Frasi
Frasi di Tito Livio
192 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Qui trovi 192 frasi di Tito Livio: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.
Tito Livio (storico romano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Ab urbe condita – Proemio – Libro X
È la storia di una città che, partita da modestissimi inizi, è tanto cresciuta da essere ormai oppressa dalla sua stessa grandezza. (proemio, 4; 1997)
Non possiamo tollerare né i nostri vizi tradizionali né i loro rimedi. (proemio, 9; 1997)
A cattivo principio cattiva fine. (proemio, 10; 2006)
Patisca la stessa sorte chiunque abbia ad oltrepassare le mie mura. (Romolo: I, 7; 1997)
[V]anam sine viribus iram esse. (I, 10)
Nessuna lealtà è dovuta ad un traditore. (I, 11; 1997)
tutti volevano che un re fosse scelto perché non avevano ancora gustato la dolcezza della libertà. (I, 17; 1997)
, poiché l'indole dei Romani (da sempre tenuta a freno dal timore dei nemici) una volta venuti meno essi, non si corrompesse nell'ozio, pensò bene di introdurre un grande timore verso gli dèi: era il metodo più efficace per gente ignorante e, dati i tempi, rozza. (I, 19; 1997)
Roma intanto prospera sulle rovine di Alba. (I, 30; 1997)
Fere fit: malum malo aptissimum. (I, 46)
Perché ci sia colpa, deve volerlo la mente, non il corpo. (I, 58; 1997)
Se non c'è volontà non c'è colpa. (I, 58; 1997)
In un popolo libero hanno più potenza i comandi delle leggi che non quelli degli uomini. (II, 1; 2006)
La libertà corre gravi pericoli a causa di inganni e tradimenti. (II, 3; 1997)
Le leggi non stanno ad ascoltare, non si lasciano commuovere dalle preghiere, recano al povero vantaggi maggiori che al ricco, e, se si sgarra, non concedono indulgenza o perdono. (II, 3; 1997)
È pericoloso, data la facilità con cui si sbaglia, vivere puntando solo sull'onestà. (II, 3; 1997)
Et facere et pati fortia Romanum est. (Caio Muzio Scevola: II, 12)
A debiti si aggiungono debiti per via dell'usura. (II, 23; 1997)
«Un tempo nel corpo umano, non vi era armonia di tutte le membra, come ora, ma ogni parte del corpo aveva un suo particolare modo di pensare e di parlare. Nacque allora malumore in tutte le parti del corpo poiché ogni loro preoccupazione, ogni loro fatica e ogni loro servizio finivano per portare cibo solo al ventre. Il quale se ne stava lì in mezzo senza alcuna preoccupazione che non fosse quella di godere dei piaceri che altri gli procuravano. Si misero d'accordo, dunque, perché le mani non portassero cibo alla bocca e la bocca non lo accettasse e i denti non lo masticassero. Con questa ritorsione volevano piegare il ventre per fame, ma poi tutte le membra e infine il corpo nel suo complesso, vennero ad un estremo sfinimento. Fu chiaro a tutti che il ruolo del ventre non era inutile: è vero che riceveva cibo, ma anche lo distribuiva restituendo a tutte le parti del corpo quel sangue che, diviso in giusta misura attraverso le vene e nutrito dal cibo digerito, ci tiene vivi e ci regala vigore.» Partendo da questo paragone, fece vedere la somiglianza fra la rivolta interna al corpo e le rivendicazioni della plebe contro i patrizi e in questo modo riuscì a piegare gli animi. (II, 32; 1997)
La paura di una minaccia esterna, massima garanzia di concordia, teneva uniti gli animi, anche se non mancavano reciproci sospetti e ostilità. (II, 39; 1997)
La gloria disdegnata ritorna talvolta, a tempo debito, accresciuta. (II, 47; 2010)
Dà tempo all'ira. Spesso l'indugio non toglie la forza: ma alle forze aggiunge il ragionevole consiglio. (Tito Quinzio Capitolino Barbato: II, 56; 2006)
L'abbondanza genera fastidio. (III, 1; 1997)
Portare aiuto dopo la battaglia è tardi. (III, 5; 1997)
il popolo romano aveva una guerra più importante di quella dichiarata. (III, 39; 1997)
Gli uomini sentono più il peso delle loro sofferenze presenti che delle paure future. (III, 39; 1997)
Grandi rancori suscitano le grandi contese. (Gaio Claudio Crasso Inregillense Sabino: III, 40; 1997)
È inevitabile che chi parla alla folla tenendo conto del suo interesse particolare risulti più gradito di colui che ha in mente solo il vantaggio pubblico. (Tito Quinzio Capitolino Barbato: III, 68; 1997)
Il danno arrecato alla nostra reputazione e al nostro credito è maggiore di quello che può essere eventualmente stimato. (III, 72; 2006)
Meglio tardi che mai. (IV, 2; 1997)
Le lotte fra le fazioni furono sempre e saranno per i popoli di maggior danno, che non le guerre esterne, che non la fame, le epidemie. (IV, 9; 2006)
L'animo umano non si sazia nemmeno con le più belle promesse della sorte. (IV, 13; 1997)
La necessità è l'arma ultima e maggiore. (Vettio Messio: IV, 28; 2006)
Mai gli uomini indietreggiano davanti ad un ostacolo se saranno proposti grandi premi a chi tenta grandi imprese. (IV, 35; 1997)
Le grandi ambizioni rendono grandi gli animi. (IV, 35; 1997)
Fama e onore vanno talvolta più facilmente a chi non li ricerca. (IV, 57; 1997)
La fatica ed il piacere, diversi di natura, sono congiunti fra loro da un naturale legame. (Appio Claudio Crasso: V, 4; 2006)
Roma, città fortunata, invincibile e eterna. (V, 7; 2010)
Già i Giochi e le Ferie Latine erano stati rinnovati, già l'acqua del lago Albano era stata dispersa per i campi, già il destino incombeva su Veio. (V, 19; 1997)
Esiste un diritto di guerra come esiste un diritto di pace. (Marco Furio Camillo: V, 27; 1997)
Guai ai vinti! (Re Brenno: V, 48; 1997 e 2006)
Le avversità ricordano agli uomini i doveri religiosi. (Marco Furio Camillo: V, 51; 1997)
Pianta l'insegna qui, alfiere; questo è il posto giusto per noi! (Marco Furio Camillo: V, 55; 1997)
Qui resteremo benissimo. (Marco Furio Camillo: V, 55; 2006)
Dimostratevi pronti alla guerra e avrete la pace. (Lucio Quinzio Cincinnato Capitolino: VI, 18; 2010)
La folla fonda le sue opinioni sulle cose più incerte. (VI, 23; 2006)
Tutti hanno di dispiacersi quando sono superati in qualcosa dai parenti. (VI, 34; 1997)
Queste sono piccole cose, ma è proprio non disprezzando queste piccolezze che i nostri antenati hanno reso così grande la Repubblica. (Appio Claudio Crasso Inregillense: VI, 41; 1997)
Abolire il dovere di pagare i debiti mina alla base le regole della convivenza umana. (Appio Claudio Crasso Inregillense: VI, 41; 1997)
L'ira e la speranza guidano ad errori. (Tito Quinzio Peno Capitolino Crispino: VII, 40; 2006)
La situazione è giunta fino ai triarii. (VIII, 8; 1997)
Id firmissimum longe imperium est quo oboedientes gaudent. (Lucio Furio Camillo: VIII, 13)
Per lo più precipita nel suo destino chi fugge. (VIII, 24; 2006)
Il risultato mostra che la fortuna aiuta gli audaci. (VIII, 29; 2009)
L'invidia, come il fuoco, si dirige sempre verso i posti più elevati. (Quinto Fabio Massimo Rulliano: VIII, 31; 2006)
Ogni errore umano merita venia. (VIII, 35; 2006)
È giusta quella guerra che scaturisce da una scelta obbligata e sono sante le armi di coloro che solo nelle armi possono riporre qualche speranza. (Gaio Ponzio: IX, 1; 1997)
La fortuna molto può in tutte le umane cose, ma specialmente in guerra. (IX, 17; 2006)
Absit invidia verbo. (IX, 19 e XXXVI, 7)
Un soldato deve confidare sulla sua spada e sul suo coraggio, non perdere tempo ad adornarsi di oro e argento. [...] Un soldato deve adornarsi del suo valore. (Lucio Papirio Cursore: IX, 40; 1997)
Per badare allo Stato niente è più sicuro di un collegio concorde. (Quinto Fabio Massimo Rulliano: X, 22; 2011)
I Galli valgono più degli uomini all'inizio della loro battaglia, alla fine valgono meno delle donne. (X, 28; 2006)
Lode al tuo valore e al tuo impegno. (Lucio Papirio Cursore: X, 40; 1997)
Ab urbe condita – Libro XXI – Libro XXX
Ma in un uomo di tali qualità e valore, la contropartita era data da vizi immensi: una crudeltà mai vista in altra persona, una slealtà che lo rendeva peggiore della sua stessa origine cartaginese, disprezzo per le cose più vere e più sacre, spregio assoluto per gli dèi, per i giuramenti, per i vincoli religiosi. (XXI, 4; 1997)
Mentre a Roma si discute, Sagunto è presa. (XXI, 7; 2006)
Tanto minore è il pericolo, quanto minore è la paura. (XXII, 5; 1997)
Siamo stati sconfitti in una grande battaglia. (Marco Pomponio: XXII, 7; 1997)
Tutti sanno che, sotto un buon condottiero, non ha grande valore la fortuna, ma sono a prevalere l'intelligenza e la razionalità. (XXII, 25; 1997)
Le decisioni sono le situazioni ad imporle agli uomini piuttosto che gli uomini alle situazioni. (Lucio Emilio Paolo: XXII, 38; 1997)
E non è solo il successo che insegna – il successo è il maestro degli stolti – ma anche la strategia razionale. (Quinto Fabio Massimo: XXII, 39; 1997)
Si dice che la verità è destinata a soffrire, ma non si estingue mai. (Quinto Fabio Massimo: XXII, 39; 1997)
Vanam gloriam qui spreverit, veram habebit. (Quinto Fabio Massimo: XXII, 39)
Omnia non properanti clara certaque erunt; festinatio improvida est et caeca. (Quinto Fabio Massimo: XXII, 39)
Vincere scis, Hannibal; victoria uti nescis. (Maarbale: XXII, 51)
Il male è tanto più tollerabile quanto più lo si conosce. (XXIII, 3; 1997)
Ognuno ha in mano la propria sorte. (XXIV, 18; 1997)
Il nome della libertà riconquistata è dolce a sentirsi. (XXIV, 21; 2006)
Nulla corre più veloce della fama. (XXIV, 21; 1997)
È facile rinunciare al possesso di una grande fortuna nel momento in cui lo si desideri, difficile e impegnativo è invece prepararla e costruirla. (Dionisio I di Siracusa: XXIV, 22; 1997)
La folla ha questa natura: o serve umilmente, o superbamente comanda; né sa allontanarsi modestamente dalla giusta libertà, né goderla nella sua pienezza. (XXIV, 25; 2006)
Chi per primo impugnerà la spada, sua sarà la vittoria. (Lucio Pinario: XXIV, 38; 2010)
Molti sono i problemi la cui soluzione trova ostacoli nella natura, ma che vengono risolti dall'intelligenza. (Annibale: XXV, 11; 1997)
In rebus asperis et tenui spe fortissima quaeque consilia tutissima sunt. (Lucio Marcio: XXV, 38)
Se nel breve momento utile a cogliere un'occasione, la cui opportunità passa e poi vola via, si esita, inutilmente si va poi alla ricerca della circostanza perduta. (Lucio Marcio: XXV, 38; 1997)
Da piccole cose, spesso traggono origine grandi e gravi fatti. (XXVII, 9; 2006)
Come il rigore dei genitori, così quello della patria veniva attenuato dalla pazienza e dalla sopportazione. (XXVII, 34; 1997)
La paura è sempre inclinata a veder le cose più brutte di quel che sono. (XXVII, 44; 2006)
Per i barbari la fedeltà gira al girare della fortuna. (XXVIII, 17; 1997)
La libertà anima i cuori degli uomini valorosi. (XXVIII, 19; 2006)
L'animo umano è fin troppo pronto a scusare le proprie colpe. (XXVIII, 25; 2010)
Mi avvicino a questi interrogativi a malincuore, come fossero ferite, ma nessuna cura può essere effettuata senza sfiorarli e discuterli. (Scipione l'Africano: XXVIII, 27; 2010)
Tutte le plebi, per natura come il mare immobili, sono agitate dai venti e dalle aure. (Scipione l'Africano: XXVIII, 27; 2006)
Nessun delitto può trovare un motivo scusante. (Scipione l'Africano: XXVIII, 28; 2006)
Non sempre la temerità ha buon esito. (Quinto Fabio Massimo: XXVIII, 42; 2006)
Il fraudolento sa guadagnarsi per tempo la fiducia nelle piccole cose, per tradire poi con grande profitto. (Quinto Fabio Massimo: XXVIII, 42; 1997)
Possiede maggior determinazione colui che porta il suo attacco di chi lo subisce. (Scipione l'Africano: XXVIII, 44; 1997)
Il terrore delle cose ignote è maggiore. (Scipione l'Africano: XXVIII, 44; 2006)
Nei tempi nostri non vi è tanto pericolo dai nemici in armi, quanto dai piaceri che da ogni parte sono sparsi. (Scipione l'Africano: XXX, 14; 2006)
Gli uomini sentono più lentamente il bene, che non il male. (XXX, 21; 2006)
Possiamo più biasimare il passato, che non correggerlo. (Annibale: XXX, 30; 2006)
È difficile che rifletta sulle incertezze del caso, colui che mai è stato abbandonato dalla fortuna. (Annibale: XXX, 30; 1997)
L'animo preferisce la vittoria alla pace. (Annibale: XXX, 30; 2006)
È migliore e più sicura una pace certa che non una vittoria soltanto sperata. (Annibale: XXX, 30; 1997)
Maximae cuique fortunae minime credendum est. (Annibale: XXX, 30)
Chi sfacciatamente nega cose certe, merita meno perdono. (XXX, 42; 2006)
È raro che agli uomini vengano concessi, nello stesso momento, successo e lungimiranza. (XXX, 42; 1997)
Non sarà mai vinto colui che saprà essere saggio e valutare a fondo le cose anche nei momenti di euforia. (XXX, 42; 1997)
Coloro ai quali per la prima volta arride il successo impazziscono perché non sanno padroneggiare la loro gioia. (XXX, 42; 1997)
Delle sventure pubbliche ci accorgiamo solo quando coinvolgono gli interessi privati: nulla in esse ci tocca più profondamente che la perdita del nostro denaro. (Annibale: XXX, 44; 1997)
Ab urbe condita – Libro XXXI – Libro XL
Nulla è tanto imprevedibile come le reazioni della massa. (Filippo V di Macedonia: XXXI, 34; 1997)
Tutte le cose, come capita molto spesso, sono più facili a dirsi che a farsi. (XXXI, 38; 1997)
L'onore deve essere pari al merito. (XXXIII, 22; 2006)
Sopprimere una legge equivale a far vacillare tutte le altre. (Marco Porcio Catone: XXXIV, 3; 1997)
Nessuna legge è ugualmente vantaggiosa per tutti: bisogna piuttosto chiedersi se fa gli interessi della maggioranza e da un punto di vista generale. (Marco Porcio Catone: XXXIV, 3; 1997)
[D]iversisque duobus vitiis, avaritia et luxuria, civitatem laborare, quae pestes omnia magna imperia everterunt. (Marco Porcio Catone: XXXIV, 4)
La peggiore delle vergogne è quella della parsimonia e della povertà. (Marco Porcio Catone: XXXIV, 4; 2006)
Come, un uomo malvagio è più sicuro imputarlo che assolverlo, così, il lusso sarebbe più tollerabile trattenerlo piuttosto che lasciarlo libero, come succede ad un animale indomabile, eccitato proprio dai vincoli, lasciato libero. (Marco Porcio Catone: XXXIV, 4; 1997)
L'eleganza, i monili, le acconciature sono i simboli peculiari delle donne, di questi gioiscono e si vantano. (Lucio Valerio: XXXIV, 7; 1997)
La guerra si nutre da sola. (Marco Porcio Catone: XXXIV, 9; 1997)
Spesso, e soprattutto in guerra, le cose fittizie valgono quanto le cose reali e chi crede di poter far affidamento su qualche aiuto, proprio come se davvero ne disponesse, si salva grazie al morale che ricava dalla speranza e dalla voglia di osare. (XXXIV, 12; 1997)
La cosa più onorevole, così come la cosa più sicura, è quella di affidarsi interamente al valore. (Marco Porcio Catone: XXXIV, 14; 1997)
Si riconosce dai fatti e non dalle chiacchiere chi è davvero un amico. (Tito Quinzio Flaminino: XXXIV, 49; 1997)
La libertà impiegata con senso di misura reca giovamento ai singoli cittadini e alle intere cittadinanze; quando invece è eccessiva reca disagio agli altri ed è rovinosa per chi la possiede perché non conosce limiti. (Tito Quinzio Flaminino: XXXIV, 49; 1997)
Contro individui concordi, anche la potenza dei re s'infrange: ma la discordia e la sedizione offrono infiniti vantaggi agli avversari. (Tito Quinzio Flaminino: XXXIV, 49; 2006)
I grandi uomini al centro dell'attenzione generale sono meno temuti a causa di un certo senso di saturazione. (XXXV, 10; 1997)
Lo Stato da solo è libero di poggiare sulle sue forze, e non dipende dalla volontà arbitraria di un altro. (Menippo: XXXV, 32; 2010)
Le decisioni impetuose e audaci in un primo momento riempiono di entusiasmo, ma poi sono difficili a seguirsi e disastrose nei risultati. (XXXV, 32; 1997)
Con l'abitudine, il lavoro appare più leggero. (XXXV, 35; 2006)
Il bene comune è la grande catena che lega insieme gli uomini nella società. (Annibale: XXXVI, 7; 2006)
Tutto ciò che nasce nella sua sede originaria è più genuino: trapiantato su un terreno che non gli è proprio, è costretto a degenerare perché la sua natura deve diventare simile a ciò da cui trae nutrimento. (XXXVIII, 17; 1997)
L'invidia è cieca, né altro sa fare che sminuire il valore altrui, corrompendo gli onori ed i meriti che uno si merita. (Gneo Manlio Vulsone: XXXVIII, 49; 2006)
La vecchiaia degli uomini celebri sia inviolata e sicura. (Tiberio Sempronio Gracco: XXXVIII, 53; 2006)
Quella che prima era solo una forma di servizio, cominciò ad essere considerata un'arte. (XXXIX, 6; 1997)
Non c'è nulla di più ingannevole di una religione falsa che è spesso celata sotto un abito attraente. (Spurio Postumio Albino: XXXIX, 16; 1997)
in un empito di furore, aggiunse che ancora non era calato il sole di tutti i giorni. (XXXIX, 26; 1997)
In Catone tanto più forti erano l'animo e l'indole che appariva chiaro come, qualunque fosse stato il suo rango sociale, si sarebbe costruito da solo la sua fortuna. (XXXIX, 40; 1997)
Catone ebbe un ingegno tanto versatile e tanto adattabile ad ogni situazione che, qualunque fosse il settore in cui era impegnato, si sarebbe detto che fosse nato proprio per esercitare quell'unica attività. (XXXIX, 40; 1997)
Le amicizie devono essere immortali, e mortali le inimicizie. (Quinto Cecilio Metello: XL, 46; 1997)
Ab urbe condita – Libro XLI – Libro CXL
Si diceva che caratterizzava l'uomo saggio e dunque giustamente fortunato il comportarsi con senso della misura nelle situazioni favorevoli senza fidarsi troppo di una momentanea tranquillità. (XLII, 62; 1997)
L'inganno viene alla luce da solo nonostante tutte le cautele adottate agli inizi. (XLIV, 15; 1997)
Quiriti, io non sono di quelli che pensano che ai comandanti non si debbano rivolgere dei consigli: anzi, quello che agisce soltanto sulla base della sua opinione, lo giudico arrogante e non certo avveduto. (Lucio Emilio Paolo Macedonico: XLIV, 22; 1997)
Quando la situazione è a noi favorevole, non si deve agire contro qualcuno con arroganza o violenza. (Lucio Emilio Paolo Macedonico: XLV, 8; 1997)
Non ci si deve fidare troppo della buona sorte del momento perché non siamo tranquilli nemmeno su quello che ci può recare la sera. (Lucio Emilio Paolo Macedonico: XLV, 8; 1997)
Uomo sarà colui che non si lascerà né trasportare dal soffio della buona fortuna né schiantare da quello della avversa. (Lucio Emilio Paolo Macedonico: XLV, 8; 1997)
I popoli, come gli individui, hanno particolari inclinazioni: alcuni sono portati all'ira, altri all'audacia, altri alla viltà. (Astimede: XLV, 23; 1997)
L'arroganza si limita solo alle parole. (Astimede: XLV, 23; 1997)
Riguardo all'arroganza, i violenti la soffrono, ma i saggi la deridono. (Astimede: XLV, 23; 1997)
L'uso corregge nelle loro mancanze le leggi scritte. (XLV, 32; 2006)
I mediocri non sono mai fatti oggetto di odio perché l'odio mira in alto. (XLV, 35; 1997)
La buona sorte è abituata a volgersi indietro una volta raggiunto il suo apice. (Lucio Emilio Paolo Macedonico: XLV, 41; 1997)
Sono i cuori di chi ha ricevuto un beneficio, il forziere più prezioso. (XLV, 42; 1997)
Certamente nemmeno il destinatario di un dono può esserne soddisfatto se chi lo concede sa di poterlo riprendere quando vuole. (XLV, 44; 1997)
I funerali dei grandi uomini erano resi splendidi, non dalle spese sostenute, ma dalla esibizione delle immagini degli antenati. (sommario del libro XLVIII; 1997)
Tutti quelli che prestavano servizio in Africa erano fantasmi svolazzanti e solo Scipione era fatto di carne ed ossa. (sommario del libro XLIX; 1997)
dimostrò di esser così vigoroso nella pratica amorosa che generò un figlio a ottantasei anni compiuti. (sommario del libro L; 1997)
Publio Cornelio Scipione venne soprannominato, per scherno, Serapione . (sommario del libro LV; 1997)
Resta, Mancino! (sommario del libro LV; 1997)
Publio Cornelio Scipione Emiliano ridiede all'esercito una rigorossima disciplina militare, scacciando dal campo 2000 prostitute. (sommario del libro LVI; 1997)
Quando avrai imparato a fare della tua spada un vallo, allora smetterai di portarti dietro il vallo! (Publio Cornelio Scipione Emiliano: sommario del libro LVI; 1997)
Città in vendita, andrai presto in rovina, se si troverà uno in grado di comperarti! (Giugurta: sommario del libro LXIV; 1997)
Ab urbe condita – Frammenti
Pirro, irripetibile stratega, fu più bravo a vincere una battaglia che la guerra. (libro XII; 1997)
Sulla tua Fortuna ha avuto la meglio la mia malasorte. (Cornelia: libro CXII; 1997)
Alla sua gloria nessuno portò giovamento con le sue lodi, né nocumento con le sue accuse. (libro CXIV; 1997)
Che io muoia nella patria che tante volte ho salvato! (Cicerone: libro CXX; 1997)
Il capo reciso fu posto da Antonio proprio in quel luogo dove aveva parlato in quello stesso anno contro di lui. (libro CXX; 1997)
La sua eloquenza era stata tanto degna di ammirazione quanto mai era accaduto a voce umana! (libro CXX; 1997)
Il suo ingegno gli propiziò abbondanza di opere e di riconoscimenti. (libro CXX; 1997)
Chiunque tu sia, sarai dei nostri. (di incerta collocazione; 1997)
Dicono di Tito Livio
A Livio interessa soprattutto tenere continuamente il lettore col fiato sospeso e con agitazione d'animo, non far sorgere mai in lui la sazietà. A questo scopo tende un certo carattere variopinto e una certa irrequietezza della lingua, e soprattutto la scelta del materiale. Livio non riprende affatto ciecamente quello che gli offrivano le sue fonti, ma sceglie quello che può essere utile per i suoi scopi artistici. Certo, la cornice annalistica, con la secca elencazione delle magistrature, dei prodigi e così via, era assai scomoda, ma si poteva fare anche qui di necessità virtù e dare il benvenuto a queste notizie, come se fossero piacevoli interruzioni di avvenimenti bellici o altri [...]. Il complesso dell'esposizione acquista con ciò qualcosa di asistematico, poiché le fila non vengono tirate sempre nello stesso modo e si trovano inserite delle notizie che non erano state preparate da altre precedenti né sono poi proseguite nel contesto ma appaiono come dei massi erratici.
Autore fra i più illustri per eloquenza e per attendibilità, esaltò con tanto entusiasmo Pompeo che Augusto lo chiamava Pompeiano.
Certo, Livio è storico artista, ma non si può, in base a questa formula, vedere in ogni mutamento rispetto al testo polibiano un mutamento fatto per fini esclusivamente stilistico-letterari. A volte la veste letteraria non è solo fine ma anche mezzo per valorizzare un fatto a danno di un altro, taciuto o piegato a illustrare un esempio di più alta moralità.
Livio sottopone l'opera di Polibio – nelle parti, naturalmente, che gli sono fonte diretta – a un generale e minuto processo di elaborazione che, andando al di là della traduzione come trasposizione linguistica, rispecchia profondamente le diversità di storia, di civiltà e di cultura del mondo greco e di quello romano. Ogni vera traduzione – si dirà – comporta una tale trasformazione.
Dice Tito Livio [...] che tutti insieme sono gagliardi, e, quando ciascuno poi comincia a pensare al proprio pericolo, diventa vile e debole.
E in Tito Livio, scrittore meravigliosamene fluido, Asinio Pollione pensa che ci sia una certa dose di «patavinità». Perciò, se possibile, sia le parole tutte che la pronuncia odorino di uno che è cresciuto in questa città, di modo che il linguaggio sembri senz'altro romano, e non beneficato dalla concessione della cittadinanza. [...]
Erodoto è artista, ma Tito Livio vuol fare l'arte, si direbbe con modo francese. È assai ordinaria la tendenza a volere coprire un mondo passato con una forma artistica studiata e preconcetta. Livio vuole scrivere secondo i precetti di Cicerone, e collegare la con la Storia. Onde alla semplicità di Erodoto succede la magniloquenza di Livio, come all'Epopea spontanea di Omero quella riflessa di Virgilio.
Fa' ancora il nome di Tito Livio: ha, infatti, scritto anche dei dialoghi che si possono annoverare tra le opere di filosofia così come tra quelle di storia, e dei libri di argomento espressamente filosofico: cedo il passo anche a lui.
L'unico grande prosatore dell'età di Augusto, Tito Livio [...], è l'unico letterato che faccia realmente degli ideali della romanità il centro della sua arte. Egli è mosso a scrivere la storia di Roma dall'amore per le tradizioni e le istituzioni della repubblica; le sue idealità repubblicane non gli impediscono di condividere pienamente il programma augusteo di restaurazione morale e religiosa. È soprattutto a Livio che si deve l'idealizzazione dell'antica storia di Roma e dei suoi personaggi come modelli delle virtù morali e politiche.
La storia di Livio è opera piena di begli esempi, piena di patriottismo e d'idealità. Ma se è una grande opera dal lato morale, è essa grande pure dal lato scientifico? Applicò Livio scrivendo le esatte norme dell'arte critica per sceverare il vero dal falso? Che Livio fosse animato da un amore disinteressato della verità, e che dove conobbe il vero l'abbia senza reticenze significato, è indubitabile; ma che egli possedesse l'arte di investigare la verità storica, consultando documenti sottoponendo a severa disamina le fonti di cui si serviva, comparando le diverse testimonianze, questo non si può dire.
Le vicende, liete e dolorose, dell'antico popolo romano furono tramandate da illustri scrittori e a narrare dei tempi di Augusto non mancarono splendidi ingegni.
Livio guarda al passato per poter distoglier lo sguardo dai mali che la sua epoca ha vissuto: le guerre civili, certo; ma egli estende il suo pessimismo e il suo scetticismo anche all'età presente e ai remedia messi in atto dal nuovo regime. All'idealizzazione del passato si affiancano una visione tipicamente etica della storia e una palese finalità di fornire ai lettori, attraverso la rassegna degli uomini e delle virtù che costruirono la potenza romana, una storia esemplare per l'edificazione morale e civile, per la formazione etico-politica dei cittadini.
Livio rappresenta drammaticamente gli avvenimenti, e, come un regista, egli inquadra la scena e guida i personaggi, fa parlare le cose come fa parlare i personaggi mediante i discorsi.
Negli stessi anni in cui Virgilio compone il poema destinato ad esaltare i valori tradizionali del popolo romano, Livio – secondo una felice definizione di Syme – scrive il corrispondente in prosa dell'epopea virgiliana, ponendo l'accento sull'esaltazione della Roma antica: chiaro è il suo intento di dimostrare che costumi, tradizioni ed istituzioni antiche rappresentano il fondamento dell'impero e il presupposto necessario per il suo sviluppo e per la sua sopravvivenza; e come Virgilio si sofferma con nostalgia sui costumi semplici delle antiche stirpi italiche, così Livio innalza le figure dei Romani delle origini a simbolo della potenza romana e dei suoi valori essenziali. [...] È possibile, dunque, prospettare l'ipotesi che l'impiego costante di arcaismi da parte di Livio non sia semplicemente il frutto di una concessione al gusto di alcuni poeti contemporanei o un omaggio allo stile di Sallustio, ma il risultato di una precisa e costante scelta ideologica.
Non esiterei a contrapporre Sallustio a Tucidide, né Erodoto potrebbe avere a sdegno che gli sia paragonato Tito Livio, che non solo è scrittore meravigliosamente piacevole e di luminosissima eleganza, ma anche si esprime, nei discorsi, con una efficacia e dignità superiori ad ogni descrizione, cosicché tutto quel che è detto è adatto sia alle situazioni sia ai personaggi: per dirla in breve, quanto agli affetti, e particolarmente quelli più miti, nessuno degli storici ha saputo renderli in modo più appropriato. Per questo egli ha uguagliato con pregi diversi la divina efficacia di Sallustio.
Non hai mai letto di quel tale di Cadice, che, mosso dalla rinomanza e dalla reputazione di Tito Livio, venne dall'ultimo confin della terra per vederlo?
Non vi è prova che egli considerasse la storia dei re più autentica di quanto la ritenesse Cicerone. Ma doveva narrarla. Abbandonando la leggenda, egli si tuffa nel romanzesco, senza avere la capacità di farne emergere i fatti certi. E sebbene nei libri seguenti Livio si muova su basi più sicure (e la guerra annibalica gli sia congeniale), egli è tradito dalla specifica ignoranza della politica e della vita militare, dalla mancanza di principî critici, e, soprattutto, dall'incapacità di dare forma e struttura al materiale.
Forse il meglio è andato perso.
Nulla dico di Tito Livio: il suo turno verrà; ma è politico, è oratorio, è tutto ciò che meno si addice a quest'età.
Se Livio non vede che Roma è perché egli è del tutto legato agli schemi della storiografia romana che, in contrasto con quella greca, ha un interesse esclusivo e profondo per le vicende del proprio popolo e che dalle sue origini fino al suo declinare non è e non vuole essere se non la storia del popolo e dello Stato romano.
Se ne sta pigiata in queste strette pergamene l'enorme opera di Livio, quella che, a contenerla tutta intera, non basta la mia biblioteca.
Sull'esattezza di quel che Livio riferisce facciamo le nostre riserve, specie là dov'egli mette in bocca ai suoi personaggi interi discorsi che somigliano più a Livio che a loro. La sua è una storia di eroi, un immenso affresco a episodi, e serve più a esaltare il lettore che a informarlo. Roma, a dargli retta, sarebbe stata popolata soltanto, come l'Italia di Mussolini, da guerrieri e navigatori assolutamente disinteressati, che conquistarono il mondo per migliorarlo e moralizzarlo. Gli uomini, secondo lui, sono divisi in buoni e cattivi. A Roma c'erano solamente i buoni, e fuori di Roma solamente i cattivi. Anche un grande generale come Annibale diventa, sotto la sua penna, un comune mariuolo.
Ciò non toglie che la storia di Livio, costata cinquant'anni di fatiche a un autore che si dedicò soltanto ad essa, resti un gran monumento letterario. Forse il più grande fra quelli, piuttosto mediocri, eretti sotto il segno di Augusto.
Tito Livio descrive l'ambiente fisico soltanto per spiegare le emozioni morali; solo avendo di mira l'anima, osserva il corpo.
Il più grande, anzi l'unico grande prosatore dell'età Augustea è Tito Livio; e grande è per qualità che si potrebbero dire poetiche.
In Livio era profonda la convinzione che la grandezza di Roma era per volere degli dei e frutto della grande religiosità dei Romani (cum rerum humanarum maximum momentum sit, quam propitiis quam adversis agant diis); nella pietas vede e ammira uno degli elementi più importanti del carattere romano.
Livio [...] non tanto si propone di procurare a' suoi concittadini una più completa ed esatta cognizione scientifica della loro storia, quanto di scuotere e commuovere gli animi loro nella contemplazione del valore, della magnanimità, della giustizia, della religiosità degli avi. Questa dignità morale e religiosa della storia è per lui la cosa importante; e come l'animo suo nobile e schietto era tutto compreso di questo sentimento, così l'alto ingegno, una fantasia come di poeta, la virtù d'un'eloquenza che la scuola aveva acuita e affinata senza renderla artificiosa, facevano di lui il vero artista atto a comunicare agli altri il calore de' suoi affetti e il suo entusiasmo.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026