Ritratto di Adolfo Albertazzi
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Frasi

Frasi di Adolfo Albertazzi

9 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Qui trovi 9 frasi di Adolfo Albertazzi: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.

Adolfo Albertazzi (scrittore italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Romanzieri e romanzi del Cinquecento e del Seicento

Chi legge il romanzo del Caviceo sino alla fine facilmente avverte l'intenzione sua di mostrare come l'uomo, quando anche giunga per fatiche e pene alla conquista di ciò che dovrebbe apportargli la felicità, sia tosto privato di questa o dalla sventura o dalla morte; l'intenzione cioè a descrivere – disse più presto il biografo dell'autore – «la ansietà et procella dell'humana vita». Ma che alcuno a' nostri giorni legga intero il Libro del Peregrino, se non fosse per studio, è impossibile, tanta è la gravezza dello stile, della lingua, dell'erudizione. (Prima parte, cap. I, p. 28)
[...] la mania ch'era nei cinquecentisti di offrire in mostra tesori di rimembranze mitologiche e di cultura classica divenne tale nel Caviceo ch'ei dové riuscire in questo esagerato anche a' suoi contemporanei. Come ad indicare gli oggetti più comuni ricorreva ai vocaboli coi quali in latino si chiamavano oggetti uguali e simili, come anche a significare santi e cose del culto cristiano ricordava il culto pagano e confondeva questo con quello, ad esprimere meglio le passioni, le azioni e i casi de' suoi personaggi, ammassava esempi dalle favole antiche, dalla storia romana, dalla vita degli scrittori stessi, particolarmente di Cicerone. (Prima parte, cap. I, p. 29)
Tra i lunghi discorsi, tra le descrizioni e le declamazioni, il Caviceo quando a quando con forma di dialogo pone i personaggi a parlare tra loro, e dei dialoghi parecchi per vivacità e semplicità parrebbero vere scene di commedia: tali sempre quelli di Angiolo e di Anastasia. (Prima parte, cap. I, p. 32)
A' suoi giorni ed anche per lungo tempo di poi Niccolò Franco fu tenuto in fama di scrittore pari a quella di Pietro Aretino, ma la lunga accanita contesa che con l'Aretino ebbe e la fine infelice a cui lo condusse la rabbia del mordere, meglio assai che le opere, valsero a serbare a noi pure il ricordo di rinomanza sì fatta. (Prima parte, cap. I, p. 33)
Il magnifico gentiluomo Alvise Pasqualigo, tornato che fu dopo lunga assenza a Venezia, incominciò con lettere impronte e frequenti ad esagerare a madonna Vittoria, come amante che s'accinga a conquista difficile, la violenza e le pene della sua passione. Per non darle noia sette anni era rimasto lontano da lei; tre anni aveva errato pe 'l mondo in vana ricerca di svaghi; sperando che ella almeno gli concedesse di svelarle a voce alcuni secreti, con le fiamme nel cuore era ritornato in patria.
A messer Alvise, buon amico d'infanzia, madonna Vittoria, la quale per quanto sembra era moglie ad un giovane conte, rispondeva lamentandosi ch'egli la «mettesse in bocca di tutti». «La mia professione è stata et è di donna d'honore, né mai mi sarebbe caduto nell'animo che voi haveste usato meco sì fatta discortesia. Basta, pazienza, non resterò per questo di amarvi quale fratello...». Amore di fratelli doveva serbarsi, ma divenne invece, e presto, passione colpevole, e tale che da brevi gioie a lunghi guai travolse quelle due anime nell'abiezione. (Prima parte, cap. I, p. 46-47)

Dicono di Adolfo Albertazzi

All'Albertazzi possono magari mancare pregi e doti che hanno gli scrittori che gli abbiamo mentovato vicino: ma egli ha un'asciuttezza, una precisione, un senso così rigoroso del limite e del necessario nel disegnare e nel condurre la novella – un linguaggio breve e schietto – che son doti sue e basta. Gli uomini e le cose, nelle sue pagine prendono subito una forma e una fisionomia ferme e precise. S'ha da nascere una tragedia, ebbene, s'arriverà alla tragedia con tutta naturalezza.
Pietro Pancrazi
Dotato d'un incoercibile temperamento d'osservatore umorista e psicologo, indarno si sforzò di reprimere anche tra le annose cartacce i suoi impulsi d'artista. Così accadde questo straordinario fenomeno, un fenomeno, starei per dire, da fiera, come il vitello ermafrodito o l'uomo-pesce: che i libri d'erudizione dell'Albertazzi apparvero, non solo leggibili – il che sarebbe già stato molto singolare –, ma interessanti per gli stessi profani.
Luigi Federzoni
Questo scrittore, anche quando gli altri cambiarono strada, verso il più difficile, il più complicato, il più profondo (a ogni costo), lui li ha lasciati fare, neppure se n'è accorto, e ha continuato la sua. E oggi l'Albertazzi è in testa. Non saprei davvero quale dei nostri giovani novellieri non potrebbe invidiare all'Albertazzi: Faina; Un buon uomo; II benefattore; Buona gente; Il cane dello zio Prospero; tanto per scegliere da ciascuno dei recenti volumi una novella sola.
Pietro Pancrazi
Voi non sapreste concepire Adolfo Albertazzi non bolognese. Bolognesi sono quella bonarietà acuta e saggia di giudizi etici, quella equilibrata compiacenza delle gioie spirituali e materiali, quel predominio del buon senso su tutte le sorprese dell'entusiasmo, quell'arguzia pacifica e assai ottimista che commenta i peccati senza voler ammazzare i peccatori. Bolognese è quell'abbondanza di dottrina e di senno, la quale non vieta, al momento opportuno, d'apprezzare i meriti d'un ghiotto pranzo o di una donna seducente. Parlo, ben inteso, del letterato...
Luigi Federzoni

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026