Frasi
Frasi di Sinclair Lewis
17 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 17 citazioni di Sinclair Lewis, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Sinclair Lewis (scrittore e drammaturgo statunitense). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Sinclair Lewis
Cosa è l'amore? È la stella del mattino e quella della sera.
Io non sapevo che la Bibbia fosse poesia! Pensavo che non fosse altro che religione!
Non sono esattamente sicuro di cosa questa qualità mistica dello «stile» possa essere, ma trovo la parola così spesso citata negli scritti dei critici minori che suppongo che esso esista.
Qui non può succedere – Citazioni
Con tutto il malcontento del paese a trascinarlo, il senatore Windrip ha altissime probabilità di essere eletto presidente il prossimo novembre, e se così sarà, probabilmente la sua banda di avvoltoi ci spingerà in qualche guerra, semplicemente per ingrassare la sua folle vanità e mostrare al mondo che siamo la nazione più forte in circolazione. E allora io, il Liberale, e te, il Plutocrate, il finto Conservatore, saremo trascinati fuori e fucilati alle tre del mattino. (cap.2)
Perché hai tanta paura della parola "fascismo", Doremus? È solo una parola, solo una parola! E potrebbe non essere così male, con tutti gli scansafatiche che abbiamo oggigiorno a elemosinare i sussidi e vivere sulle tasse sul reddito mie e tue... potrebbe non essere così peggio avere un vero uomo forte, come Hitler o Mussolini, come Napoleone o Bismarck dei bei tempi andati, e lasciargli davvero guidare il paese rendendolo di nuovo efficiente e prospero. In altre parole, avere un dottore che non tolleri obiezioni, ma comandi a bacchetta il paziente e lo faccia stare meglio, volente o nolente! (cap. 2)
Niente esalta un contadino spossessato dei suoi averi o un operaio che riceve un sussidio tanto quanto l’avere una razza, qualunque essa sia, da guardare dall’alto in basso. (cap. 11)
E comunque avevano gli ebrei e i neri da guardare con disprezzo, ogni giorno di più. […] Ognuno è re, finché può guardare qualcun altro dall’alto in basso. (cap. 17)
Ascolta, Karl: hai sempre detto che la differenza tra socialisti e comunisti era che voi credevate nella completa proprietà di tutti i mezzi di produzione, non solo di quelli essenziali; e che voi ammettevate l’idea di una lotta di classe violenta, mentre i socialisti no. Sono sciocchezze! La vera differenza è che voi comunisti siete al servizio della Russia. È la vostra terra promessa. Be’, la Russia è in tutte le mie preghiere, dopo la mia famiglia e il Capo, ma il paese che mi interessa rendere più civile e proteggere dai suoi nemici non è la Russia, è l’America. È una cosa banale da dire? Be’, non sarebbe banale per un compagno russo dire che ha a cuore la Russia! E l’America ha sempre più bisogno della nostra propaganda. Un’altra cosa: io sono un intellettuale piccolo borghese… Non userei mai una definizione così sciocca per descrivermi, ma dato che voi rossi avete coniato il termine, me lo dovrò far andar bene. La mia classe sociale è quella, e quella mi interessa. I proletari probabilmente sono gente nobilissima, ma non credo proprio che i loro interessi siano gli stessi di quelli degli intellettuali piccolo borghesi. Loro vogliono il pane. Noi vogliamo… sì, dai, dillo, vogliamo le brioche! E quando un proletario diventa ambizioso al punto di volere anche lui le brioche, be’, in America diventa subito un intellettuale piccolo borghese, se ci riesce! (cap. 20)
Adesso capisco perché uomini come John Brown sono diventati pazzi assassini! (cap.23)
Se sento un’altra volta quella frase sulla frittata, potrei commettere io stesso un omicidio! Serve solo a giustificare le atrocità sotto ogni dittatura, fascista, nazista, comunista o dei sindacati americani. Frittata! Uova! Perdio, l’anima e il sangue della gente non sono gusci d’uovo che i tiranni possono rompere! (cap. 24)
Eludendo i sospetti di Emma e Sissy, ma anche di Buck e Lorinda, prese da parte Julian: «Senti, ragazzo. Penso che sia arrivato per me il tempo di fare un po’ di alto tradimento. […] Avrai capito che i comunisti sono troppo teocratici per i miei gusti. Ma ho l’impressione che abbiano più coraggio, devozione e ingegno strategico di chiunque altro dopo i primi martiri cristiani, a cui peraltro assomigliano per via della villosità e della passione per le catacombe. Voglio mettermi in contatto con loro e vedere se c’è del lavoro sporco che posso fare… tipo distribuire un po’ di volantini paleocristiani di san Lenin agli incroci. (cap. 25)
«Sì. Andare via da te e da me stessa. Il mondo è incatenato, e io non posso essere libera di amare finché non avrò contribuito a strappare queste catene.» «Il mondo non sarà mai libero dalle catene!» (cap. 27)
Nessuno di loro, certamente non Doremus, si lamentava. Si abituarono a dormire in un condensato di fumo di tabacco e fetore umano, a mangiare stufati che li lasciavano sempre nervosamente affamati, a non avere più dignità o libertà di una scimmia in gabbia, esattamente come un uomo si abitua all’oltraggio di dover sopportare un cancro. Solo che tutto questo lasciava in loro un odio omicida verso i loro oppressori, tanto che essi, tutti uomini di pace, avrebbero volentieri impiccato ogni Corpo, buono o cattivo che fosse. Ora Doremus capiva molto meglio John Brown. (cap. 31)
L’Attesa. Divenne qualcosa di distinto, tangibile, personale e reale come il pane o l’acqua. Quanto tempo sarebbe rimasto lì? Quanto tempo sarebbe rimasto lì? Se lo chiedeva notte e giorno, quando si addormentava e quando si svegliava, e accanto alla sua branda vedeva il fantasma dell’Attesa, uno spettro grigio e ripugnante. (cap. 31)
Sulla «Voix littéraire» di Parigi, l’illustre e geniale professore di letteratura Guillaume Semit scrisse con la sua consueta sensibilità: […] Peccato, ahimè, che la Francia e la Gran Bretagna si dibattano ancora nella melma del parlamentarismo e della cosiddetta democrazia, sprofondando ogni giorno di più nel debito e nella paralisi industriale, a causa della codardia e del conservatorismo dei nostri politici liberali, uomini deboli e antiquati che temono di scegliere il fascismo o il comunismo; che non osano – o che sono troppo avidi di potere per volerlo fare – abbandonare metodi ormai superati, come i tedeschi, gli americani, gli italiani, i turchi e altri popoli davvero coraggiosi, e porre il controllo sano e scientifico dello stato totalitario e onnipotente nelle mani di uomini risoluti! (cap. 31)
Anche un esercito di schiavi doveva essere persuaso di essere composto da uomini liberi che combattevano per la libertà, altrimenti quelle canaglie avrebbero potuto passare dall’altra parte e unirsi al nemico! (cap. 35)
Da giornalista qual era, Doremus ricordava che gli unici giornalisti che travisavano e nascondevano i fatti con maggior spregiudicatezza dei capitalisti erano i comunisti. Temeva che la lotta che tutto il mondo contemporaneo era chiamato a combattere fosse non quella del comunismo contro il fascismo, ma quella della tolleranza contro il bigottismo predicato in ugual misura dal comunismo e dal fascismo. Ma capiva anche che in America questa lotta era inquinata dal fatto che i peggiori fascisti erano quelli che rinnegavano la parola «fascismo» e predicavano la schiavitù del capitalismo come parte della Libertà Costituzionale e Tradizionale del Popolo Americano. Perché erano ladri non solo di salari ma anche di onore. E a tale scopo osavano citare non solo le Scritture ma anche Jefferson. (cap. 36).
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026