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Frasi di Saddam Hussein
123 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Le citazioni di Saddam Hussein raccolte in un'unica pagina: 123 frasi, divise per libro e argomento.
Saddam Hussein (politico e militare iracheno). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Saddam Hussein
È lui che ha creato il partito. Come posso dimenticare ciò che Michel Aflaq ha fatto per me? Se non fosse stato per lui non sarei a questo posto. (da un'intervista nel 1980Citato in Sergio Romano,
Spero che resterete uniti e vi metto in guardia: non date fiducia alla coalizione iraniana, questa gente è pericolosa.
La nazionalizzazione del petrolio iracheno è stata il coronamento d'una lotta audace e incessante che è durata per più di mezzo secolo contro la dominazione e lo sfruttamento straniero.
Possiamo certamente dire che il petrolio fu l'impulso della gloriosa lotta del popolo iracheno per l'indipendenza economica e il progresso sociale.
L'indipendenza economica è uno degli scopi principali della Rivoluzione del 17 luglio. Ciò significava nulla di meno della liberazione delle risorse petrolifere del paese che sono la fonte fondamentale dei redditi.
Il popolo [iracheno] non diede alla Rivoluzione la sua fiducia per caso, né all'inizio diede il suo appoggio assoluto. Invece, osservò la Rivoluzione rigorosamente e criticamente, e lo considerò con cautela, fino a che non si accorse gradualmente che sia il popolo che la Rivoluzione costituissero un solo corpo.
Sia lodato Dio onnipotente per tutto ciò che è stato realizzato, e congratulazioni a voi, grandi iracheni, per quanto avete ottenuto. Meritate giustamente il bene e la gloria. Siete un popolo che ha offerto tanto alla vita. Migliaia di anni fa, avete offerto grandi civiltà all'umanità e acceso la torcia della scienza e della conoscenza. Insieme agli altri figli della vostra grande nazione araba, avete contribuito, con grande merito, a propagare grandi messaggi celesti. Attraverso secoli di declino, voi, i vostri padri e i vostri avi avete vissuto per secoli sotto l'oppressione, la tirannia, l'arretratezza e la povertà. I vostri nemici credevano che aveste perso la vostra opportunità storica per sempre. Ma malgrado tutte le sofferenze che avete subito durante quelle fasi oscure della vostra storia, avete dimostrato d'essere un popolo vivo, che siete i figli d'una nazione viva e vigorosa, e che siete i discendenti di quei grandi antenati, i famosi capi, costruttori, artefici storici della civiltà e Messaggeri.
Un anno fa, ho detto nella stessa occasione che negli anni che seguirono la Rivoluzione, l'Iraq giunse decisamente e completamente da un'era all'altra: dall'era della schiavitù, dello sfruttamento, della povertà, dell'arretratezza e della debolezza all'era della libertà, della giustizia, della prosperità, del progresso e della forza.Questa è l'essenza del trionfo della Rivoluzione – che è la fonte del nostro orgoglio. Il vero valore di questa impresa è straordinariamente messo in luce oggi, in questa grande battaglia in cui combattiamo contro l'aggressione iraniana. L'Iraq ha ottenuto la vittoria in dieci mesi di combattimento eroico contro uno stato aggressivo, la cui popolazione e grandezza sono più di tre volte superiori a quelle dell'Iraq, e la cui potenza militare era fino a poco tempo fa [prima della guerra] considerata fra le più potenti e moderne del mondo.L'Iraq ha ottenuto la vittoria mentre lottava da solo, senza alcun sostegno da parte d'una grande potenza o gruppo internazionale.
Per la prima volta nella storia moderna, uno stato del Terzo Mondo è riuscito a combattere con successo una guerra di difesa, la più lunga guerra del genere fra due eserciti regolari dalla Seconda guerra mondiale – senza essere sotto l'ombrello d'un particolare patto militare o l'influenza d'una particolare grande potenza, e senza subire limitazioni nella sua volontà e indipendenza o abbandonare i suoi principi e la sua politica.
L'aggressione persiana contro l'Iraq fu il risultato degli atteggiamenti arroganti, razzisti e perfidi della cricca al governo in Iran. Allo stesso tempo, fu un complotto sionista e imperialista volto a liquidare la rinascita dell'Iraq e a frenare il suo sviluppo per decenni.
L'aggressione dell'entità sionista contro il reattore nucleare il 7 giugno 1981 non fermerà il corso del progresso scientifico e tecnico in Iraq. Fa invece da ulteriore forte stimolo per sviluppare questo corso, e dargli ancora più risorse e protezione più efficace.
Il petrolio è un dono concesso alla nazione araba da Dio, da usare – dopo secoli di povertà, arretratezza e servitù – per elevare il suo tenore di vita, sviluppare le sue condizioni economiche, sociali e culturali, e consolidare il suo proprio potere per affrontare le sfide che lo assillano i complotti che lo circondano.
Non c'è da stupirsi che ci siano differenze e contraddizioni nella nazione araba. In ogni caso, la sua volontà più forte è la volontà di indipendenza; un destino, un'approcio generale da nazione unita, e il desiderio di rapporti liberi, onesti ed egalitari con i paesi del mondo.
Sapete che le donne prima della Rivoluzione [del 17 luglio 1968] erano in una situazione sociale ed economica pressoché simile a quella delle donne nel Terzo Mondo in generale. Ma la condizione delle donne è cambiata notevolmente, non in termini di progresso graduale e relativo, ma piuttosto il cambiamento è stato tangibile. Nel corso della sua lunga storia, il Partito Ba'th Socialista Arabo si è sforzato di illuminare le donne sull'importanza della loro integrazione con gli uomini in tutti gli aspetti umani, politici e sociali.
Sapete che "Israele" attaccò Baghdad, anche se l'Iraq non gli è contiguo né militarmente o geograficamente. Ovviamente, questo significa che "Israele" è psicologicamente e realmente preparato a scatenare l'aggressione contro di noi in qualsiasi momento.
[...] è diventato praticamente chiaro per tutti gli arabi, inclusi gli iracheni, che Israele non è una compagine di ebrei, siano essi palestinesi o d'altre origini, che cerca rifugio in seguito alle persecuzioni subite sotto i nazisti. Si tratta invece di un'entità che non esita ad intraprendere atti d'aggressione contro la nazione araba ogni volta che disponga dell'abilità tecnica.
[...] dal momento che "Israele" possiede la bomba atomica, tutti i popoli pacifici dovrebbero aiutare gli arabi ad acquisire una tale arma per amore della pace, indipendentemente alle intenzioni e dalle risorse di costoro. Questo aiuto compenserà lo squilibrio che esiste ora tra il possesso di "Israele" della bomba atomica e la mancanza di qualunque arma simile per gli arabi. Ciò farà sì che "Israele" esiti ad utilizzarla contro di loro.
Crede che ci sia un paese nel mondo disposto a fornire agli arabi i reattori necessari per produrre una bomba atomica? In passato, i francesi aiutarono "Israele" a costruire il reattore nucleare a Dimona. La competenza americana fu messa a disposizione d'Israele in un modo o nell'altro per produrre la bomba atomica. Eppure crediamo non ci sia nessuna potenza mondiale disposta ad aiutare gli arabi in questa direzione.
Da questa esperienza, gli iracheni e gli arabi hanno imparato che debbono seppellire i più importanti organismi strategici della loro economia, le istituzioni scientifiche e quanto ad essi è indispensabile in tecnica, fino al livello di profondità in cui sarebbero immuni anche ad un attacco diretto con una bomba atomica.
"Israele" è il nemico degli arabi, e noi siamo in prima fila tra gli arabi che tentano di smascherarlo e neutralizzare la sua aggressione.
Dico chiaramente che gli arabi non dovrebbero accettare d'essere governati dalla legge "israeliana". Allo stesso tempo, non dovrebbero accettare la persecuzione di qualsiasi popolo nel mondo, inclusi gli ebrei palestinesi, indipendentemente dal danno inflitto ad essi da 'Israele', o meglio, dal cosiddetto stato di 'Israele', poiché lo consideriamo un'entità aggressiva.
Vedo gli arabi in possesso di mezzi più sviluppati e meno vulnerabili a questioni secondarie che creano divisione. Posso vederli con una mentalità più evoluta in politica, economia, tecnologia e scienza. Saranno quindi molto migliori di oggi.
In questa era moderna, il Movimento dei paesi non allineati viene come un'espressione della forte e autentica necessità dei popoli del mondo di sbarazzarsi dei residui della dominazione e della minaccia imperialista che è stata imposta sulla loro libertà, le loro risorse, la loro identità nazionale, e il loro retaggio culturale nazionale, per tacere delle varie forme di estorsione e furto imperialista che hanno subito.
L'Iraq ha dato, e certo continuerà a dare, tutto il sostegno materiale e morale ai popoli d'Africa e dell'America latina che combattono per la libertà e l'indipendenza. Inoltre, l'Iraq sostiene energicamente la lotta del popolo dello Zimbabwe per riconquistare tutti i suoi diritti legittimi, proprio come sostiene anche la lotta per la completa e assoluta indipendenza della Namibia, la stessa indipendenza attualmente negata dalla cricca razzista esistente in Sud Africa.
Il trattato di Camp David e gli accordi successivi conclusi tra il governo egiziano e l'entità sionista sotto gli auspici dell'imperialismo americano costituiscono un tentativo molto grave di sopprimere il diritto del popolo arabo palestinese di riconquistare la sua patria e paese.
Il vero significato dei due accordi di Camp David, e del trattato di pace separato, non è altro che il tentativo di rafforzare l'entità sionista aggressiva e razzista, istituendo la sua occupazione e permettendole di raccogliere i frutti della sua aggressione, oltre che spalancare la porta all'imperialismo americano, permettendogli di estendere la sua influenza e il suo dominio sui paesi arabi.
Quando cominciai ad agire clandestinamente dalla mia nuova posizione, la questione principale di fronte a noi era: Perché il nostro popolo perse fiducia in tutto? Perse fiducia nel suo capo, nell'impiegato di stato, nel futuro, in ogni cosa visibile, dubitativo di tutto ciò che non potesse essere visto. Arrivammo al fondamentalmente convincimento che questo popolo avesse una personalità insolitamente energica, un'energia che tentava sempre d'esprimere attraverso i canali giusti per dare la sua propria profonda e fedele espressione di vita. Ma i governanti imprigionavano sempre il popolo in angusti confini dove non poteva esprimere pienamente la sua personalità nel modo desiderato.
Un popolo imprigionato in angusti confini è come una grossa nave costretta a navigare in un piccolo fiume. Sicuramente non sarà in grado di navigare, non per una ragione intrinseca, ma perché quelli che erano al comando non misero la nave nelle condizioni adeguate per impiegare la sua capacità in un ambiente idoneo.Ecco come stava il popolo iracheno, quasi sin dal declino dell'era prospera degli Abbasidi. Il popolo fu sempre giudicato severamente, non per i governanti, ma per il risultato, cioè, quando il risultato fu messo nella prospettiva storica errata e il popolo iracheno considerato responsabile del fallimento. Il fatto è che per quasi mille anni, il popolo iracheno non fu responsabile per alcun risultato negativo nella sua vita, o nella sua società nel complesso.
Se vuole sopravvivere, il figlio di un agricoltore deve affrontare la vita a pelle nuda e far fronte alle difficoltà per sopravvivere. Se passi lungo i vecchi cimiteri presso i grandi villaggi, vedrai che le tombe dei bambini sono numerose. Molti bambini non riuscirono a trovare né medicine né dottori ad aiutare la loro salute fragile contro la malattia. Ecco come siamo cresciuti per affrontare una vita piena di difficoltà e di problemi, dalla culla a oggi. Ma io non mi ricordo d'essermi impietrito di fronte a una certa situazione, né di aver preso in considerazione uno stato migliore per me stesso. quali che siano le cose, non mi causano disturbi personali.
Fino al 1974, era mio personale desiderio di non essere alle leve di comando. Tentai persino all'inizio di impedire che il mio nome apparisse fra quelli che vengono chiamati governanti.
Per quanto sia consapevole e ricordi, cominciai la vita accorgendomi che avevo un'insolita responsabilità sulle spalle. Certamente non una politica inizialmente, ma una responsabilità nella vita sociale. Nella campagna, ci sono delle tradizioni predominanti che dicono: non ridere troppo; non parlare troppo; non lamentarti della fatica; non temere, perché è vergognoso aver paura; mantieni i segreti; sii generoso, perché è vergognoso non esserlo. Se hai una sola pecora, la devi macellare per il tuo ospite. Devi lavorare sempre, perché è vergognoso poltrire. Ti devi alzare prima dell'alba, perché è vergognoso dormire dopo il sorgere del sole. Di notte, non devi dormire profondamente, perché è vergognoso avere un ladro che ti entra in casa e ti trova addormentato. Questi erano i valori fondamentali che si trovavano nella campagna, venerati dai nostri avi.
Ciò che mi irritò di più, e che mi fece odiare il potere, fu lo spettacolo dei membri del Comando Regionale in lotta per il potere. Litigavano tanto sull'autorità che persero la Rivoluzione del Ramadan, e anche se stessi. Erano loro i responsabili per il rovesciamento del Partito nel 1963, e io osservavo la loro lotta per il potere, il modo in cui si mordevano a vicenda nell'ascesa al potere. Così, io sviluppai un'avversione per il potere, infatti cominciai a detestarlo. Posso dire che anche oggi lo detesto. Non potrebbe mai piacermi, e ho sempre percepito una distanza fra ma stesso e il potere.
Le cose stanno così per tutti gli iracheni: miti fino al limite, umani fino al limite, ma anche severi fino al limite se è necessario. Questa è una qualità del popolo iracheno che a me piace. Un'altra qualità ancora più importante del popolo iracheno è che non sono mai soddisfatti di niente.
L'uomo che guida gli iracheni dev'essere d'un passo svelto e agile, altrimenti gli altri gli calpesteranno i talloni, poi la schiena, per poi calpestargli la testa e avanzare oltre.
C'è una qualità nel carattere iracheno che io stesso possedevo, ma che ora è stata modificata a causa del mio incarico ufficiale. L'iracheno, cioè, spesso si confida totalmente con gli altri. Quando gli piace qualcuno, potrebbe svelargli tutto. Ma quando dopo scopre che la sua fiducia è stata malriposta, reagisce aspramente contro la persona a cui ha dato fiducia assoluta e grande generosità.
Da parte iraniana, i tempi e le circostanze dopo l'inizio della guerra svelarono dei fatti che offrono luce sufficiente per rispondere in modo corretto alla domanda sui motivi per cui nella politica iraniana prese corpo l'idea della guerra. Questi stessi fatti rispondono o indicano la risposta su chi fu a sparare il primo colpo: l'Iran o l'Iraq? In breve, Khomeini assunse il potere in Iran meno di due anni prima della guerra. Credo che il mondo intero sia d'accordo sul fatto che Khomeini non ha sviluppato l'Iran, ma che noi abbiamo sviluppato l'Iraq in modo nuovo. Nel settembre del 1980 eravamo all'apice dell'attività nell'innalzare l'Iraq in vari settori. Disponevamo d'un piano ambizioso per lo sviluppo e per superare gli ostacoli e le difficoltà. Il nostro piano era ben noto innanzitutto ai Sionisti e a tutte le forze ostili agli Arabi e al nuovo Irak . Ciò che volevamo fare nell'ambito del progresso era quindi già visibile ai nemici.
Il Partito Ba'th Socialista Arabo desidera espandersi in Iran? Lasceremo la risposta a voi e gli altri. [...] Poi facciamo una domanda simile: Gli iraniani, quelli nelle posizioni ufficiali maggiori, hanno dichiarato prima e durante la guerra che hanno ambizioni in Iraq, negli stati del Golfo, nella penisola araba e in tutti gli stati islamici? La risposta è sì. [...] È ovvio quindi che l'Iran sparò il primo colpo per attuare progetti iraniani. Dovevamo combattere per difendere il nostro paese.
Israele ci attaccò, e distrusse il reattore nucleare pacifico Tammuz mentre noi eravamo impegnati a combattere l'Iran, distruggendo così una maglia della ricerca scientifica, sebbene l'Iraq abbia sottoscritto il Trattato di non proliferazione nucleare delle armi nucleari, ed è stato molto attivo per lungo tempo nel far sì che in Medio Oriente non ci siano armi nucleari. Ecco cosa fece Israele, e l'Iran ha commesso un atto simile qualche settimana fa, quando fece esplodere il Ministero della Pianificazione. Questi due atti hanno origine dallo stesso impulso, che prende di mira la nuova edificazione culturale e scientifica in Iraq, la giusta via verso lo sviluppo.
Israele teme l'ascesa della civilizzazione in Iraq, sapendo che questo porrebbe direttamente o indirettamente un freno all'espansionismo israeliano a scapito degli arabi.
Non abbiamo alcuna mira sul territorio iraniano, e non abbiamo cattive intenzioni.
Il vostro slogan di prolungare la guerra e far uso del fattore tempo ha fallito. E così vi siete convinti che il prolungare della guerra per così tanto tempo è opera d'una congiura delle grandi potenze, quando eravate voi stessi a rifiutare di porre fine alla guerra. Siete voi a insistere ancora nel continuarla, e ne siete voi, in primo luogo, i responsabili, non le grandi potenze, indipendentemente dalle loro intenzioni e intrighi.
Avete continuato la vostra aggressione senza trarre alcuna lezione dalle battaglie a est di Basra, in cui il popolo d'Iraq trionfò e le vostre inutili legioni vennero schiacciate. Poi lanciaste due offensive a est del settore Maysan. Dopo il vostro fallimento e sconfitta, vi siete spostati in tutti gli altri settori del fronte per tentare la sorte senza fortuna.In ciascuna di quelle offensive i media sionisti, insieme ai media e ai servizi di intelligence dei nemici d'Iraq e della nazione araba, alimentarono le vostre speranze di successo dopo aver mobilitato tutti i loro mezzi diretti e indiretti in un tentativo disperato e palese di scoraggiare gli iracheni. In ognuna di queste offensive, che ammontarono a più di ventidue imponenti, voi e i vostri alleati parlaste arrogantemente di schierare milioni di soldati. Ma appena cominciarono le battaglie si conobbe la verità, smascherando la vostra debolezza, le vostre menzogne e imposture e dimostrando che le vostre truppe all'attacco ammontavano solo ad alcune decine di migliaia, che gli iracheni, con il sostegno di Dio e la loro propria forza e capacità, riuscirono a fare a pezzi con netta superiorità a tutti i livelli e in ogni settore.
Quest'anno, voi e tutti i vostri sostenitori uscirete dalle vostre perfide aggressioni sconfitti e maledetti, e il risultato sarà a favore degli iracheni, confermando i principi della nazione araba e salvaguarderà la sua sicurezza e il suo onore, se voi stavolta dite la verità nel dichiarare dopo così tante menzogne che questo è l'anno finale della guerra. Tutti gli iracheni ripeteranno contro il vostro slogan il loro grido immortale: "Sia questo l'anno decisivo nelle vostre deboli menti"
prima di mandare a morte nuove centinaia di migliaia di Iraniani. Dovreste quindi pensarci prima di mandare a morte altre centinaia di migliaia di Iraniani. Dovreste optare per l'onorevole sentiero della pace anziché per la guerra, perché quest'ultimo vi ha condotto unicamente alla distruzione definitiva.
L'uomo saggio non spreca tutto il suo potenziale, così ne può fare uso quando affronta situazioni e possibilità impreviste. Ma ecco che cercate di nuovo di mettere a rischio tutta la vostra forza. Avete pensato in che stato sarete quando ciò che rimane di questa forza sarà schiacciato?
Qualsiasi territorio che prendete dall'Iraq verrà ripreso sotto i vostri occhi, indipendentemente da quanto durerà la guerra, dopo che avremo infranto i vostri sogni malvagi. Siamo certissimi che la guerra si sta concludendo, perché noi, i coraggiosi iracheni, col sostegno dei musulmani e gli arabi d'onore, sventeremo tutti i vostri perfidi tentativi.
Noi stiamo lavorando per evitare un confronto militare. Ma sembra ci sia chi voglia una guerra. Come Israele, e l'influenza sionista che lo muove; la Thatcher e i conflitti che rimangono in lei; e anche Bush. Pensiamo che Israele e la Thatcher stiano tentando di spingere Bush in questa pericolosa palude.
Saddam Hussein è un cittadino arabo, che ha fede in Dio, che crede in Dio, combattendo per la giustizia e la verità, respingendo l'ingiustizia, e non teme che Dio, il solo onnipotente. Con queste caratteristiche diventa un tutt'uno con la Nazione Araba e con la gente araba, e con tutti i veri credenti nel grande regno di Dio, nell'immenso regno di Dio.
Si tratta di una piccola cittadina sul confine tra Iraq e Iran. È stata attaccata dalle forze iraniane, che l'hanno invasa con l'assistenza di alcuni traditori che hanno aiutato gli iraniani ad entrare. Ci sono stati combattimenti, nei quali è intervenuta la forza aerea. Sono state utilizzate anche l'artiglieria e le bombe. In ogni battaglia, durante i combattimenti, si possono avere migliaia, senz'altro centinaia di morti. E se la battaglia ha l'obiettivo di prendere una località particolare, una città rientra nei calcoli che verranno ferite o uccise anche persone che non appartengono all'esercito. Quando gli Americani hanno utilizzato armi nucleari, la bomba atomica contro il Giappone, quelle bombe hanno colpito indifferentemente la popolazione militare e quella civile. Così, quando c'è una battaglia, le bombe non hanno occhi per vedere chi colpiscono. L'unico punto che nessuno può negare è questo: l'esercito iraniano è entrato nella città di Halabja, e non l'ha lasciata fino all'ultima battaglia di liberazione durante la quale è stato ricacciato indietro.
Non c'è niente di peggio della guerra salvo essere privati di dignità, onore e sicurezza; tutte cose che gli Stati Uniti non perderanno se decideranno di non fare la guerra. Ma se gli arabi e l'Iraq temessero la guerra e se come risultato di questo timore dovessero perdere i valori di cui ho parlato - onore, indipendenza, sicurezza - abdicherebbero alla loro stessa umanità. Un piccolo Stato, se dovesse cedere alla paura, perderebbe ogni cosa.
Se avessi giocato a carte sarei diventato amico di Bush e di Margaret Thatcher.
L'America sta invadendo la casa di Dio. Sono stati mandati soldati nella casa di Dio, la Kaaba, e alla tomba del profeta Maometto, mentre Israele sta invadendo l'altra casa di Dio.
Agli iracheni e alle buone persone della nostra nazione araba. Il vostro Paese, la vostra gloriosa nazione e i vostri principi valgono il sacrificio di voi stessi, delle vostre anime, della vostra famiglia, dei vostri figli. In questo contesto, non ho bisogno di ripetervi cosa ognuno di voi deve fare per difendere la nostra preziosa nazione, i nostri principi e la nostra inviolabilità.
Voi uomini e donne coraggiosi dell'Iraq: voi meritate la vittoria e la gloria e ogni cosa che innalza la statura del fedele davanti al loro Dio e sconfigge gli infedeli, nemici di Dio e dell'umanità. Voi, iracheni, sarete vittoriosi insieme ai figli della nazione. Voi siete già vittoriosi con l'aiuto di dio. I vostri nemici cadranno in disgrazia e nel disonore....
Noi promettiamo, nel nostro nome e nel nome della nostra leadership, nel nome del popolo iracheno e del suo eroico esercito, nel nome della storia e civiltà irachene, che noi combatteremo gli invasori e, se Dio vuole, li porteremo al punto in cui perderanno la loro pazienza e ogni speranza di raggiungere ciò che hanno pianificato e che il criminale sionista gli ha spinti a fare... Saranno sconfitti, una sconfitta che è desiderata dai bravi fedeli e dagli amanti della pace e dell'umanità.
Popolo americano: ho tuttora l'impressione che i vostri governanti vi stiano ancora mentendo e non vi abbiano detto le vere ragioni che li hanno indotti ad aggredire l'Iraq. Fin dall'inizio essi hanno ingannato non solo la comunità internazionale, e in particolare quella europea, ma anche gli stessi popoli dell'America, sapendo in anticipo che i fatti erano tutto il contrario di ciò che essi dichiaravano.
Quelle commissioni sapevano bene che l'Iraq non aveva armi di distruzione di massa, perché molti dei loro principali componenti erano americani e inglesi, oltre ad avere spie e agenti volontari di altre nazionalita'. Tutte queste persone hanno setacciato tutto l'Iraq da un capo all'altro e non hanno trovato nulla di diverso da quanto i rappresentanti del governo iracheno avevano detto loro. Queste ispezioni sono durate più di sette anni, e sono state effettuate oltre che a mezzo di commissioni che hanno girato in macchina e a piedi, anche con aerei-spia, elicotteri, e satelliti spaziali. I funzionari americani e inglesi consideravano questa come la loro occasione storica per colpire l'Iraq e distruggere le sue legittime aspirazioni e le preziose conquiste culturali e scientifiche cui esso era pervenuto in 35 anni. A questo scopo essi hanno usato le informazioni raccolte dalle spie che avevano inserito nelle commissioni di inchiesta e hanno utilizzato la cosiddetta lotta al terrorismo cominciata dopo l'undici settembre che scosse l'America.
L'America è un grosso paese aldilà dell'Atlantico che ha raggiunto una potenza senza paragone, e io ritengo che ci siano lì delle persone che immaginano di essere sulla strada di diventare i padroni del mondo e fare del mondo un impero tutto loro. Non hanno imparato la lezione dalla loro guerra in Vietnam? L'occidente era solito sostenere l'idea che il comunismo mondiale e il blocco sovietico minacciassero i suoi interessi e anche la sicurezza di tutto l'occidente, ma nonostante tale tesi si trattava solo di una copertura sottile. E nondimeno gli americani l'hanno usata e se ne sono avviluppati finché l'eroico popolo vietnamita non li ha espulsi con la forza.
Prima, parecchi paesi del mondo facevano la corte agli Stati Uniti e il più di loro, tranne pochi, temevano le loro minacce o le eludevano con discussioni difensive. Ma ormai Mao Tze Tung (di santa memoria) ride nella sua tomba, perché la sua predizione sull'America – una tigre di carta – si è avverata. E questo grazie ai voleri dell'Onnipotente e di quelli dei suoi agenti in terra, come gli eroici Mujaheddin del glorioso, virtuoso, militante Iraq della guerra santa. Dio benedica l'eroico popolo iracheno, e Dio benedica la guerra santa e i Mujaheddin!
Vedete ora il coraggioso esercito nostro, il nostro popolo eroico, e i nostri Mujaheddin sostituire il sistema delle formazioni organizzate con un nuovo tipo di guerra. E quando gli americani diventano sul terreno bersagli dei rivoluzionari, che li attaccano sotto forma di bombe umane senza nient'altro che i loro corpi ripieni della fede in Dio, la superiorità americana si logora prima del previsto, e quanto prima questa superiorità diventerà un peso al quale sarà difficile sottrarsi.
Chi mai, dopo tutto, ha incaricato il governo americano di fare il poliziotto del mondo, di modellare il mondo secondo i suoi gusti, e di impartire ordini alle nazioni della terra?
Saddam Hussein, signore e signori, è un onorato patriota e un uomo onesto, un uomo di stato deciso a far osservare la legge; giusto, ma benevolo, che ama il suo popolo e la sua nazione. Egli è schietto e leale, non fa il doppio gioco e non inganna. Dice la verità anche contro sé stesso. Piacciono queste caratteristiche ai tiranni come Bush? Se egli fosse una persona come de Gaulle, o anche come Reagan, forse le capirebbe, o almeno non le aborrirebbe. Ma voglio dirvi, stimatissimi signore e signori, che il vostro paese scoprirà altro: scoprirà che ha perso la sua reputazione e la stima della gente. E l'americano che girava il mondo rispettato, sicuro e bene accolto dovunque, ora non può fare un passo fuori dall'America senza portarsi appresso un cercamine, e il Dipartimento di Stato emette continui avvisi sulle zone del mondo pericolose per la vita degli americani.
Gli anni dopo il diciottesimo secolo erano già trascorsi da tempo quando gli invasori sono tornati in Medio Oriente a risvegliare memorie di cose cui esso aveva dato vita e che aveva suscitato. Il Medio Oriente, e la terra araba in particolare, è stata la culla dei profeti e dei messaggeri di Dio. La terra dove i profeti sono sepolti nelle loro tombe è forse ora anche la casa dei diavoli e dei loro miraggi, ossia dei maligni invasori?Abbiamo creduto, e la nostra fede era fatta apposta per noi.Poi vennero i sionisti, guidati da un demonio.Ci hanno assalito come invasori, ingiustamente.Non hanno fermato la loro avanzata né si sono arrestati.Il loro diabolico protettore ha preparato il loro piano.Ma noi abbiamo per protettore Dio misericordioso.
Popolo americano: non mi rivolgo a te per debolezza o come un supplicante. Io, la mia gente, i miei fratelli e compagni, e la mia nazione, ci rivolgiamo a te sulla base della nostra responsabilità morale e umana. Vi ripeto che i vostri governanti, e in primo luogo il vostro presidente, vi hanno mentito e vi hanno ingannato e imbrogliato servendosi dei mezzi di informazione che dipingevano l'Iraq come incorreggibile e Saddam Hussein come un odioso dittatore, odiato dal suo popolo e del quale esso non vedeva l'ora di liberarsi. Alcuni di questi mezzi di informazione hanno spinto le loro menzogne fino a dichiarare che gli iracheni avrebbero accolto gli eserciti invasori con festeggiamenti e con le rose.
[...] come mai, se gli iracheni odiavano tanto Saddam Hussein, costui era riuscito a sconfiggere l'Iran di Khomeyní dopo otto anni di una guerra di aggressione da lui impostaci con lo slogan di esportare la rivoluzione cominciando dall'Iraq? Americani: la vittoria sull'Iran di Khomeyní non è stata una faccenda breve, ma è venuta solo dopo otto anni di dure operazioni militari in cui sono cadute migliaia di iracheni e centinaia di migliaia di iraniani.
Popolo americano: le guerre che il vostro governo promuove nel mondo, fra le quali quella dell'Iraq, sotto la spinta di certi centri di potere che conoscete meglio di me, non fanno l'interesse del popolo americano. Voi sapete meglio di chiunque altro quanto sangue avere pagato per liberarvi dal colonialismo inglese, e dopo di ciò come gli Stati Uniti si sono unificati e quanto altro sangue ciò sia costato.
Dicono di Saddam Hussein
Anche se Saddam non fosse stato impiccato, la situazione non sarebbe migliore di quella attuale.
Con Milošević c'era equilibrio nei Balcani; la pulizia etnica è una balla della stampa, i disastri sono venuti dopo. Lo stesso in Irak: i morti non c'erano con Saddam Hussein, ora sì. Lui riusciva a tenere in equilibrio sciiti e sunniti; che ora, contro gli americani, si stanno unendo: e saranno dolori per tutti.
Credete proprio che sia così strano che esista un Saddam Hussein? Maometto è il suo modello. Maometto è un modello per tutti gli uomini musulmani. Credete che sia strano che molti uomini musulmani siano violenti?
Dal 1991, Saddam ha sempre cercato di rimettere in piedi le attrezzature per produrre armi chimiche, nucleari, batteriologiche e i vettori necessari a raggiungere gli obiettivi.
Egli non avrebbe dovuto essere giudicato, non avrebbe dovuto essere impiccato. Quando la guerra era finita, lui avrebbe dovuto essere rilasciato. Vogliamo sapere perché un prigioniero di guerra avrebbe dovuto essere giudicato. Chi ha condannato il Presidente dell'Iraq a morte? C'è una risposta a questa domanda? Conosciamo l'identità del giudice che l'ha processato. Per quanto riguarda quelli che hanno legato il cappio intorno al collo del presidente il giorno del sacrificio e dell'impiccagione, queste persone indossavano delle maschere. Come è potuto accadere in un mondo civilizzato? Questi erano i prigionieri di guerra di paesi civili in base al diritto internazionale. Come possono essere condannati a morte ed impiccati dei ministri del governo e un capo di Stato? Quelli che li hanno giudicati erano avvocati o membri di un sistema giudiziario? Sapete cosa dice la gente? Dicono che i volti dietro le maschere fossero quelli del Presidente degli Stati Uniti e del primo ministro del Regno Unito e che furono loro che condannarono a morte il Presidente dell'Iraq.
Gli incontri da me avuti con Saddam Hussein me ne davano un quadro abbastanza preciso. Volitivo, spregiudicato, autoritario, ma indubbiamente intelligente. E poi era riuscito a «raddrizzare» l'andamento a lui sfavorevole della guerra con l'Iran grazie a un'intesa politica. Certo, nel Kurdistan iracheno aveva impiegato le armi chimiche. Certo, soffocava spietatamente ogni accenno di insubordinazione. Ma tutto quello di cui gli si faceva carico avveniva in condizioni che escludevamo drasticamente qualsiasi reazione organizzata, qualsivoglia sanzione da parte della comunità mondiale, spaccata dal confronto e dalla contrapposizione. Oggi invece, mentre emerge al mondo un nuovo ordine fondato sulla collaborazione e sull'interazione, compiere un atto di aggressione equivale a compiere un suicidio. Non è possibile, mi dicevo, che Saddam Hussein non se ne renda conto.
L'operazione Iraq è motivata con il proposito di punire uno Stato canaglia. Ma con quale decorrenza Saddam Hussein è tra le canaglie? Fino alla sua provocatoria operazione del Kuwait il personaggio, che era sempre lo stesso, ha stoltamente ricevuto l'appoggio e il sostegno di molti Paesi oggi schierati in battaglia.
Moltissima gente guarda con nostalgia alla stabilità nel Paese durante il regime di Saddam Hussein, specie se si fanno paragoni con il caos odierno. Questo certo non vuol dire che l'Iraq non potrà mai aver un governo migliore o che il Paese è destinato ad essere una democrazia fallita.
Non intendo qui sviluppare un discorso sul rovesciamento di Saddam Hussein dell'aprile 2003. Dirò solo che coloro che consideravano «laico» il suo regime si ingannavano. È vero che il Baath fu fondato da un certo Michel Aflaq, un cristiano ambiguo con simpatie per il fascismo, ed è anche vero che l'iscrizione a questo partito era aperta a tutti, senza distinzioni religiose (sebbene abbia ragione di pensare che le adesioni ebraiche fossero assai limitate). Tuttavia, almeno a partire dalla disastrosa invasione dell'Iran, nel 1979, che suscitò contro di lui da parte della teocrazia iraniana furibonde accuse di essere un «infedele», Saddam Hussein aveva riverniciato il suo regime - basato, comunque, su una minoranza tribale della minoranza sunnita - come devoto e consacrato al jihad.
Qualunque crimine avesse commesso, si era in fondo riscattato, vestendo romanticamente i panni di Davide contro Golia, e resistendo inutilmente all'invasione e alla conquista del proprio paese da parte del Grande Satana e dei suoi alleati.
Quello che noi cercheremo di impedire fino all'ultimo è che si passi al momento delle armi senza avere esperito tutto. Ma c'è da salvare e da interrompere la guerra che nel Kuwait, che nell'Iraq, Saddam conduce giorno dopo giorno. Il non fare nulla significa l'ipocrisia razzista del dimenticare che costui ammazza già adesso, ogni giorno il suo popolo.
Saddam Hussein è uno che ha gassato i propri concittadini uccidendoli con le bombe e con il gas, cerchiamo di non dimenticarlo. È uno che alimentato il terrorismo internazionale per decenni, un clown sanguinario e non soltanto un clown. Il problema si è verificato dopo, avendo considerato automatico il passaggio a qualcosa di meglio. La vera colpa è stata aver lasciato questi paesi soli nel momento del disordine, sia in Libia che in Iraq.
Saddam Hussein era uno dei cattivi, giusto? Era uno dei cattivi, davvero cattivo. Ma sapete cosa ha fatto di buono? Ha ucciso i terroristi. E l'ha fatto talmente bene: mica leggevano loro i diritti o li interrogavano. Erano terroristi? Allora per loro era finita.
Secondo Bush Saddam era il male assoluto. Tolto di mezzo Saddam, tutto sarebbe dovuto andare per il meglio. E invece la situazione è soltanto peggiorata.
Un disastro. Uno stratega eccentrico. E crudele verso il suo popolo.
Da parte sua, Saddam Hussein era spinto da desideri contradditori. Da un lato, era preparato a giocare le sue carte con Washington; ognuna delle due parti credeva di usare l'altra per fare i propri interessi. Allo stesso tempo, Saddam Hussein desiderava ardentemente la legittimazione di fronte a tutto il mondo arabo.
Era salito al potere mostrando particolare abilità organizzative all'interno del partito. Era un abile manipolatore, autodidatta nell'arte di dividere i suoi nemici e indebolirli fino a farli andare in pezzi. Aveva fatto questo ai comunisti e ai baathisti rivali e aveva tentato di farlo (non senza successo) con i curdi e i religiosi sciiti. Confidava ora di poter impiegare queste sue abilità a livello globale. Avrebbe giocato con entrambe le superpotenze e avrebbe usato la loro rivalità per trarne profitto. Saddam Hussein non era un intellettuale come Aflaq, né un trascinatore di masse come Fuad al-Rikabi, eppure desiderava disperatamente l'adulazione da parte della gente. Non era neanche originale, in alcun senso della parola. Anche il culto di personalità che egli istituì era modellato su quello di Stalin, Mao e Kim Il-Sung. Ma la persona cui davvero sognava di somigliare era Gamal Abdel Nasser. Il leader egiziano era morto da tempo, ma la sua memoria era ancora onorata dalla gente. Saddam Hussein voleva riempire quel vuoto.
Saddam Hussein e Hafez al-Assad condividevano lo stesso universo politico. Entrambi avevano sconfitto i loro rispettivi radicali; entrambi avevano risollevato le fortune di commercianti e negozianti della classe media; entrambi avevano creato una struttura dove il leader si trovava in cima a una piramide politica ideata per garantire potere totale al despota; entrambi usavano una retorica antimperialista in pubblico, mentre in privato cercavano di ottenere i favori degli Stati Uniti. E nessuno dei due si tirò indietro quando si trattò di effettuare delle repressioni. Saddam distrusse i comunisti e schiacciò i curdi; il suo "collega" siriano ordinò la morte di diecimila persona ad Hammah: fondamentalisti islamici e oppositori laici che si erano ribellati al regime. Ma si comportarono come padrini della mafia rivali, attenti solo a mantenere il loro personale potere. Dal punto di vista politico, erano fratelli ma, come si dice in Italia «fratelli coltelli».
A Saddam vanno benissimo i bombardamenti americani purché riesca a sopravvivere e a riproporsi come l'unico eroe arabo che ha retto alla sfida contro la superpotenza mondiale. Nessuno ama Saddam ma tutti temono di gran lunga il caos che potrebbe ripercuotersi ai danni della stabilità dell'intero Medio Oriente.
Concepisce il mondo a sua immagine e somiglianza, non riesce a comprendere fino a dove può giocare con carte false e quando invece deve smetterla di barare. Ancora una volta Saddam ha dimostrato di essere un capobanda furbastro piuttosto che un capo di Stato intelligente, un uomo malato di paranoia che ha irrimediabilmente rotto i ponti con la realtà circostante.
È un dato di fatto che Saddam concepisce se stesso e la propria vita solo in funzione della conquista e del mantenimento del potere. Si è totalmente identificato con il potere, che non fa alcuna distinzione tra il proprio destino e quello dell'Iraq. Quello che va bene per lui deve andare bene per l'Iraq. In quest'ottica tutti gli iracheni, compresi le mogli e i figli, hanno diritto di esistere o meno soltanto se servono alla salvaguardia del suo potere. Ecco perché le sanzioni hanno penalizzato solo il popolo iracheno senza intaccare la dittatura di Saddam. I pochi soldi che è riuscito a racimolare con il contrabbando prima e con la vendita autorizzata del greggio dopo, li ha utilizzati per sé e per la sua Guardia repubblicana. Delle migliaia di bambini morti di fame o di malattia, Saddam non si è affatto preoccupato. Ecco perché le sanzioni non solo non servono ma sono addirittura controproducenti.
È un dittatore che ha deciso di affrontare frontalmente la superpotenza mondiale nel momento della sua maggiore vulnerabilità, a causa dell'imminenza delle elezioni presidenziali e della spaccatura tra Europa e Stati Uniti sulla lotta al terrorismo internazionale. Il redivivo Saddam si è così imposto come la variabile impazzita nella campagna elettorale di Clinton. Bush vinse la guerra del Golfo ma perse le elezioni. Per Clinton è una scelta ardua. Se restasse con le mani legate, gli Usa perderebbero il prestigio e l'influenza nel Golfo. Ma non può neppure rischiare di mandare a morire dei soldati americani. Saddam gli ha teso una vera trappola.
Il dittatore iracheno si è arrogato il diritto di decidere quali ispettori internazionali possano e quali invece non possano partecipare al piano dell'Onu di smantellamento degli arsenali chimici, biologici e nucleari iracheni. E ha così deciso di cacciare gli ispettori americani rei, a suo avviso, di appartenere a un paese che mira a rovesciare il suo potere e ad affamare il popolo iracheno mantenendo in vigore ad oltranza l'embargo. La risposta americana, degli alleati occidentali e dell'Onu è stata ferma: o Saddam ritira la sua "inaccettabile decisione" oppure andrà incontro a delle "gravi conseguenze". Non si esclude una rappresaglia militare per costringere Saddam a fare marcia indietro. Nel più classico e consolidato stile saddamiano, il dittatore di Bagdad è ricorso anche questa volta a un imbroglio verbale tipico del mercante del "suk", dicendo apparentemente "sì" quando in realtà si tratta di un "no".
Il Saddam che torna al centro della scena internazionale è un dittatore che ha imparato che per sopravvivere deve essere spietato e non aver riguardi per nessuno.
Non si può punire un popolo per le colpe di un dittatore irrecuperabile alla ragione di Stato e al diritto internazionale. Bisogna spegnere i riflettori su Saddam e accenderli sul popolo iracheno. Senza riflettori il narcisismo e la megalomania, che sono la linfa vitale di cui si nutre il tiranno di Bagdad, si esaurirebbero e Saddam sprofonderebbe nell'oblio del capitolo più nero della storia contemporanea dell'Iraq.
Saddam non dorme mai nello stesso luogo per due notti consecutive, si muove in continuazione, spesso manda in una direzione un convoglio di macchine presidenziali con a bordo un suo sosia per trarre in inganno i suoi molti nemici interni. Ma questi sotterfugi non sfuggono alle potenti "orecchie" dei satelliti-spia americani che sono in grado di captare la voce di Saddam, le sue conversazioni e seguirne in tal modo gli spostamenti.
Se dopo il bombardamento Saddam dovesse riemergere, anche se sulle macerie di un paese devastato, canterebbe comunque vittoria. E le folle irachene e arabe sarebbero pronte a credergli.
La minaccia dei terroristi all'America e al mondo diminuirà nel momento in cui Saddam Hussein sarà disarmato.
La sicurezza del mondo richiede il disarmo di Saddam Hussein adesso. Sostenendo la giusta domanda del mondo noi onoreremo anche il più profondo legame al nostro paese. A differenza di Saddam Hussein, noi crediamo che il popolo iracheno meriti la libertà e quando il dittatore sarà rimosso esso potrà diventare un esempio per tutto il Medio Oriente di una nazione vitale, pacifica e in grado di governarsi da sola.
Le decadi di crudeltà hanno raggiunto la fine. Saddam Hussein e i suoi figli devono abbandonare l'Iraq entro 48 ore. Il loro rifiuto di farlo si tradurrà in un conflitto militare che inizierà quando meglio noi riterremo.
Se Saddam Hussein dovesse scegliere il confronto, il popolo americano sa che ogni misura per evitare la guerra è stata presa, così come sarà presa ogni misura per vincere.
Una pietra miliare sulla strada della democrazia.
Il prezzo per toglierlo di mezzo è stato troppo alto. Il terrorismo islamico s'è moltiplicato, i morti hanno partorito altri morti, continuano a partorire morti, partoriranno sempre più morti. E, come profetizzai [...], prima o poi ci ritroveremo con una Repubblica Islamica dell'Iraq. Ossia con un paese nel quale i mullah e gli imam impongono i burkah, lapidano le donne che vanno dal parrucchiere, impiccano la gente allo stadio. Quindi tanto valeva tenersi Saddam Hussein. Guardi, io non mi stancherò mai di ripeterlo: la democrazia non si può regalare come una stecca di cioccolata. La democrazia bisogna conquistarsela. Per conquistarsela bisogna volerla. Per volerla bisogna sapere cos'è. Gli iracheni non lo sanno. Ancor meno la capiscono. E di conseguenza non la vogliono. Non tanto perché sono diseducati da ventiquattr'anni di dittatura feroce quanto perché sono mussulmani: assimilati dalla teocrazia e incapaci di scegliere il proprio destino. La teocrazia non insegna a ragionare, a scegliere, a decidere il proprio destino. Insegna a subire ubbidire servire un Dio che è un padrone assoluto, un sovrano che controlla ogni momento e ogni aspetto della tua vita, un tiranno peggiore di Saddam Hussein.
Saddam se ne frega dei suoi soldati.
Un codardo che si nasconde nei bunker mentre il suo popolo muore.
Ha voluto essere per il suo popolo un «assoluto», cioè una sorta di destino che opera il bene anche se deve sacrificare milioni di persone. Non era amato, ma nessuno poteva dimostrarlo. Ha finito per credere alla sua stessa demagogia. Tutti quelli che hanno tentato di opporglisi sono stati liquidati fisicamente. Era un assoluto come Stalin, come Dio, come una fatalità del cielo. Oggi la sua disfatta è una terapia per l'avvenire del mondo arabo.
Saddam è calmo. Lui che aveva tolto tanta dignità al suo popolo, nel suo cappotto nero avanza con dignità. Ha saputo come comportarsi di fronte alla morte, forse senza ricordare la morte che aveva somministrato a tanti suoi cittadini.
Saddam è stato condannato e giustiziato per dare l'esempio, ma a che vale quell'esempio in un paese impantanato nel caos e nella guerra civile? A che cosa vale quella giustizia resa tra le macerie di un paese che non è più un paese ma un campo di battaglia occupato da eserciti stranieri?
Saddam ha pagato per i suoi crimini, non per tutti i suoi crimini. Ma la pena di morte è una barbarie della stesse specie cui appartiene la mentalità di Saddam. Non doveva essere giudicato soltanto un individuo, che certamente è un uomo spregevole, certamente è un criminale, ma il suo sistema, che gli sopravvive e gli sopravviverà a lungo: il sistema di una dittatura proveniente dal partito unico, che schernisce tutti i diritti dei cittadini, che uccide e condanna a morte senza processo uomini sospettati di opporsi a quel sistema.
Se io fossi Saddam Hussein, comincerei col radermi i baffi. Poi andrei nel mio villaggio natale a raccogliermi sulla tomba dei miei avi. Pregherei perché Dio, il mio popolo e i miei figli mi perdonassero. Chiederei perdono alle centinaia di migliaia di famiglie che hanno perso uno o due dei loro cari nelle due guerre inutili che ho provocato, quella stupida e gratuita contro l'Iran e poi quella orribile e assolutamente ingiusta che ho suscitato invadendo il Kuwait. Nutrito fin dall'infanzia di leggende eroiche in cui il sangue era più generoso dell'acqua, ho creduto che il destino avesse scelto me come eroe di questa nazione. Chiederei perdono agli orfani, alle vedove, a quanti sono sopravvissuti con un corpo mutilato, e poi mi rivolgerei ai morti, quelli che ho fatto chiamare "martiri", e direi loro che a mandarli a morire sono stati il mio orgoglio e la mia smisurata ambizione. Mi metterei in ginocchio, sì, io, Saddam, colui che ha creduto di far piegare la maggiore potenza del mondo, e implorerei il loro perdono per aver sbagliato. Poi mi rivolgerei al mio popolo, che vive in condizioni difficili a causa dell'embargo, e dividerei con esso i miei beni materiali e le mie speranze perché l'Iraq torni un paese vivo, florido, libero e fiero.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026