«Napoli 1943» è un'opera di Enzo Erra, pubblicata per la prima volta nel 1993.
Il libro si svolge a Napoli.
Il libro in breve
Napoli 1943 è un saggio storico di Enzo Erra sulla campagna d'Italia.
Fonte: Wikipedia, voce «Napoli 1943» · licenza CC BY-SA 4.0
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Frasi tratte da «Napoli 1943»
«Resistette impavida, per oltre tre anni, in condizioni drammatiche, spesso disperate, al succedersi pervicace e spietato di massicci bombardamenti aerei nemici, tendenti ad abbattere il morale e la tenace resistenza della popolazione civile. L'inesorabile azione aerea nemica si abbatté sempre più violenta e indiscriminata su edifici, impianti pubblici, templi, causando perdite gravissime tra la popolazione e danni incalcolabili. Oltre 3000 morti, circa 30.000 tra mutilati e feriti, in gran parte donne, vecchi, bambini, e la perdita di ingente patrimonio culturale, artistico e religioso segnarono il calvario dell'olocausto glorioso.» La medaglia d'oro venne concessa con questa motivazione non alla città di Napoli, ma alla città di Palermo. Senza alcun dubbio Palermo l'aveva meritata quanto Napoli. Ma senza alcun dubbio Napoli l'aveva meritata quanto Palermo. E se fu atto di riconoscenza e di giustizia l'averla data a Palermo, non fu atto di riconoscenza né di giustizia l'averla negata. a Napoli. (p. 163)
A Napoli, invece, la medaglia d'oro venne concessa con quest'altra motivazione, di opposto oggetto e di diverso tono: «Con superbo slancio patriottico seppe ritrovare, in mezzo al lutto e alle rovine, la forza per cacciare dal suolo partenopeo le soldatesche germaniche sfidandone la feroce, disumana rappresaglia. Impegnando un'impari lotta col secolare nemico offriva alla Patria, nelle 'Quattro Giornate' di fine settembre 1943, numerosi, eletti figli. Tal suo glorioso esempio additava a tutti gli italiani la via verso la libertà, la giustizia, la salvezza della Patria. Così Napoli non venne decorata per ciò che aveva fatto, per la forza veramente «impavida» che aveva saputo opporre a chi l'aveva selvaggiamente aggredita per anni, facendo sistematicamente strage di «donne, vecchi, bambini», e distruggendo «edifici e templi», per «abbattere il morale e la tenace resistenza» della sua popolazione. Non per «il calvario dell'olocausto glorioso» che aveva salito tutta insieme, coralmente, con sforzo unanime, con tacita, paziente, comune tensione. E non, dunque, per l'epopea vissuta di un'intera città, che nella lotta e nella sventura aveva trovato e riconosciuto se stessa. Valori non retorici, non emotivi, valori che si possono lecitamente esaltare, se ad altra città ne viene riconosciuto il merito. (p. 164)
Napoli venne decorata, invece, per qualcosa che, come città e popolo, come unitaria comunità, era ed è assai arduo dimostrare che abbia fatto. Che le «soldatesche germaniche» siano state «cacciate dal suolo partenopeo», dai napoletani o da altri, è pura invenzione: si poteva sostenere nel 1944 per motivi di propaganda bellica (il decreto per la medaglia d'oro è del 10 settembre di quell'anno) ma oggi se ne può parlare solo nei comizi o nelle tavole rotonde, non in sede storica. Dopo cinquant'anni, i movimenti degli opposti eserciti nella fase meridionale della campagna d'Italia sono largamente documentati, e non si può fingere di non sapere quello che abbiamo qui esposto, e cioè che il ripiegamento della 10a armata tedesca da Salerno al Volturno cominciò il 16 settembre, ed era praticamente concluso il 27 quando anche le retroguarclie di genieri e guastatori rimaste a Napoli cominciarono a uscirne. Le «soldatesche» andarono via quando era ormai tempo che andassero. E un argomento su cui è persino penoso insistere, ma non si può fare a meno di ricordare che né Kesselring, Westphal e von Vietinghoff, né Churchill, Alexander e Clark, né Liddell Hart e gli altri massimi studiosi di storia militare hanno mai accennato a una insurrezione, rivolta o sommossa che abbia in qualche modo accelerato o intralciato la ritirata del presidio tedesco da Napoli. (p. 164)
Ma, chiarito che i tedeschi non furono «cacciati», si può almeno sostenere che la città si sollevò contro di loro, sia pure mentre stavano sloggiando? Vi furono, insomma, le «quattro giornate», ed eventualmente quando? La datazione ufficiale, quella che ricorre nelle lapidi, nelle celebrazioni e negli scritti rievocativi, va dal 28 settembre al 10 ottobre. Abbiamo già visto, però, dal contrasto fra gli scritti di uno dei maggiori protagonisti, che all'inizio non si parlava del 10 ottobre, e si citava invece il 27 settembre. E, d'altra parte, la motivazione stessa della medaglia d'oro accenna nel testo a «quattro giornate di fine settembre», e data in calce «Napoli, 27-30 settembre 1943». (p. 165)
Sembra dunque che, un anno dopo i fatti, nessuno avesse ancora pensato a immettere il 10 ottobre nel novero delle «giornate». Il 1, dunque, è un'annessione postuma. E d'altra parte il fatto che, dopo matura riflessione, si sia deciso di espungere il 27 settembre, già basta a escludere che in quel giorno sia avvenuto qualcosa da ricordare. Né, oltre al citato e non sicuramente datato episodio Calvi, vi abbiamo trovato da parte nostra qualcosa. Esclusi il 27 e il 1°, restano il 28, il 29 e il 30. Ma abbiamo visto, dai racconti stessi dei protagonisti, che il 30 in città non c'era più un solo tedesco contro cui «insorgere». E abbiamo anche visto che nella mattina del 28 avvenne ben poco, e che prima di sera un acquazzone mise precocemente fine agli scontri. Rimangono quindi, anche a star larghi e a prendere tutti i racconti per buoni, l'intero 29 e metà del 28, per il conto totale di una giornata e mezzo. (p. 165)
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Domande frequenti
Chi ha scritto «Napoli 1943»?
«Napoli 1943» è stato scritto da Enzo Erra.
Quando è uscito «Napoli 1943»?
La prima pubblicazione risale al 1993.
Dove è ambientato «Napoli 1943»?
L'ambientazione indicata è Napoli.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026