Ritratto di Sándor Petőfi
Soma Orlai Petrich · Public domain

Frasi

Frasi di Sándor Petőfi

14 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Una raccolta di 14 citazioni di Sándor Petőfi, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.

Sándor Petőfi (poeta e patriota ungherese). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Sándor Petőfi

Avanti, avanti, dunque, il popolo e il poeta: / avanti attraverso l'acqua, avanti / attraverso il fuoco. / Maledetto colui che lascia abbattere / la bandiera del popolo: / maledetto colui che resta indietro / per ozio o per viltà: / maledetto chi all'ombra si riposa / mentre il popolo tribola e s'affanna... (da I poeti del secolo XIX)
Il tuo canto è come un limpido rintocco di campana / che si leva dal silenzio della puszta lontana.
Citato in Folco Tempesti, La letteratura ungherese, Sansoni/Accademia, Firenze/Milano, 1969, p. 101.
Leggo la Toldi per la sesta volta. È proprio un lavoruccio di una trama così sottile che io lo leggo la sesta volta, per poterne meglio capire la sua leggerezza. (da una lettera ad Arany del 9 settembre 1847. (Citato nell'Introduzione alla Toldi, p. 18)
Non riesco a concepire, come mai possano esservi alcuni, anche tra gente non comune, che non sanno o non credono come la semplicità sia la prima regola e superiore a tutte le altre, giacché se in qualcuno manca la semplicità, gli manca tutto. (da Lettere di viaggio)
Citato in in Paolo Ruzicska, Storia della letteratura ungherese, Nuova Accademia Editrice, Milano, 1963, cap L, p. 610.
Ove trovar si può cosa sì bella e buona / come dal libro tuo scintilla e splende? / Donde e chi sei? Diamante che abbaglia / dal fondo del mar compari ad un tratto. / Altri spoglia l'allor di poche foglie / tu sol coglier ne sai corona intera. (Citato nell'Introduzione alla Toldi, p. 19)

Poemetti e poesie scelte

Io mi avanzai, ella mi guardò; / rimasi affascinato. / La mia pipa accesa si spense, / il mio cuore spento si accese. (Introduzione, p. 7)
Che sei tu mai per me, o selvaggio e romantico paese / degli incolti Carpazi, colle tue pinete? / Posso ammirarti, ma non già amarti / e la mia fantasia non erra pei tuoi colli e le tue valli. // Laggiù, sulla terra dell'Alföld, piana come il mare, / là sono a casa mia, là è il mio mondo. / La mia anima è un'aquila liberata dalla prigione / allorché contemplo lo sterminato piano. // Mi sollevo nell'aria in quel pensiero / sopra la terra, presso le nuvole, / e sorridendo mi guarda la pianura / che si distende tra Danubio e Tibisco. // [...] // Sei bello, Alföld; per me, almeno, sei bello! / Qui fui tenuto in culla, qui io nacqui. / Qui si stenda su me il funebre lenzuolo, / qui su di me sia ammucchiata la terra del sepolcro. (da L'Alföld, pp. 168-170)
Non sono cattolico' / eppure ho fatto i miei digiuni, e grandi. / È bene che l'uomo abbia denti di ossa, / fu questo savio decreto degli dei, / poiché se i miei fossero stati di ferro / la ruggine li avrebbe corrosi. (da Un mio inverno a Debreczen, pp. 172-173)
Petőfi era protestante.
[...] Perché l'uomo non fu, come l'uccello, / creato colle ali? / che giova colle gambe andar lontano / e non in alto? / Che mi importa la lontananza / se bramo le altitudini ? // Anelavo all'altezza! Ah, come invidiavo / il destino del sole / che mette una cappa intessuta di luce / sulla sfera terrestre. / Ma qual pena poi vederlo alla sera trafitto, / e scorrere dal suo petto il sangue. / Pensavo: dunque così accade? dunque chi dà la luce / tale mercede riceve? (da La cicogna, p. 175)
Nessuno dica che non è bella la puszta; / essa ha pure le sue bellezze; / ma quelle, come il volto di pudica fanciulla, / ricopre un denso velo. / Dinanzi ai buoni conoscenti ed amici / essa lo abbassa / e l'occhio incantato in lei si fissa / poiché gli appare una fata. (da La cicogna, p. 177)
Io amo come l'uomo / forse non ha mai amato. / Io amo di un santo amore, / ma la mia cara non è fanciulla terrena. // Io amo una dea, / una proscritta dea: / la libertà. (da Io amo, p. 184)

Dicono di Sándor Petőfi

Comparve nel 1842 sui fogli dell'Ateneo un giovane poeta che diventò dipoi il più illustre genio della lirica ungherese. Questi fu Alessandro Petòfi, figura grandiosa e popolarissima e per l'ingegno straordinariamente splendido, e per le vicende, e per la parte presa nella rivoluzione, e finalmente per la eroica morte con cui gloriosamente sigillò le idee di libertà da lui sempre professate. Il Petòfi è il primo che trova le espressioni felici e semplici della fantasia e dello spirito nazionale; il primo che seppe dare un carattere personale e originale alla sua lira; il primo, finalmente, che s'acquistò celebrità e gloria mondiale.
Il Petòfi è uno dei poeti più originali: le sue poesie sono vero e fedele specchio della sua vita, della sua personalità. Il contenuto di esse è infatti quasi tutto soggettivo: anche allora che la fantasia prende le mosse dal mondo esterno o dal pensiero altrui, giunge come a riposarsi sull'animo dello scrittore: ciò fa che il suo volume prenda un carattere personale, che ci svela le lotte del pensiero e i segreti del cuore di questo giovane e baldo ingegno.
Scorrendo le sue eterne pagine, scendiamo nelle più intime pieghe dell'anima sua; là dentro v'è un mondo, di passioni tumultuanti, frementi, v'è un grido di guerra alla società come la tirannide l'avea fatta; v'è un inestinguibile amore di patria, un orgoglio nazionale che manca l'eguale; v'è un odio mortale contro gli oppressori della patria, un grido feroce alla libertà, agli uomini avviliti e oppressi: – ed egli raccolse quel grido e lo gettò, maledizione contro il creato, ripetuto in mille modi, ma sempre con la stessa energia.

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026