della Rote Armee Fraktion. La disoccupazione cresce a dismisura, le poche ma concrete sicurezze del sistema sociale sovietico spariscono come un terreno fantasma sotto i piedi dei lavoratori, ma la gente è troppo abbagliata dalle possibilità del consumismo.
La classifica delle fissazioni neocapitalistiche dei russi in quel periodo è composta da cinque cose che ogni cittadino ritiene indispensabili per poter raggiungere la serenità personale: 1. Un'automobile straniera, grossa, con l'autoradio estraibile e i vetri elettrici, preferibilmente Mercedes (alcuni sognano anche solo l'autoradio da portare in giro come se avessero appena parcheggiato). 2. Un televisore con videoproiettore incorporato, preferibilmente di marca giapponese. 3. Una catena d'oro massiccio da portare sopra gli abiti (i più ricchi ed eleganti aggiungono anche una croce d'oro da cinque chili che penzola fino a toccare l'ombelico). 4. Un paio di scarpe Adidas. 5. Un viaggio turistico in Occidente, per poter dimostrare a quei pivelli capitalisti tutta la grandezza dell'animo russo (questo accade ad esempio quando davanti alla Cappella Sistina vi capita di sentire un turista russo che dice con orgoglio alla moglie «Ma guarda che miseria, la Piazza Rossa è cento volte più grande!»).
L'ultimo dei desideri nella lista dei russi è forse quello meno importante, ma di certo il più difficile da realizzare. Anche se la "Cortina di ferro" sovietica è crollata, i russi continuano ad avere molte difficoltà per ottenere i visti turistici per i Paesi occidentali.
All'inizio degli anni Novanta, dopo il crollo della cortina di ferro che divideva l'URSS dal resto del mondo, la società sovietica, con una serie di manovre politiche ed economiche, intraprendeva la strada del libero mercato. Il popolo russo, temprato da quasi un secolo di dittatura comunista, accoglieva questa novità con entusiasmo, studiando con passione maniacale i valori della società occidentale attraverso i film hollywoodiani e i prodotti dell'industria pornografica. La diretta conseguenza fu che tutti cominciarono a parlare uno slang stranissimo: era un miscuglio di espressioni da gangster dei tempi della Grande Depressione, giocatori di borsa e kolossal americani.
Erano gli anni in cui alla domanda "Cosa vuoi fare da grande?" i bambini rispondevano "L'uomo d'affari" o "L'autorità criminale". La criminalità diventò parte integrante della società. Ogni casalinga sapeva tutto su ciò che accadeva nel mondo criminale locale. Il programma più popolare si chiamava La Russia Criminale, una sorta di notiziario del mondo dei fuorilegge, con interviste ai delinquenti, foto e video dei loro scontri e scene di vita dal carcere. Quest'ultima era di estremo interesse negli anni Novanta: con l'avvento del libero mercato le carceri cominciarono a popolarsi di uomini d'affari, poco avvezzi alla vita dei delinquenti comuni, ma costretti a condividere con loro gli spazi stretti e a sottostare alle regole di quello spietato mondo.
Non credo in un grande cambiamento. È impensabile che un apparato corrotto come è quello attuale lasci uno spazio aperto ad una politica diversa. Sarà solo peggio.
Il popolo russo è povero, messo in ginocchio da un potere corrotto che finge la democrazia, ma pratica la dittatura. E quella post-sovietica è una dittatura neo-capitalista. I russi hanno paura della loro ombra: sceglieranno l'uomo forte, che garantisce sicurezza. Visto quante allusioni sessuali nella campagna elettorale? L'idea è che il popolo-mucca segua il leader-toro.
Le proteste sono state grandi. Ma ho visto, tra tanta gente per bene, anche chi non avrei voluto vedere. Gruppi neonazisti, ultrà sportivi, organizzazioni estremistiche di sinistra. E anche personaggi pubblici alla Nemtsov o persino Kassianov, ex premier di Putin, che hanno sfruttato le proteste ma che non hanno lo spessore per promuovere un vero cambiamento.
Il sistema dei brogli è talmente forte che anche chi lo gestisce non potrà più fermarlo. Le sole elezioni vere in Russia ci sono state con Gorbaciov, l'unica persona che potrebbe ancora cambiare la Russia.
Ci servirebbe un Gramsci russo. E invece le nuove generazioni sono state rovinate dalla cultura hollywoodiana, cresciute con i film in cui i russi erano sempre i cattivi. Abbiamo interiorizzato una mancanza di dignità.
Io l'ho detto e scritto più volte, che tutto in Russia rimane così com'è. Nonostante la stampa, il giornalismo internazionale cerchino di accendere i riflettori, più di quello che meritano, sulle manifestazioni di dissenso. Sono state poche, e quasi tutte insignificanti. Perché San Pietroburgo e Mosca, che sono le città dove si manifesta di più il sentimento critico a Putin, non rappresentano di certo la Russia. È vero, sono città importanti, ma non danno il senso del grosso del paese.
Gli anni del comunismo non hanno fatto per nulla bene: la socializzazione forzata non ha funzionato. Ha trasformato il popolo in un branco di ladri e bugiardi.
A me lui non piace. Non fosse altro perché ha lavorato per il Kgb, che ritengo la più importante tra le organizzazioni a delinquere. E quindi avere una persona del genere in un paese che rappresenta la sesta parte del mondo a me non suscita nessun tipo di entusiasmo. Però, dall'altro lato, sono consapevole, facendo poche approfondite analisi, che lui è l'unica persona, l'unico politico che può oggi condurre il paese.
Sono abituati alla corruzione. Ecco, come facciamo a spiegare che la corruzione è un male a una popolazione abituata a pagare l'infermiere di un ospedale per avere una prestazione? Lì sono abituati a pagare per gli attestati scolastici del proprio figlio, per farlo entrare all'università, oppure per non fargli fare il servizio militare: che è uno dei fondamenti di un paese civile, sviluppa nei cittadini il senso di appartenenza al proprio paese. Ecco, quando i cittadini di una nazione pagano per "non contribuire" al servizio di un paese è il massimo: io a persone del genere toglierei il passaporto, toglierei i diritti.
La cosa che mi stupisce oggi [...] è vedere come – rispettivamente – sia cresciuto il neonazismo e una forma di nostalgia del comunismo in un paese che ha subito l'invasione nazista e la dittatura comunista. Insomma, è un paese caotico, con grandi problemi, che non ha ancora imparato a gestire
Speravo nei giovani. Sono un interessante terreno politico da coltivare. Anche perché molti di questi sono persone che hanno visto i prodotti del comunismo, ma anche l'incapacità dei vecchi sistemi di inserire le regole del capitalismo e della globalizzazione. Queste persone sono consapevoli che c'è un'alternativa: ma – è questo il loro problema – nessuno di loro ha la possibilità di un sviluppare un discorso con l'attuale classe dirigente in modo così da arrivare a un accordo, a una tregua. Anche se a noi non piacciono queste espressioni perché sembrano l'anticamera di un complotto, di un segreto, in Russia le persone devono fare questo: cercare un interlocutore e definire il futuro. Anche perché Putin non potrà fare lo zar della Russia per sempre.
Io, per fortuna, non ho mai lottato contro l'imperialismo. Però sono cresciuto con la base educativa, con le suggestioni culturali, di persone che l'hanno affrontato. Mio nonno era anticomunista e nella mia famiglia ci sono stati anche dei martiri che hanno combattuto contro l'imperialismo sovietico.
Noi non possiamo trattare tutti con la categoria che rappresenta noi stessi. A me, ad esempio, il modello americano non piace: mangiano male, non sono ben formati. L'unica cosa positiva che hanno? La libertà di possedere le armi. Solo che non la sanno utilizzare e si ammazzano come cani.
In Irlanda fino a qualche tempo non si poteva portare nemmeno un coltello con la punta. Una legge, questa, che proveniva direttamente dall'imperialismo britannico. Ma che cosa hanno da insegnare i britannici? I loro giovani sono quasi tutti alcolizzati, non sanno come sfogarsi, hanno aperto le porte al terrorismo islamico, sono coinvolti in tutte le guerre. E che fanno? Intervengono con leggi razziste arrivando a vietare anche i coltelli da cucina.
Io so che non si possono mettere a paragone periodi storici così diversi, ma quello che vedo oggi in Italia mi ricorda drammaticamente la falsità e il declino dell'Unione sovietica.
Hanno visto nella Russia una facile preda: nel popolo c'era una sorta di inquietudine creata ad arte, i russi sono andati da questi Savonarola di turno come Eltsin, magari pagati da qualcuno all'esterno del Paese, e la gente si accorgeva improvvisamente di vivere male. Da lì il passo verso la distruzione è stata breve.
La classe politica è la proiezione di quello che gli permettiamo di fare. Io sono preoccupato perché ho già vissuto sulla mia pelle momenti molto simili a quello che viviamo oggi ed è finita molto male. Ero nelle strade della mia città a raccogliere munizioni dai corpi dei morti. Non lo dimenticherò mai e non voglio che succeda più una cosa del genere.
Il 10 luglio 2012, la "Duma", il parlamento russo, ha approvato la legge sull'informazione, che tra le altre funzionalità dovrebbe dare semaforo verde agli specialisti degli "organi competenti" per bloccare i siti internet che non corrispondono agli standard della censura statale. Il cavallo di battaglia del Cremlino è l'improvvisa voglia dei politici russi di combattere contro la pedofilia (con la quale molti di loro hanno guadagnato patrimoni cominciando dal lontano 1991, quando per via delle tangenti ricevute hanno abbassato da 16 fino a 12 l'età in cui il cittadino russo veniva considerato responsabile per la propria vita sessuale, dando così il via alla corsa di produzione di materiali di carattere pedofilo venduti in occidente).
[...] ricordiamo che la rete era l'ultimo mezzo in cui si poteva comunicare liberamente e reperire informazioni senza essere condizionati, in quanto tutte le agenzie d'informazione che agiscono in Russia sono pilotate da diverse forze politiche e per questo non possono essere considerate affidabili, quindi il pluralismo giornalistico in Russia non è mai esistito [...].
È attivista delle manifestazioni anti-regime, combattente per la Russia nei due conflitti Ceceni, uno dei pochi uomini onesti nonché tra i migliori giornalisti di guerra mai esistito in Russia, e per via della sua estrema trasparenza ha deciso di lasciare il suo lavoro in uno dei quotidiani "oppositori" di punta (quello per cui scriveva la defunta e celeberrima Politkovskaya) per passare all'informazione sul web, motivando questa scelta con il fatto che anche nell'ambito di opposizione il giornalismo non è trasparente.
Qui il tatuaggio è la metafora dell'evoluzione del mondo moderno che ha condizionato le azioni degli umani privandole della loro unicità. Da carta di identità attraverso una complessa simbologia che può essere interpretata solo da eletti, è diventato un'espressione consumistica. Il problema è che abbiamo accettato questa trasformazione come la conseguenza di passaggi culturali inevitabili
Ogni persona che tatuo diventa come un familiare, perché nella tradizione del mio popolo il tatuaggio è un codice di comunicazione privata in cui riconoscersi totalmente.
In realtà la mia storia è un inganno. Uso il mio vissuto come un pretesto per costruire un universo umano. Anzi, credo proprio che la particolarità della mia scrittura sia quella di osservare la vita e raccontarla senza prendere posizioni. Come faceva mio nonno nelle sue narrazioni, e sulla cui oralità ho modellato la mia scrittura semplice e diretta
Citazioni di Nicolai Lilin – 2013
Quando nel 1987 esplose la centrale nucleare a Chernobyl, tutta l'Unione Sovietica per diversi giorni rimase ignara dell'accaduto. Come spesso accadeva sotto il regime comunista, le autorità cercavano di nascondere gli avvenimenti che ritenevano a rischio di ribellione da parte dei cittadini. Nel frattempo la tragedia registrava risvolti sempre più terribili. Le notizie arrivavano attraverso il passaparola, abbastanza confuse e arricchite dalla fantasia popolare. Alcuni dicevano che la stazione nucleare era stata attaccata da un missile atomico della NATO e che eravamo entrati in fase di guerra aperta contro l'Occidente capitalista. Altri raccontavano invece che ad esplodere erano stati i magazzini in cui erano custoditi gli ordigni nucleari e che le autorità avevano inventato la storia della centrale per nascondere la verità dal resto del mondo. Poi c'erano quelli che sostenevano che l'esplosione della centrale era stata provocata dagli extraterrestri.
La Russia ha fatto un altro salto indietro: la legge antigay. Ora manca quella razziale e Putin potrà farsi crescere i baffi da Hitler.
Io possiedo due licenze per il porto d'armi e alcuni fucili, e da frequentatore del poligono m'è capitato di dovere disarmare gente inetta: ricordo un tizio cui s'era inceppata la pistola e tentava di sbloccarla rivolgendola verso di me, col colpo in canna.
Avevo una fidanzata in Texas, il cui padre possedeva 30 fucili d'assalto. Sa dove li teneva? In giardino, nella casetta degli attrezzi. Qualsiasi pazzo avrebbe potuto prenderli e uccidere. Ecco perché succedono le stragi.
Nel 2003, in Afghanistan, ho arrestato un terrorista islamico con 8 chili di esplosivo nello zaino.
In Iraq, dove agivano contractor assoldati da un colosso americano delle costruzioni, specializzato in impianti petroliferi. Erano nazisti, con le svastiche appiccicate alle uniformi. Scendevano in città e sparavano ai civili, falciandoli con la mitragliatrice.
Sempre. Per scendere o salire dall'auto uso modalità operative. Camminando per strada scruto i tetti, in cerca di canne di fucile. Gli psicologi, purtroppo, non sono riusciti a guarirmi.
È successo dopo l'uscita di Educazione siberiana. M'ero appena comprato una casa in campagna e mi stavo rilassando sul divano, quando vedo due tizi avvicinarsi alla porta e infilare le chiavi nella serratura. Mi alzo, prendo la pistola e spingo forte la porta, facendoli cadere a terra. Chi siete? Dove sono le armi? Urlo, puntandogli l'arma in faccia. Erano due agenti di Tecnocasa convinti che la villa fosse ancora vuota.
All'inizio ero scettico e non credevo possibile ridurre il libro in un film. Certo che il libro fosse appetibile per il cinema se ne accorsero molto presto, già un mese prima che uscisse nelle librerie. Da quel momento ho ricevuto otto proposte da parte di altrettanti registi, ma a tutte ho detto di no, trattavo il mio libro come qualcosa di inviolabile, di sacrale. Con il tempo ho cambiato prospettiva e quando si è fatto avanti Salvatores ho accettato. Apprezzo il suo stile asciutto, la capacità di raccontare storie semplici e umane, senza per forza eccedere in virtuosismi inutili o trovate fini a se stesse.
È stato uno dei pochi a capire che il libro non è basato su una banale storia di criminali, ma al centro c'è la scomparsa di un vecchio mondo, sotto l'onda impetuosa e distruttiva di un nuovo mondo. Il resto sono solo circostanze, avvenimenti, che fanno da sostegno alla storia. I lettori del libro ci si ritroveranno molto.
Ho avuto modo di apprezzare il lavoro della scenografa Rita Ribassini, che ha lavorato duramente con una squadra di professionisti che hanno messo l'anima in questo progetto. Il risultato è stato davvero incredibile. E per essere precisi, non è stata ricostruita la Transnistria, ma è stato costruito una specie di non-luogo funzionale al racconto, anche se poi al suo interno ci sono parecchie immagini che rimandano a quel tempo.
Vivo talmente dentro il mio mondo chiuso che a volte mi sembra di non essere connesso alla realtà che mi circonda.
Secondo me da queste persone, attraverso il sistema legale, deve essere ritirata la cittadinanza italiana per tutta la vita.
Per la bandiera italiana, per la questione italiana, per i miei cittadini italiani, io ammazzerò chiunque e farò la guerra fino alla vittoria o fino alla morte.
Io ho preso la pistola nella mia mano quando avevo cinque anni.
Certo. Secondo me dovevamo andare verso questa direzione già tanto tempo fa. Cittadino è un'entità che lavora e contribuisce e crede nei valori. Se un omosessuale, una persona che crede nella bandiera italiana, crede nei valori di questo paese, crede nella Costituzione e contribuisce, è mio fratello e ha il diritto di fare tutto quello che hanno il diritto di fare tutti i cittadini di questo paese.
Io politicamente non sostengo nessuna di queste persone. [...] Non mi da fiducia nessuno. [...] Io sogno per l'Italia un uomo onesto, intellettuale e un grande conoscitore del proprio popolo. Mi piacerebbe avere una persona simile a quello che era in Unione Sovietica Gorbačëv. Io vorrei un leader politico come lui oggi in Italia, ma non c'è.
Io il signor Depardieu lo rispetto molto per le sue esibizioni artistiche e per quello che lui ha fatto per cinematografo, però quello che lui adesso ha fatto, operazione che lui ha fatto con la Russia, è un operazione infame, perché è impossibile che una persona oggi nel 2013 sfrutta un paese dittatoriale dove milioni di persone vivono sottomessi da un potere militare, dove in Cecenia gente continua a morire ogni giorno ammazzati dalle forze di polizia corrotti, trafficanti, criminali, assassini dove il capo del paese è un ex agente della KGB e che ha le mani sporche di sangue fino ai gomiti che si chiama Putin ovviamente, lo sappiamo tutti chi è, e noi adesso abbiamo questo qua, questo pagliaccio Depardieu che vuole far vedere a tutto il mondo che la Russia è un paese giusto.
Lui è stato il migliore, ma molti russi non l'hanno capito.
In Transnistria ho ancora una piccola parte della famiglia, sono rimasti solo due anziani. La parte attiva della mia famiglia è migrata in diverse parti del mondo. Io, mia madre e mio fratello siamo qua, mio padre ha avuto tre attentati in Transnistria ed è scappato in Grecia; un'altra parte della famiglia è vicino a Mosca. Con il regime della Transnistria non ho mai avuto buone relazioni. Ho fatto una serie di attività di monitoraggio su traffici e corruzione della polizia e non mi vogliono più.
Il regime è corrotto e autoritario, non potrà mai cambiare davvero ed essere democratico finché ci sarà la presenza della XIV Armata, l'esercito di occupazione russo.
Sono arrivato in Cecenia nel 1998, un anno prima dell'inizio della seconda guerra cecena. In quel periodo il nostro rapporto con la popolazione cecena era molto buono. Ci vedevano come un limite al terrorismo e alla presenza dell'estremismo jihadista. Poi con la guerra è tutto cambiato. I russi hanno usato metodi assurdi, come rastrellamenti e bombardamenti. Chiunque in quel periodo aveva un'arma in casa e questo non voleva dire che fosse un terrorista. Bombardare le montagne poi è strategicamente inutile. Chi, bombardando e per uccidere un terrorista, uccide 120 civili è lui stesso un terrorista. Se fossi stato ceceno in quegli anni sarei salito anch'io in montagna per combattere.
Oggi mi impegno su alcune cose, come la lotta alla pedofilia... ci sono dei traffici internazionali, anche dalla Russia, molto preoccupanti. Però è molto diverso dalla guerra. Oggi non combatterei mai una guerra offensiva. Se vivessi durante la seconda guerra mondiale, non sosterrei l'espansionismo fascista, andrei sulle montagne a combattere con i partigiani.
Ho rifiutato varie proposte, alcune da Hollywood, per esempio da Scorsese, prima di accettare di lavorare con Cattleya. Ho deciso di lavorare con loro perché mi volevano coinvolgere nella realizzazione del film, ritenevano la mia presenza sul set indispensabile. Ho chiesto di lavorare con Salvatores perché lo ritengo il migliore. Gabriele ha accettato, gli è piaciuto moltissimo il libro.
Il consumismo post-sovietico era una cosa impressionante. Ha cambiato anche la criminalità, togliendoci l'etica, rendendola più feroce e spietata. I modelli occidentali si sono mostrati come inganni e questo ha portato disillusione e violenza.
Il film comunque finisce con il personaggio che lascia la Transnistria e spiega alla madre la sua voglia di cambiamento, cosa che a mia madre io non sono mai riuscito a spiegare. Ma questo perché veramente conservo un bambino dentro di me, che non mi abbandona. Il film è stato costruito usando il libro come base, ma la linea narrativa è completamente diversa. Ha una sua vita, e chi ha letto il libro riconoscerà molti personaggi, molte situazioni ma inseriti in una storia parallela e indipendente. Certo, quando mi è stato consegnata la prima stesura del soggetto, mi sono sentito smarrito. Per me, digiuno di cinema, è stata una sorta di sindrome delle prime nozze, quando la sposina non si toglieva i vestiti perché si vergognava di fronte al marito sconosciuto. Io mi sono spaventato non per il contenuto, ma perché mi sono reso conto della grandezza di quanto mi stava accadendo
Io ero uno dei pochi che, parlando russo, potevo comunicare con loro, e a un certo punto mi avvicinano questi due personaggi, dall'aspetto chiaramente delinquenziale, e mi chiedono "Sei tu che hai scritto il libro? Grazie a te ci hanno trasferito in un albergo bellissimo dove ci danno anche la colazione la mattina. Speriamo duri tanto".
In gioventù ho letto molti romanzi su mondi lontani, inventati e fantascientifici e, forse perché si costruivano su ambientazioni palesemente inesistenti, mi risultava semplice capire le metafore a cui alludevano. Il mio consiglio quindi è di leggere i miei romanzi come leggereste Asimov, per andare oltre la superficialità e capire il significato che volevo trasmettere quando li ho scritti.
Facevo parte di un'associazione culturale piemontese e scrivevo i miei racconti su un blog letto da una piccola nicchia di pubblico, e molte persone con cui lavoravo si complimentavano con me per le storie di cui parlavo e il tipo di narrazione. Ma se non fosse stato per un amico, che mi chiese se poteva far leggere i miei racconti a un editore, tutto sarebbe rimasto circoscritto al mio piccolo ambiente. Successivamente mi è giunta una telefonata del capo del settore della narrativa di Einaudi che mi faceva presente che per la casa editrice i miei testi avevano un grande interesse letterario. Così ho cominciato a scrivere per l'editoria. [...] Einaudi infatti aveva attuato una strategia particolare, spedendo cinquemila bozze rilegate del mio romanzo in giro per il mondo prima della pubblicazione. Per questo già un mese prima dell'uscita del libro alcune persone lo avevano letto e ne parlavano. Il caso più noto è stato quello di Roberto Saviano, che mi intervistò per La "Repubblica". Questa operazione mi portò quasi subito otto proposte cinematografiche. Pur sentendomi lusingato da tutte queste attenzioni, ero in una fase in cui non avevo nemmeno certezze su come sarebbe stata accolta la pubblicazione dalla critica e le rifiutai tutte, per il mio impulso a rimanere con i piedi per terra. Si può dire che avevo seguito il proverbio russo "è meglio avere poco, ma in pugno".
Riflettendoci su, avevo capito che i miei timori erano legati soprattutto alle tematiche trattate nel libro, che sono facilmente fraintendibili senza una giusta chiave di lettura. Questa mia sensazione si è poi rivelata spesso veritiera, dato che molti hanno estrapolato di me solo l'immagine di un ex criminale siberiano capace di uccidere. Finché c'era il rischio di questo fraintendimento nulla poteva smuovermi dal blocco e per questo motivo sono arrivato a rifiutare anche le offerte delle grandi industrie cinematografiche statunitensi. Nemmeno l'interessamento di un grande regista come Martin Scorsese è riuscito a smuovermi, nonostante fossi personalmente certo che i suoi film sono sempre dei capolavori. Superai l'impasse con la decisione che avrei accettato di trasporre il libro su pellicola solo con chi sarebbe stato disposto a coinvolgermi direttamente nella messa in opera. Ho espresso la mia richiesta direttamente alla casa editrice, che si è occupata di contattare le industrie cinematografiche. Cattleya, oltre ad assicurarmi la collaborazione sinergica nel film, mi ha dato la possibilità di scegliere il regista con cui mi sentivo più in sintonia. Da lì è nata la mia proposta di coinvolgere Gabriele Salvatores.
Grazie alla formazione di Salvatores negli ambienti di sinistra e le sue dirette esperienze nei paesi dell'Est, lui ha capito esattamente la prospettiva degli antieroi che si trovano nel passaggio tra due sistemi, tra la distruzione dei valori passati e l'assenza di appigli per costruire il futuro. Con lui è stato più semplice lavorare in sintonia, mentre molti altri registi continuavano a vedere Educazione Siberiana solo come una violenta epopea sulla mafia criminale russa, confondendo le circostanze in cui i racconti avvenivano con l'anima della storia.
Quando si lavora con una persona come lui si capisce cosa vuol dire essere un attore professionista. La sua serietà, la curiosità e il coinvolgimento per le storie che deve interpretare danno il vero valore aggiunto alla scena.
Lo spettacolo teatrale è un'altra avventura in cui sono stato catapultato per caso, coinvolto da persone a cui era molto piaciuto il mio romanzo. Ho scritto la drammaturgia direttamente con il regista e anche in questo caso abbiamo creato una storia parallela ispirata alle situazioni del libro. Come nel film poi, ho partecipato attivamente sia nella ricostruzione degli elementi e delle armi che menziono in Educazione Siberiana, sia nei costumi e nei movimenti più adatti alle scene. Questa esperienza mi ha insegnato una tipologia narrativa ancora differente sia dal film che dal libro.
In quest'ultimo libro ho usato il tatuaggio come filo conduttore per creare una serie di racconti e parlare di alcuni personaggi. In ogni caso Storie sulla pelle può esser letto anche da chi non ha letto Educazione siberiana, è un libro più letterario, costruito e ricercato.
Anche se l'uomo si è evoluto continua a voler rappresentare ciò che vive perché l'immagine dia l'illusione che il momento resti eterno. Ma anche le icone che sembrano vivere più a lungo possono distruggersi domani perché nulla è eterno. Questa volontà di fregare la morte mi ha incuriosito molto fin da piccolo. Sacro e profano si fondono, molti criminali – intendo per il modo di pensare – hanno cercato di avvicinarsi a quello che è l'eterno. Per me, che conosco le leggi della fisica quantistica, l'eterno è l'assoluto; per mio nonno l'assoluto era Dio creatore e lui chiedeva a persone che facevano icone di rappresentarlo.
Stavo scrivendo 6 progetti poi ho capito che era troppo, così ho indicato ognuno su un bigliettino e ho tirato a sorte per sapere quale continuare: ora mi sto concentrando su quello. Sono un narratore e i temi non mi mancano. Non ho mai scritto un libro di cui non sono soddisfatto. Per me un libro è una storia conclusa, che rileggo sempre prima di consegnare al mio editore. Solo il primo libro non l'ho riletto ma perché ce l'avevo dentro. Poi, quando lo consegno passo ad altro.
La definizione di "criminale onesto" è un ossimoro, incarna la visione del mondo di un cittadino orgoglioso, che non accetta le malversazioni dai prepotenti nascosti sotto le vesti legalitarie dello Stato o con la maschera dei politici corrotti.
La comunità che ho descritto non esiste più. I vecchi Urka sono morti, i giovani sono stati ammansiti dal sogno occidentale, dalle mollezze di costumi estranei alla loro cultura.
È un paese difficile da governare perché sterminato territorialmente. E c'è un netto distacco tra intellettuali e popolo.
È un estremista. Ha fondato un movimento fascio-comunista, il partito nazionalbolscevico. Le sue idee sono pazzesche e purtroppo molti intellettuali lo seguono.
La mia esperienza in Italia è molto semplice: sono arrivato in qualità di extracomunitario come tanti altri per ricongiungermi a mia madre e poi sono dovuto rimanere. Il mio trasferimento in Italia non è stato programmato.
Se qualcuno vuole pensare che dietro a chi ha scritto il libro ci sia un ghostwriter, che lo pensi pure. A me importa, piuttosto, che costui abbia comprato il libro.
[...] io pago le tasse, mentre vedo, invece, che ci sono molti italiani che si sottraggono a questo dovere. Non riesco proprio a concepirlo: se la società decide che per il suo bene sono necessari determinati sacrifici, bisogna farli, tutti insieme.
Primo, perché ci è stato vietato di girare in Transnistria, essendo un paese molto chiuso e compromesso. Hanno letteralmente paura dell'Occidente. È un paese dove regna l'illegalità. Ho provato a mettermi in contatto con il Ministero della Cultura, ma da lì non si degnano nemmeno di risponderti. È come chiedere di fare un film in Venezuela o Cuba. La Lituania è invece un paese europeo che alletta per le abbondanti sovvenzioni e poi, da una parte è ancora riconoscibile lo stampo sovietico, dall'altra è già nel cuore dell'Europa. Comunque è la produzione che ha deciso, io non avevo voce in capitolo. Le voci per cui "Nicolai Lilin ha vietato di girare in Russia" sono fantasie dei giornalisti per creare un fantomatico scoop.
L'Italia è un paese di compromessi. Tutti si mettono d'accordo con tutti e tutto apparentemente va bene. Ma in realtà ci sono tantissimi problemi. Ci riteniamo democratici e poi creiamo campi di concentramento in Sicilia, dove stipiamo ragazzi africani e li facciamo morire come topi. Come li consideriamo, quindi? Umani? Criceti? Come dobbiamo trattarli? Poi abbiamo la politica, da mani nei capelli: da una parte mummie, dall'altra il circo bulgaro, senza nessuna coerenza. Serve qualcuno che veda chiaro e che racconti le cose come stanno realmente. Gli italiani hanno perso il contatto con la realtà. Pensano di vivere nei film di Hollywood: case da sogno, attori bellissimi. Non è questa la vera faccia della quotidianità. Andate a vedere le situazioni ai margini. Non è tutto Sanremo, qui. Purtroppo l'italiano medio non ha voglia di aprire gli occhi davanti a questi problemi macroscopici. La colpa sarà in parte anche dei politici, ma principalmente è degli elettori.
In generale penso che nella moda ci sia tantissimo spazio per le storie e la fantasia. In quella italiana, poi, c'è più ricerca e rigore che in qualsiasi altra. Non è la prima volta che mi chiedono di realizzare qualcosa nel settore, ma stavolta ho capito di poter fare di più. Ho preparato tre storie universali valide sia per le donne che per gli uomini: l'amore, il viaggio, l'opposizione a tutte le dittature. Ciascuno le interpreterà a modo suo traducendo i simboli come meglio crede, ma tutti noi viviamo queste situazioni: siamo uniti dai nostri destini diversi. Quel che ci rende umani, una grande specie dominante, è proprio l'essere uguali nella diversità.
Si accomodino, non è la prima e non sarà l'ultima volta che mi attiro delle critiche. Sono stati molto coraggiosi i titolari di Happiness perché fare questo progetto è come fare una dichiarazione pubblica di libertà mentale.
Il mio Paese è governato da militari e questo genera sempre intolleranza e squilibrio. È la cosa che temo di più perché in Cecenia e in molte altre situazioni della mia vita ho visto a cosa può portare la mancanza di equilibrio, un orrore senza fine.
Quando realizzo un tatuaggio per una persona reale, non ho la possibilità di usare la fantasia, devo rimanere fedele alle storie della vita di ogni singolo individuo e questo mi spinge a cercare supporti alternativi, che permettano l'uso dell'immaginazione.
Ho scelto tre concetti che personalmente trovo profondamente intimi per ogni singolo umano, ma allo stesso tempo presenti in ognuno di noi. Uno è l'amore: siamo tutti innamorati di qualcuno o di qualcosa, siamo animati dalla passione e questo trasforma la nostra realtà quotidiana, modula la nostra vita.
Un altro concetto è il viaggio, siamo tutti sempre alla ricerca di qualcosa, spinti dalla curiosità, viaggiamo dentro noi stessi, esplorando attraverso la nostra natura quella dell'universo, ci misuriamo con il mondo. Il terzo concetto è la resistenza a tutte le forme di dittatura, prima di tutto all'ignoranza e all'intolleranza che ci circondano, su questi pilasti si basano tutte le forme di estremismi e di dittature che esistono. Quest'ultimo è il tema che mi interessa di più, in particolare in questo momento di cambiamenti globali, in cui l'importanza dell'integrità umana e l'apertura mentale di ogni individuo coinvolto nel percorso della storia universale rappresenta un elemento indispensabile del meccanismo esistenziale.
Rulli e Petraglia sono stati per me due maestri: mi hanno introdotto alla magia e ai meccanismi del cinema. Sarei arrogante se dicessi che so già scrivere una sceneggiatura, ma sto lavorando in gruppo su alcuni progetti, per fine anno spero che maturi l'ossatura di un film.
Per non fare i soliti "lanci" nel vuoto, spesso adottati in tv, la rete mi ha chiesto di approfondire alcuni temi legati all'attualità. Il documentario è spezzato da alcuni interventi, ci riferiamo a situazioni che viviamo oggi. Non ci sono veri e propri ospiti, ma nella puntata in cui parliamo dell'evoluzione delle armi, diamo la parola a un esperto di addestramento militare. Forse Mankind risente di un'impostazione americana, dove c'è il mito delle armi (tutti le tengono in casa), mentre in Italia l'approccio è diverso.
Si parte dalla nascita dell'uomo. Si vede come sia riuscito a progredire, passando dalla caccia all'agricoltura. Si pone grande attenzione allo sviluppo economico, al commercio e alla geopolitica. Si parla delle rivoluzioni, ma non delle guerre mondiali, già abbondantemente trattate. Più che sulle ideologie e i capi di Stato ci si sofferma su persone comuni che hanno fatto grandi scoperte che si sono battute per i diritti umani.
Da tempo il mondo della moda mi proponeva collaborazioni, ma fino ad oggi nessuna mi aveva convinto. Poi un giorno è arrivata la proposta di Yuri Scarpellini, fondatore di Happiness, con cui ci siamo intesi da subito poiché era sinceramente affascinato dall'idea del significato celato nei simboli e nei tatuaggi della mia tradizione. Non mi ha mai chiesto il significato dei disegni, così come vuole l'etica della mia tradizione, e mi ha lasciato totalmente libero di sviluppare il progetto come volevo.
Ho pensato ai giovani. Ho modo di dialogare spesso con loro, anche tramite i social network. Mi sembrano una generazione intelligente, curiosa, attenta e combattiva e ho voluto raccontarli attraverso questi disegni.
Come sa io ho un passato da militare, dove la moda non esiste perché tutto è uniformato. I capi di abbigliamento che prediligo sono quelli pratici, ma da quando vivo in Italia ho avuto modo di avvicinarmi al mondo della moda e di apprezzare lo stile classico degli abiti da uomo. Recentemente ho anche vissuto un'esperienza televisiva con lunghe prove abiti a cui non mi ero mai sottoposto. Poi, beh, nel mio guardaroba personale l'accessorio di punta rimane sempre la fondina.
La cultura criminale siberiana era già in decadenza quando ero bambino: era una mentalità chiusa, legata regole rigide che però portavano anche una serie di valori positivi come la correttezza, il rispetto dei deboli, delle autorità (criminali, ovviamente), la religione, la discrezione e l'educazione. Dall'altro lato, vi era l'odio profondo contro la polizia, contro il regime comunista e contro i diversi. Erano soprattutto i nostri anziani a tramandare le nostre leggi e i nostri costumi, mentre già la generazione di mio padre se ne stava allontanando.
La cultura di mio nonno si è estinta perché era imperfetta, estremamente rigida anche nei confronti di sé stessa. Era un mondo in cui l'intolleranza era portata all'estremo, quasi alla superstizione: basti pensare che mio nonno era terrorizzato dai gay, perché era credeva che l'omosessualità potesse essere trasmessa attraverso lo sguardo.
Cresciuti sotto il regime, i nostri anziani vivevano per sopravvivere. Con la fine del comunismo però è finita anche la cultura criminale siberiana: i valori dei nostri nonni non potevano vincere contro il consumismo moderno.
Dicono di Nicolai Lilin
Abbiamo pensato a lungo se denunciarlo o meno. Ma in realtà la cosa che più mi ha fatto impressione di quella storia è che nessun politico ha mostrato solidarietà nei nostri confronti, né in pubblico né in privato. Come se perfino in quel momento ci volesse chissà quale forza o coraggio. L'episodio ci ha spinto anche a interrogarci sul nostro lavoro, perché non capisci bene. Ma quando stai così sulle balle, credo voglia dire che hai fatto quello che andava fatto.
Cosa hanno in comune Parodi e Lilin? Hanno scritto libri [...], hanno dimestichezza e conoscenza del peso delle parole, hanno usato espressioni con gratuita cattiveria e irreparabile serietà.
A prima vista, Parodi e Lilin sono aggressivi e turpiloquenti ma non sembrano appartenere alla schiera degli squadristi da tastiera, dei persecutori anonimi [...]. Gli insulti rappresentano un fenomeno deplorevole e maleodorante, ma sono convinto che i peggiori siano proprio quelli di coloro che si credono «scrittori»: intrisi di odio nutrito dalla loro immaginazione e dal loro ego, vengono scelti con insospettabile volgarità e pronunciati con cognizione di causa.
Di errori Nicolai Lilin ne ha collezionato parecchi. Nel 2014 aveva pubblicato un lungo articolo che partiva dalla fotografia di una bandiera ucraina con a fianco una bandiera nazista. In breve tempo si scoprì che quell'immagine era un frame di un film. Sempre nel 2014 lo scrittore era convinto di avere trovato una confessione eccezionale: un pilota ucraino avrebbe dichiarato di avere sparato sul Boeing della Malaysia Airlines abbattuto sull'Ucraina. Solo che la fonte di Lilin era un articolo di un giornale satirico. Nelle ultime settimane Lilin ha scritto molto anche sulla vedova dell'oppositore di Putin, Navalny, lasciando intendere una vedovanza "allegra" sulla linea della propaganda di Putin.
Il mio obiettivo non era smascherare un abile personaggio che ha capito molto rapidamente cosa chiedeva il pubblico, ma parlare di noi. Del nostro establishment culturale e mediatico, della superficialità e dell'ignoranza, che rendono anche l'intelligenzia facile preda di fake news (termine all'epoca ancora sconosciuto).
Le parole di Nicolai Lilin in cui nella pratica si trova a minacciare di nostri i nostri giornalisti, tra l'altro con modi e toni mafiosi, sono a dir poco vergognose. [...] Ma vergognoso è anche il fatto che questo personaggio sia stato invitato per anni in importanti salotti televisivi a parlare della guerra russa in Ucraina, e che abbia avuto così tanto spazio per inquinare il dibattito pubblico nel nostro Paese.
Lilin [...] non è solo uno scrittore. Nicolai Lilin, infatti, è candidato alle Europee 2024 nella lista Pace Terra Dignità di Michele Santoro. Forse questo è il danno più grave: prestare il fianco con falsità a chi da tempo si sforza di tratteggiare come macchiettistici coloro che credono nella pace come obiettivo politico. Così Lilin alla fine riesce a essere il migliore alleato di coloro che Santoro vorrebbe (politicamente) combattere.
Come dire: la mafia è una schifezza, ma se è siberiana e te la racconta un muscoloso e scaltro giovanotto tatuato, è un po' meno schifezza.
E poi dicono che il crimine non paga.
«Io non parlo più in russo con nessuno, a parte mia madre e i miei amici intimi», dichiara Lilin, come a voler prendere le distanze da una parte delle sue radici. «Noi combattevamo contro il comunismo e i suoi residui, e contro una polizia corrotta, in uno stato marcio e corrotto». Quel «noi» si riferisce alla sua comunità, dominata da leggi tutte proprie, ancestrali degni di uno studio etnologico, se non altro perché di studi etnico-geografici sulla Transnistria non ce ne sono.
Se dobbiamo credere a Nicolai, abbiamo di fronte, in lui, un pluriomicida e una belva assetata di sangue, però, per virtù antropologica e per provenienza etnica, «onesta» e perciò buona e degna di vendere molte copie del suo libro.
Se ho dato dello "sbudellatore" a Lilin è solo perché, avendo letto il suo libro, venduto come autobiografico, ci ho trovato delle scene in cui lui accoltella con violenza i suoi avversari. Se non è vero, allora il libro non è autobiografico. Tertium non datur. [...] dovrebbe forse comportarsi in modo meno strafottente. In una democrazia, alla quale lui evidentemente non è abituato, si accetta civilmente il contraddittorio.
Se Nico avesse commesso tutto quello che racconta, sarebbe un soggetto ad alta pericolosità sociale, invece oggi è un cittadino italiano, vive a Cuneo ed esercita l'inquietante professione di tatuatore. Ma guai a dubitare della sua parola.
Venendo al dunque, cioè alle critiche che gli abbiamo sommessamente rivolto, il tatuatore siberiano (che però è cresciuto a tremila chilometri dalla Siberia) si è reso conto che la sua credibilità di delinquente rischiava d'indebolirsi e ha assunto quello che nelle intenzioni forse voleva essere un atteggiamento da criminale incallito, ma che è sembrato più lo scatto di nervi di un teppistello colto sul fatto.
Nicolai Lilin è scappato dall'Italia perché, dice lui, accusato di essere una spia di Putin. Considerando le balle che ha raccontato da quando è arrivato in Italia, probabilmente non è vero niente, a parte la fuga. Se sei una spia, non ti ritirano il passaporto, ti portano via. Ma chissà.
Lilin lo conobbi anni fa dopo la pubblicazione di Educazione Siberiana, mi raccontò di essere amico di Licio Gelli e di andare in giro armato perché aveva tanti nemici. Il libro era molto interessante, ma conteneva una serie di balle evidenti sia sulla storia della Russia, sia sulla sua vita. Metà della mia famiglia è russa e quindi ho fonti dirette, ma ero stupefatto che tutti gli credessero. Poco dopo scrisse un pezzo per l'Espresso, dove spiegava di essere un ex cecchino e di aver ricevuto offerte da gruppi mercenari di alto livello per andare a combattere da qualche parte. Era talmente una vaccata che mi aspettavo gli tirassero le uova. No. Il mondo della cultura cominciò ad acclamarlo con un eroe, un pensatore, un filosofo. Guardate con chi faceva dibattiti, chi lo presentava, chi lo incensava. Era come vivere in un mondo parallelo dove, soprattutto, chi lo amava di più era la sinistra. Partecipava a dibattiti sulla democrazia, sulla guerra, sul mondo intero, faceva mostre di tatuaggi "siberiani" con le sponsorizzazioni istituzionali. Ogni volta che parlavo di lui venivo accusato di spargere merda su "uno più famoso di te" oppure di essermi fatto abbindolare da amici e parenti russi, che evidentemente ce l'avevano con uno che diceva la verità sul regime putiniano.
Con il tempo i suoi libri cominciarono a vendere meno e divenne un propagandista delle peggior balle pro Putin. Pensavo che qualcuno che gli aveva dato lustro e visibilità avrebbe fatto autocritica. Invece no. Persone di sinistra che conoscevo molto bene decisero di candidarsi con lui perché "pacifista" e ancora una volta mi sembrò assurdo. Come una puntata di Black Mirror. Ma come era possibile che si alleassero con uno che pubblicava fotomontaggi con il presidente ucraino che tirava cocaina, in cui scriveva che la moglie di Navalny si divertiva con gli amanti mentre lui moriva? Che insultava gli omosessuali nascosti nell'esercito ucraino? Non lo so, non riesco a capirlo nemmeno ora. Va bè, la storia non è finita, visto che sono di oggi le sue velate minacce al polonio per i giornalisti che parlano male dello Zar. Spero solo che, adesso che è latitante, non se ne faccia un martire del libero pensiero. E spero anche chi lo incensava adesso non lo insulti. Eh no, certe cose vanno fatte quando è difficile, non quando conviene. Ma siamo in Italia. Chi la spara più grossa vince sempre.
Giovane, con la testa rasata da skinhead e la barba elegante da festaiolo di Montparnasse, con occhi acuti e vispi, abbondantemente ricoperto di tatuaggi (alle sue dita ci sono tatuaggi di precedenti penali assortiti che basterebbero per tutti gli scagnozzi del Nonno Hassan), sul suo collo c'è un libro aperto sullo sfondo di una croce con lo slogan "Non aver paura, non chiedere, non credere". [...] E poi una svolta sconcertante nella giungla delle teorie del complotto, nel cuore del dietro le quinte del mondo: a Licio Gelli, il leggendario capo della loggia massonica P-2, di cui è presumibilmente amico, al Gruppo Bilderberg, in cui c'è tutto il male del mondo e allo stesso tempo tutti i suoi colpi di scena irreali in ogni senso della biografia.
Innanzitutto so tutto quello che gli è successo, o meglio, quello che non gli è successo. Perché bisogna essere un vero somaro siberiano per non riconoscere subito questo tipo: Chlestakov, Chlestakov-upgrade.
Intercetta qualsiasi gruppo di celebrità come un missile terra-aria che segue una traccia termica. È pervasivo ed efficace, come un Terminator liquido. [...] Non capisco molto degli ultimi modelli di Chlestakov, ma lo so: dicono sempre ciò di cui il pubblico ha bisogno. Sono camaleonti ideali: non assumono il colore del loro ambiente, ma la forma delle paure e dei sogni segreti...
La biografia di Lilin contiene il quadruplo degli eventi che dovrebbe contenere. Da bambino toglieva i giubbotti antiproiettile ai moldavi uccisi in Transnistria. Si è offerto volontario per partecipare alla seconda guerra cecena. Andò in carcere per la prima volta a tredici anni. Viene dalla Siberia, e tutti i suoi antenati maschi erano ragazzacci, al confronto dei quali Al Capone era un boy scout, e la Camorra e Cosa Nostra dovrebbero, dice lui, succhiarglielo senza chinarsi.
Mi piacerebbe leggere il suo libro di racconti autobiografici, ma è un peccato che esista solo in italiano. È un personaggio meraviglioso e familiare. Lui, ovviamente, è Chlestakov, Chlestakov-upgrade, un figlio della nuova Russia - con i suoi tempi duri, con la sua guerra e il suo carcere, con il suo amico Licio Gelli e con le minacce degli islamisti, a causa delle quali, si scopre, non gira per l'Italia disarmato.
Un'affascinante menzogna che risale al Falso Dmitrij e ai figli del tenente Schmidt, che erano disponibili a raccontare agli editori e ai critici europei sulla Russia tutto ciò che era piccante, scioccante e terribilmente eccitante, tutto ciò che segretamente desideravano, ma che non osavano sperare.
È facile intuire perché Nicolai abbia deciso di scrivere sulla cultura criminale underground russa. Lavorando come tatuatore, è impossibile non imbattersi nell'epica reputazione che la cultura carceraria russa e i tatuaggi ad essa essenzialmente correlati hanno acquisito nel mondo dei tatuaggi, ad esempio grazie al documentario cult The Mark of Cain.
I libri di Lilin non sono stati tradotti in russo, e gli abitanti dell'ex Unione Sovietica ne traggono per lo più una bella risata. Ma i russi stessi vengono nutriti quotidianamente con la stessa assurda zuppa sulla cultura carceraria, e su tutto ciò che costituisce il mito della russità in Occidente, e ne ingoiano gran parte da soli.
Lo stesso Lilin-Veržbitskij non è nemmeno una persona molto interessante: le fiabe sono state presentate come biografie molto prima che venissero scritte delle vere e proprie biografie, quindi non c'è motivo di arrabbiarsi
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026