Ritratto di Roberto Bolaño
Alexandrapociello · CC BY-SA 3.0

Frasi

Frasi di Roberto Bolaño

12 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Le citazioni di Roberto Bolaño raccolte in un'unica pagina: 12 frasi, divise per libro e argomento.

Roberto Bolaño (scrittore e poeta cileno). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Roberto Bolaño

La lettura è piacere e gioia di essere vivo o tristezza di essere vivo e soprattutto è conoscenza e domande. La scrittura, invece, di solito è vuoto. Nelle viscere dell'uomo che scrive non c'è nulla.
Da 2666, traduzione di Ilide Carmignani, Adelphi, Milano, 2008.
Le metafore sono il nostro modo di perderci nelle apparenze o di restare immobili nel mare delle apparenze.
Da 2666. Citato in AA.VV., Il libro della letteratura, traduzione di Daniele Ballarini, Gribaudo, 2019, p. 339. ISBN 9788858024416

2666: La parte dei critici – Citazioni

I venti minuti iniziali ebbero un tono tragico in cui la parola destino fu usata dieci volte e la parola amicizia ventiquattro. Il nome di Liz Norton venne pronunciato cinquanta volte, nove delle quali invano. La parola Parigi risuonò in sette occasioni. Madrid, in otto. La parola amore fu pronunciata due volte, una ciascuno. La parola orrore venne pronuncita in sei occasioni e la parola felicità in una (la usò Espinoza). La parola decisione risuonò in dodici occasioni. La parola solipsismo in sette. La parola eufemismo in dieci. La parola categoria, al singolare e al plurale, in nove. La parola strutturalismo in una (Pelletier). Il termine letteratura nordamericana in tre. Le parole cena e cenare e colazione e sandwich in diciannove. Le parole occhi e mani e capelli in quattordici.
Morini rilesse la lettera tre volte. Scoraggiato pensò che la Norton era in errore quando affermava che il suo amore e il suo ex marito e tutto quello che aveva vissuto con lui restavano ormai alle sue spalle. Niente resta alle spalle. Ammetteva però di non essere mai stato in Cile durante il periodo del golpe. Aveva preso tutti in giro su questa faccenda e ricordava la storiella con allegria.
Dopo aver lasciato la casa della Norton, a volte facevano una passeggiata nelle vicinanze dell'albergo, in genere silenziosi, frustrati, in qualche modo sfiniti dalla simpatia e dal fascino che si obbligavano a sfoggiare durante quelle visite congiunte.
Pensò a Morini, o per meglio dire lo vide seduto nella sedia a rotelle davanti a una finestra del suo appartamento, a Torino, un appartamento che lei non conosceva, Morini intento a guardare la strada e le facciate degli edifici e a osservare la pioggia che cadeva incessante. I palazzi di fronte erano grigi. La strada era buia e ampia, un viale, anche se non passava neppure un'automobile, con degli alberi rachitici piantati ogni venti metri, come uno scherzo feroce del sindaco o dell'urbanistica del comune. Il cielo era una coperta, tappata da una coperta, a sua volta tappata da un'altra coperta ancora più pesante e bagnata.
Pelletier conversò a lungo con il preside Guerra e con un altro professore dell'università che aveva fatto la sua tesi a Parigi su un messicano che scriveva in francese (un messicano che scriveva in francese?), sì, sì, un tipo molto singolare e curioso, un ottimo scrittore che il professore universitario nominò varie volte (un certo Fernández?, un certo García?), un uomo con un destino un po' torbido perché era stato un collaborazionista, sì, sì, amico intimo di Céline e di Drieu La Rochelle e allievo di Maurras, fucilato poi dalla Resistenza, non Maurras, il messicano, che però aveva saputo comportarsi da uomo fino alla fine, sì, sì, non come molti suoi colleghi francesi che erano scappati in Germania con la coda fra le gambe, questo Fernández o García (o López o Pérez?) non si era mosso da casa, aveva aspettato da messicano che andassero a prenderlo e le gambe non gli tremavano quando era stato portato (trascinato?) in strada e sbattuto contro un muro, dove lo avevano fucilato.
[...] perché né lui né Pelletier credevano alle proprie orecchie. Non credere, tuttavia, pensò Espinoza, è un modo di esagerare. Uno vede qualcosa di bello e non crede ai suoi occhi. Ti raccontano qualcosa su... la bellezza naturale dell'Islanda... gente che fa il bagno in acque termali, fra i geyser, in realtà l'hai già visto in fotografia, ma dici lo stesso che non ci puoi credere... anche se evidentemente ci credi... Esagerare è una maniera di meravigliarsi con cortesia... Dai la possibilità al tuo interlocutore di dire: ma è vero... E allora dici: è incredibile. Prima non ci puoi credere e poi ti sembra incredibile.
Quando Espinoza tornò in albergo trovò Pelletier che leggeva Arcimboldi. Visto da lontano il volto di Pelletier, e in realtà non solo il volto ma tutto il corpo, lasciava trasparire una sorta di calma che gli parve invidiabile. Avvicinandosi un po' di più vide che il libro non era San Tommaso ma La cieca, e gli chiese se aveva avuto la pazienza di rileggere l'altro dall'inizio alla fine. Pelletier alzò lo sguardo e non rispose. Disse, invece, che era sorprendente, o che non smetteva di sorprenderlo, il modo in cui Arcimboldi si avvicinava al dolore e alla vergogna. "Con delicatezza" disse Espinoza. "Proprio così" disse Pelletier. "Con delicatezza".

2666: La parte di Amalfitano – Citazioni

Queste idee o queste sensazioni o questi vaneggiamenti, d'altra parte, avevano per lui un loro lato gratificante. Si trasformava il dolore di molti nel ricordo di uno solo. Si trasformava il dolore, che è lungo e naturale e vince sempre, nel ricordo personale, che è umano e breve e sfugge sempre. Si trasformava un racconto barbaro di ingiustizie e di abusi, un ululato incoerente senza principio né fine, in una storia ben articolata dove c'era sempre la possibilità di suicidarsi. La fuga si trasformava in libertà, anche se la libertà serviva soltanto a continuare a fuggire. Il caos si trasformava in ordine, sia pure a spese di quello che è comunemente noto come senno.

Frasi da «I detective selvaggi»

La notte prima, quando eravamo rimasti in pochi, Ernesto San Epifanio aveva detto che esisteva una letteratura eterosessuale, una letteratura omosessuale e una letteratura bisessuale. I romanzi, in genere, erano eterosessuali, la poesia invece era assolutamente omosessuale, i racconti, deduco, erano bisessuali, anche se questo non lo disse. Nell'immenso oceano della poesia distingueva varie correnti: finocchioni, finocchie, finocchietti, pazze, busoni, velate, ninfi e fileni.

Scheda del libro «I detective selvaggi»

Frasi da «La pista di ghiaccio»

Sebbene ognuna lavorasse una media di quindici ore al giorno riuscivano ancora a trovare il tempo, di notte, per farsi qualche bicchiere alla luce di una lampada a butano, sedute sulle sedie di plastica davanti alla tenda mentre scacciavano le zanzare e chiacchieravano delle loro cose. Fondamentalmente di come sono fetenti gli esseri umani. La merda, malleabile, quasi un linguaggio che cercavano invano di sviscerare, era presente in tutte quelle conversazioni notturne. Da loro venni a sapere che la gente cagava nelle docce, per terra, ai lati della tazza e sul bordo di queste, operazione di meticoloso equilibrio, non esente da un certo virtuosismo semplice e profondo. Con la merda scrivevano sulle porte e con la merda sporcavano i lavandini. Merda prima cagata e poi trasportata verso luoghi simbolici e vistosi: lo specchio, la bombola antincendio, i rubinetti; merda ammassata e poi manipolata per formare figure di animali (giraffe, elefanti, Topolini), stemmi del calcio, organi del corpo (occhi, cuori, peni).

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026