Frasi
Frasi di Tahar Ben Jelloun
87 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Qui trovi 87 frasi di Tahar Ben Jelloun: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.
Tahar Ben Jelloun (scrittore, poeta e saggista marocchino). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Tahar Ben Jelloun
Gli Afghani non hanno bisogno di giustificazioni di ordine religioso per fare ciò che oggi fanno nei confronti della popolazione femminile. Ben prima della guerra con i Sovietici, gli Afghani avevano costumi brutali e si comportavano con le donne con la stessa violenza. Oggi coprono la loro brutalità con un discorso islamista.
L'immagine del mondo arabo-musulmano è delle peggiori. È sufficiente viaggiare e osservare le cose per constatare quanto essere arabo e musulmano sia oggi un handicap, una difficoltà, una ferita. Ogni giorno in Algeria vengono assassinate persone (31 mercoledì 6 novembre a Blida), ogni giorno in Afghanistan si compiono dei massacri o si emanano nuove leggi totalitarie. La stampa non gli accorda più molto spazio. Ormai è diventata una routine. Perché il tribunale internazionale non dovrebbe occuparsi di questi crimini contro l' umanità? Perché si limita alla sola ex Jugoslavia? Un crimine è un crimine.
A un certo momento, l'Iran è apparso come il leader di un rifiorire dell'Islam, un Islam politico che si fa promotore della rivincita dell'oppresso contro l'oppressore. In quel caso si trattava di liberarsi del regime dello scià e dei paesi occidentali che lo appoggiavano. Era una guerra politica fatta in nome di una "purificazione" delle mentalità. Fu così che il fondamentalismo, vale a dire un ritorno ai fondamenti dell'Islam, assunse un forte rilievo e diede inizio a una fase di arretratezza le cui vittime furono le donne e le libertà dell'individuo. E si è puntato a scatenare una guerra tra l'Occidente giudeo-cristiano e l'Islam parlando di scontri tra civiltà.
L'Iran di oggi vorrebbe chiudere con quell'epoca in cui la parola di Khomeini era assoluta, indiscutibile e di conseguenza irrazionale. Qualsiasi sviluppo abbiano quelle manifestazioni, il popolo iraniano si sta incamminando verso un'altra rivoluzione, quella della modernità. E non è un caso se le donne sono all'avanguardia di questa volontà di cambiamento.
Ciò che i Talibani fanno in Afghanistan è puro e semplice vandalismo. Il vandalo è innanzitutto un ignorante, un essere primitivo, privo di cultura, di pensiero e soprattutto di libertà. I Talibani confondono il XXI secolo con la "Jahiliya", l'età delle tenebre, vale a dire l'epoca preislamica durante la quale gli arabi adoravano idoli in pietra. La distruzione delle statue e di altri idoli fu uno dei primi gesti dei Compagni del profeta che diffondevano l'islam. Ma tutto questo aveva un senso: Dio non è un oggetto, è un'idea, è l'anima dell'umanità. L'Islam nasceva appunto da una reazione contro quell'adorazione instabile, priva di spirito. I Talibani, che hanno dimostrato in tutti i modi di non aver compreso nulla dello spirito dell'Islam, si sono sentiti autorizzati a tornare indietro di quindici secoli per assassinare la memoria di una cultura millenaria.
Il Mollah Mohamed Omar, che ha dato l'ordine di distruggere le statue dei buddah, vero patrimonio della cultura universale, agisce in nome "della virtù e della lotta contro il vizio". Ma è in contraddizione con lo spirito del Corano e dell'Islam, che postula l'acquisizione del sapere e il rispetto della cultura altrui. Inoltre, essendo un leader politico, non può erigersi a capo religioso, nella misura in cui il sistema delle gerarchie è proscritto dall'Islam. I testi dicono infatti che nell'islam non esiste "sacerdozio".
Se io fossi Saddam Hussein, comincerei col radermi i baffi. Poi andrei nel mio villaggio natale a raccogliermi sulla tomba dei miei avi. Pregherei perché Dio, il mio popolo e i miei figli mi perdonassero. Chiederei perdono alle centinaia di migliaia di famiglie che hanno perso uno o due dei loro cari nelle due guerre inutili che ho provocato, quella stupida e gratuita contro l'Iran e poi quella orribile e assolutamente ingiusta che ho suscitato invadendo il Kuwait. Nutrito fin dall'infanzia di leggende eroiche in cui il sangue era più generoso dell'acqua, ho creduto che il destino avesse scelto me come eroe di questa nazione. Chiederei perdono agli orfani, alle vedove, a quanti sono sopravvissuti con un corpo mutilato, e poi mi rivolgerei ai morti, quelli che ho fatto chiamare "martiri", e direi loro che a mandarli a morire sono stati il mio orgoglio e la mia smisurata ambizione. Mi metterei in ginocchio, sì, io, Saddam, colui che ha creduto di far piegare la maggiore potenza del mondo, e implorerei il loro perdono per aver sbagliato. Poi mi rivolgerei al mio popolo, che vive in condizioni difficili a causa dell'embargo, e dividerei con esso i miei beni materiali e le mie speranze perché l'Iraq torni un paese vivo, florido, libero e fiero.
Nasser ha influenzato molto diverse generazioni di cittadini e anche di dirigenti arabi. Gheddafi è un suo discepolo, con meno carisma e qualche errore grave in più. Hafez El Assad, che ha regnato dispoticamente sulla Siria, era un uomo distante e temuto. Ha nutrito il culto della personalità esercitando una dittatura ferma e discreta sul suo popolo. Il figlio che gli è succeduto sembra seguire le orme del padre. Niente democrazia, niente libertà pubblica. Il popolo è inquadrato. Questo modo di fare politica è efficace ma, come si dice in arabo, «la paura non è il rispetto». Saddam, che è stato il fratello nemico di El Assad (i due dirigenti provenivano dal partito Baath, laico e socialista) ha ricalcato il suo sistema su quello del vicino, ma con minore intelligenza e con una sete di potere smisurata. Ha voluto essere per il suo popolo un «assoluto», cioè una sorta di destino che opera il bene anche se deve sacrificare milioni di persone. Non era amato, ma nessuno poteva dimostrarlo. Ha finito per credere alla sua stessa demagogia. Tutti quelli che hanno tentato di opporglisi sono stati liquidati fisicamente. Era un assoluto come Stalin, come Dio, come una fatalità del cielo. Oggi la sua disfatta è una terapia per l'avvenire del mondo arabo.
Non conosco bene le notti di Napoli. Le intuisco. So che il sonno è lento e i sogni fecondi, conosco la superficie delle cose che si assentano per fare di Napoli un ricordo ostinato, un'immagine all'ombra della vita insolente, dare un gusto amaro alla bocca dai denti anneriti dal tabacco, denti rotti, denti cariati, un'immagine di ruggine e splendore, luci al neon e squarci di cielo. Napoli, viscere d'Italia, ventre insolito del mondo, innalza lentamente i suoi vicoli fino al cielo passando per le periferie del sogno.
Abdellah Taïa si è esiliato in Europa per timore di essere aggredito fisicamente da qualche fanatico. Sua madre aveva appreso con sgomento che il figlio non si sarebbe mai sposato, né mai le avrebbe dato dei nipotini; era affranta per la vergogna e il timore dei commenti di parenti e vicini. Ma Abdellah Taia aveva scelto, come ha detto lui stesso, «la via della libertà» e doveva «percorrerla fino in fondo».
Arrivando in Libia, già all'aeroporto ci si ritrova come catapultati nei tempi passati dei paesi totalitari dell'Est europeo. I poliziotti in uniforme o in borghese sono sospettosi e onnipresenti. Si ha la sensazione di essere arrivati in un paese immaginato da Georges Orwell e Franz Kafka insieme. Tutto è fermo, assurdo, strano. Si è spiati, sorvegliati, ci si sente a disagio. La prima notte trascorsa all'hotel l'ho passata in bianco. Impossibile conciliare il sonno. Se l'ambasciata di Francia non mi avesse soccorso, non sarei potuto restare in quel paese che mi faceva venire il mal di testa e i conati di vomito. Sono sensazioni non facili da spiegare.
Certo, Gheddafi è stato un dittatore sanguinario. Ha fatto torturare e massacrare migliaia di cittadini. E moltissimi sono quelli che ha fatto scomparire. Era un malato mentale, reso folle dal potere, privo di scrupoli. Il suo potere era tale da permettergli anche di fare dello spirito, imponendo le sue manie di divo folcloristico. Un personaggio odioso, che ha durevolmente infangato l'immagine degli arabi e dei musulmani finanziando il terrorismo un po' dovunque nel mondo. Un criminale, senza alcun dubbio. Ma il modo in cui è stato messo a morte è inaccettabile: non un arresto ma un'esecuzione, con la violenza che caratterizzava le sue concezioni e il suo modo di governare.
La "primavera araba" sta drenando sul suo passaggio un'inaudita violenza, riflesso dell'altra violenza che ha regnato per lunghi decenni in questi Paesi. Gli attacchi contro i copti in Egitto sono scandalosi, come lo è l'intolleranza di alcuni tunisini nei confronti di film o documentari che si prendono qualche libertà rispetto ai dogmi musulmani. La laicità non prenderà facilmente piede in questi Paesi in ebollizione, il cui futuro a breve termine suscita molte inquietudini. Morto Gheddafi, la Libia dovrebbe rinascere. Ma nessuno sa in quali condizioni, né con quale programma
Io non so quanti anni abbiano i figli di Bashar al-Assad. Sembra che li abbia fatti andare all'estero. Fa bene a proteggerli. Non ha tempo di occuparsene. Ma cosa importa. Che dei servizi di Stato torturino a morte un ragazzino la dice lunga sulla sua umanità, sulla sua visione del mondo e del potere.
Il regime siriano sa rispondere alla protesta pacifica solo con le armi e con questa forma viziata di barbarie. Più di 1200 morti dall'inizio delle manifestazioni. Discreditato, illegittimo, il regime di Damasco sarà prima o poi giudicato per i suoi crimini contro l'umanità. Nel frattempo, semina il terrore, ma la cosa straordinaria è il coraggio magnifico del popolo siriano, che scende in strada più volte a settimana, sapendo che sarà accolto solo da raffiche di mitra. Per molto tempo ci hanno fatto credere che questo popolo fosse fatto di spie e informatori. Per molto tempo sono stati evocati gli anni di piombo, in cui il minimo sospetto di opposizione veniva ridotto al silenzio definitivo. Ecco che la "primavera araba" ci fa scoprire un popolo di persone coraggiose, un popolo responsabile.
Quando i Taliban distrussero le due grandi statue del Buddha nella valle di Swat, a nord-est dell'Afghanistan, tutta l'emozione del mondo civile non bastò a fermare quell'impresa criminale, perpetrata in nome dell'Islam. È facile immaginare il piacere provato da quei pericolosi ignoranti per aver fatto esplodere una statua alta più di 40 metri, che risaliva a 1300 anni fa. Le nevrosi e le frustrazioni covano a volte nelle profondità nell'inconscio, per esplodere un giorno devastando il frutto di secoli di civiltà.
Che età hanno i suoi figli? Dormono bene? Sono stati dal dentista per prevenire la carie? Ci si preoccupa, si controlla che stiano bene e non manchino di nulla. Perché tutt'intorno alla loro casa, i cittadini in armi tentano di indurre il loro padre a tornare al suo primo mestiere di medico. Ma Bashar ha troppi impegni, non sa se la sera riuscirà a trovare il tempo di raccontare loro una favoletta per una buona notte con tanti bei sogni. Magari li ha mandati in un posto lontano, a Londra per esempio, per farli vivere al sicuro con la loro mamma.
Con l'appoggio della Russia e dell'Iran, Bashar sta conducendo una guerra spietata contro il suo popolo. Le cose si sono complicate con l'entrata in scena dell'islamismo radicale. Un bell'aiuto per la strategia di Bashar, che ha potuto dire al mondo: o resto io, o sarà il caos islamista! Poi, nell'agosto 2013, si è fatto uso di armi chimiche. Obama si è spazientito. Ma era solo uno scatto di nervi, un po' di malumore. Tutto qui. Gli europei aspettavano di vedere cos'avrebbe fatto l'America. Non fece nulla. Così si è data «licenza di uccidere» a un grande assassino, Bashar al Assad.
Poi, nel 2005 Abdellah Taia, nato a Rabat nel 1973, dà alle stampe il racconto «Le Rouge Tarbouche», in cui parla della sua omosessualità senza giri di parole; e la rivendica a pieno titolo nel romanzo «L'armée du Salut» (L'esercito della salvezza) pubblicato un anno dopo da Edition du Seuil (Parigi). La stampa marocchina se ne occupa per giudicarlo in termini per lo più spregiativi, scrivendo ad esempio: «Si è prostituito per piacere all'Occidente»; oppure: «A parlare non è lui, ma il suo posteriore»; o ancora: «Lo pubblicano e ne parlano solo perché è omosessuale».
Non critico gli occidentali, constato che hanno un comportamento con gli anziani che mi sciocca, ma al tempo stesso non faccio loro la morale, ognuno se la sbriga con i valori con cui vive. Noi in Marocco, e in generale nel mondo musulmano e arabo, abbiamo un valore essenziale che è il rispetto assoluto dei genitori, e degli insegnanti, di tutti coloro che ci insegnano qualcosa. Per noi è normale, ma non lo è del tutto in Occidente. I marocchini sono come tutti quanti: amano i soldi, amano il lusso, amano il piacere e tutto il resto. Ma al tempo stesso riconoscono la sacralità del padre e della madre.
Era un colonialismo un po' gentile perché non era l'Algeria, che era stata occupata dai francesi. Noi, in Marocco, eravamo un protettorato che non era simpatico ma nemmeno drammatico, non abbiamo fatto la guerra contro la Francia, ci sono stati alcuni giorni di violenza, tutto lì.
In quanto alla Sicilia da che mondo è mondo è stata sempre al centro della grande storia. [...] prima i commerci e le tante dominazioni, oggi l'approdo nelle sue coste di una catena di disperati. I natanti fanno rotta verso Lampedusa perché la Sicilia da sempre è terra di accoglienza. Brava gente con grande senso dell'umanità. Altrove, vedi in Spagna ma anche in Francia per molti versi, non è così. Il flusso purtroppo è destinato a ingrossarsi.
Se Gheddafi ha ordinato di sparare e di uccidere è perché sa di essere condannato, sa che presto o tardi dovrà lasciare il potere e il Paese, anche se il figlio ha promesso di dotarlo di una Costituzione. Ha deciso che non se ne andrà prima di aver annientato quanti più libici possibile. È un uomo tragico: si "difende" come se a essere attaccata fosse stata la sua casa. Perché la Libia è la sua casa, la sua tenda, un suo bene personale. Non capisce come si osi pretendere ciò che lui considera un bene proprio. Quindi uccide. Non ha alcun senso del diritto né di ciò che è legittimo o meno. Ha vissuto tutta la sua vita al margine di ogni legge internazionale. Tutto ciò che è giuridico non lo riguarda. Si ritiene al di sopra della legge e schiaccia con le armi pesanti i manifestanti che chiedono di vivere con dignità, in libertà e in democrazia, valori che non fanno parte del suo universo. Nel Libro verde ha inventato un nuovo modo di regnare e di sottomettere il popolo convincendolo di avere il destino nelle proprie mani. Una menzogna, una vergogna.
L’Islam in linea di principio è sempre una religione illuminata: sono gli individui che la interpretano in maniera letterale e irrazionale a farla apparire oggigiorno come foriera di violenza, guerra, terrore. Ma ai musulmani va comunque la responsabilità di non aver difeso la propria religione. Avrebbero dovuto reagire immediatamente quando si sono palesate persone che pretendevano di commettere attentati in nome dell’Islam. Chi ha aperto la strada a questo Islam violento è stato l’ayatollah Khomeini, che al suo arrivo a Teheran all'inizio della rivoluzione iraniana dichiarò: “L’Islam o è politica o non esiste”. In seguito Oussama ben Laden e la sua organizzazione Al Qaeda misero in pratica questa idea. Bisogna anche dire che nel 1979 c’è stata anche l’invasione sovietica dell’Afghanistan che, durante i dieci anni che è durata, ha spinto l’Arabia Saudita e altri Paesi musulmani ad inviare militanti armati in Afghanistan per lottare contro il comunismo e l’ateismo. Nascono così i gruppi Talebani che tanta infelicità hanno portato nella regione.
La Siria è una delle più grandi tragedie nella storia del mondo arabo. Sogniamo di vedere Bashar al-Assad e Putin, i due grandi massacratori del popolo siriano, comparire davanti a un tribunale internazionale. Purtroppo, però, ciò non accadrà mai perché prima di loro dovrebbe comparire il grande criminale di guerra George W. Bush. Dunque il mondo arabo rimane diviso e vive sotto la minaccia del terrorismo nel nome dell’Islam.
Napoli è una città che ha la struttura di un romanzo. Le strade sono piene di storie che chiedono di essere trascritte. Ma quello di Napoli può essere solo un romanzo barocco e surrealista, ma incompiuto, irrisolto, contraddittorio, dove convivono l'apoteosi della religione cattolica e della bestemmia.
Amo tutta la Sicilia. È fatta per gli amanti della vita, gli amanti dell'amore.
Boualem Sansal conosce il potere dall'interno, perché prima di pubblicare libri ha lavorato come ingegnere nel settore industriale. Conosce i metodi di questa dittatura militare e le sue manovre per accaparrarsi i beni procurati dalla manna del petrolio e del gas. Con coraggio Boualem Sansal ha sempre voluto continuare a vivere nel suo Paese. ... Il fatto che Macron nel luglio scorso abbia riconosciuto la sovranità del Marocco sul Sahara occidentale (territorio rivendicato dall'Algeria) ha reso i generali algerini folli di rabbia. Macron deve fare tutto il possibile per liberare lo scrittore e cittadino francese Boualem Sansal
I palestinesi hanno il senso dell'umorismo. È normale. Finché un popolo è senza Stato, senza esercito e senza polizia, resta capace di umorismo.
La Siria ha da sempre avuto a cuore l'idea di svolgere un ruolo determinante nella questione palestinese. È riuscita a tenere lontano dal Libano l'America, l'Europa e tutti quelli che non l'avevano capito hanno ricevuto messaggi sanguinosi. Gli attentati più spettacolari che sono stati commessi in Libano e che andavano a toccare gli interessi dell'Occidente sono stati opera di fazioni terroristiche delle quali è ben noto il rapporto di dipendenza da Damasco.
Il mondo arabo non è mai stato unito; la guerra del Golfo lo ha provato in modo eclatante e drammatico. Bisogna ammettere che questo mondo è composto da ventun paesi molto diversi fra loro, che hanno in comune una lingua e una religione. Ma questo non basta a fare un insieme omogeneo e coerente. La maggior parte di questi Stati è governata da uomini che non si preoccupano molto di legittimità e vera democrazia.
Entro certi limiti si può dire che i punti comuni ai ventuno Stati che lo compongono siano pochissimi. Certo, c'è la lingua, ma è la lingua classica, letteraria, quella del Corano e non quella dei popoli. Il popolo di ogni paese arabo ha il suo proprio dialetto. Come comunicare? Per parlarsi, bisogna essere degli intellettuali. Tuttavia un elemento costante nell'atteggiamento degli arabi c'è: hanno voglia di formare un unico paese, una sola entità politica e culturale. Il capo di Stato libico lo ha capito. Ne ha addirittura fatto il suo chiodo fisso, la sua ossessione: unire gli Arabi. Che lo vogliano o no. Le unioni fallite non si contano più. Oggi il mondo arabo è più che mai diviso, forse anche più di quanto non lo fosse prima della guerra del Golfo.
Ci si può domandare: ma cosa fa la lingua araba? A che serve? Gli arabi ne dimenticano perfino l'esistenza.
Hafez El Assad dice agli arabi: "Bisogna mobilitarsi per non farsi prendere alla sprovvista e non lasciarsi imbrogliare". Ma che cosa dirà al suo vicino, il re Hussein di Giordania, che lo accusa di volerlo destabilizzare da quando, nell'ottobre 1994, ha sottoscritto un trattato di pace con Israele? Che cosa dirà Arafat a Assad, visto che le relazioni non sono tanto buone? A che cosa serve un vertice che riunirà per le apparenze tanti capi di Stato che raramente riescono a sopportarsi?
Facciamo una diagnosi della situazione del mondo arabo: l'Algeria non va d'accordo con il Marocco; la Libia non va realmente d'accordo con nessuno Stato; l'Iraq è mal visto da tutti o da quasi tutti; la Siria non apprezza i popoli del Golfo né i giordani e ancor meno l'Iraq, suo nemico ereditario; l'Egitto rinfaccia al Sudan di aver tentato di far assassinare Mubarak; Arafat fa fatica a ristabilire le relazioni con le monarchie del Golfo che lo aiutavano finanziariamente fino al giorno in cui ha offerto il suo sostegno a Saddam... eccetera.
Povera Africa! Dopo le stravaganze barbare di Amin Dada, l'ex dittatore dell'Uganda, dopo le follie e i deliri di Bokassa che si era autoproclamato imperatore del Centrafrica, ecco che Mobutu, del tutto impunemente, cerca esilio nel mio paese, il Marocco, dopo aver regnato da padrone assoluto per 32 anni e aver accumulato una fortuna di quattro miliardi di dollari depredando il suo paese.
Povera Africa! Una terra ricca, una civiltà millenaria, uno straordinario continente di vita e di cultura che produce dei dittatori-predatori che prendono il potere con dei colpi di Stato e lo conservano con la forza, il terrore, la corruzione e persino con il sostegno e l'aiuto di alcuni paesi occidentali. Si viene così a sapere da John Stockwell, ex capo della Cia in Zaire, che tra le mani di Mobutu sono passati dai 20 ai 25 milioni di dollari sotto forma di aiuti dei servizi segreti e del governo americani. Anche l'Europa ha sostenuto Mobutu. C'erano in gioco troppi interessi. Oggi si viene a sapere che il patrimonio immobiliare del dittatore decaduto è stimato più di quattro miliardi di dollari. Ora si pone la questione di come recuperare quel denaro e di come usarlo in modo sano ed efficace perché il popolo dello Zaire possa mangiare a sufficienza e vivere dignitosamente.
Personalmente non ho fiducia in Kabila. Il suo percorso e i suoi metodi li conosciamo.
La persona di Mobutu non mi interessa. È malato e con ogni probabilità morirà nel suo letto, tra le sue lenzuola di raso e di seta. Non sarà il primo dittatore a morire tranquillamente. In compenso il sistema che ha istituito, il saccheggio sistematico del suo paese e l'avidità del suo arricchimento scandaloso non sono peculiarità soltanto sue. Dovrebbe essere giudicato da un tribunale internazionale che lo obbligasse a restituire il denaro sottratto. Infatti le banche hanno i loro principii, specialmente le banche svizzere che hanno rifiutato di congelare i beni di Mobutu. Bisognerebbe costringerlo a rendere conto del suo operato al suo popolo e al mondo prima che il cancro lo stronchi. Quanto a coloro che lo hanno sostenuto e utilizzato, anche loro dovrebbero presentare delle spiegazioni. Altrimenti non ci sarà più morale né giustizia e l'Africa continuerà ad essere quell'immenso teatro dove si recitano tragedie che si concludono con centinaia di migliaia di morti e di dispersi, di rifugiati e disperati.
Il suo scopo è evidentemente quello di consumare una vendetta personale contro l'America, il suo vecchio padrone, e di destabilizzare il regime saudita che ospita soldati americani sul suo territorio. Cerca, inoltre, di alimentare il risentimento dei musulmani, un risentimento che nel mondo arabo è molto diffuso, soprattutto dopo i bombardamenti sulla popolazione irachena e la repressione dei Palestinesi. Questo risentimento rischia di annebbiare i pensieri dei musulmani e impedire loro di dubitare e aprire gli occhi sulla realtà del male immenso che Bin Laden sta facendo all'islam e agli Arabi in tutto il mondo.
I Taliban rispecchiano tutte le malattie religiose costituite dall'ignoranza, dal fanatismo e dal terrore.
Davanti alle immagini delle barbe tagliate in massa a Kabul in segno di libertà, viene da domandarsi perché i Taliban si fanno crescere la barba e dove hanno scovato questa regola. E perché la barba non deve soltanto essere rigogliosa, ma anche lunga, folta e selvaggia. Si potrebbe trattare l'argomento con umorismo e ironia, se non fosse che è uno degli aspetti del totalitarismo dei Taliban che hanno stravolto l'Islam per farne un'ideologia detestabile. Portare la barba è obbligatorio, come per le donne nascondersi dietro un burqa.
La barba è un segno di allineamento. È per questo che gli afgani liberati dalla dittatura dei Taliban per prima cosa si sono rasati la barba e hanno ricominciato ad ascoltare la musica. Il profeta Maometto aveva la barba. I suoi compagni lo hanno imitato. Ma lui non obbligava nessuno a farsi crescere la barba e tantomeno a fare come lui. È come segno mimetico che i Taliban portano la barba. E poi è anche un segno di virilità, o, almeno, loro devono crederlo. Ciò che non è stato detto riguardo ai Taliban, e che d'altronde vale anche per gli islamisti algerini appartenenti al Gia (Gruppi islamici armati), è che al centro della loro nevrosi c'è la sessualità. La paura delle donne è la paura di sé, la paura della parte femminile che ogni uomo porta in sé. Per mascherare questa paura che viene da lontano, ci si fa crescere la barba. Ci si nasconde, ci si dissimula, si gioca con le apparenze. Nessun uomo barbuto riconoscerà che l'altro sesso gli fa paura.
Finche la barba non è un segno di appartenenza politica, finché è un elemento di seduzione, è tollerabile. Ma i Taliban non sanno che farsene della seduzione, perché conoscono soltanto il linguaggio della forza, della repressione sessuale, dell'odio per la diversità e soprattutto il linguaggio della chiusura.
Arafat era più di un capo di truppe, più di un politico che dialoga con i grandi del mondo. Era un simbolo, cioè un'immagine in cui milioni di persone si identificano e gli delegano il potere di parlare a nome loro. Il destino del simbolo è di trasformarsi in mito. Il mito si sfasa dalla realtà ed esce dal processo razionale che fonda le relazioni tra i cittadini e i loro rappresentanti.
Si è adoperato per inscrivere il popolo palestinese nella Storia, per dargli un'esistenza e una visibilità. Per ottenerlo ha fatto ricorso a tutti i mezzi, anche i più contestabili. Si dice che fosse autoritario, poco democratico, scaltro e astuto. Amava il segreto e coltivava le sue relazione come un feudatario. Era un oratore eccellente, qualità che nel mondo arabo è particolarmente apprezzata. Chi possiede il verbo seduce e conquista i voti dei più esitanti.
Dopo Nasser, il mondo arabo non ha più avuto un leader carismatico, amato e rispettato (Gheddafi sogna di accedere a quella posizione ma non ci riesce). Solo Arafat ha avuto il ruolo riconosciuto di guida al punto che certi palestinesi lo considerano come un profeta; il fatto che sia sfuggito a 17 tentativi di assassinio e a un incidente aereo lo rendeva intoccabile, forse perfino immortale. È per questo che lo piangono.
Saddam è calmo. Lui che aveva tolto tanta dignità al suo popolo, nel suo cappotto nero avanza con dignità. Ha saputo come comportarsi di fronte alla morte, forse senza ricordare la morte che aveva somministrato a tanti suoi cittadini.
Saddam è stato condannato e giustiziato per dare l'esempio, ma a che vale quell'esempio in un paese impantanato nel caos e nella guerra civile? A che cosa vale quella giustizia resa tra le macerie di un paese che non è più un paese ma un campo di battaglia occupato da eserciti stranieri?
Saddam ha pagato per i suoi crimini, non per tutti i suoi crimini. Ma la pena di morte è una barbarie della stesse specie cui appartiene la mentalità di Saddam. Non doveva essere giudicato soltanto un individuo, che certamente è un uomo spregevole, certamente è un criminale, ma il suo sistema, che gli sopravvive e gli sopravviverà a lungo: il sistema di una dittatura proveniente dal partito unico, che schernisce tutti i diritti dei cittadini, che uccide e condanna a morte senza processo uomini sospettati di opporsi a quel sistema.
Saddam non ha solo regnato sul suo popolo da padrone assoluto, ma lo ha trascinato in due guerre assurde e inutili, guerre particolarmente sanguinose. E quell'uomo è stato l'amico degli Americani, dei Francesi, dei Tedeschi. Non è vissuto isolato. è stato armato e sostenuto da Stati occidentali democratici. Era un buon cliente per il nucleare francese e per le armi tedesche, per esempio. Si è creduto autorizzato a fare quel che ha fatto. Ma ha mancato di intelligenza.
Sì, lo sanno tutti, Saddam era un personaggio orribile, un grande criminale, ma che ha fatto la giustizia americano-irachena? La stessa cosa. Non bisognava giustiziare Saddam, non per scrupolo umanitario ma perché la sua morte non sistemerà niente nell'Iraq di oggi. Inoltre, bisognava processarlo per gli altri crimini che aveva commesso e lasciarlo in vita perché potesse vivere nel ricordo di tutte le morti che aveva ordinato.
A Hafez piaceva giocare a scacchi con un suo amico d'infanzia, che si presentava ogni pomeriggio e doveva essere perquisito sette volte prima di approdare alla sala dei giochi. Ma un giorno, dopo averlo visto tante volte, i soldati lo lasciarono passare senza compiere il loro lavoro. Quando Hafez venne a saperlo, ordinò di far giustiziare quei disgraziati per aver mancato di adempiere ai loro obblighi.
La sua testa non è molto grande. È occupata da fieno, spilli e lame da rasoio. Non so perché. Il suo cervello è calmo. Non c'è stress né nervosismo.
Bashar è collegato alla centrale della tortura: tanto per passare il tempo, è lui che preme il pedale per trasmettere le scariche ai genitali dei suppliziati. Sembra che questo lo diverta.
Le guerre che dilaniano — tra l'altro — la Siria, la Libia e l'Iraq, hanno la conseguenza inattesa di spingere intere famiglie ad accettare le proposte di scafisti mafiosi per trovare in Europa una terra d'asilo. Sanno di rischiare la vita, ma accettano anche di pagare, pur di poter fuggire su barconi insicuri. Ormai non sono più solo i clandestini sub-sahariani a morire annegati al largo delle coste mediterranee, ma anche i profughi siriani, libici, iracheni. Sulle barche spesso sono in lotta tra loro.
Il problema è che la Libia non è uno Stato, ma un coacervo di tribù, con due governi, di cui solo uno è riconosciuto dalle Nazioni Unite. La Siria è governata da un massacratore del suo stesso popolo. A Bashar al Assad non importa nulla di chi fugge dai suoi bombardamenti o da quelli delle orde dell'Is. In Iraq il governo non riesce a garantire l'ordine e la sicurezza.
Se l'America e l'Europa avessero colpito con forza Assad nell'agosto 2013, quando usò il gas contro la sua popolazione, oggi non ci troveremmo davanti a una tragedia di questa portata. I potenti hanno abbandonato il popolo siriano. Fu l'America di George W. Bush a distruggere l'Iraq e a smantellare il suo esercito, che oggi si ritrova a combattere a fianco dell'autoproclamato imam Al Baghdadi, capo dell'Is. Nel frattempo Bush trascorre giornate tranquille nel suo ranch texano. Nessuna istanza giudiziaria internazionale lo ha mai importunato. E quest'impunità alimenta gli estremismi, servendo da pretesto ai giovani che si arruolano nella jihad.
Se lo Scià di Persia fosse stato un buon democratico, ovvero un uomo che ama e rispetta il suo popolo, avrebbe evitato al suo Paese la drammatica esperienza della Repubblica islamica. Trentacinque anni dopo la sua caduta e l'ascesa trionfale di Khomeini, l'Iran soffre di una penosa schizofrenia. Più della metà della sua popolazione non ama il regime cui è sottoposta e ne aggira i divieti per vivere diversamente. Che vi siano o meno le elezioni, questo non fa differenza per gli iraniani scontenti. Una cappa di piombo soffoca il Paese i cui destini vengono decisi da un superuomo annidato nel suo palazzo, che si crede un piccolo dio. Lui è la "Guida Suprema". Non è stato eletto, ma designato o meglio si è autodesignato. Ali Khamenei è al di sopra della mischia. Al di sopra di tutto, inarrivabile, intoccabile.
Un uomo aggressivo, testardo, niente affatto diplomatico. Dopo otto anni al potere, ha lasciato l'Iran in cattive acque dal punto di vista economico (il prodotto interno lordo è calato del 3 per cento) e ne ha gravemente screditato la reputazione nel mondo.
A lui spetta l'ultima parola. Si racconta che un giorno alla domanda «Chi comanda in Iran?», abbia risposto: «Dio». Indubbiamente, la volontà divina svolge una funzione nell'esercizio di un potere assoluto e indiviso. E lui si ritiene ovviamente il rappresentante di Dio sulla terra.
L'islam sunnita (condiviso dal 90 per cento dei musulmani nel mondo) non riconosce una gerarchia: né un clero, né un papa. Gli sciiti invece hanno instaurato un ordine gerarchico in attesa dell'avvento del Mahdi, il dodicesimo ed ultimo Imam, discendente da Alì, il genero del profeta Maometto, che sarebbe scomparso nell'874 all'età di cinque anni. Questo "imam nascosto, padrone del tempo" dovrebbe riapparire e salvare il mondo. Nel frattempo, la religione è organizzata in modo gerarchico e serve da base ideologica per l'esercizio del potere. In nome dell'Islam, le libertà individuali sono state confiscate. Da qui trae origine lo choc prodotto nel 1979 dall'ayatollah Khomeini quando dichiarò che «l'islam è politico o non è». Questa rivoluzione ha avuto conseguenze catastrofiche sulla maggior parte dei Paesi arabi. L'islam politico si è propagato nel mondo e ha offerto a popoli delusi dai partiti tradizionali la speranza di un rinnovamento in cui la dimensione temporale e quella spirituale convergono, facendosi beffe delle libertà e impedendo l'emergere dell'individuo.
Indubbiamente è un uomo sincero e cercherà di rimediare ai guasti prodotti da Ahmadinejad. Ma cosa potrà fare se ogni sua iniziativa sarà controllata da Ali Khamenei che ha il diritto di veto su ogni decisione? Qualsiasi cambiamento dipende dall'uomo forte, che non ha bisogno del suffragio universale e si considera cone un piccolo dio.
Da molto tempo l'Islam è usato da dei criminali come ideologia e bandiera di un nuovo ordine, quello della sottomissione e della schiavitù dei bambini e delle donne. Inutile ricordare che niente di tutto questo esiste nell'Islam, ma si lascia aperta la porta alla possibilità che la gente creda che l'Islam sia questo.
L'11 marzo 2001, il patrimonio culturale mondiale subì un danno irreparabile con la distruzione delle monumentali statue di Buddha a Bamiyan. Il mondo musulmano, contrariamente al mondo occidentale, non reagì. Vent'anni dopo, gli insorti si sono impadroniti delle principali città senza nemmeno dover combattere. Kabul si è arresa. Nel frattempo, il presidente del Paese è fuggito all'estero. L'esercito regolare afghano è così corrotto che non ha opposto resistenza. Ha consegnato il Paese a una banda di uomini armati fino ai denti, pronti a imporre le proprie regole sul funzionamento di una società in cui le donne sono considerate schiave degli uomini.
Per ordine di Joe Biden, gli americani, dopo vent'anni di presenza, si sono ritirati da questo pantano. Ci si chiede perché si siano imbarcati in questa avventura. I vari leader americani non hanno tratto alcuna lezione dalla sconfitta in Vietnam.
Il mondo ha assistito al crollo di un esercito e di uno stato in pochi giorni. Si dice che alcuni governatori abbiano negoziato con gli insorti per fuggire, lasciando le città aperte ai talebani. Il male viene da lontano. La corruzione e la mancanza di legittimità dei governanti hanno contribuito alla rapida vittoria dei talebani.
Il silenzio del mondo musulmano ha sorpreso tutti. Un paese, una società, sono caduti nelle mani di persone che non sanno nulla dell'Islam e della sua filosofia. La vittoria dei talebani è il trionfo dell'oscurantismo religioso, la sottomissione delle donne e la fine della cultura. E tutto questo viene imposto a un popolo in nome dell'Islam.
Il regime degli ayatollah è cinico e crudele. È capace di sacrificare un popolo intero per restare al potere.
Questo regime è un nemico dell'islam. Solo il popolo iraniano può annientarlo.
I paesi stranieri assistono ai massacri senza fare nulla. Pare che alcuni Stati del Golfo, che ospitano basi americane, abbiano chiesto a Trump di non intervenire perché temono le rappresaglie di Teheran.
Migliaia di famiglie piangono in silenzio la scomparsa di un loro caro. Questo popolo straziato non accetterà mai di vivere sotto il regime degli assassini.
Per loro, alla morte del Profeta nel 632, avrebbe dovuto succedergli il genero Ali, che fu assassinato nel 661. Per i suoi sostenitori, tuttavia, Ali rimase l’imam che avrebbe dovuto proseguire la missione del profeta Maometto. Anche se, nel Corano, Maometto è designato come l’ultimo profeta rivelatore della terza religione monoteista. Gli sciiti sono i sostenitori di Ali. Dopo la morte del Profeta vengono definiti «i partigiani di Ali» e credono nella sua guida. Attendono e preparano la venuta del Mahdi, una nuova incarnazione di Ali, che «riempirà la terra di giustizia ed equità». Questa attesa è scandita dall’anniversario della sua morte, celebrato con pratiche che perpetuano un lutto inestinguibile. Come direbbe un umorista parlando dei protestanti: «Gli sciiti sono dei musulmani che si sono messi in proprio!».
Se non si considera l’opposizione fra sunniti e sciiti non si può comprendere la geopolitica dei paesi del Golfo.
Questa guerra è stata voluta principalmente da Netanyahu che, ossessionato dalla minaccia iraniana, sogna da decenni di farla finita con un paese di 90 milioni di abitanti, governato da un regime religioso, ben strutturato, ben insediato e abbastanza solido.
Israele ha trascinato Trump in questo conflitto. Il regime iraniano è indebolito ma resiste, attaccando, oltre al territorio israeliano, basi e ambasciate americane. La situazione è caotica e non si vede come questa guerra possa ragionevolmente terminare. Alla fine sarà il popolo a decidere, ma prima bisogna che il regime rinunci alla repressione sistematica e ad uccidere ogni oppositore.
Lo sciismo nel Maghreb non esiste, è persino combattuto, ovvero proibito.
L’attuale combattimento è motivato da questa paura: veder scomparire non soltanto gli esiti della rivoluzione del 1979 ma anche la rilevanza dello sciismo nel mondo. Ora come ora non sappiamo fin dove si spingerà il loro istinto di sopravvivenza.
Frasi da «Il razzismo spiegato a mia figlia»
Un bambino non nasce razzista. E se i suoi genitori e i suoi familiari non gli hanno messo in testa idee razziste, non c'è ragione perché lo diventi. (p. 41)
Con la cultura si impara a vivere insieme; si impara soprattutto che non siamo soli al mondo, che esistono altri popoli e altre tradizioni, altri modi di vivere che sono altrettanto validi dei nostri. (p. 46)
Le religioni non sono razziste, ma è l'uso che ne fanno gli uomini, talvolta, che viene nutrito di razzismo… Tutte le religioni predicano la pace tra gli uomini. (pp. 54-55)
Si è sempre lo straniero di qualcuno. (p.70)
La scuola è fatta apposta per questo: per insegnare ai ragazzi che gli uomini nascono e rimangono uguali nei loro diritti pur essendo diversi e per insegnare che la diversità tra gli uomini è una ricchezza, non un handicap. (p. 72)
Viaggiare è il piacere di scoprire e imparar; è capire quanto siano diverse tra loro le culture e come siano tutte belle e ricche. Non esiste una cultura superiore ad un'altra cultura. (p. 73)
La lotta contro il razzismo deve essere un riflesso quotidiano. Non bisogna mai abbassare la guardia. (p. 75)
Ogni faccia è un miracolo. È unica. Non potrai mai trovare due facce assolutamente identiche. Non hanno importanza bellezza e bruttezza: sono cose relative. Ogni faccia è simbolo della vita e ogni vita merita rispetto. (p. 76)
L'Islam spiegato ai nostri figli – Citazioni
Nell'Islam non esistono costrizioni. Nessuno ha il diritto di obbligarvi a dire preghiere, né Dio né vostro padre. Quindi siete liberi, pensateci; la cosa fondamentale è non rubare, non mentire, non picchiare chi è debole e chi è malato, non tradire, non calunniare chi non ha fatto nulla, non maltrattare i propri genitori e soprattutto non commettere ingiustizie.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026