Ritratto di Paolo Emilio Pavolini
Eemil Nestor Setälä (1864–1935) · Public domain

Frasi

Frasi di Paolo Emilio Pavolini

9 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Qui trovi 9 frasi di Paolo Emilio Pavolini: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.

Paolo Emilio Pavolini (filologo, linguista e orientalista italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Buddismo – Citazioni

La concezione pessimistica, a cui tutto il buddismo è informato, è ignota alle prime età della cultura indiana; i più vetusti monumenti di essa, gli inni vedici, ci ritraggono un popolo forte e sereno, contento di vivere, e che a déi forti e sereni, tuonanti dalle nubi, ridenti nell'aurora, vivificanti nei raggi del sole e negli scrosci della pioggia, chiede abbondanza di armenti, numerosa e balda progenie, forza per debellare i nemici. (cap. I, p. 2)
Mentre dalle poche pagine degli Evangeli la figura del Cristo ci appare in tutta la sua grandezza, quella del Buddha non ci è mostrata che in modo assai vago e scolorito dall'immenso Tipitaka. Né poteva essere altrimenti, dato il contrasto fra le due dottrine, l'antitesi perfetta tra lo spirito e le tendenze del cristianesimo e del buddismo. Brevi e semplici le parole del Redentore, quali si convenivano alle turbe che lo ascoltavano: ma nella loro brevità quanto significanti e quanto sublimi nella semplicità! Lunghe, uniformi, monotone, gelide le prediche dell'Illuminato: non il dolore dell'individuo è dinanzi ai suoi occhi o in fondo al suo cuore, ma il dolore universale, la miseria di ogni cosa creata: e di questa miseria dimostra la natura, le cause ed i mezzi di distruggerla, con una serie di ragionamenti astratti e severi, modellati tutti sopra uno stesso schema, svolti tutti con le stesse formule, con infinite tediose ripetizioni. Mai forse lo stile rispecchiò il pensiero come in questi libri buddistici: stile schematico, uniforme e scolorito, espressione di quietismo, di indifferenza, di assenza di individualità. (cap. II, pp. 40-41)
Canone buddistico, dal sanscrito Tripiṭaka, il triplice canestro.
Come il cristianesimo è stato definito la religione dell'amore, così si potrebbe chiamare il buddismo la religione del dolore. L'esistenza è dolore, col cessare dell'esistenza cessa ogni dolore: e dall'esistenza può liberarsi soltanto chi conosca le quattro sublimi verità e segua l'ottuplice sentiero. (cap. III, p. 51)
[...] si può concludere che per essa niente esiste e niente non esiste: ma «ogni cosa diventa» ogni cosa è soggetta ad un continuo mutamento, πάντα ῥεῖ (cap. III, p. 69)
Pánta rheî o Panta rei, in greco antico "tutto scorre", celebre aforisma attribuito a Eraclito.
[...] è evidente la parentela della filosofia dello Schopenhauer con la metafisica del Buddha: per ambedue ogni esistenza è dolore, per ambedue la liberazione dal dolore sta nella negazione della volontà ossia dell'esistenza; e solo la scienza (') ci conduce a questa negazione che ha per termine ed effetto il nirvana. (cap. III, p. 69)
Vidyā, in sanscrito "conoscenza".
È facile capire come in una religione senza Dio , il concetto del bene e del male debba essere ben diverso da quello che ci è familiare nelle nostre religioni teistiche. Il peccato è peccato in quanto ostacola e ritarda il raggiungimento della verità, o meglio delle quattro sublimi verità: ma ciò che c'impedisce di riconoscere queste ultime non è che l'«ignoranza» e da questa, come vedemmo, non possiamo liberarci che liberandoci dal desiderio, dalla cupidigia e dalle passioni. Quindi male e bene, vizio e virtù, diventano sinonimi di ignoranza e scienza, di cupidigia e assenza di desiderî. (cap. III, p. 70)
In una religione che non riconosce alcuna divinità , è naturale che non s'incontri nessuna forma di culto. La «meditazione» tien luogo di preghiera; la «confessione» poi è l'unica pratica diretta a mantenere i membri dell'Ordine nell'osservanza di quelle regole morali e disciplinari che il Buddha ritenne necessarie al conseguimento della santità e quindi della liberazione finale. (cap. IV, p. 88)
Abbiamo già notato, come una delle caratteristiche della religione buddistica, la mancanza di una gerarchia. Non v'è dubbio che questa circostanza abbia contribuito a far nascere e ad aumentare gli scismi, affrettando così la decadenza della fede. (cap. IV, p. 91)
Alla teoria delle influenze buddistiche sul cristianesimo o cristiane sul buddismo, non sono mancati ardenti sostenitori: come già ad alcuni parve di riscontrare affinità e parentela fra il culto e le leggende relative ad alcune divinità indiane (p. es. ) e il culto e le tradizioni cristiane. Tanto queste che quelle teorie appaiono ora, grazie al progresso degli studi ed allo spirito di più sana critica che li anima, o del tutto o in parte inattendibili. Il cristianesimo primitivo non può aver influito sul primitivo buddismo, perché questo si era già svolto un cinque secoli prima di quello; né dogmi e leggende del buddismo primitivo possono esser passate nel cristianesimo perché è ora dimostrato impossibile che potessero esser conosciute e diffuse nella Palestina (anche col tramite dei Persiani o dei Siri) prima della nascita di Cristo; infatti di esse nessuna traccia si trova nella letteratura giudaica di poco anteriore all'E. V. (cap. VI, pp. 156-157)
Trascrizione dal sanscrito, Krishna.

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026