Frasi
Frasi di Silvio Benco
8 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 8 citazioni di Silvio Benco, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Silvio Benco (scrittore, giornalista e critico letterario italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
"Il Piccolo" di Trieste – Citazioni
È noto il metodo del giornalismo irredentista. Sempre cercare di vedere il meglio di tutto quanto avveniva in Italia, sempre dir bene delle cose italiane, sempre divulgare l'ammirazione per i migliori uomini della Nazione; dall'altra parte cercar di parlare dell'Austria il meno possibile; se possibile, parlarne male; considerare con occhio severo e pessimista i conflitti risultanti dalla struttura eterogenea dell'impero, suggerire l'impressione che esso si reggesse soltanto a forza di soprusi iniqui e di rabberciamenti disperati; far sentire come alcunché di fatale il suo futuro dissolvimento. (pp. 92-93)
Sempre evitato per Francesco Giuseppe, quel «nostro Imperatore» che gli austriacanti avrebbero voluto mantenere in uso, e anche il semplice appellativo «l'Imperatore», preferendosi designarlo come un dignitario lontano, con la forma aulica S. M. l'Imperatore o anche S. M l'Imperatore d'Austria-Ungheria. Il Re d'Italia, invece, quanto più spesso si potesse, era chiamato semplicemente «il Re» oppure affettuosamente Re Umberto o Re Vittorio. Le sedute della Camera italiana erano riferite in lungo e largo come se vi si discutessero le leggi che riguardavano le popolazioni giuliane; quelle del Parlamento austriaco erano riferite invece diffusamente soltanto quando vi si udissero critiche micidiali e vi scoppiassero il tumulto babelico e lo scandalo. (p. 93)
[...] quando Benito Mussolini soggiornando a Trento, redattore del giornale di Cesare Battisti, imparava a conoscere la stampa degli irredenti, il futuro Primo Ministro scriveva all'attuale direttore politico del Piccolo, allora giovane alle prime armi, queste parole: «Se vuoi entrare nel giornalismo scrivi nel Piccolo di Trieste: è il solo giornale italiano che compensa puntualmente i suoi collaboratori». Parole che hanno quasi segnata la strada a chi le ricevette. (p. 109)
Questo, delle alte sfere di Roma, era anche l'ambiente naturale di Teodoro Mayer. Sembrerà cosa strana , ma è pur vero che il fondatore di un giornale, che dovette all'intuizione dell'anima popolare il primo slancio della sua straordinaria fortuna, non aveva personalmente le prerogative dell'uomo popolare. La mancanza assoluta del tono demagogico, il ponderato temperamento, il metodo analitico del pensiero, l'abitudine di trasmettere nella parola meglio la precisione tagliente del giudizio che il calore dei movimenti appassionati, non furono mai cose che avvincessero la folla ad un uomo. (p. 147)
L'incendio , fin dal primo istante, fu vasto, veemente, e le fiamme grandeggiarono terribili. Due guardie a cavallo, lanciate a briglia sciolta, corsero al posto principale dei vigili fuoco; intanto già altri, con telefonate, avevano dato l'allarme, e il carro dei vigili partiva. Chiamati da ogni parte, in una città invasa dal delirio del fuoco, quei militi già da alcune ore andavano compiendo prodigi di abnegazione e di valore. Ma in nessuno dei tanti posti dove furono chiamati a combattere con le fiamme, ebbero essi a sostenere una lotta così feroce con una canea d'ossessi come dinanzi al braciere ardente del Piccolo. Non erano entrati in Piazza Goldoni, e già il carro era attorniato da un gruppo di energumeni, che pretendevano farlo volgere indietro e per un quarto d'ora tenero fermi gli spegnitori con randellate e minacce. (p. 227)
Dicono di Silvio Benco
Benco non è uomo facile, uno di quegli uomini immediati e «per tutti»: vuole esser capito. Il suo, è un fervore basso, un calore coperto: quanto Benco dice – ed esprima pure un sentimento, dia voce ad un moto dell'animo, tenti un'impressione soltanto – ogni parola ch'egli dice, è passata prima attraverso la fermezza della sua intelligenza.
Nonostante il suo bel nome italiano – l'incontro con Benco ogni volta ha una particolare difficoltà, che fa pensare all'impaccio espansivo dei nordici. Magro, alto nella figura, mite e lontano nella faccia rossiccia; ogni volta, al principio del discorso, sembra che l'occhio di Benco, pur non distraendosi dal vostro, si ritiri e si allontani. Quasi ogni volta occorresse con lui rompere di nuovo il ghiaccio estraneo di una distanza: e la conoscenza vecchia non continuasse, ma fosse ancora da stabilire, da cominciare.
Salgo a Villa Opicina, sul confine del Carso. Abitava qui Silvio Benco. Partiva ogni domenica per l'interno del Carso, lui solo, inclinato su un fianco, la barbetta da capra, il passo un po' zoppo e il bastone. Si fermava a mangiare nell'osteria dove lo portava il caso, e dove poteva incontrare l'umanità che gli piaceva, la piccola umanità di osti-contadini e pastori.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026