Frasi
Frasi di Pietro Metastasio
94 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 94 citazioni di Pietro Metastasio, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Pietro Metastasio (poeta, librettista, drammaturgo e presbitero italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Pietro Metastasio
Alme incaute, che torbide ancora / Non provaste l'umane vicende, / Ben lo veggo, vi spiace, v'offende / Il consiglio d'un labbro fedel. / Confondete con l'utile il danno; / Chi vi regge credete tiranno; / Chi vi giova chiamate crudel. (da Achille in Sciro, I, 7)
Assai più giova, / Che i fervidi consigli, / Una lenta prudenza ai gran perigli. (da Antigono, III, 3)
Ché raddoppia i suoi tormenti / chi con occhio mal sicuro, / fra la nebbia del futuro / va gli eventi a prevenir. (da L'estate)
Chi può vantarsi / Senza difetti? Esaminando i sui / Ciascuno impari a perdonar gli altrui. (da Zenobia, I, 3)
Chi vede il periglio / Né cerca salvarsi, / Ragion di lagnarsi / Del fato non ha. (da Deemofonte, III, 1)
Chi vive amante sai che delira; / Spesso si lagna, sempre sospira, / Né d'altro parla che di morir. (Alessandro, a. I, sc. 4)
Chi vuol goder l'aprile / nella stagion severa, / rammenti in primavera / che il verno tornerà. Per chi fedel seconda / così prudente stile, / ogni stagione abbonda / de' doni che non ha. (da L'inverno ovvero la Provvida pastorella)
Come dell'oro il fuoco / Scopre le masse impure. / Scoprono le sventure / De' falsi amici il cor. (Olimpiade, a. III, sc. 3)
Con me nel carcer nero / ragiona il prigioniero; / si scorda gli affanni e pene, / e al suon di sue catene / cantando va talor. (da La fede)
D'un sì vivace / Splendido colorir, d'un sì fecondo, / Sublime immaginar, d'una sì ardita / Felicità sicura / Altro mortal non arricchì natura. (da Risposta ad Orazio)
Di crudeltà, non di fermezza ha vanto. / Chi può durar della sua donna al pianto. (da Epitalamio)
Dovunque il guardo giro, / immenso Dio, ti vedo: / nell'opre tue t'ammiro, / ti riconosco in me. (da Dovunque il guardo giro...)
E la necessità gran cose insegna. / Per lei fra l'armi dorme il guerriero, / Per lei fra l'onde canta il nocchiero, / Per lei la morte terror non ha. / Fin le più timide bestie fugaci / Valor dimostrano, si fanno audaci, / Quand'è il combattere necessità. (da Demofoonte, I, 3)
E perigliosa, e vana, / Se da lor non comincia ogni opra umana. (da Issipile, III, 9)
Entra l'uomo allor che nasce, / in un mar di tante pene, / che s'avvezza dalle fasce / ogni affanno a sostener. (da Isacco, II)
È pena troppo barbara / sentirsi, oh Dio, morir, / e non poter mai dir: / morir mi sento! (da È pena troppo barbara...)
Il merto di ubbidir perde chi chiede / La ragion del comando. (da Catone in Utica, atto I, scena II)
Il tempo è infedele a chi ne abusa. (da Demofoonte, atto II, scena 4)
L'arido legno / Facilmente s'accende, / E più che i verdi rami, avvampa, e splende. (da Asilo d'amore)
L'occasion si attenda, e se non giunge / nascer la si faccia. (da L'Achille in Sciro)
La gioia verace / Per farsi palese / D'un labbro loquace / Bisogno non ha. (da Giuseppe Riconosciuto, parte II, ediz. di Parigi, 1780, to. VII, p. 297)
La meraviglia / Dell'ignoranza è figlia, / E madre del saper. (da Temistocle, I, 1)
Nel cammin di nostra vita / Senza i rai del Ciel cortese, / Si smarrisce ogni alma ardita, / Trema il cor, vacilla il piè. / A compir le belle imprese / L'arte giova, il senno ha parte; / Ma vaneggia il senno, e l'arte, / Quando amico il Ciel non è. (da L'eroe cinese, I, 7)
Nel giorno natalizio del nostro augustissimo padrone , andò in iscena in questo teatro la mia Didone, ornata di una musica, che ha giustamente sorpresa, ed incantata, e la città, e la corte. È piena di grazia, di fondo, di novità, di armonia, e soprattutto d'espressione. Tutto parla sino a' violini e contrabbassi. Io non ho finora in questo genere inteso cosa che m'abbia più persuaso. L'autore è un chiamato Jommelli forse noto a Vostra Eccellenza [...].
Non so se la speranza / Va con l'inganno unita: / so che mantien in vita / qualche infelice almen. (da Zenobia, atto II, scena II)
Non vada un picciol legno / a contrastar col vento, / a provocar lo sdegno / d'un procelloso mar. (da Pel giorno natalizio di Maria Teresa Imperatrice Regina)
Passò quel tempo, Enea / che Dido a te pensò. (da Didone abbandonata, II, 4)
Piaga d'acuto acciaro / sana l'acciaro istesso / ed un veleno è spesso / riparo all'altro ancor. (da Semiramide, 390)
Questa sera si rappresenterà in questo teatro per la prima volta l'. La musica di Jommelli alle prove ha ecceduto di molto la grande espettazione che si aveva di lui.
Se a ciascun l'interno affanno / Si leggesse in fronte scritto / Quanti mai, che invidia fanno / Ci farebbero pietà! (da Giuseppe Riconosciuto)
Se Dio veder tu vuoi, / guardalo in ogni oggetto; / cercalo nel tuo petto, lo troverai con te. (da Se Dio veder tu vuoi...)
Sembra gentile / Nel verno un fiore, / Che in sen d'aprile / Si disprezzò. / Fra l'ombra è bella / L'istessa stella / Che in faccia al Sole / Non si mirò. (da Asilo d'Amore, 1780, to. III, pag. 359)
Sempre il Re dell'alte sfere / Non favella in chiari accenti, / Come allor, che in mezzo a' venti / E tra i folgori parlò. / Cifre son del suo volere / Quanto il mondo in sé comprende; / Parlan l'opre; e poi s'intende / Ciò che in esse egli celò. (da Per la Festività del S. Natale, parte I, nell'ediz. di Parigi 1780, to. VII, p. 369)
Si spiega assai chi s'arrossisce e tace. (da L'Amor prigioniero, ediz. di Parigi, 1780-82, to. II, pag. 423)
Si stanca il cielo / D'assister chi l'insulta. (da Olimpiade, III, 1)
Sogno, ma te non miro / sempre ne' sogni miei: / mi desto, e tu non sei / il primo mio pensier. (da La libertà)
Sollievo è pur nelle sventure estreme / gemer, lagnarsi e compatirsi insieme. (da Ruggiero, atto I, scena V)
Sorte non manca, ove virtù s'annida; / E un bell'ardire alle grand'opre è guida. (da Epitalamio per nozze Pignatelli-Pinelli, ott. 93)
Su le floride sponde / del placido Sebeto / che taciturno e cheto, / quanto ricco d'onor, povero d'onde, / a Partenope bella il fianco bagna, / Partenope felice, E di Cigni e d'Eroi madre e nutrice; / stanca di tante prede / di Citerea la pargoletta prole / fermando un giorno il piede, / ripiegando le penne / a riposar si venne. (da Epitalamio II, in Opere, Sezione Letterario-Artistica del Lloyd Austriaco, Trieste, 1857, p. 752)
Tardo a punir discendi, / O perché il reo s'emendi, / O perché il giusto acquisti / Merito nel soffrir. (da Sant'Elena al Calvario, parte prima, ediz. di Parigi, 1780, to. VI, p. 176)
Tutte l'onde son funeste / a chi manca ardire e speme / e si vincon le tempeste / col saperle tollerar. (da L'eroe cinese, atto II, scena IV)
Un bel tacer talvolta / Ogni dotto parlar vince d'assai. (da La strada della gloria, sogno, ediz. di Parigi, 1780-82, to. VIII, pag. 321)
Voce dal sen sfuggita / poi richiamar non vale: / non si trattien lo strale, / quando dall'arco uscì. (da Ipermestra)
[...] usata / col più forte è follia, / con l'eguale è periglio, / col minore è viltà. (da Giuseppe riconosciuto, parte II, Antonio Fulgoni, 1753, p. 16)
Adriano in Siria – Citazioni
Agl'infelici / Difficile è il morir. (I, 14)
Madre comune / d'ogni popolo è Roma e nel suo grembo / accoglie ognun che brama / farsi parte di lei. Gli amici onora; / perdona a' vinti; e con virtù sublime / gli oppressi esalta ed i superbi opprime. (45)
Non è ver che sia la morte / Il peggior di tutti i mali; / È un sollievo de' mortali / Che son stanchi di soffrir. (III, 6)
Saggio guerriero antico / mai non ferisce in fretta: / esamina il nemico, / il suo vantaggio aspetta, / e gli impeti dell'ira / cauto frenando va. / Muove la destra e il piede, / finge, s'avanza e cede, / fin che il momento arriva / che vincitor lo fa. (atto II)
Artaserse – Citazioni
Sogna il guerrier le schiere, / Le selve il cacciator; / E sogna il pescator / Le reti e l'amo. (I, 6)
Si piange di piacer come d'affanno. (Mandane: II, 11)
Non è ver che sia contento / Il veder nel suo tormento| Più d'un ciglio lagrimar: / Chè l'esempio del dolore / È uno stimolo maggiore / Che richiama a sospirar. (III, 6)
Attilio Regolo – Citazioni
Romani, addio. Siano i congedi estremi / Degni di noi. Lode agli Dei, vi lascio, / E vi lascio romani. Ah, conservate / Illibato il gran nome; e voi sarete / Gli arbitri della terra, e il mondo intero / Roman diventerà. Numi custodi / Di quest'almo terren, Dee protettrici / Della stirpe d'Enea, confido a voi / Questo popol d'eroi: sian vostra cura / Questo suol, questi tetti e queste mura, / Fate che sempre in esse / La costanza, la fè, la gloria alberghi, / La giustizia, il valore. E, se giammai / Minaccia al Campidoglio / Alcun astro maligno influssi rei, / Ecco Regolo, o Dei. Regolo solo / Sia la vittima vostra, e si consumi / Tutta l'ira del Ciel sul capo mio: / Ma Roma illesa... Ah, qui si piange! Addio! (da Addio di Regolo ai romani, atto III)
Demetrio – Citazioni
Tu non mi fai risolvere, / Speranza lusinghiera; / Fosti la prima a nascere, / Sei l'ultima a morir. / No, dell'altrui tormento / No, che non sei ristoro; / Ma servi d'alimento / Al credulo desir. (I, 15)
È la fede degli amanti / come l'Araba Fenice / che vi sia ciascun lo dice / ove sia nessun lo sa. (atto II, scena III)
Declina il mondo, e peggiorando invecchia. (II, 8)
Didone abbandonata – Citazioni
Variano i saggi / a seconda de' casi i lor pensieri. (Didone: atto I, scena V)
Siedi e favella. (Didone: atto I, scena V)
Lascia pria ch'io favelli e poi rispondi. (Iarba: atto I, scena V)
Il mio core è maggior di mia fortuna. (Osmida: atto I, scena VI)
Fuggir con frode il danno / può dubitar se lice / quell'anima infelice / che nacque in servitù. (Iarba: atto I, scena VII)
Dove forza non val, giunga l'inganno. (Iarba: atto I, scena XIII)
Siam traditi, o regina. (Osmida: atto I, scena XVI)
Se resto sul lido, / se sciolgo le vele, / infido, crudele / mi sento chiamar: / e intanto confuso / nel dubbio funesto, / non parto, non resto, / ma provo il martire / che avrei nel partire, che avrei nel restar. (Enea: atto I, scena XVIII)
Passò quel tempo, Enea / che Dido a te pensò. Spenta è la face, / è sciolta la catena / e del tuo nome or mi rammento appena. (Didone: atto II, scena IV)
Tormento il più crudele / d'ogni crudel tormento / è il barbaro momento / che in due divide un cor. (Enea: atto II, scena IX)
È pietà con Didone esser crudele. (Didone: atto II, scena XI)
Ma che feci empi numi! Io non macchiai / di vittime profane i vostri altari: / né mai di fiamma impura / feci l'are fumar per vostro scherno. / Dunque perché congiura tutto il ciel contro me, tutto l'inferno? (Didone: atto III, scena XIX)
Ezio – Citazioni
Sono i monarchi / Arbitri della terra; / Di loro è il cielo. (I, 3)
Darsi in braccio ancor conviene / qualche volta alla fortuna, / che sovente in ciò che avviene / la fortuna ha parte ancor. (I, V)
Nega agli afflitti aita, / chi dubbiosa la porge. (II, 7)
Qualche volta è virtù tacere il vero. (II, VII)
Il viver si misura / Dall'opre e non dai giorni. (III, I)
Siroe – Citazioni
Non è sempre d'accordo il labbro e il core. (I, 6)
Non si commetta al mar chi teme il vento. (I, 17)
Chi delitto non ha, rossor non sente. (II, 9)
Temistocle – Citazioni
Debbono i saggi / Adattarsi alla sorte. (I, 1)
Han picciol vanto / Le gemme là, dove n'abbonda il mare: / Son tesori fra noi, perché son rare. (I, 4)
(Ma) Fortuna ed Ardir van spesso insieme. (I, 14)
Il silenzio è ancor facondo, e talor si spiega assai chi risponde col tacer. (II, III, Serse)
È istinto di natura / L'amor del patrio nido. Amano anch'esse / Le spelonche natìe le fiere istesse. (II, 7)
Dicono di Pietro Metastasio
E se, dicendo che anche oggi Metastasio si legge con avidità da un capo all'altro, intendiamo dire che la sua abilità nel fabbricar letteratura commerciale fu anche più grande di quella di un Sue o di un Alessandro Dumas padre, così grande e sicura nel distinguere ciò che piace alle intelligenze tarde e alle anime disoccupate che anche dopo un secolo e mezzo i suoi «prodotti» rilucono nuovi lampanti nel bazar della letteratura amena, allora certo la lode è meritata. E si può asserire senza errore che chi ha bisogno di una lettura volgare, di un ignavo passatempo – e non v'è alcuno che a momenti non ne abbia bisogno, quasi per distensione e rilassamento delle sue forze – troverà in Metastasio il fatto suo.
Egli, fra tutti gli scrittori italiani, non solo ebbe in vita tanta gloria quanta forse neppure il Marino, e favori di donne e di sovrani e giovinezza avventurosa seguita da vecchiaia placida e lauti agi, nei quali precorse alle grandezze di certi scrittori del secolo XIX così da spolpare tutto un buon patrimonio e poi farsene un altro e lasciare un'eredità di centotrentamila fiorini; ma anche dai posteri ebbe affettuosa simpatia e condono di quella troppa gloria ch'ebbe ai suoi tempi e che la critica per solito considera come un anticipo da sottrarre al credito dei poeti. La terza Roma gli alzò, prima che a Dante, una statua: la quale, collocata nel cuore della città, fu poi trasferita altrove per far posto alle tranvie: destino lievemente canzonatorio, ma non tragico, su per giù come quello che incombe agli eroi dei suoi melodrammi.
Il Lamartine è certamente il più bell'esemplare di poeta musicista nato che vanti la Francia, ma noi gli possiamo contrapporre il Metastasio che fu addirittura un musico poeta. Entrambi però, l'uno nel campo dell'elegia, l'altro in quello del melodramma, rimasero degli ingegni, appunto perché secondarono sempre con molto fervore l' melodica innata, abbandonandosi alla loro abitudine naturale con l'arrendevolezza di una femmina amorosa. Furono dunque essi dei poeti musicisti nel senso pieno e profondo perché se tu leggi una qualunque pagina delle Méditations di Lamartine o una qualunque scena dei drammi di Metastasio sarai costretto a cantare il verso invece di recitarlo e potrai talvolta, dopo aver letto una strofe, ripeterla subito sostituendo alle sillabe le note.
Il Metastasio non ci dette una grande tragedia, perché non era un grand'uomo; era un brav'uomo. Le tesi morali che ispirano tutta l'opera sua non furono frutto d'ipocrisia; anzi testimoniano un'aspirazione schietta. Ma ch'esse attingessero, nell'espressione del loro poeta, un valore anche lontanamente paragonabile a quello raggiunto dai tragici veri, è questione da non porsi nemmeno.
Il Metastasio scriveva melodrammi e non tragedie; se avesse dovuto, come l'Alfieri, scriver tragedie, non avrebbe obbligato così spesso i suoi classici eroi a sdilinquirsi in molli canzonette anacreontiche.
La storia del Melodramma metastasiano è, in fondo, la storia del supremo sforzo d'uno spirito mediocre, per arrivare a quei cieli della Tragedia che gli sono irrevocabilmente negati.
Le sentenze sono la parte sempre viva e fresca dell'opera sua: noi possiamo sorridere del poeta drammatico che non sa celare il suo io nemmeno negli istanti della passione, ma dobbiamo riconoscere la valentìa dell'artista che fa della parola il velo elegante di alti pensieri, di osservazioni filosofiche originali ed acutissime sugli affetti e sulle vicende umane.
Moltissime sono senza dubbio le ariette del M. nelle quali non vera poesia ma c'è soltanto – per dirla col Tommaseo – vinello di poesia, dove l'arte si svela o la natura si nasconde, dove il bello usurpa la sede del vero, dove col semplice suono della parola si vuol dipingere l'idea, dove il poeta scompare davanti all'artista, l'ideale della facilità fa obliare quello della sublimità, dove «il libertinaggio marinista e l'affettazione» petrarchevole», che il Nostro raccomanda tanto agli altri d'evitare, si insinuano, si palesano, signoreggiano, dove infine il convenzionale trionfa e l'originalità va, mesta, in esilio. Allora che resta a queste arie? Resta sempre la musicalità, musicalità grande, straordinaria oserei pur dire inimitabile; tale che alcuni stranieri, con scarsa conoscenza della lingua italiana, le rammentavano e le declamavano colla facilità maggiore nell'originale, mentre non avrebbero saputo ripetere una sola strofa delle versioni.
Parlare oggi – all'alba del XX secolo – di Pietro Metastasio potrebbe sembrare un anacronismo di pessimo gusto.
Chi se ne rammenta più?
Se ci fu scrittore che abbia avuto grandissima, strepitosa fortuna in vita, che sia rapidissimamente salito alla fama, e che non meno rapidamente sia disceso nell'oscurità, questi fu Pietro Metastasio.
Metastasio, che avrebbe voluti sordi gli orecchi degli uomini a che non fosse i suoi versi, odiava ad ultimo sangue i maestri di musica, e quelli più che più nella sfoggiavano: quindi in primis et ante omnes Galuppi, che a straordinaria attività spingeva l'orchestra.
Metastasio e Romani erano in troppo differenti condizioni per correre la medesima via: il primo proseguiva il melodramma così come avevalo avuto da Apostolo Zeno: il secondo lo toglieva alle bassezze, allo squallore, al bordello, ed uno più splendido ne componeva.
Antitesi vivente dei moderni nelle idee, nei sentimenti, nei vizi, nelle virtù; uomo, abate, poeta cesareo, è una figura d'altri tempi, troppo diversi dal nostro, benché non lontani, perché l'entusiasmo possa accenderci per lui, perché l'opera sua ci scuota con la potenza dell'arte nella quale sentiamo il nostro sangue e troviamo espresso il pensiero, l'affetto che si agita in noi privo ancora di forma.
È una di quelle maestose figure che vivon nei quadri del secolo scorso; l'abate poeta e gentiluomo, grave nella posa, ma dolce nello sguardo e azzimato nelle vesti, in parrucca incipriata e polsini di trina. Vedete il suo ritratto: la grassa faccia bonaria è illuminata dai magnifici occhi miti e intelligenti che un pensiero d'odio o di vendetta non deve mai aver offuscati; la fronte alta è pura e serena, il dolore non l'ha segnata delle sue rughe, solchi fecondi per l'anima del poeta; le tempeste della passione non hanno contratto questo bello e buon viso di filosofo e d'artista, uomo e perciò debole talvolta, ma degno di rispetto e spesso di simpatia, fin nelle sue debolezze.
Sembra che parli di sé, quando dipinge Niccolò «di figura sferica, di temperamento pacifico, di fisonomia avvenente, di ottime maniere e di costume amabilissimo.» Indole tranquilla, rifugge dalla lotta, è nemico del male, ma senza violenza; ama la famiglia, gli amici, la patria, l'arte, di un amore calmo, ragionato, ragionevole, senza gl'impeti e le follie della passione; vagheggia con ammirazione sincera le alte difficili vette dell'eroismo e del sacrificio, ma da lungi, a mente fredda e a polso quieto.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026