Frasi
Frasi di Reinhold Messner
14 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Le citazioni di Reinhold Messner raccolte in un'unica pagina: 14 frasi, divise per libro e argomento.
Reinhold Messner (alpinista esploratore italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Reinhold Messner
Bandiere sulle montagne non ne porto: sulle cime io non lascio mai niente, se non, per brevissimo tempo, le mie orme che il vento ben presto cancella.
Fino ad allora le cordate avevano sempre impiegato più di 20 ore per scalare la parete Nord. Quel giorno ce n’erano un paio in azione. Noi salimmo molto veloci e in mattinata ne raggiungemmo una di austriaci che erano su da tre giorni. Peter gli chiese perché non salivano, ma erano stanchi. Arrivammo in cima verso le 13. Avevamo impiegato solo 10 ore, E un paio d’ore dopo eravamo giù. Alla Kleine Scheidegg incontrammo Eastwood. Aveva chiesto alla troupe di guardarci con i binocoli mentre salivamo la parete, per studiare come funzionavano le cose in una scalata. Passammo una bella serata insieme. Fu molto simpatico.Dall'intervista di Alessandro Filippini,
Il mio rapporto con il Nanga non è fatto solo di alpinismo. Ho pagato per anni i montanari di Diamir perché cercassero i resti di mio fratello. Ci sono riusciti nel 2005, trentacinque anni dopo la tragedia, e l'analisi del DNA ha dimostrato che si trattava di Günther.Citato in Stefano Ardito,
L'alpinismo non può obbedire a regole.
L'uomo da solo, non in lotta con la montagna, ma con lei impegnato in un dialogo profondo. Questo è il mio modo di vedere l'alpinismo.
La montagna non dice bugie. Ed è la montagna che ha dimostrato che Cesare Maestri non è mai salito sul Cerro Torre nel 1959.Citato in
Le croci sulle cime? Quelle esistenti lasciamole. Ma non installiamone altre. Sulle cime solo gli ometti di sassi e nient’altro. Le vette delle montagne non devono essere sfruttate per dei messaggi.
Moro raccoglie il testimone di un certo modo di scalare che non è sport, è un'altra cosa. È una filosofia, sono valori, è un pensare a tutto, non solo al risultato.
Quello di Moro e Urubko è un alpinismo classico, lontano sia dalle spedizioni commerciali che dalle collezioni di ottomila. Un alpinismo di esplorazione che punta all'essenziale.
Se abbiamo un padre della spedizione, Ardito Desio, perché l'ha organizzata, abbiamo un secondo padre del successo, in parete, che si chiama Walter Bonatti.
Ho passato tutta la vita a mettermi nei panni dei miei predecessori, i grandi pionieri, per potermi ispirare alle loro imprese. Ho avuto la fortuna di sopravvivere a oltre cinquanta spedizioni sull'Himalaya. E nel farlo, la mia visione sui processi di cambiamento che hanno investito l'alpinismo d'alta quota è diventata sempre più nitida.
Assolutamente no. Questa sarà la mia eredità di alpinista. Un viaggio in tante capitali per raccontare il vero alpinismo, il senso autentico di un'ascensione ad alta quota. Organizzerò conferenze, proiezioni, incontri con grandi alpinisti. L'intento è di raccontare le spedizioni del passato a confronto con quelle che si organizzano oggi. Ormai, sull'Himalaya ci può andare chiunque. Pareti già tracciate, elicotteri, sherpa tuttofare, insomma autostrade per la vetta. Ci si mette in coda, si sale e si mandano fotografie sul web. È un grande business del nostro tempo. Peraltro, negli ultimi tempi, con grande spreco di ossigeno. Che senso ha andare sull'Everest come in una gita domenicale? Per raccontarla agli amici? Tutto ruota intorno agli affari: chi paga di più per un letto nel lodge, per un volo in elicottero o per il trasporto di un carico vince il biglietto per l'ascensore. I souvenir sono spacciati per "antichità" e la "pizza Yeti" per specialità locale.
Mi sento molto fortunato. Parlo italiano, tedesco, inglese e un po' di altre lingue. Sono europeo, sono nato in Italia, sono felice di vivere in questo mondo multiculturale come il Sud Tirolo. Da Silvius Magnago in poi, qui è stata costruita la strada della convivenza, che è la chiave della vita, del futuro di ogni società.
Dicono di Reinhold Messner
Era troppo avanti. Faceva un alpinismo che, fatto ancora oggi quarantacinque anni dopo, sarebbe stratosferico. [...] Faccio un paragone, è come se: oggi il miglior maratoneta corre in due ore e zero tre, e lui correva in un'ora e quaranta già allora. Era avanti su roccia, su ghiaccio, su misto. E, tante volte lo dimentichiamo, da quella spedizione lui tornò vivo, ma perse tutte le dieci dita dei piedi. Reinhold Messner è diventato Reinhold Messner, facendo tutto quello che ha fatto, senza le dita dei piedi.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026