Ritratto di Tommaso d'Aquino
Carlo Crivelli · Public domain

Frasi

Frasi di Tommaso d'Aquino

91 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Le citazioni di Tommaso d'Aquino raccolte in un'unica pagina: 91 frasi, divise per libro e argomento.

Tommaso d'Aquino (teologo cattolico, filosofo italiano e Dottore della Chiesa). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Tommaso d'Aquino

Come gli occhi della nottola sono abbagliati dalla luce del sole che non riescono a vedere, ma vedono bene le cose poco illuminate, così si comporta l'intelletto umano di fronte ai primi principi, che sono tra tutte le cose, per natura, le più manifeste.
Da In Met., II, l. 1 n. 10.
Dio avrebbe potuto creare un mondo senza uomini, e in seguito avrebbe potuto produrre l'uomo.
Citato in AA.VV., Il libro della filosofia, traduzione di Daniele Ballarini e Anna Carbone, Gribaudo, 2018, p. 92. ISBN 9788858014165
Dovremmo verificare se vi è contraddizione tra l'essere creato da Dio e l'essere eterno.
Citato in AA.VV., Il libro della filosofia, traduzione di Daniele Ballarini e Anna Carbone, Gribaudo, 2018, p. 93. ISBN 9788858014165
Il Cristo è stato privato di ogni bene esteriore, fino alla nudità corporale… È questa povertà della croce che vogliono seguire coloro che abbracciano la povertà volontaria, specialmente coloro che rinunciano a ogni tornaconto.
Citato da «San Tommaso d’Aquino? Un maestro per ogni stagione della nostra fede», L'Avvenire, 7 marzo 2024
Il maestro si limita a «muovere», a stimolare il discepolo e il discepolo solo se risponde a questo stimolo – sia durante che dopo l'esposizione del maestro – arriva ad un vero apprendimento.
Citato in Albino Luciani, Illustrissimi, p. 135, premessa di Igino Giordani, commento di Giovanni Mocchetti, Edizioni A.P.E., Mursia, Milano, 1979.
I peccati sono farina del nostro sacco; il bello, il buono che è in noi è frutto della misericordia di Dio.
Citato in Mario Canciani, Vita da prete, Mondadori, 1991, p. 7.
La mia anima non è me stesso.
Citato in Fulton J. Sheen, Tre per sposarsi, Edizioni Richter, Napoli, 1964.
La pace è indirettamente opera della giustizia, in quanto questa ne rimuove gli ostacoli, ma è opera della carità che, in forza della sua natura, porta la pace.
Citato in AA.VV., Il libro della politica, traduzione di Sonia Sferzi, Gribaudo, 2018, p. 64. ISBN 9788858019429
Lasciamo che un Santo scriva di un altro Santo!
Citato in Albino Luciani, Illustrissimi, premessa di Igino Giordani, commento di Giovanni Mocchetti, Edizioni APE Mursia, Milano, 1979.
La natura non è altro che il piano di un Artista, e di un Artista divino, iscritto all'interno delle cose, grazie al quale si muovono verso un fine determinato, come se il costruttore di una nave potesse fornire ai pezzi di legno la capacità di muoversi da sé per la produzione della forma della nave.
Da In octo libros Physicorum Aristotelis expositio, Marietti, Torino-Roma, II, c. 8, l. 14, p. 268; citato in Rafael Martínez e Juan José Sanguineti, Dio e la natura, Armando Editore, Roma, 2002, pp. 75-76. ISBN 88-8358-
La presenza del vero corpo e sangue di Cristo in questo sacramento non può essere rilevata dai sensi o dall'intelletto, ma dalla fede soltanto.
Citato in AA.VV., Il libro delle religioni, traduzione di Anna Carbone, Gribaudo, 2017, p. 229. ISBN 9788858015810
La scienza filosofica riguarda l'ente in quanto ente, cioè considera l'ente dal punto di vista della ratio universale di ente, e non dal punto di vista della ratio specifica di qualche ente particolare.
Da In Met., XI, l. 3 n. 1.
Nessun uomo dovrebbe vendere una cosa a un altro uomo per più del suo valore.
Citato in AA.VV., Il libro dell'economia, traduzione di Olga Amagliani e Martina Dominici, Gribaudo, 2018, p. xx. ISBN 9788858014158
Quello che si spera si deve credere che possa essere ottenuto; è quanto aggiunge la speranza al puro desiderio.
Da Comp. Theol. II, 8 – citato in von Balthasar, Sperare per tutti, Jaca Book, Milano, 1997, p. 55.
Sebbene il lume naturale della mente umana sia insufficiente alla manifestazione di quelle cose che attraverso la fede si manifestano, è tuttavia impossibile che le cose che ci sono attraverso la fede tramandate divinamente siano contrarie a quelle che ci sono date per natura. In questo caso occorrerebbe che o le une o le altre fossero false; e poiché sia le une sia le altre ci vengono da Dio, Dio sarebbe per noi autore della falsità: il che è impossibile.
Dal Commento al "De Trinitate" di Severino Boezio.
Sinonimi diconsi i vocaboli che significano affatto il medesimo. Tali vocaboli, messi insieme, rendono il dire inetto. Notisi, però, che i sinonimi veri son quelli che significano una cosa medesima secondo la medesima ragione dell'essere di quella; ma quelli che denotano le varie ragioni dell'essere di una cosa, non significano per l'appunto il medesimo.
Da Som. 1, 1, 1, 3; citato in Niccolò Tommaseo, Prefazione a Dizionario dei sinonimi della lingua italiana, cap. IV, De' sinonimi, Vallardi, Milano, 18675, p. x.
Solo Cristo è il vero sacerdote, gli altri sono i suoi ministri.
Da In ad Hebraeos, 7, 4: citato nel Compendio del Catechismo.
Sono altre quattro le città preminenti, Parigi nelle scienze, Salerno nelle medicine, Bologna nelle legge, Orleans nelle arti attoriali.
Citato in Giuseppe Amelio, Salerno momenti storici: conoscere la città per viverci meglio, De Rosa & Memoli, 1996.
Tra le cose che Cristo ha compiuto o subito durante la sua vita mortale, la sua adorabile croce si offre a noi come l'esempio principale che noi dobbiamo imitare. [...] Ora, tra tutto ciò che essa insegna, c'è innanzitutto una povertà assoluta (omnimoda paupertas), perché Cristo sulla croce è stato privato di ogni bene fino alla nudità [...]. Coloro che abbracciano la povertà volontaria vogliono seguire proprio questa nudità della croce, specialmente coloro che rinunciano a ogni rendita [...]. Quindi è chiaro che gli avversari della povertà sono anche nemici della croce di Cristo; secondo la sapienza di questo mondo, essi pensano che l'avere possessi terreni faccia parte della perfezione cristiana e che il rinunciare ad essi condurrebbe soltanto ad una perfezione inferiore.
Da Contra retrahentes, citato in Jean-Pierre Torrell, Amico della verità. , traduzione e aggiornamento di Giorgio E. Carbone, Edizioni Studio Domenicano, Bologna, 2006, p. 39. ISBN 88-7094-594-4
Tra tutte le preghiere il Padre Nostro occupa certamente il primo posto, perché possiede i cinque più importanti requisiti che ogni preghiera deve possedere. Innanzitutto infonde molta fiducia perché ci è stata consegnata da Gesù Cristo, che è intercessore sapientissimo nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2,3) e che è nostro avvocato presso il Padre (1 Gv 2,1). È una preghiera retta perché in essa chiediamo a Dio le cose che lui stesso ci ha insegnato a chiedere. È umile perché chi prega non presume assolutamente nelle proprie forze, ma aspetta di ottenere tutto dall'onnipotenza divina cui si rivolge supplichevoli.
Da Collationes (expositio) in orationem dominicam; citato in La preghiera cristiana: Il Padre Nostro, l'Ave Maria e altre preghiere, a cura di Pietro Lippini, Edizioni Studio Domenicano, 2011, p. 30. ISBN 88-7094-804-8
Uno e identico è l'atto del sentito e del senziente.
Dal De Anima, III, l. 2 n. 9.

Citazioni di Tommaso d'Aquino – Attribuite

Guardati dall'uomo d'un solo libro, che ha letto un solo libro.

Contra Gentiles

I principi innati nella ragione si dimostrano verissimi: al punto che non è neppure possibile pensare che siano falsi. (I, c. 7 n. 2)
Perciò l'emissione dello sperma deve essere così ordinata da poterne seguire la generazione e l'educazione della prole. Da ciò risulta evidente che è contro il bene dell'uomo ogni emissione dello sperma, prodotta in modo da non poterne seguire la generazione. […] Perciò, dopo il peccato di omicidio, col quale si distrugge la natura umana già esistente in atto, occupa il secondo posto questo genere di peccato, col quale viene impedita la generazione della natura umana. (III, c. 122)
La femmina, infatti, ha bisogno del maschio non solo per la generazione, come negli altri animali, ma anche come suo signore, perché il maschio è più perfetto quanto a intelligenza ed è più forte quanto a coraggio. (III, c. 123)

De Veritate

I primi concetti dell'intelletto preesistono in noi come semi di scienza, questi sono conosciuti immediatamente dalla luce dell'intelletto agente dall'astrazione delle specie sensibili... in questi principi universali sono compresi, come germi di ragione, tutte le successive cognizioni. (q. 11 a. 1 – co)
Se invero uno propone ad un altro cose che non sono incluse nei principi per sé noti, o che non appaiono chiaramente incluse, non produrrà in lui sapere, ma forse opinione o fede. (q. 11 a. 1 – co)
Tu non possiedi la Verità, ma è la Verità che possiede te.

Summa Theologiae

Belle si dicono le cose che piacciono all'occhio.
Dico dunque che questa proposizione, "Dio esiste", è in sé stessa e di per sé evidente, perché il predicato s'identifica col soggetto; Dio infatti è il suo essere: ma siccome noi ignoriamo l'essenza di Dio, per noi non è evidente, ma necessita di essere dimostrata per mezzo di quelle cose che sono a noi più note, [...] cioè mediante gli effetti. (I, questione 2, articolo 1)
Il bene si diffonde. (I, questione 5, articolo 4, ad 2)
Traduzione dallUdienza generale di papa Giovanni Paolo II del 18 settembre 1985.
I corpi celesti sono la causa di ciò che avviene in questo mondo, ma non tutti gli effetti che producono sono inevitabili.
Imperfettamente conosciamo e imperfettamente amiamo. (I-II, 68, 2)
Perché una guerra sia giusta sono necessarie tre cose: la prima, l'autorità del sovrano; la seconda, una giusta causa; la terza una giusta intenzione.
Poiché il sentimento della pietà sorge dalle afflizioni degli altri, ed accade anche agli animali bruti di soffrire dolore, l'affezione della pietà può sorgere nell'uomo anche rispetto alle afflizioni degli animali. Ovviamente, chiunque sia abituato a provare un sentimento di pietà verso gli animali, è per questo motivo più disposto ad un'affezione di pietà verso gli uomini: onde si dice nei Proverbi XII 10: «Il giusto sa curare il suo bestiame, ma le viscere degli empi sono crudeli». E perciò il Signore, vedendo che il popolo ebraico era crudele, per poterlo richiamare alla pietà, volle insegnargli la misericordia anche verso le bestie brute, proibendo che venissero compiuti contro gli animali certi atti che sembrano confinare con la crudeltà. E perciò egli proibì loro di bollire i cuccioli nel latte della madre (Deut. XIV 21), o di mettere la museruola al bue che trebbia (Deut. XXV 4), o di uccidere gli uccelli vecchi con quelli giovani (Deut. XXII 6,7). (I-II, q. 102, art. 6 ad. 8)
Citato in Joseph Rickaby, Dei cosiddetti diritti degli animali, traduzione di Paolo Garavelli, in Tom Regan, Peter Singer, Diritti animali, obblighi umani, Gruppo Abele, Torino, 1987, pp. 181-182. ISBN 88-7670-097-8
Sembra che l'onesto non s'identifichi col bello.
Come dice S. Agostino: «Dio, essendo sommamente buono, non permetterebbe in nessun modo che nelle sue opere ci fosse del male, se non fosse tanto potente e tanto buono, da saper trarre il bene anche dal male». Sicché appartiene all'infinita bontà di Dio il permettere che vi siano dei mali per trarne dei beni. (I, q. 2, a. 3)
Da La somma teologica, Edizioni Studio Domenicano, 1985, p. 88.
Siccome di Dio non possiamo sapere che cosa è, ma piuttosto che cosa non è, non possiamo indagare come egli sia, ma piuttosto come non sia. (I, 3, Prologo: citato nel Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede)
Siccome infatti la Grazia non distrugge la natura, ma anzi la perfeziona, la ragione deve servire alla fede, nel modo stesso che l'inclinazione naturale della volontà asseconda la carità. [...] È così che la sacra dottrina utilizza anche l'autorità dei filosofi dove essi con la ragione naturale valsero a conoscere la verità; [...]. Però di questa autorità la sacra dottrina fa uso come di argomenti estranei e probabili; mentre l'autorità della Scrittura canonica si serve come di argomenti propri e rigorosi.
Essendo gli ebrei stessi servi della Chiesa, questa può disporre dei loro averi. (II, IIa, q.10, a10)
Citato in Walter Peruzzi, Il cattolicesimo reale attraverso i testi della Bibbia, dei papi, dei dottori della Chiesa, dei concili, Odradek, Roma, 2008, p. 282.
Il Signore ha creato l'uomo, poi ha voluto creare la donna per dargli un aiuto simile a lui [audiutorium sibi simile]. [...] L'aiuto non è per qualsiasi altra opera, come alcuni hanno detto. [...] Infatti, per qualsiasi altra opera un maschio potrebbe essere aiutato più opportunamente da un altro maschio che da una femmina. L'aiuto quindi è per la generazione.
Uno non può pentirsi veramente di un peccato senza pentirsi degli altri. (III, q. 86, 3)
Rispetto alla natura particolare la femmina è un essere difettoso e manchevole. Infatti la virtù attiva racchiusa nel seme del maschio tende a produrre un essere perfetto simile a sé, di sesso maschile, e il fatto che ne derivi una femmina può dipendere dalla debolezza della virtù attiva, o da una indisposizione della materia, o da una trasmutazione causata dal di fuori, p. es. dai venti australi, che sono umidi, come dice il Filosofo [De gen. animal. 4, 2]. Rispetto invece alla natura nella sua universalità la femmina non è un essere mancato, ma è espressamente voluto in ordine alla generazione. Ora, l'ordinamento della natura nella sua universalità dipende da Dio, il quale è l'autore universale della natura. Quindi nel creare la natura egli produsse non solo il maschio, ma anche la femmina. (Pars I, Quaest. XCII, Art. I)
Era conveniente che la donna fosse formata dalla costola dell'uomo. Primo, per indicare che tra l'uomo e la donna ci deve essere un vincolo di amore. D'altra parte la donna «non deve dominare sull'uomo» [1 Tm 2, 12], e per questo non fu formata dalla testa. Né deve essere disprezzata dall'uomo come una schiava: perciò non fu formata dai piedi. (vol. I, articolo 3)
Quando si dice che l'intemperanza è il vizio più disonorante, s'intende tra i peccati umani […] Ma quei peccati che sorpassano i limiti della natura umana sono ancora più disonoranti. Tuttavia anche questi sembrano ridursi per eccesso al genere dell'intemperanza: il fatto, per esempio, di mangiare carne umana, o nel coito bestiale od omosessuale. (IIa-q.CXVII, a.4)
S'impedirebbe molto di ciò che è utile se tutti i peccati fossero severamente vietati.
Citato in Nicola Porro, La disuguaglianza fa bene, Milano, Ed. Il Giornale, 2016, p. 261. ISSN 977-802102345-2

Summa Theologiae – Il Preziosissimo Sangue del Redentore

L'uomo fu liberato dal potere del demonio mediante la passione di Cristo in quanto la passione causò la remissione dei peccati...la passione di Cristo ci ha liberati dal potere del demonio in quanto ci ha riconciliati con Dio. E Sant'Agostino sostiene: "Il demonio fu vinto dalla giustizia di Cristo: poiché non avendo trovato in lui nulla che fosse degno di morte, tuttavia lo uccise". Però anche ora, col permesso di Dio, il demonio può tentare gli uomini nell'anima e vessarli nel corpo; ma con la Passione di Cristo è stato preparato per l'uomo un rimedio con cui egli si può difendere dagli assalti del nemico, in modo da non essere trascinato alla morte eterna.
Questione 49, art. 2: "Gli effetti della passione di Cristo", da La Somma Teologica, Terza parte, Edizioni Studio Domenicano, Bologna, 1997; citato in Vincere il demonio, ifiglidellaluce.it.

Summa Theologiae – Gli angeli

Come Origene [In Mt tract. 13] riferisce, ci sono in proposito due opinioni. Alcuni dicevano che l'angelo custode è assegnato all'uomo al momento del battesimo, altri invece al momento della nascita. S. Girolamo difende la seconda opinione, e con ragione. Infatti i benefici largiti da Dio all'uomo in quanto cristiano hanno inizio dal momento del battesimo, p. es. la ricezione dell'Eucaristia e altre cose del genere. Invece le cose che Dio nella sua provvidenza concede all'uomo in quanto ha un'anima razionale gli vengono concesse fin dal momento in cui, con la nascita, egli entra in possesso di tale natura. Ora, la custodia degli angeli è un beneficio di questo genere, come risulta chiaro dalle cose dette sopra [aa. 1, 4]. Quindi l'uomo ha un angelo deputato alla sua custodia dal momento della nascita. (Quaestio 113, articolo 6)
Citato in Tito Centi O.P., A. Zelio Belloni O.P., Somma teologica. Nuova edizione italiana, Documentacatholicaomnia.eu, 2009, p. 1066.
Come abbiamo già spiegato [a. 2, ad 1], la custodia dell'uomo si attua in due forme. Primo, in forma individuale, secondo che a ogni singolo uomo è assegnato un particolare angelo custode. E la custodia in questa forma spetta agli angeli dell'infimo ordine, incaricati, come insegna S. Gregorio [l. cit.], di «annunziare le cose di minore importanza»: ora, fra tutti gli uffici angelici il minimo Pare appunto quello di prendersi cura di quanto interessa la salvezza di un solo individuo. — Secondo, in forma universale. E questa varia secondo i diversi ordini, poiché una causa è tanto più alta quanto più è universale. Per conseguenza la custodia delle collettività umane spetta all'ordine dei Principati, o forse agli Arcangeli, il cui nome significa Angeli Prìncipi: per cui anche Michele, che è un Arcangelo, viene detto in Daniele [10, 13] «uno dei prìncipi». Salendo, vengono poi le Virtù, che esercitano la custodia su tutte le nature corporee. Salendo ancora vengono le Potestà, che stanno a guardia dei demoni. Da ultimo poi vengono i Principati, che secondo S. Gregorio [l. cit.] fanno da custodi agli spiriti buoni. (Quaestio 13, art. 3, p. 1064)
La virtù di qualsiasi essere corporeo è più ristretta di quella di una sostanza spirituale: poiché ogni forma corporea viene resa individuale dalla materia e determinata alle condizioni del tempo e dello spazio, mentre le forme immateriali sono sciolte da queste condizioni, e intelligibili. Per conseguenza come gli angeli inferiori, che hanno forme intenzionali meno universali, sono governati per mezzo di quelli superiori, così tutti i corpi sono governati per mezzo degli angeli. — E questa è la sentenza non solo dei santi Dottori, ma anche di tutti i filosofi che hanno ammesso l'esistenza delle sostanze immateriali. [...] ebbene gli angeli possano operare qualcosa fuori dell'ordine della natura materiale, non possono tuttavia trascendere l'ordine di tutto il creato: che è quanto propriamente si esige per il vero miracolo, come si è detto [nel corpo].
Gli angeli con la loro attività esterna servono principalmente Dio, e secondariamente noi uomini. E ci servono non perché siamo più grandi di loro, semplicemente parlando, ma perché un uomo, o un angelo qualsiasi, in quanto con l'adesione a Dio diventa un solo spirito con lui, è superiore a ogni altra creatura. Per cui l‘Apostolo [Fil 2, 3] comanda che «ciascuno ritenga gli altri superiori a se stesso». (Quaestio 112, articolo 1, p. 1055)
Da Lettera ai Filippesi: capitolo 2, verso 3, Maranatha.it, traduzione C.E.I. del 1974.
Nei divini ministeri vi sono molti gradi. Nulla quindi impedisce che anche angeli disuguali siano inviati in ministero; però ai ministeri più alti sono deputati gli angeli superiori, e a quelli più bassi gli angeli inferiori. (Quaestio 112, a. 2, p. 1057)
Per operare il bene si richiedono due cose. Primo, che l'affetto sia inclinato al bene: e in noi ciò si compie mediante l'abito delle virtù morali. Secondo, che la ragione trovi la via giusta per operare l'atto virtuoso: e questo è il compito che il Filosofo [Ethic. 6, 12 assegna alla prudenza. Per quanto dunque riguarda la prima cosa, Dio custodisce l'uomo direttamente, infondendogli la grazia e le virtù. Per quanto invece riguarda la seconda, Dio custodisce l'uomo quale supremo maestro, ma il suo insegnamento, come si è visto [q. 111, a. 1], perviene all'uomo attraverso gli angeli. Come l'uomo si discosta dalla naturale inclinazione verso il bene a causa delle passioni che spingono al peccato, così si discosta pure dall'ispirazione degli angeli buoni, prodotta da questi invisibilmente in quanto illuminano gli uomini affinché agiscano bene. Quindi il fatto che gli uomini periscano non va imputato alla negligenza degli angeli, ma alla malizia degli uomini. Che poi gli angeli in casi straordinari appaiano talora visibilmente agli uomini proviene da una grazia speciale di Dio: come quando avvengono dei miracoli fuori dell'ordine della natura. (Quaestio 113, a. 1, pp. 1060-1061)
Aristotele, Etica Nicomachea, Libro VI, 12, a cura di Lucia Caiani, UTET, 1996, pp. 359-360. ISBN 88-02-049942-4
Si è detto sopra [q. 112, a. 3, ad 4] che tutti gli angeli della prima gerarchia sono illuminati immediatamente da Dio su alcune verità, ma che vi sono altre verità intorno alle quali sono illuminati immediatamente da Dio solo gli angeli superiori, che illuminano poi gli inferiori. Ora, la stessa considerazione va fatta riguardo agli ordini inferiori: infatti un angelo di grado infimo è illuminato su alcune verità da un qualche angelo supremo, e su altre dall'angelo che sta immediatamente sopra di lui. E così è possibile che un angelo illumini immediatamente l'uomo e abbia nondimeno sotto di sé altri angeli da lui illuminati. (Quaestio 113, a. 2, p. 1063)
Tutte le cose, procedendo dalla volontà di Dio, tendono al bene, ma ciascuna in modo diverso. Alcune infatti hanno soltanto un'inclinazione naturale al bene, senza conoscerlo, come le piante e i corpi inanimati. E questa inclinazione al bene viene chiamata appetito naturale. — Altri esseri invece tendono al bene per averlo in qualche modo conosciuto: non nel senso che conoscano la natura stessa del bene, ma in quanto conoscono qualche bene particolare, come fa il senso che conosce il dolce o il bianco o altre simili cose. E l'inclinazione che accompagna questa conoscenza viene chiamata appetito sensitivo. — Altri esseri infine tendono al bene conoscendo la natura stessa del bene, il che è proprio dell'intelletto. E questi esseri tendono al bene in modo perfettissimo: infatti non tendono al bene solo perché ricevono l'impulso o la direzione da un altro essere, come le realtà non dotate di conoscenza, e neppure tendono soltanto a un bene particolare, come gli esseri che hanno la sola conoscenza sensitiva, ma sono inclinati al bene universale. E questa inclinazione prende il nome di volontà. — Quindi, dato che gli angeli conoscono con l'intelletto la stessa nozione universale di bene, è evidente che in essi si trova la volontà (Quaestio 59, a. 1, p. 638).
In essi infatti non vi sono le passioni della concupiscenza, o del timore e dell'audacia, che debbono essere regolate dalla temperanza e dalla fortezza. Si dice però che in essi è la temperanza in quanto essi moderano i moti della loro volontà secondo le norme della volontà divina. E si pone in essi la fortezza in quanto eseguono con fermezza la volontà divina. Ma tutto ciò avviene per mezzo della volontà, non per mezzo dell'irascibile e del concupiscibile. (Quaestio 59, a. 4, p. 647)
Si deve perciò concludere che un angelo ama l'altro di dilezione naturale in quanto quest‘ultimo ha la sua stessa natura. Non lo ama invece di dilezione naturale in quanto per altre cose si accorda con lui, o con lui è in disaccordo.. [...] La dilezione naturale ha per oggetto il fine stesso non già nel senso che questo sia il soggetto a cui si vuole il bene, ma piuttosto nel senso che esso è il bene che uno vuole a se stesso, e conseguentemente anche agli altri, in quanto questi formano una cosa sola con lui. E questa dilezione naturale non può venir meno neppure negli stessi angeli cattivi, i quali hanno una dilezione naturale per gli altri angeli in quanto conservano in comune con essi la natura. Li odiano però in quanto differiscono da essi a motivo della giustizia e dell'iniquità. (Quaestio 60, a. 4, p. 648)

Summa Theologiae – Le cinque vie

Quod Deum esse quinque viis probari potest.
[...] tutto ciò che si muove è mosso da un altro. [...] Perché muovere significa trarre qualcosa dalla potenza all'atto; e niente può essere ridotto dalla potenza all'atto se non mediante un essere che è già in atto. [...] È dunque impossibile che sotto il medesimo aspetto, una cosa sia al tempo stesso movente e mossa, cioè che muova sé stessa. [...] Ora, non si può procedere all'infinito, perché altrimenti non vi sarebbe un primo motore, e di conseguenza nessun altro motore, perché i motori intermedi non muovono se non in quanto sono mossi dal primo motore [...]. Dunque è necessario arrivare ad un primo motore che non sia mosso da altri; e tutti riconoscono che esso è Dio.
[...] in tutte le cause efficienti concatenate la prima è causa dell'intermedia e l'intermedia è causa dell'ultima [...] ora, eliminata la causa è tolto anche l'effetto: se dunque nell'ordine delle cause efficienti non vi fosse una prima causa, non vi sarebbe neanche l'ultima, né l'intermedia. Ma procedere all'infinito nelle cause efficienti equivale ad eliminare la prima causa efficiente [...]. Dunque bisogna ammettere una prima causa efficiente, che tutti chiamano Dio.
[...] alcune cose nascono e finiscono, il che vuol dire che possono essere e non essere. Ora, è impossibile che cose di tal natura siano sempre state [...]. Se dunque tutte le cose [...] possono non esistere, in un dato momento niente ci fu nella realtà. Ma se questo è vero, anche ora non esisterebbe niente, perché ciò che non esiste, non comincia ad esistere se non per qualcosa che è. [...] Dunque, non tutti gli esseri sono contingenti, ma bisogna che nella realtà vi sia qualche cosa di necessario. [...] negli enti necessari che hanno altrove la causa della loro necessità, non si può procedere all'infinito [...]. Dunque, bisogna concludere all'esistenza di un essere che sia di per sé necessario, e non tragga da altri la propria necessità, ma sia causa di necessità agli altri. E questo tutti dicono Dio.
[...] il grado maggiore o minore si attribuisce alle diverse cose secondo che si accostano di più o di meno ad alcunché di sommo e di assoluto; [...] come dice Aristotele, ciò che è massimo in quanto è vero, è tale anche in quanto ente. Ora, ciò che è massimo in un dato genere, è causa di tutti gli appartenenti a quel genere [...]. Dunque vi è qualche cosa che per tutti gli enti è causa dell'essere, della bontà e di qualsiasi perfezione. E questo chiamiamo Dio.
[...] alcune cose, le quali sono prive di conoscenza, cioè i corpi fisici, operano per un fine [...]. Ora, ciò che è privo d'intelligenza non tende al fine se non perché è diretto da un essere conoscitivo ed intelligente, come la freccia dell'arciere. Vi è dunque un qualche essere intelligente, dal quale tutte le cose naturali sono ordinate a un fine: e quest'essere chiamiamo Dio.

Summa Theologiae – Omicidio, caccia e pena di morte

[...] diciamo che vi è un doppio ordine di natura. Il primo è l'ordine genetico o cronologico, e in esso hanno una priorità gli esseri imperfetti e potenziali. I dati più universali sono quindi anteriori secondo la natura, stando a questa considerazione: e ciò risulta chiaramente nella generazione umana e in quella degli animali, poiché secondo Aristotele [De anima 2, 3] «prima è generato l‘animale e poi l‘uomo». Il secondo è l'ordine di perfezione, o di finalità naturale: quello cioè per cui l'atto, assolutamente parlando, è per sua natura prima della potenza, e il perfetto è prima dell'imperfetto. E in base a tale ordine i dati meno universali hanno una precedenza su quelli più universali: l'uomo, p. es., ha la precedenza sull'animale, poiché lo scopo a cui tende la natura non è la generazione dell'animale, ma quella dell'uomo. (ST I, q. 85, a. 3)
L'omicidio è peccato perché con esso un uomo viene privato della vita. Ma la vita è comune a tutte le piante e a tutti gli animali. Quindi per lo stesso motivo è peccato sopprimere gli animali e le piante. (ST II-II, q. 64, a. 1)
Come dunque nella generazione dell'uomo abbiamo prima il vivente, poi l'animale e finalmente l'uomo, così gli esseri che sono solo viventi, ossia le piante, sono fatte ordinariamente per gli animali, e gli animali sono fatti per l'uomo, [...] come il Filosofo stesso dimostra [Polit. 1, 3]. È lecito sopprimere le piante a uso degli animali, e gli animali a uso dell'uomo in forza dell'ordine stesso stabilito da Dio [Gen 1, 29 s.]: «Ecco che io ho dato come cibo a voi e a tutti gli animali ogni erba e ogni albero da frutto». E altrove [Gen 9, 3] si legge: «Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo». Analisi delle obiezioni: 1. Secondo l'ordine stabilito da Dio, la vita degli animali e delle piante non viene conservata per se stessa, ma per l'uomo.
Chi uccide il bue di un altro non pecca perché uccide un bue, ma perché danneggia un uomo nei suoi averi. Per cui questo fatto non è elencato tra i peccati di omicidio, ma tra quelli di furto o di rapina.
È lecito uccidere gli animali bruti in quanto essi sono ordinati per natura all'utilità dell'uomo, come le cose imperfette sono ordinate a quelle perfette. Ora, qualsiasi parte è ordinata al tutto come l'imperfetto al perfetto. E così la parte è per natura subordinata al tutto.
Qualora lo esiga la salute di tutto il corpo, si ricorre lodevolmente e salutarmente al taglio di un membro putrido e cancrenoso. Ora, ciascun individuo sta a tutta la comunità come una parte sta al tutto. Quindi se un uomo con i suoi peccati è pericoloso e disgregativo per la collettività, è cosa lodevole e salutare sopprimerlo, per la conservazione del bene comune; infatti, come dice S. Paolo [1 Cor 5, 6], «un po‘ di lievito fa fermentare tutta la pasta». (ST II-II, q. 64, a. 2)
Il Signore comanda di tollerare l'esistenza dei malvagi, rinviandone il castigo all'ultimo giudizio, piuttosto che uccidere con essi anche i buoni. - Quando invece la loro uccisione non costituisce un pericolo, ma è piuttosto una difesa e uno scampo per i buoni, allora è lecito uccidere i malvagi.
Col peccato l'uomo abbandona l'ordine della ragione: egli perciò decade dalla dignità umana, che consiste nell'essere liberi e nell'esistere per se stessi, finendo in qualche modo nell'asservimento delle bestie, che implica la subordinazione all'altrui vantaggio.
È lecito uccidere un malfattore in quanto la sua uccisione è ordinata alla salvezza di tutta la collettività. Ciò quindi spetta soltanto a colui al quale è affidata la cura della sicurezza collettiva: come spetta al medico, a cui è stata affidata la cura di tutto l'organismo, il procedere al taglio di un membro malato. (ST II-II, q. 64, a. 3)

Dicono di Tommaso d'Aquino

Lassù c'è san Tommaso, santo così flemmatico che, se un bue fosse entrato nella sua stanza, avrebbe continuato a studiare; e c'è anche san Giovanni Eudes, che si sentiva bollire d'ira al solo vedere un eretico. C'è Francesco di Sales, il santo delle belle maniere, artista nel parlare e nello scrivere; e c'è il Curato D'Ars, campione dei colpi di disciplina sulla propria schiena e delle patate mangiate colla muffa dopo una settimana dalla cottura.
Albino Luciani
La visione teologica di Tommaso d'Aquino è allo stesso tempo contrassegnata da un'ovvia ecclesialità e da una sovrana apertura e libertà: ambedue vanno certamente assieme, ed è cosa tipica della cristianità medioevale.
Christoph Schönborn
Nato di nobile famiglia napolitana, a cinque anni fu messo in educazione presso i Benedettini di Monte Cassino. Volendo poscia consacrarsi a Dio nell'ordine dei predicatori, i congiunti per impedirnelo il chiusero in una prigione; ove tentato gravemente da ribalde persone ad offendere la castità, ne riuscì vincitore dando mano a un tizzone acceso. Uscito poscia dal carcere e andato a Parigi, studiò teologia sotto il celebre Alberto Magno.
Giovanni Bosco
Per lui , Enrico di Gand era più importante di Tommaso d'Aquino; per noi, e in sé, è vero il contrario.
Étienne Gilson
Reca una somma maraviglia il vedere come mai quest'uomo distratto in tanti viaggi, occupato sempre negli esercizj della cattedra, e costantemente applicato alle opere di pietà, ed agli obblighi della sua professione, non essendo vissuto che 50 anni; pur nondimeno avesse potuto leggere un quasi infinito numero di scrittori sacri e profani, ne avesse saputo tanto sublimemente analizzare lo spirito, e disporne le dottrine con quella sua cotanto ammirabile precisione e chiarezza.
Francesco Colangelo
Una volta, stando in Napoli, l'immagine di Gesù C. crocifisso gli parlò e disse: «Tommaso, scrivesti bene di me: qual mercede vuoi tu avere?» Rispose: «Non altra che te stesso, o mio Dio.»
Sedendo un giorno a mensa con s. Luigi re di Francia, e ripassando in mente un punto di teologia, trovatane ad un tratto la soluzione, batté sulla tavola dicendo: «Questo è argomento, che abbatte l'eresia di Manete.» Avvertito dal suo superiore a badare che era in presenza del re, ne dimandò umile perdono; ma quel principe chiamò tosto un segretario, cui ordinò di scrivere i concetti del santo dottore.
Giovanni Bosco
Unde avete del glorioso Tomaso d'Aquino (che la scienzia sua egli ebbe più per studio d'orazione ed elevazione di mente e lume d'intellecto, che per studio umano), el quale fu uno lume che Io ho messo nel corpo mistico della sancta Chiesa, spegnendo le tenebre de l'errore.
Caterina da Siena
Chi voglia, in rapide linee, circoscrivere la posizione di San Tommaso nella traiettoria del pensiero cattolico; chi miri a scoprire nella sua essenza più intima, la originale sagoma del pensatore e del mistico, che la chiesa Romana ha proclamato antesignano e realizzatore perfetto della sua migliore apologetica; non deve tanto riprodurre pedissequamente il ciclo delle sue catene argomentative, deve piuttosto indagare le posizioni nelle quali la sua intelligenza formidabile e la sua fede hanno compiuto l'innesto della metafisica aristotelica sulla rivelazione neotestamentaria. Perché appunto S. Tommaso sta a segnare nella storia del pensiero religioso una data di un'importanza che non è possibile esagerare, per il fatto che in lui ragione e fede hanno celebrato un connubio la cui fecondità è pari alla sua profonda ed integrale compenetrazione.
Dio! San Tommaso lo presenta così fin da quando, sulle orme della psicologia aristotelica, si accinge a formulare la sua misurata soluzione del problema del vero. Sospinto da quel bisogno che fin dall'inizio del secolo XII si era fatto sentire nell'ambito del pensiero cristiano, e che tendeva ansiosamente alla determinazione di una dimostrazione razionale del divino, l'Angelico viene automaticamente apprestando i coefficienti logici e metafisici della sua teodicea, tutta sostenuta dai contrafforti di una gnoseologia realistica, a norma della quale l'intelligenza umana è riconosciuta atta a scoprire nelle cose il meccanismo causale che attinge la sua verità dalla sua eterna adeguazione agli schemi iniziali della intelligenza creatrice. Ma c'è da domandarsi se tutta la sua speculazione non soggiace all'azione recondita della fede di cui si costituisce apologeta: se anche per lui non vale l'assioma che per cercar Dio, occorre averlo già trovato.
Nel testo "specuzione".
L'unica via [...] per riuscire a scolpire efficacemente il profilo dell'Angelico è quella che miri a cogliere la saldatura felice ch'egli ha compiuto della indagine speculativa con il palpito della credenza mistica, nell'ambito dei problemi in cui si connettono e verso cui si appuntano così il compito della filosofia come l'anelito della fede: l'essere e le sue categorie; la dimostrazione di Dio; la natura di Dio; l'idea di Dio nello sviluppo dell'umano pensiero; il divino e umano nell'azione libera.
L'Angelico trascura le questioni secondarie per attenersi alle centrali; e di queste vuol vedere la radice senza divagamenti, senza farragine di eloquenza, cercando il perché, la ragione delle cose.
Tradizionale epiteto di Tommaso.
È noto il giudizio, spesso ripetuto, che Tommaso è l' cristiano, Bonaventura il secondo Agostino. Questo giudizio non deve essere esagerato: i due santi si completano e si uniscono nel modo più bello. Tommaso è l'Angelo della scuola, Bonaventura il Maestro della vita attiva. Tommaso illumina la mente, Bonaventura eleva il cuore, proprio come si distinguono le scuole dei due Ordini. La filosofia dei Domenicani accorda la superiorità alla mente, la scuola dei Francescani alla volontà; queste diverse vedute spesso si rivelano e sono messe in valore negli scritti dei due Dottori, nelle speculazioni teologiche e nelle questioni pratiche.
La causa di S. Tommaso si identifica con quella della Chiesa. Quando si attacca l'Angelico, si avverta o no, si colpisce la Chiesa; e quando si vuole puntare contro la Chiesa, senza farlo apparire, il bersaglio preferito è S. Tommaso d'Aquino e la sua filosofia.
La genialità dell'opera scientifica di S. Tommaso deve riconoscersi nel fatto che nessuno come lui ha tenuto conto dell'esigenze critiche della ragione nell'atto di credere; e nessuno ha dimostrato meglio l'elemento razionale della fede nell'atto di vendicarne la trascendenza soprannaturale. Come un sapiente architetto ha costruito l'edificio della sapienza cristiana con tutta la forza della ragione, e con tutto l'ossequio della fede, perché dell'insegnamento e della scienza ebbe un concetto altissimo.
S. Tommaso è più sobrio, più laconico; S. Bonaventura fecondo e prolisso. L'Aquinate preferisce il senso naturale e schietto delle parole; l'amico suo ama la metafora e le figure che rivestono fantasticamente il pensiero. L'Angelico resta il professore con la trasparenza di un pensiero e di un concetto che ritraggono le cose per quello che sono; il dottore di Bagnorea è il mistico che anche in una discussione scientifica mira a suscitare gli affetti ed è sempre un po' oratore.
Chi conosce San Tommaso ed è abituato a gustarne la sostanza di verità, la limpidezza di raziocinio, la precisione di metodo, e persino il «discreto latino» (come diceva Dante), che ha presente la magnifica architettura intellettuale rappresentata soprattutto dalla Summa [...], non può non considerare con malinconia il fatto del rinnegamento di San Tommaso da parte dei pensatori italiani e le loro conseguenti aberrazioni dal filone d'oro della tradizione filosofica ellenico-latina.
Contro l'attuale eclissi dei valori morali e la sopraffazione della persona umana che ne deriva in un mondo dominato da relativismo morale, San Tommaso indica nella coscienza come norma dell'azione la via del riscatto dell'uomo dalle potenze del secolo e della vittoria sulla tecnocrazia, sul materialismo, sulla statolatria, che negando la coscienza, hanno soffocato o asservito la persona umana.
Egli non fu né tradizionalista né razionalisteggiante; non si lasciò affascinare da soggettivismi intuizionistici né ridusse la vita intellettuale a cerebralismo; difese la ragione contro coloro che accentuandone la debolezza volevano dedurre l'impossibilità o il pericolo di una filosofia relativamente autonoma, ma fu egualmente deciso e forte nell'affermare la trascendenza della fede e l'altezza infinita dei misteri rivelati; ebbe una spiccata preferenza per Aristotele, proprio a causa della sua fedeltà ai dati più evidenti della ragione e del buon senso, ma non ne diventò un idolatra fino al punto di confondere con un sistema filosofico una religione divina.
Non sono mancati grandi pensatori italiani. Ricordiamo soprattutto Vico e, nel suo campo, Galilei. Ma quando si pensa che, anche più di costoro, dalle cattedre dello Stato venivano proclamati come numi del pensiero Giordano Bruno, Machiavelli, Ardigò e molti altri anche recenti e viventi, dei quali si può dire che il titolo più valido per essere ricordati è quello di aver fatto epoca nella storia dello smarrimento intellettuale, ci si domanda che cosa abbiamo guadagnato, noi italiani, nel pensiero e nella vita, ad abbandonare e a bandire ostinatamente un pensatore autenticamente nostro [...]; e quale insipienza ci abbia condotti a rinnegare un genio eccelso che, insieme con Dante (che di lui si alimenta), ci dava un primato insuperabile e una influenza insopprimibile nel mondo del pensiero.

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026