Frasi
Frasi di Sibilla Aleramo
21 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 21 citazioni di Sibilla Aleramo, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Sibilla Aleramo (scrittrice e poetessa italiana). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Sibilla Aleramo
Ciò che è sottile è incomunicabile. O tu intuisci la mia essenza, o tutto è vano.
Di quattro anime, una soltanto ha camminato con obbedienza, senza violenza, nella via del Signore, dal primo istante all'ultimo. Una soltanto ha amato l'indicazione di Dio, l'ha seguita tremando ma senza dubitare. Le altre, tu, lei, Michele stesso, vi siete sollevati contro, avete gridato, avete voluto sostituire l'azione vostra a quella della Verità, tremenda ma semplice ma chiara ma feconda di vita.
La verità, era, è, nel nostro amore.
La maternità rivela a tutte le donne il loro istinto di espansione.
La vita è grande. Le possibilità di farla sempre più grande sono infinite. Siamo nati per vincere, per affermare, per l'eroismo, per il martirio, per l'intimo accordo con il mistero. Crudele, ma gloriosa offerta: chi la respinge abdica alla propria profonda realtà.
Amo dunque sono – Citazioni
L'organismo femmineo, anche il più sano, dinanzi ai suoi malesseri periodici si trova sempre indifeso, e umiliato. Anche se la sua vita sessuale ha percorso già gran parte del proprio ciclo. Anzi, riprova allora quel vago stupore e smarrimento ch'ebbe nell'adolescenza. Una sensazione selvatica, pudibonda e triste, una brama di fuga, di seppellimento... Nessuna poetessa ancora, in un superamento eroico, ha analizzato ed espresso questa condizione animale e sacra, queste pause durante le quali la vita dello spirito sta sospesa in un alone torbido... (p. 21)
La commedia della vita è questa, che i ritorni non coincidono quasi mai con l'attesa. (p. 35)
E se tu fossi una creazione del mio desiderio? Il fiore supremo della mia vita e della mia arte? (p. 95)
Quali prati ci aspettano, verdi, folti, iridati di genziane, per affondarvi insieme i nostri volti? (p. 112)
Andando e stando
Ed anche quando un barlume d'originalità trapela altrove che nel sensualismo, ad esempio nelle delicatissime impressioni mistiche d'una Marguerite Audoux o nell'aspro sentimento materno d'una Sauvage, troviamo sempre soltanto dei frammenti, nei quali le poetesse hanno ceduto al loro impulso senza lasciar tempo mai alla sostanza poetica di riposarsi e purificarsi nella meditazione. (Parte seconda, p. 64)
Colette Willy ha due rifugi contro le insidie della vita torpida e schiava: la sua penna e la sua danza. Ch'ella scriva in prosa musicale, o ch'ella seminuda fra veli azzurri traduca in gesti ritmici la propria immaginazione or feroce or voluttuosa or puerile, il motivo è uno solo sempre: evadere dal mondo circostante, dai urgenti e miserandi come dall'amore e dall'odio: evadere dalla pietà e dalla passione come dalla paura e dall'inganno. (Parte seconda, p. 69)
[...] fra tanta produzione teatrale francese che ingombra le nostre scene e i nostri scaffali, questo lavoro d'una giovine donna esordiente ha caratteri singolari di serietà e di forza. Non è, come in Francia alcuni hanno osato affermare, la rivelazione d'un genio; anzi, ciò che vi difetta, a mio parere, è appunto la genialità: assai più che davanti ad una vera opera di creazione, siamo davanti ad un'opera critica. Come tale essa è profondamente interessante. (Parte seconda, pp. 99-100)
Conquisa dallo scintillìo della equazione psicologica balenatale al cervello, M.lle Lenéru non s'è curata di ciò che le anime umane hanno di anti-matematico, o per dir meglio, di ciò che nelle anime umane trascende la matematica e diventa musica, musica che soltanto i veri poeti sanno ghermire. (Parte seconda, p. 102)
Una cosa noi odiamo, è vero: ma in noi, non negli altri: la pace. C'è in noi un odio istintivo, celato, misterioso, per la nostra pace, pur tanto dolce e benedetta, un odio che ci trae a soffrire e a far soffrire... (Parte terza, p. 159)
Chi aveva mai pensato in tanti anni ad una Alessandrina Ravizza nata non soltanto per darsi ma anche per prendere? La sua natura originaria ella stessa pareva ormai ignorarla: l'individualità altruistica che tutta Milano venerava era una creazione quotidiana della sua volontà, della sua forza enorme, era, sì, una meravigliosa opera del suo genio, ma non era lei... Taluno spirito ha veduto lei balenare in qualche attimo, lampeggiare e ritrarsi sgomenta... Una, due parole sue io custodisco sacre, sue, spremute dal nodo occulto del suo essere, tragiche. Com'era stata avara della sua profonda realtà la grande prodiga, la grande libertaria! (Parte terza, pp. 164-165)
Era bella , se son belle le cime ghiacciate dei miei monti. Non vedrà più la primavera. M'aveva accennato una volta, tentando indirettamente di placare un mio affanno, alla tetraggine che la sua intellettualità slava provava a tratti per l'eterno ritorno delle stagioni, delle apparenze. Ma anche più non vedrà quella che il suo temperamento latino adorava, perpetua imprevedibile varietà della vita. Che piega profonda attorno alla sua bocca, dura, d'una che è sola e lontana e non sa e non chiede. Che linee radianti infinite dalla sua fronte, bella, di condottiera, bella come quelle delle più sacre maschere.
Domani sarà bruciata. Che calma vertigine per gli occhi la neve! Tanti anni che non vedevo neve cadere così! (Parte terza, pp. 167-168)
Frasi da «Una donna»
Sapevo d'aver tentato di morire, sapevo che tutto si cambiava attorno a me, e ch'io avrei dovuto camminare ancora; vedevo ombre e luci alternarsi rapide; ma non provavo né timori, né speranze, né ripulsioni, né dubbî: al più una vaga fiducia, come un abbandono timido, quasi inconscio. Sulle labbra conservavo il sapore amarognolo del veleno, e la testa era di una debolezza straordinaria; ogni leggero rumore l'intronava, mi toglieva la percezione nitida delle cose. (p. 120)
Alfine mi riconquistavo, alfine accettavo nella mia anima il rude impegno di camminar sola, di lottare sola, di trarre alla luce tutto quanto in me giaceva di forte, d'incontaminato, di bello; alfine arrossivo dei miei inutili rimorsi, della mia lunga sofferenza sterile, dell'abbandono in cui avevo lasciata la mia anima, quasi odiandola. Alfine risentivo il sapore della vita, come a quindici anni. (pp. 140-141)
Chi osava ammettere una verità e conformarvi la vita? Povera vita, meschina e buia, alla cui conservazione tutti tenevan tanto! Tutti si accontentavano: mio marito, il dottore, mio padre, i socialisti come i preti, le vergini come le meretrici: ognuno portava la sua menzogna, rassegnatamente. Le rivolte individuali erano sterili o dannose: quelle collettive troppo deboli ancora, ridicole quasi di fronte alla paurosa grandezza del mostro da atterrare! (pp. 148-149)
Ubbidisci al comando della tua coscienza, rispetta sopra tutto la tua dignità, madre: sii forte, resisti lontana, nella vita, lavorando, lottando. Consèrvati da lontano a noi; sapremo valutare il tuo strazio d'oggi: risparmiaci lo spettacolo della tua lenta disfatta qui, di questa agonia che senti inevitabile! (p. 252)
Perché nella maternità adoriamo il sacrifizio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell'immolazione materna? Di madre in figlia, da secoli, si tramanda il servaggio. È una mostruosa catena. Tutte abbiamo, a un certo punto della vita, la coscienza di quel che fece pel nostro bene chi ci generò; e con la coscienza il rimorso di non aver compensato adeguatamente l'olocausto della persona diletta. Allora riversiamo sui nostri figli quanto non demmo alle madri, rinnegando noi stesse e offrendo un nuovo esempio di mortificazione, di annientamento. Se una buona volta la fatale catena si spezzasse, e una madre non sopprimesse in sé la donna, e un figlio apprendesse dalla vita di lei un esempio di dignità? Allora si incomincerebbe a comprendere che il dovere dei genitori s'inizia ben prima della nascita dei figli, e che la loro responsabilità va sentita innanzi, appunto allora che più la vita egoistica urge imperiosa, seduttrice. (pp. 252-253)
La giustizia non può venir soffocata, perché arde. Io non domando fama, domando ascolto. (p. 285)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026