Frasi

Frasi di Pietro Vigo

9 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Una raccolta di 9 citazioni di Pietro Vigo, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.

Pietro Vigo (scrittore e storico italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Annali d'Italia. Storia degli ultimi trent'anni del secolo XIX

Né possiamo dire che mancasse del tutto un certo disprezzo per questi italiani venuti d'ogni parte, ma, come dai più credevasi principalmente, dal Piemonte; e la parola buzzurri, usata poi principalmente dai clericali, fu l'espressione di questo disprezzo, durato parecchi anni verso coloro che ragioni d'ufficio, in modo speciale, o anche speranza di lucro o di miglior condizione di vita, avevano condotto in Roma. Né chi affettava questo disprezzo, più forse di parola che di fatto, era sempre tra i fautori del papale dominio, sebbene più tardi sia stato più comunemente usato da questi. Nei primi tempi di Roma italiana quando convennero colà d'ogni paese della penisola non solo addetti ad uffici, ma persone di vario ceto, udimmo la parola buzzurri risuonare collo stesso significato dispregiativo anche sulla bocca di coloro che erano meno propensi all'ecclesiastica potestà! (Primo volume, cap. 1871, pp. 30-31)
Essa parve al Governo italiano ed agli uomini politici di allora il mezzo più opportuno a dissipare i timori dei clericali ed a frenare l'indignazione del Vaticano: ma la cosa procedette ben diversamente. Papa Pio IX non l'accettò; anzi parve a lui ed ai fautori della sovranità temporale pontificia non altro che un simulacro di limitata e non duratura libertà. (Primo volume, cap. 1871, p. 56)
Egli era stretto da vincoli di parentela coll'augusta Casa di , dacché alla famiglia de , nobilissima tra quelle del Belgio, apparteneva la principessa della Cisterna, madre della duchessa d'Aosta; e prima di prender gli ordini, egli venne a Roma e prestò poi servizio militare alla Francia in Algeri, dove sul campo di battaglia guadagnò la medaglia della Legion d'Onore. Ma quantunque avesse cominciato e proseguito così onorevolmente il suo servizio militare e gli fosse concesso sperare uno splendido avvenire, il de s'era stancato presto di quella vita, e mutando interamente consiglio, deliberò frasi prete. Compiuti gli al ministero sacerdotale e ricevuti gli ordini, egli tornò a Roma e si presentò poi a Pio IX, profugo a Gaeta. Al Papa piacque in tal modo il giovanissimo sacerdote, che con atto emanato da Gaeta nello stesso anno 1849, lo nominò «cameriere partecipante e coppiere». (Primo volume, cap. 1874, p. 368)
D'aspetto poco piacevole ed orbato d'un occhio, il prelato belga era rude e spesso anche sgarbato, ma d'indole schietta e di fondo buono e generoso; e non le sole elemosine del Sommo Pontefice, ma anche le grandi ricchezze proprie versò a soccorrere i poveri ed i bisognosi, la qual cosa gli aveva guadagnato in Roma riputazione dei filantropo ed anche una certa popolarità. (Primo volume, cap. 1874, pp. 368-369)
In qualità di elemosiniere segreto di Sua Santità.

Livorno

[...] una delle più belle costruzioni medioevali che si conservano nella loro integrità è il Fanale Maggiore, sul quale si posa l'occhio da molti punti della città e da quasi tutti i dintorni. Lo costruirono i Pisani sul cominciare del secolo XIV, fra il 1303 e il 1305.
Il Fanale liburneo fu ammirato da molti, sì antichi che moderni. Fra gli antichi che ne parlarono ricorderemo prima di tutti Francesco Petrarca, il quale accennando a Livorno nel suo Itinerario Siriaco, non tralascia di menzionare la validissima torre dal cui vertice tutte le notti la fiamma indicava ai naviganti il più sicuro [...]. (p. 35)
Architettonicamente parlando la chiesa di S. Ferdinando è un monumento di stile barocco, ma sì per la icnografia, sì per la decorazione deve dirsi fra le opere più notevoli di quello stile, che pur rappresenta l'evoluzione storica dell'arte e non è degno di esser negletto e del tutto disprezzato. Ma il pregio principale artistico della Chiesa Trinitaria livornese le viene dall'esser essa molto ricca di lavori di quell'egregio scultore carrarese che fu il conte Giovanni Baratta, cosi stimato, che gli furono allogate opere importanti in molte città d'Italia: ond'egli è ingiustamente dimenticato nelle storie dell'arte. (pp. 59-60)
Procedendo all'enumerazione e ad una breve descrizione dei lavori che sono del Baratta e degli altri che gli vengono attribuiti nella chiesa di S. Ferdinando, ricorderò innanzi tutto il bellissimo altare maggiore, col gruppo degli Schiavi – lo schiavo nero e quello bianco – e dell'angelo che addita il cielo, come annunziando la liberazione che la carità di Gesù Cristo recherà agli schiavi stessi. Lodevole per l'espressione di pietà e di affetto e per vivezza di sentimento mi par che sia questo gruppo, che rappresenta la celebre visione di S. Giovanni di Matha, uno dei fondatori dell' Ordine Trinitario per la redenzione degli schiavi. Molto opportunamente il Baratta fece di questa visione di carità il soggetto del bel gruppo di questo altare, dove l'armonia delle parti, la grandiosità della costruzione, l'eleganza non ricercata ma seria ci danno diritto d'affermare che esso costituisce un'opera d'arte veramente egregia. (pp. 60-61)
Guardata entrando nel complesso del suo interno, la chiesa di S. Ferdinando è devota e veramente artistica: un vero monumento [...]. (p. 65)
Livorno è povera, in confronto di altre città della Toscana, di cose d'arte, ma non sì che non meriti menzione onorata in una collezione come la presente. La città bella e ridente, soggiorno gradito per l'amenità dei colli e del mare che la inghirlandano, pel clima salubre, può dare anch'essa qualche pascolo agli intelligenti, agli spiriti non volgari che chiedono all'arte quel conforto che rasserena la vita e ne mitiga la tristezza. (p. 106)
Collezione di monografie illustrate, Serie Italia artistica, diretta da Corrado Ricci.

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026