- Autore
- Vincenzo Calmeta
- Prima pubblicazione
- 1510
- Tipo
- Poema
- Lingua originale
- italiano
- Personaggi
- Beatrice d'Este
«Triumphi» è un poema di Vincenzo Calmeta, pubblicato per la prima volta nel 1510.
Il libro in breve
I Triumphi di Vincenzo Calmeta sono un poema in cinque canti, d'ispirazione petrarchesca e dantesca, in terzine incatenate di endecasillabi. Composto nel 1497, in esso il poeta deplora la prematura morte della duchessa di Milano Beatrice d'Este, di cui era segretario, e inveisce contro il crudele Fato, invocando la morte affinché gli conceda di seguirla, per poi passare ad una più profonda meditazione sulla miseria umana, sulla Fortuna e su Dio, che si spinge fino all'apostasia. La donna gli appare allora sotto sembianza angelica per confortarlo e trarlo fuori dal suo "passato errore", mostrandogli come in verità tutto si governi secondo il giusto volere di Dio.
Fonte: Wikipedia, voce «Triumphi (Vincenzo Calmeta)» · licenza CC BY-SA 4.0
Dove trovare «Triumphi»
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Frasi tratte da «Triumphi»
Tolto m'ha morte el ben, spietata e cruda, / del qual l'avaro Ciel me fu sì largo, / lassando nostra età di gloria nuda; e però aver vorrei le luce d'Argo, / che queste doi mei fonti han perso el lume / per le lacrime amar che ognora spargo. / Io son qual cigno in sul Meandro fiume / che la propinqua Morte canta e plora / scotendo spesso le sue bianche piume; / over qual Filomena in su l'aurora / ch'empie di meste note la campagna / perché l'antiqua offesa ancor l'acora; / over qual tortorella che se lagna / in turbida acqua o in arbor senza fronde / poi che ha perduta sua cara compagna. (I, 10-24).
Pallida Morte, el tuo furor non temo, / ché se a felice già foste acra e bruna, / sareste or dolce a me in tal caso extremo. / Più de uom che viva qua sotto a la luna / felice fui, or son sopra la terra / remasto per exemplo di fortuna. Tu sola trar mi puoi di tanta guerra: / vien, sorda! Perché 'l tuo soccorso invoco, / il colpo acro e funesto in me disserra. / E tu beato saxo e dolce loco, / dove reposte son quelle caste ossa / che m'han per lacrimar già fatto roco, / perché a mia carne lacerata e scossa / non concedette per extrema pace / ivi propinqua la sua eterna fossa? Dura terra, orbo mondo e ciel rapace, / fra voi diviso avete un tanto bene, / perché d'un loco sol non fu capace [...] (I, 43-60)
Ah, duro, acerbo e repentino caso! / Parto colmo de duol, pieno de morte, / che desti a doi sì matutino caso! / Lo innocente figlio, ah dura sorte / per legge al gran falir nostro nimica, / fu destinato a le tartaree porte; / ma Lei, per premio d'ogni sua fatica, / rese al ciel l'alma ne la età immatura / e 'l casto corpo alla gran madre antica. / Quanto a la gloria, vixe oltra misura, / morendo vecchia nel vigesimo anno, / ben che vivesse poco a la natura, Et ebbe quel che raro i cieli danno: / senno e fortuna in giovenil etate, / cortesia profusa in alto scanno, / mente pudica in singular beltate, / sublime ingegno in cor puro e sincero, / alti pensieri in quieta umiltate, / grazie che fan ciascun degno de impero, / et or con Lei son chiuse in piccol sasso, / né mai vederle in corpo umano spero. (I, 67-87)
così vedendo del mio fin lo exizio, / senza speranza alcuna ognora expecto / morte, che faccia in me el suo crudo officio. / O chiara luce al mio scuro intellecto, / darte sol pianti con sospir me lice, / ch'altro non posso offrir da questo pecto! / O del mio ardente cor vera fenice! / O de l'altre alme fortunate e chiare / più excelsa gloria e nel ciel più felice! / Le rime mei che già te for sì care, / ben che abian perse el consueto sòno / per esser volto in tutto a lacrimare, / prender te degna per extremo dono, / poi ch'altro darte el ciel non me concede, / ché d'ogni altra richezza ignudo sono. (I, 103-117)
[...] e però spinto da un furore immenso, / a gridar cominciai con tal furia / ch'ancora abruscio e tremo quando el penso: / « O de mortali detestanda iniuria! / che l'om col proprio pianto quando nasce / subito ogni miseria e mal s'auguria! / Al mondo nudo vien, poi delle fasce / per conservar i membri è avolto e cinto, / sol con l'altrui mezanità si pasce. / Gli altri animal tutti hanno el suo d'istinto: / chi al corso, chi al natar, chi al volo è pronto / come più e meno da natura è spinto; / lui in questa valle de miseria gionto, / inerme e vinto iace mansueto, / quasi simili ad om che sia defunto. / Non è suo proprio istinto altro che 'l fleto, / sol tra tanti animali a pianger nato: / ah, de nostra natura impio decreto! (II, 121-138)
Domande frequenti
Chi ha scritto «Triumphi»?
Quando è uscito «Triumphi»?
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026