Frasi
Frasi di Paolo Monelli
32 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 32 citazioni di Paolo Monelli, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Paolo Monelli (giornalista e scrittore italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Paolo Monelli
Qui c'è un buco, mi faccia un osso buco.
Sa spalmare una così giusta misura di miele sull'orlo del nappo avvelenato che prepara per questo o per quello, che spesso la vittima muore senza accorgersene, ingannata dai soavi licori.
Avventura nel primo secolo – Citazioni
Ora Napoli ha un nome greco, e se vuoi fare un complimento a qualche mio compatriota che m'intendo io puoi chiamarla l'Atene dell'occidente; ma prima di essere Neapolis era Paleopolis, città antichissima come dice il nome, e prima era Partenope, la città delle sirene, chiamata così dalla sirena Parthenope che ci ebbe la tomba. (p. 124)
I napoletani discendono dagli dèi, questa è la verità, non sono né greci né oschi né romani, sono dèi. Che per vivere sulla terra si sono fatti come siamo; un misto di spirito attico grazie agli ateniesi, di tenacia al lavoro osca, di intelligenza indulgente ed acuta quale si conviene ad esseri divini. (p. 124)
«Otiosa Neapolis»
Sì, così la chiama Orazio che se ne deve intendere, se c'era un uomo pigro e ozioso era lui; tanto pigro da non sapere nemmeno inventare un'ode tutta sua, e traduceva quanto poteva dagli alessandrini. (p. 126)
Il napoletano non è ozioso; è filosofo. Sa che la vita è labile, l'avvenire è fallace, il lavoro è pena; accetta ogni fatica perché deve dar da mangiare ai piccirilli e alla donna; ma non lo esalta, non ne fa una missione nella vita come avrebbe voluto quello scocciatore di Catone. È povero e non è avido di denaro, è sobrio e non s'ingozza se la fortuna gli mette davanti una tavola imbandita. (p. 126)
Ha detto Cicerone che Napoli è la città dove i sospettosi diventano confidenti, e gli infelici trovano consolazione. Perciò, quando sono seccato della politica vengo a Napoli a dimenticare tutto. (p. 126)
«Locu evitandu» diceva di Baja un cavaliere spagnolo, storico e retore, che si era fatta grande fama a Roma per i suoi studi e la rigidezza delle sue concezioni sociali, Lucius Annaeus Seneca. (p. 136)
Baja aveva il suo porto, vastissimo, che era poi il lago Lucrino comunicante con il mare grazie ad un canale; sulla riva orientale stavano i famosi allevamenti di ostriche creati da quel Sergio Orata che aveva avuto per il primo l'idea, un centinaio di anni prima, di allevare le ostriche gustosissime di quelle tiepide acque. (p. 137)
Baja, sulla curva occidentale del golfo di Pozzuoli, a metà strada fra questo porto attivissimo e il capo Miseno, tra boschi di mirti, di elci e di quercioli, era una graziosissima città termale che si avviava a diventare sontuosissima. (p. 137)
Affrettati ad abbandonare il più presto possibile la corrotta Baja, e quella spiaggia che fu sempre nemica del pudore delle caste fanciulle, litora quae fuerant castis inimica puellis. (p. 143)
Mussolini piccolo borghese – Citazioni
La donna alla quale parlava di queste cose, Leda Rafanelli, era una socialista umanitaria che si era fatta anarchica; e diceva di essere musulmana, anzi all'infatuato Mussolini faceva credere di essere vissuta tanti secoli addietro nell'antico Egitto e di avere «un legame intimo e segreto con la piramide di Cheope». Cesare Rossi la descrive come una donna «stagionatella», dalle grosse labbra e le forme voluttuose, anzi, come si diceva allora, procaci; e si vestiva con paludamenti orientali e turbanti neri in testa e grosse dondolanti boccole. (cap. 5, p. 69)
Una sera la baciò di sorpresa; la donna si difese male ma, come narra, non rispose al bacio; dopo di che i due restarono senza sapere cosa dirsi, e lui se ne andò. La Leda pensò che quel gesto, senza suo consentimento, senza una promessa, fosse una cosa senza importanza, da dimenticare. Ma lui ne fu sconvolto, arse come un collegiale, le scrisse, «dopo quattro anni di quiete apro – col tuo, col nostro amore, – una parentesi nella mia vita». La Leda si spaventò, lo fece venire a casa per mettere le cose a posto; non l'amava, era innamorata di un altro. Tuttavia volle premunirsi. Invece della solita veste egiziana con cui era solita riceverlo, una galabiat bianca, si avviluppò in una vera e propria cintura di castità: «indossai una vecchia veste egizia, di seta nera, coperta di un velo ricamato d'argento e serrata sul petto da un largo collare di pietre brillanti, pesanti e pungenti. Una cintura ornata di scarabei mi cingeva alla vita, e per la sua pesantezza metallica mi faceva pensare ad una mummia acconciata per il sarcofago». Il povero Mussolini arrivò alacre e trepido, ma capì ben presto come stavano le cose; dopo poco si sentì mummia egli stesso, le disse «mi pare proprio di essere nell'Egitto di altri tempi». (cap. 5, p. 71)
I primi incontri con la ancor signorina Petacci avvennero nel descritto salone del Mappamondo a palazzo Venezia; e furono convegni sentimentali, seduti sul duro sedile di marmo sotto il finestrone, guardando il crepuscolo che scendeva sulla piazza, parlando di rondini e di poesia; l'uomo che soleva buttarsi sulle visitatrici appena la porta si chiudeva loro dietro, al primo appuntamento con la giovinetta si contentò di farle una confessione sdolcinata, che non aveva dormito pensando a lei. I rapporti amorosi veri e propri cominciarono l'anno 1936 (e si conoscevano da quattro anni), se vogliamo accettare per buono il racconto che la Claretta stessa fece ad una amica, e l'amica ripetette a me. (cap. 12, p. 181)
[...] Mussolini è sempre stato tirchio con le sue amanti, e più che tirchio con la Claretta. Per razza e per educazione pensava che gli omaggi delle donne gli fossero dovuti, ed esse dovevano ringraziarlo per quello che faceva loro. (cap. 12, p. 187)
Davanti al male era pauroso e trepido, non aveva più quella sicurezza delle sue qualità fisiche che in altre occasioni ostentava. Anche da giovanotto, quando faceva l'eversore e il rivoluzionario, aveva una gran paura delle malattie; gli amici di Forlì sapevano di questa sua debolezza, si divertivano a spaventarlo, chiedendogli quando lo incontravano: «Cos'hai professore, che sei così pallido?» E lui impallidiva davvero. (cap. 15, p. 228)
Roma 1943 – Citazioni
La tessera del partito , fu detto, era la tessera del pane. I giovani allo scoccare dei diciotto anni erano iscritti d'ufficio al partito. I neonati vi erano iscritti insieme col certificato battesimale; questi innocenti eran chiamati, come si sa, i figli della lupa. (Né il capo, né i suoi consiglieri avevan fatto il liceo, né letto Tito Livio; se no si sarebbero accorti che quella espressione, figlio della lupa, ha il suo corrispettivo esatto nel romanesco figlio di mignotta [...]). (cap. 2, p. 20)
Ciano era un curioso ministro degli esteri di Mussolini. Dal devoto ed entusiastico fedele dei primi tempi si era sviluppato a poco a poco un critico che parlava spesso del suocero come si parla, appunto, del suocero o di una suocera; e faceva capire che certe cose non andavano come dovevano, ma a suo tempo ci avrebbe messo rimedio lui; e molto si agitava per aumentare il proprio potere, sorretto ed incoraggiato da una piccola corte di banchieri, di giornalisti, di diplomatici, di industriali. (cap. 2, p. 35)
[...] un genovese duttile, astuto, esperto di affari e di convenzioni mondane; capace di dir poco con molte parole, e di far capire molte cose senza compromettersi, con un'occhiata, un sorriso; abile a leggere nel silenzio del sovrano e ad interpretarne i sentimenti repressi; capace anche, all'occorrenza, di forzar la mano, di assumersi la responsabilità di un atto che al re , e che potesse poi sconfessare. (cap. 4, pp. 78-79)
[...] Ambrosio fu consigliato, spronato, incoraggiato continuamente da quel suo giovane generale, il Castellano, il più giovane generale dell'esercito, un siciliano vivace, acuto, coraggioso, che quando si metteva in borghese aveva l'aria d'un pratico funzionario di banca; che si cacciava nella giungla dei sospetti, degli spionaggi, delle intercettazioni telefoniche come di pattuglia; e temperava con una certa spregiudicatezza la rigidità corretta e fredda di Ambrosio, quella sua durezza militare intollerante di infingimenti e di accomodamenti; «Ambrosio è tutto militare, resta sempre capo e militare anche quando è in pigiama», disse un suo intimo. (cap. 4, p. 79)
Cinque minuti dopo che la radio ha parlato il senatore Morgagni presidente dell'Agenzia Stefani si uccide con un colpo di pistola, e lascia sulla scrivania un biglietto in cui è scritto: "Il duce ha dato le dimissioni. La mia vita è finita. Viva Mussolini". L'unico forse che ha fatto oggi i conti con la facile fortuna della sua vita, il solo fedele fino alla morte dei tanti che questa fedeltà si contentavano di cantare con voce di tuono nelle radunate ("Duce, duce, chi non saprà morir? Duce, duce, il giuramento chi mai rinnegherà?"). Insomma proprio un colpo di Stato "senza spargimento di sangue" come il re voleva, come il re si raccomandava. (cap. 5, pp. 112-113)
Muti dopo il 25 luglio offrì i suoi servigi a Badoglio; «Ma se mi fate arrestare,» disse, «mi ammazzo». I suoi servigi furono accettati, ebbe l'incarico di tener dietro ai maneggi dei tedeschi; ma una notte il capo del S.I.M., Carboni, succeduto al generale Amé, mandò ad arrestarlo nella sua villa di Fregene. Muti, fu narrato, tentò di fuggire, i carabinieri spararono e l'uccisero. Carboni disse a Badoglio che Muti tramava contro di lui; ma altri affermano che non c'eran motivi per l'arresto, che non tentò affatto di fuggire, e che fu proditoriamente ucciso. (cap. 6, p. 154)
La sera del 6 Carboni che quando andava da Ambrosio era tutto confidenza e ottimismo, e lo assicurava che il corpo d'armata "marciava" benissimo, ricevette nel suo ufficio Roatta, e la mattina dopo si recò da Badoglio, e disse loro tutto il contrario. La difesa di Roma non era possibile, la posizione del corpo d'armata dava motivo ad apprensione, della Centauro non ci si poteva fidare, non era assolutamente possibile garantire la protezione degli aeroporti, ad ogni modo le divisioni difettavano di carburante e di munizioni. (cap. 8, p. 228)
Il generale Carboni era un beniamino del comando supremo. Era reputato intelligente, ambizioso, coraggioso, odiatore dei tedeschi. Come mai appariva ora così mutato, incerto, turbato, schivo di responsabilità? Sussurravano che fosse irritato per non essere stato prescelto a negoziare l'armistizio, e per questo aveva indotto Roatta a mandare a Lisbona il generale Zanussi, per averci le mani in pasta anche lui; e fallita la missione Zanussi, tornato Castellano con le dure condizioni, le aveva criticate, diceva che il governo doveva sconfessare il plenipotenziario, andava in giro diffondendo pessimismo e depressione. (cap. 8, p. 229)
Grosso errore, nato da precipitazione e da scarsa preveggenza, commise il governo non curandosi di lasciare a Roma alcuno, un rappresentante responsabile del re e del governo, con chiare e perentorie istruzioni, un uomo di coraggio, di carattere, che non avesse paura di morire per la Patria, come è in fondo la missione di ogni militare (solo che troppo spesso al momento buono se ne scordano). (cap. 9, p. 278)
[...] Carboni, che pure si era dato pensiero fin dall'agosto di distribuire armi alla popolazione per assalire i tedeschi, non si cura poi di provvedere al rifornimento di carburante e di munizioni al suo corpo d'armata, anzi non si dà premura nemmeno di conoscere quanta benzina, quante munizioni le sue divisioni abbiano; e appena saputo che il governo se ne va, corre a casa a mettersi in borghese e abbandona il comando, nelle ore decisive per la sorte della capitale e per la salvezza delle divisioni affidategli, e in una macchina truccata corre dietro agli altri; e se anche sia vero che egli non pensava a questo, è difficile menargli buono il suo racconto, di essere andato personalmente a fare una ricognizione logistica che un generale affida, in casi come questi, a un suo ufficiale, né fa un bell'effetto sapere che passò la mattina ad Arsoli, mentre a Roma si combatteva, in compagnia di una divetta del cinema. (cap. 9, p. 280)
Un'alba piovosa d'ottobre squadre armate circondarono il ghetto, mentre altre andavano a sforzare gli appartamenti degli ebrei ricchi ai quartieri alti; portarono via tutti con meticolosa ferocia, non lasciarono addietro un bambino un malato una puerpera, ne caricarono gli autocarri con furia sgarbata, cacciavan su a pedate a urtoni i malati i vecchi gli storpi, non lasciarono portar via dalle case che una valigetta di biancheria e di oggetti personali; i lattanti erano strappati dalle braccia della madre e lanciati sul carro come fagotti, un paralitico fu scaraventato con tutta la poltrona sul mucchio. Furono portati alla stazione, sigillati in un treno, mandati in Germania a morire chissà dove. (cap. 10, p. 296)
I tedeschi in via Tasso, gli sgherri fascisti in via Romagna, volevano confessioni dagli arrestati, volevano nomi di compagni, indicazioni di luoghi di radunata, per aumentare il bottino d'ostaggi, per avere nuovi pretesti a ruberie e ricatti; e tormentavano e torturavano secondo una tecnica di cui Kappler si vantava inventore, «meine eigene Technik, meine eigene raffinierte Technik», diceva, subito ridendo grosso, perché il tedesco non sorride mai. Ma non era soddisfatto il tenente colonnello Kappler, «diese Italiener» diceva, «sono più duri di quanto credessi, la maggior parte non vogliono aprir bocca, tun den Mund nicht auf, vanno a morire senza aver detto niente». (cap. 10, p. 300)
Dicono di Paolo Monelli
È un uomo non grande, un poco curvo, con l'aria sempre di cattivo umore, che ti guarda dal basso in alto; il monocolo alla von Stroheim ficcato in un occhio non gli dà un aspetto marziale e aristocratico ma quello di un osservatore che (come l'orologiaio studia il meccanismo guasto, con un occhio solo, attraverso la lente) scruta attentamente il mondo com'è, il bello, il brutto, l'affascinante, il ripugnante, l'umano, sempre alla ricerca del particolare rivelatore e dell'aneddoto, senza mai stupirsene: nihil per lui è alienum.
Fuma la pipa come Churchill il sigaro, cioè soltanto quando lo guardano.
Monelli ha, nel lavoro, una ricerca di probità da artigiano e un accanimento tenace da cacciatore. Non lo ferma nessuno. Il dovere innanzi tutto. Il pezzo per il giornale... (Ricordo una notte, dopo la presa di Axum, non dormivamo da due giorni, e ci mettemmo a scrivere a macchina uno accanto all'altro su un tavolo improvvisato alla meglio sotto una tenda. Io crollavo addormentato alla fine di ogni frase. Monelli, che ha quattordici anni più di me, era sveglio e alacre. Mi svegliava con una gomitata ogni volta che mi assopivo e mi diceva: «Lavora!».)
Monelli, se seguisse le proprie inclinazioni, andrebbe a letto coi polli. Ma cosa direbbe la gente, se non lo vedesse più vagabondare nei vari ritrovi frequentati dai nottambuli della città? Direbbe senza dubbio: "Comincia a invecchiare". E a questa idea Monelli balza dalla sua poltrona e si attacca al telefono per mobilitare qualche amica che lo accompagni nei suoi vagabondaggi. Giovani colleghe come Livia Serini, attrici giovanissime come Lea Massari sono state ridotte sull'orlo dell'esaurimento nervoso da queste prolungate ronde notturne senz'altro costrutto che quello di ribadire agli occhi di tutti l'intramontabilità di Monelli. Egli non le porta a spasso. Le porta all'occhiello, come gardenie.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026