Frasi

Frasi di Plinio Martini

18 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Una raccolta di 18 citazioni di Plinio Martini, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.

Plinio Martini (scrittore e insegnante svizzero). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Plinio Martini

La Cascata del Soladino era senza dubbio una delle più belle in Svizzera. E lo stesso si dica di quella di Foroglio, correte a vederla finché siete in tempo! Per tacere il resto: la presenza continua e riposante dell'acqua, la sua vivezza di spume bianchissime, la compagnia del suo canto.
Da Valmaggia sfortunata, in Giornale del Popolo, n. 237, anno XXXII, 15 ottobre 1957, pp. 3-4.
​La Valle Bavona è ampia e sonora, e già il nome ricorda il fiume e le cascate che la colmano di un canto arioso e continuo. Il nero delle rocce e delle frane vi è così cupo e dominante, che il verde per contrasto acquista una dolcezza sconosciuta altrove. Appena il sole lo sfiora, anche il dirupo più selvaggio si illumina per incanto di ricami di betulle, di ciocche splendenti di primole rosse, di sassifraghe pendule nel vuoto.
Da Case di Val Bavona, 1960; in Nessuno ha pregato per noi: interventi pubblici 1957-1977, a cura di Ilario Domenighetti, Armando Dadò editore, Locarno, 1999, p. 81. ISBN 88-8281-032-1
La vendita totale e incondizionata delle acque valmaggesi, che doveva pur portarci dei vantaggi economici, e che pertanto ci trovò consenzienti, indotti anche da una propaganda troppo interessata per essere sempre onesta [...] quella vendita fu per noi un atto di violenza: sconvolse il nostro paesaggio e mutò radicalmente molte delle nostre più vecchie e affettuose abitudini [...]. Ecco perché l'ampio greto asciutto – a parte la bruttezza e i danni evidenti che ne derivano – è diventato per noi l'emblema di un errore commesso, di un sopruso patito, di una libertà perduta.​
Da La morte del fiume, in Cooperazione, n. 40, anno LX, 2 ottobre 1965, p. 3.
[...] mi commuovono le pietre di Val Bavona. Le pietre levigate della vecchia mulattiera. I sassi dei muriccioli, decine di chilometri di muriccioli che hanno liberato e diviso i prati, guidato le carraie, sostenuti i magri terrazzi. I massi del fondovalle che hanno travolto la campagna, e sotto i quali i Bavonesi testardi hanno anche scavato il canvetto. Poi vi appoggiavano una scala e portavano su la terra a creare un praticello o un orto di lattughe. Ce ne sono decine di questi massi "coltivati".
Da Massi di Val Bavona, in Cooperazione, n. 27, anno LIX, 4 luglio 1964, p. 3.
​Roseto è un piccolo villaggio circondato da grandi montagne. A Roseto c'è un campanile, una chiesa e una scuola, come in tutti i villaggi del mondo. Ci sono anche molte casette, tutte piccole e dipinte con colori chiari e graziosi. Le sue strade sono pulite, e il sole vi gioca volentieri a rincorrersi con i ragazzi.
Da Remo, 1950; in Com'era bello di giugno a Roseto: racconti, a cura di Alessandro Martini, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2023, p. 23. ISBN 978-88-7713-999-3
Se questi cambiamenti cominciavano a mutare il volto del villaggio e le abitudini degli uomini, Sonlerto continuava però a distare due ore e mezza di cammino lungo una mulattiera le cui pietre erano levigate dalla transumanza degli uomini e delle bestie meglio che i ciottoli del fiume; inoltrarsi in quella strada voleva dire uscire dalla storia verso un mondo antico, dove la vita ritrovava il suo ritmo solare e la fatica non era compensata con danaro. Le grandi notizie che milioni di uomini attendevano di ora in ora giungevano là dentro con giorni di ritardo, affievolite, come cose irreali e senza importanza, buone per le chiacchiere di zio Clemente che ogni tanto riceveva un pacchetto di giornali vecchi; là dentro ci si poteva credere immutabili nel ritmo delle stagioni, e le nuvole erano più importanti che le notizie della guerra o della pace, visto che avrebbero potuto scatenare la pioggia sul fieno ammucchiato nei prati.
Da I funerali di zia Domenica, in AA.VV., Pane e coltello: cinque racconti di paese, Armando Dadò editore, Locarno, 1991 [1975], p. 81. ISBN 88-85115-41-1

Delle streghe e d'altro

– Lo sapete perché la carrozzabile non è salita a Brontallo e a Gordevio? – Sì, lo sapevamo: il primo progetto di strada cantonale per la Lavizzara passava da Cavergno verso la Val Bavona, verso il quartiere di San Luigi, dove l'Ofima ha costruito le case per i suoi impiegati; lì faceva una curva per tornare indietro sopra le case più alte del villaggio, salire a Brontallo, da qui a Menzonio, poi a Broglio, e così via. Ma il comune di Brontallo non ne volle sapere, aveva paura dei ladri, e la strada passò sotto.
È facile, oggi, sorridere di tanto soverchia diffidenza. Ma allora la gente era abituata a vivere autarchicamente; e i carri e le bestie da soma dovevano essere talmente rari e costosi qui da noi, da non poterne capire facilmente l'utilità e l'importanza; infine, il brigantaggio lungo le strade ticinesi e della vicina Italia era ancora assai diffuso a quel tempo, e i nostri emigranti ne avevano fatto spesso l'amara esperienza. (p. 18)
Perciò, se le vecchie mura di Boschetto mi parlano di una civiltà severa, ma autentica, so però quanto sia falsa la descrizione idillica di quel mondo, che è gran parte della mia vita e della mia educazione. [...] A Boschetto vive gente che a poco a poco si è sentita isolare, donne e uomini che non si sono sposati e che erano troppo timidi per tentare una vita altrove, e per questo hanno sofferto e soffrono [...]. (p. 47)
​La Valmaggia, soprattutto nelle sue diramazioni Bavona e Rovana, più che qualsiasi altra valle del cantone conserva i segni dell'erosione glaciale, ed è un enorme scheletro roccioso sommariamente livellato dalle frane, dai depositi morenici e alluvionali e dalle sabbie del Sahara portate dai venti del sud. Sopra la petrosa nudità orografica, la vegetazione stende uno strato molto più sottile di quanto si creda: una veste lisa, così bucata e strappata che non riesce a coprire. (p. 65)
​Noi eravamo troppo abituati ad aggrapparci mani e piedi alle rocce e alle ginestre, dove c'erano, per permetterci i voli della fantasia; e se alzavamo gli occhi alla cima del Basodino, non era certo per dire che bello, ma per sapere che tempo avrebbe fatto il giorno dopo; noi, che il nostro paese fosse bello, ce l'hanno detto gli altri, venuti qui in vacanza, e di solito rispondevamo che "dal bello non si mangia via niente". (p. 82)

Il fondo del sacco

Oggi la casa dei Lopetro è come tutte le altre, ma allora ci pareva una villa davvero, per via del giardino soprattutto, dove crescevano i narcisi le dalie e altri fiori secondo la stagione: noi le nostre madri era già molto se nell'angolo di un campo lasciavano il posto per quattro crisentemi da portare in camposanto il giorno dei Morti. (p. 9)
Da Sabbione a Ritorto a Frodone, quei due chilometri di largo fondovalle nostro nonno diceva che ai suoi tempi erano campagna, la più bella della Val Bavona; la strada passava tra i fieni e i campi di segale, campi di qua e di là, le vacche tentavano di scavalcare il muro. E l'alluvione del sessantotto ha portato via tutto. Pensa i nostri vecchi che tornato il sole vanno a vedere il disastro, le loro facce lunghe che guardano la ghiaia al posto dove prima avevano vangato e letamato: neanche più i termini hanno trovato; ad alcuni restava di tornare a casa a preparare il fagotto. E così a Roseto, a Sonlerto, alla Bolla; persino di Gannariente dicono che una volta era una bella terra. (p. 22)
Allora sì che pensai a Cavergno, le sue case strette insieme a farsi compagnia, con le porte aperte, fuori da una porta dentro nell'altra e trovarti sempre a casa tua, fra gente tua che ti conosce e ti vuole bene, sentire gli odori e i suoni che hai sempre sentito, guardare una madre che ha finito di lavare le scodelle e si è messa a far calzetta, e intanto aspettare le campane che ci avrebbero chiamati tutti insieme alla messa di mezzanotte.​ (pp. 37-38)
[...] e cominciò a raccontarmi la storia della strada di Fuioi.
Quella strada se vuoi fartene un'idea hai da salire mezz'ora sopra Faedo. Comincia in bocca al vallone a sinistra andando in su, la trovi subito perché è una lunga scalinata addossata alla roccia, in un posto dove il sole nel giro di un anno non arriva a guardar giù. [...] La strada infatti è tutta nella roccia, sfrutta le cornici che tagliano le piodate, qua e là è scavata con le mine e gli scalpelli, un lavoro che chi l'ha fatto deve essere stato appeso a strapiombo per mesi. Poco sopra il cancello la montagna fa gronda e la parete sotto la gronda è liscia come una lavagna, e lì c'è scolpito:
(pp. 64-65)
Il vecchio ponte di legno di Roseto stava cento metri a monte del nuovo; restano i massi ai quali era ancorato e, sulla riva di fronte alla frazione, quella corona d'erba che una volta era la strada per raccordarlo alla mulattiera. Era un ponte strano lungo storto, a noi pareva brutto ma i forastieri si fermavano a fotografarlo, e ci salivano anche, ma con un certo rispetto perché somigliava a quelli che legano insieme i pigmei delle foreste; in pratica poteva resistere anche se lo scavalcavano gli schiaffi della piena e gli alberi sradicati andavano a impigliarsi nelle sue strutture. (p. 88)

Requiem per zia Domenica

E di te, Marco, chiedeva sempre in quale paese ti eri andato a cacciare. Poi scoteva il capo e sospirava. I sospiri che ha tirato su per te, dall'anima! Eri il suo figlioccio di battesimo, e lei queste mansioni le prendeva sul serio, e chissà cosa immaginava del tuo mestiere che ti porta in giro da una città all'altra. Che per perdere l'anima, diceva, è già abbastanza la Val Soldina [Val Bavona]! E poi io credo che non si è mai perdonata quella tua... Ma sì! Quella tua scappata ad Aldrione [Sonlerto], ricordi? Non ti offenderai, spero, sono cose passate. E, per me... (p. 56)
​Il nonno aveva lavorato in Corsica, e più tardi, diventato capomastro, in Valtellina; era tornato a Brono [Cavergno] dopo i trent'anni per scegliersi la sposa che [...] doveva essere giovane e bella; con i denari parsimoniosamente economizzati negli anni dell'emigrazione aveva costruito la casa, spaziosa; aveva comperato i diritti d'erba per una quindicina di vacche sull'alpe Ogliaro [Oglièe], ritornando alla transumanza, ai sentieri spericolati dei camosci che cacciava con invidiata perizia; in quella decorosa povertà affrontata con travaglio quotidiano (il reddito dell'alpe era probabilmente assorbito in gran parte dai padroni delle vacche) aveva visto nascere, uno dopo l'altro, i suoi figli. (pp. 80-81)
​Quel giorno la gente di Aldrione [Sonlerto], o buona parte di essa, stava falciando una campagna detta Serta, situata oltre il torrente e collegata alla frazione da un ponticello di legno; abbastanza distante dall'abitato perché esistessero sul luogo delle stalle con relativi fienili, da ammucchiarvi il fieno e portarvi poi le vacche in primavera. Una distrazione del Padreterno, si disse Marco ritornando dalla sua presente malinconia a quel verde domestico ai piedi di un'altissima roccia strapiombante dal cielo, luogo nascosto da una riva gentile di ontani specchiati nella trasparenza dell'acqua del torrente, e confinante, verso montagna, con una striscia di bosco: castagni e faggi, e [...] i soliti cespugli di nocciòli. (p. 142)

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026