Frasi
Frasi di Piero Chiara
37 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Qui trovi 37 frasi di Piero Chiara: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.
Piero Chiara (scrittore italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Piero Chiara
Girai da solo per le strade di Poschiavo, uscii ed entrai più volte dalla Canonica, assaporando la strana atmosfera di quella piazzetta senza sole, di fianco alla Chiesa, dove si apriva la soglia della sua casa di religioso appartato che non vuole più calore d'intimità familiare, ma solo la vicinanza con la sua Chiesa, con l'Ossario che le sta di fianco, col campanile che rintocca per tutta la Valle.
Immunità e impunità, sono oggi come sempre, le due palline che gli uomini di potere buttano in aria e fanno passare da una mano all'altra fra lo stupore degli spettatori. Ma la legge è una macchina infernale che può distruggere chi l'ha costruita e anche chi la fa funzionare.
In Luino vi è qualcosa di inesprimibile e di spirituale che non può andare vestito di parole. È qualche cosa di più che la tinta locale. È quel mistero di attrazione che fa innamorare di un luogo senza che ci si possa dar ragione del motivo.
Ispra. Reattore atomico. Nel quieto paesaggio del basso Lago Maggiore bolle una grande pentola circondata da uffici e laboratori che si stendono per grande raggio. Un palo bianco e rosso si alza nel cielo a vertiginosa altezza. L'Euratom ha qui uno dei suoi centri di ricerche nucleari e una popolazione di tecnici che si è mescolata agli abitanti del Varesotto portandovi un ritmo di vita europea e un brivido di avventura scientifica.
La casa natale di Giuseppe Zoppi è a metà della valle e in mezzo al paese di Broglio. Si apre sul brolo verde ombreggiato della vite, ha da un lato la strada della valle e dall'altro il sentiero che sale agli alpi. Le due strade di Giuseppe Zoppi: quella, sassosa ed erta, per la quale salì bambino incontro ai suoi miti e alle sue fantasie, e quella per la quale discese più tardi, recando con sé il dono poetico dell'infanzia.
Non è uno stile da letterato sedentario e misantropo, è uno stile da esaltatore della vita, che con la sua irrequietezza sembra prevedere l'europeo futuro. Nella letteratura italiana mancava allora non solo un buon romanzo in prosa, ma ancora l'idea di uno stile così veloce e denso di avvenimenti. L'azione si fonde al dialogo, il quale diventa azione interiore.
Passato il Ceneri il treno è in discesa su Lugano. Beviamo il paesaggio che è simile e così vicino a quello della mia infanzia. Si percorrono le falde del Monte Tamaro e del Lema, si fila lungo acque fredde che vanno per greti aridi tra la rada boscaglia denudata. Ai paeselli rivive la terra, suona lenta la campana delle stazioni e appaiono le facciate bianche delle chiese.
Passato il valico, non m'inoltro di molto: svolto subito a sinistra nella prima casa, osteria e bottega che conosco da un pezzo. Mi siedo al camino anche se è spento e prendo un lungo caffè. Dalla finestra guardo la boscaglia che ho traversato, un mattino, per correre in salvo oltre questo confine. E se mi spingo, fuori l'osteria, fino al primo svolto di strada, ritrovo i passi d'allora, gli stessi muri, gli alberi a cui chiedevo di nascondermi; vedo, più lontane, le case del villaggio che scelsi come prima meta e il campanile della chiesa dove ho sostato.
Per le strade di Chiasso, mentre passavamo afferrati come naufraghi alle attrezzature del camion in corsa, gli svizzeri ci salutavano quasi tristemente, come si saluta chi va ad un triste incarico [...]. Il passaggio della frontiera fu rapidissimo. Eravamo già in Italia: guardavamo intorno per cercarla l'Italia, e l'avevamo già trovata, insensibilmente, in qualche casa, in un ragazzo, nel gesto d'una donna, nella voce d'un carrettiere che s'avviava. Certo l'Italia era questa; non potevamo aspettarci di più [...].
Quanta gente entra in Svizzera da Chiasso in automobile o in treno e aspetta a guardarsi in giro quando appare il lago, o quando vi è in mezzo, dal ponte di Melide. Pare la Svizzera cominci a questo aprirsi dei monti, appena spunta Lugano nel semicerchio del golfo e l'occhio già fugge verso Gandria, ai picchi e alle rive del Piccolo mondo antico, oggi due volte antico.
Sereni è stato sepolto a Luino, suo e mio dolce luogo nativo: una giornata di quelle nelle quali può culminare la vita di un poeta. Il nostro paese gli aveva preparato uno scenario di lago azzurro, di nubi argentate, di nevi bianchissime sui monti, chiuso in un cristallo di gelo.
Gli anni e i giorni
Ho seguito una stretta carraia serpeggiante tra massi e ruscelli, tutta disseminata di cappelle votive, fino al paese di che non era segnato sulla carta. Di fianco al paese, da uno strapiombo di roccia, scende una cascata. C'è l'"Osteria della cascata", la cassetta della posta color giallo-cromo sulla strada, una fontana e le case col tetto di pietra. (p. 155)
La strada sale ancora, sempre stretta, segnata sempre da cappelle votive e di massi erratici, affiancata da qualche banco di sabbia abbandonato dalle piene. Arriva un altro paese: è San Carlo. C'è un "Albergo Basòdino" una chiesetta col suo campanile e poche case. L'albergo è chiuso, le case disabitate. Nessuna presenza umana anima San Carlo. La strada prosegue e dopo un chilometro si divide, a un bivio. Tanto il tronco di sinistra che quello di destra finiscono dopo un chilometro. Quello di sinistra, presso una costruzione cupa, senza finestre, che è una specie di bunker a protezione di un sotterraneo dove convergono le acque di invisibili condotte forzate. Si sente al di là dei portoni di ferro e delle griglie il rombo delle masse liquide che precipitano. Il tronco di destra finisce in un piazzale irto di trasformatori sul quale arriva un binario che poi scompare dietro un portone di ferro. Da questi impianti salgono a un colle invalicabile i cavi di una funivia e una linea dell'alta tensione che vanno da una roccia all'altra, fino alle prime gronde ghiacciate dietro le quali discendono.
Torno a San Carlo e siedo vicino alla fontana, l'unica cosa viva nel paese deserto; e mi accorgo, con sorpresa, che a un muretto è appoggiata una bicicletta. Un vivente c'è nel paese. (pp. 155-156)
Mi dice che il Basòdino è verso sinistra, dopo il canalone che indica col braccio teso; che la funivia è privata, delle imprese elettriche, che le linee dell'alta tensione scavalcano le creste e scendono nel Vallese, che a destra c'è la Valle di Bedretto.
Siamo circondati da un giro di pareti a picco e di irti monti ai quali è ancora aggrappato il ghiaccio luccicante. I pascoli più alti sono cosparsi di un velo di neve fresca. Il postino mi indica due chiazze candide sotto una cresta.
«Lassù – dice – sotto la neve, ci sono due bei praticelli. Ci andavo, molti anni fa, a caccia di camosci. Ma ora sono ingrassato». (pp. 157-158)
Mi parla poi della processione che fanno ogni anno da Bignasco a San Carlo e che una volta partiva addirittura da Cevio. Dice che la gente della valle è molto devota, come si vede dalle tante cappelle votive e dalle chiese con le figure della morte affrescate sui muri. (p. 158)
Più tardi scendo anch'io e mi fermo a Sonlerto. Il paese è abitato da gente di Bignasco che è qui da un mese con gli animali. Le abitazioni sembrano case di nani, ordinatissime, pulite, legate l'una con l'altra da loggette, da passaggi coperti, con piccoli orti intorno. C'è anche una chiesetta minuscola con un confessionale di legno chiaro e quattro panche. Dalle stalle giungono i belati infantili dei capretti nati un mese fa. Sonlerto vive. Vivrà fino alla metà di dicembre, quando i suoi abitanti, con la loro suppellettile innanzi, scenderanno come tutti gli anni a far Natale a Bignasco e a svernare nel più comodo paese di fondovalle. Locarno, pochi chilometri più in basso, appartiene a un altro mondo. (pp. 159-160)
Frasi da «Il balordo»
L'albero, al quale si riferivano antiche leggende, veniva chiamato il Buon Cazzone, e la denominazione era tanto antica e radicata negli altavillesi che nessuno, nemmeno i parroci, poterono mai trovarvi rimedio. Si può dire che erano tali l'imponenza, la fama e la serietà dell'albero, che si era perso il significato del nome, il quale fini con lo scomparire dagli usi comuni ingiuriosi e scherzevoli, per rimanere, senza sospetto di equivoco, come unico appellativo della grande pianta.
Man mano che la gente del paese usciva quella mattina dalle case e vedeva il Bordigoni seduto sotto il Buon Cazzone, si rendeva conto che finalmente era arrivato l'uomo che poteva stargli a pari. Vicino al suo tronco il corpo del Bordigoni non sfigurava, anzi prendeva proporzione e stabiliva un rapporto intermedio tra gli uomini di taglia normale e quel colosso della natura che aveva lasciato le foreste, dove non gli sarebbe mai riuscito un simile sviluppo, per venire tra la gente a godere di un'ammirazione e di un'autorità che avevano finito col trasformarsi in affetto. Tanto che mai vi era stato infisso un chiodo, neppure per i festoni della processione durante la festa dell'Addolorata; e una volta che un merciaio ambulante stava piantandovi un gancio, scoppiò una mezza sommossa e l'imprudente venne cacciato dal paese. (Oscar Mondadori 1972, pp. 81-82)
Frasi da «Il cappotto di astrakan»
Quando una donna chiede a un uomo che cosa pensa, vuol dire che di quell'uomo le sta a cuore anche il meglio, cioè i sentimenti e magari anche le idee. (p. 83)
Su quel lungofiume vennero a tormentarmi, come gamberetti lessi che qualcuno volesse mettermi in bocca, i versi della poesia di Maurice:
Le soste, i lenti passi, le parole...
e mentre l'incanto d'altro tempo vola
sull'ala stanca del giorno...
L'ala del giorno pareva stanca anche a me e il cadere della domenica sul fiume mi immalinconì improvvisamente. (p. 107)
Frasi da «Il piatto piange»
Chi governa il piacere, al piacere deve saper rinunciare. (p. 65)
Mai giocare [...] con gente che non si conosce o in bische clandestine. Quasi sempre c'è il baro. (p. 80)
Frasi da «Il pretore di Cuvio»
Alto poco più d'un metro e mezzo, curvo e quasi gobbo, già grasso e occhialuto a vent'anni, e simile a un coleottero o a uno scarabeo stercorario per la sua tendenza a cacciarsi nel sudicio, infilava anditi, scale e corridoi, sempre indaffarato a visitar femmine, presso le quali spesso si fermava a mangiare anche se aveva pranzato in altro posto, bevendo, dove ne trovava, Barbera o Barbacarlo, pur senza ripudiare il latte del quale era ghiotto come un vitello. (cap. 2; pp. 25-26)
La signora Memeo era, o gli era parsa, senza ossa. Tutta carne, per un prodigio di natura, di diversa consistenza a seconda delle parti e qualche volta con morbidezze che variavano tra fianchi e ventre o tra coscia e polpaccio: una scala così ampia di valori, che solo un esecutore della forza di Vanghetta poteva far vibrare in tutta la sua estensione. (cap. 6; pp. 51-52)
Frasi da «La spartizione»
Tanto il bello quanto il brutto, pensava , sono frutto di un uguale sforzo creativo e sono qualità raggiunte. E non è che sia facile ottenere una cosa veramente brutta: è difficile come ottenerne una bella. La valutazione dei risultati è una pura questione di gusto. A chi piace una forma, a chi un'altra. (cap. 4; p. 34)
"Amore, Amore!" voleva gridare . Invece esclamò: «Gran Dio, come sto bene!» e alzandosi si batté le mani sulla pancia. Si sentiva totalmente addominale, come se il cuore e il cervello le fossero scesi nel ventre. Le due sorelle alzarono gli occhi e la guardarono meravigliate. Poi continuarono a pelare castagne lesse senza più badarle, seguendo ciascuna i suoi pensieri. Anche Teresa nel portar via i piatti guardò Tarsilla con insistenza. Teresa che l'aveva vista nascere, forse aveva capito o stava per capire. Ma possibile che le sorelle non si accorgessero di nulla? Tarsilla se lo chiedeva quasi ad alta voce. Una cosa simile non avrebbe dovuto irradiare un fluido, un alone di calore, se non di luce? (cap. 14; p. 110)
La luna era sorta alle spalle del paese e sul lungolago la luce dei lampioni impallidiva e ingialliva sotto la cascata d'argento che scendeva dai colli alla riva e che l'acqua inghiottiva a pochi metri dalla spiaggia. Solo quelli dell'altra sponda potevano vedere la luna di là delle acque e il suo lungo riflesso sulla superficie del lago. La gente del borgo passeggiava sui terrapieni nel fresco alito della montiva che veniva dal retroterra, tra le case e le piante, e assaporava la notte. (cap. 19; p. 142)
Al risveglio trovò che le mani del cognato stavano lasciando il suo petto dove non avevano trovato proprio nulla, come del resto era previsto. Si potrebbe dire, conoscendo Emerenziano, che egli aveva temuto di trovarvi qualche cosa, e che fu contento di quello sterno arido, di quella bruttezza senza rimedio, uguale e pur diversa dalla bruttezza di Fortunata e di Tarsilia. (cap. 19; p. 144)
Quando Mansueto Tettamanzi aveva optato per il brutto e si era applicato alla deformazione dei frutti del suo orto, forse sapeva che la mostruosità ha il suo fascino. E fu certo per questa ragione che vide crescere una più laida dell'altra le sue figlie senza il minimo disappunto. Eredi della sensibilità paterna, le tre sorelle custodirono tranquillamente la loro bruttezza quasi sapessero che sarebbe arrivato un giorno o l'altro l'intenditore. (cap. 19; p. 144)
Il giorno che a pranzo, quando non si era ancora pronunciato, mise insieme i tre spicchi sani di tre mele marce, involontariamente pensò di riunire le parti buone delle tre sorelle, cioè i capelli di Fortunata, le gambe di Tarsilla, e le mani di Camilla, ma solo per contrapposizione; perché il buono per lui era nel marcio delle tre mele, nel sapore dolce amaro di quei tre scarti immarroniti che aveva contemplato nel piatto mentre masticava gli spicchi bianchi come un mangime qualsiasi. (cap. 19; p. 145)
Frasi da «La stanza del vescovo»
Il Vescovo era un prozio di mia moglie, monsignor Alemanno Berlusconi, morto nel ventotto, che fino a vent'anni fa passava l'estate in questa villa. Il padre di mia moglie gli aveva fatto addobbare la stanza migliore in modo degno d'un prelato che era Nunzio Apostolico in varie parti del mondo e faceva parte della Congregazione dei Riti. (1989, p. 37)
Intanto, tra le piccole arie e le prime sventagliate delle brezze di terra ci eravamo portati al punto doganale, passato il quale si cominciò a volare nel vento verso le luci di Ascona.
La Tinca passò tra le isole di Brissago e la costa, sgusciò nell'ombra delle montagne, poi intaccò un vasto specchio d'acqua inargentato dalla luna appena sorta dietro il Gambarogno. Prima di mezzanotte entrava in silenzio nel piccolo porto di Ascona. (2013, p. 31)
Il sole non si era ancora alzato, ma un bagliore rossiccio annunciava, dietro Luino, una lucida mattina di vento, di quelle che sembrano chiudere l'estate, dopo il Ferragosto, quando il lago, come una donna che cambi abito, perde i suoi colori tenui e leggeri per vestirsi di azzurro intenso e qualche volta di scuro turchino, se al mattino lo spazza la tramontana e lo ripettina al pomeriggio linverna. (1989, p. 86)
Filosofi, antropologhi, sociologhi e non inquisitori debbono essere i magistrati! Pensi che il Lombroso al quale ho sempre guardato come a un maestro, studiando il cranio del brigante Villella aveva scoperto che al posto della cresta occipitale il fuorilegge aveva una fossetta, come il gorilla e lo scimpanzé. Ecco quindi il fatalismo biologico! L'uomo fa il bene o il male a seconda di come è costituito. (1989, p. 132)
Frasi da «Vedrò Singapore?»
Entrai in quel locale e presto mi rasserenai completamente, perché le donne che volteggiavano davanti alla panca imbottita sulla quale mi ero seduto avevano tutte un volto solo: quello del loro mestiere o della loro sorte.
Era una ragazza monumentale, di ventidue anni, che era stata fotografata in costume friulano per una serie di cartoline colorate messe in circolazione al fine di propagandare i tesori e i pregi della regione. Nella cartolina dov'era ritratta la Olga, appariva infatti in evidenza quella che era ritenuta la dote del Friul, la quale secondo un detto popolare consisteva in panse, tette e cul, non avendo altro quella splendida terra, almeno allora, da esportare o da presentare al mondo.
Dicono di Piero Chiara
Fu un bellissimo incontro, era una persona interessante, estremamente gradevole parlare con lui.
La leggibilità è una dote piuttosto rara fra i nostri narratori, intenti più a lanciar messaggi, patrocinare avanguardie, inseguir mode che render digeribile la loro prosa.
Piero Chiara è un'eccezione. Scrive come parla, e parla come scrive. Il suo stile può anche non piacere, ma non resta sullo stomaco. I suoi libri, una volta aperti, non si chiudono più, cioè si chiudono solo alla fine. Le sue storie, pur se circoscritte al microcosmo luinese e varesino, son piene di plasma, umori, colpi di scena.
L'autore dice che son tutte vere. Forse mente, forse qualcosa è inventata, ma non importa. Ciò che importa è che divertano chi legge, come certamente hanno divertito chi le ha scritte. Se poi qualche produttore e regista ne fa un film tanto meglio.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026