Frasi
Frasi di Alfredo Panzini
65 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 65 citazioni di Alfredo Panzini, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Alfredo Panzini (scrittore e critico letterario italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Alfredo Panzini
24 Luglio 1915, Bellaria.
È morto Renato Serra sul Podgora, il colle che sbarra Gorizia. Una palla in fronte: la fronte infranta! Era una nobile e bianca fronte. Dunque può un proiettile distruggere la più pura coscienza che si annida dietro una fronte? Dunque tutto ora in umbra?
Anche le fanciulle spartane vestivan così senza chitone, che era la camicia di quei tempi antichi.
Chi intenderà, chi difenderà la giovinezza sublime dalla sterile sapienza dell'età virile e dalla lugubre tirannia dei vecchi? Gli uni e gli altri hanno l'anima che già è morta a metà, e non lo sanno! La loro sapienza aiuta a morire, non a vivere; e la gioventù ha una sua sapienza innata di ben altro valore perché in essa si contengono le leggi della vita!
Dicono gli intenditori che il nuovo foot-ball non corrisponde all'antico e perciò i nuovi nomi hanno giusta ragione di essere. Distinguono il rugby e l'association, due modi di giocare al calcio, questo più costumato e civile, l'altro fiero e violento nella gara di vietare l'accesso al pallone.
«Dio» dice San Paolo «lo vediamo qui in terra per riflesso e per enigma. Dopo morte lo vedremo sul serio.»
Per «riflesso» si possono intendere anche certi uomini dabbene chiamati santi, che fanno come da genitori a quei bimbi un po' feroci che sono gli uomini. Che San Benedetto e Santa Scolastica fossero buoni genitori, non pare cosa dubbia.
Il milionario non godrebbe niente se gli mancasse l'invidia del popolo.
Il sole splende su tutti e non fa pagare i suoi raggi, e poca terra ricoprirà noi come i conquistatori della fortuna e della vita!
[...] la violenza rimane una delle cose più positive del mondo: ma i suoi frutti non mi piacciono.
Noi avvertiamo il caldo e il freddo anche senza termòmetro; però è bene averlo in casa; e così noi possiamo scrivere e parlare anche senza grammàtica; però è bene che essa vi sia.
Scrivere bene vuol dire pensare bene e pensare molto; avere molti studi, molta esperienza della vita insieme con molto ingegno, sentimento e fantasia. Tutte cose piuttosto difficili e rare.
Tutte le volte che una virtù non piace più, le si cambia nome.
Tutto è tollerabile, forse, dalla donna quando avviene soavemente.
Dizionario Moderno – Citazioni
Automòbile. Dal greco αύτός = se stesso, e mobile: in origine aggettivo, poi sostantivo, per indicare la nota vettura a motore, spavento dei viandanti, concorrente con le ferrovie; aerodinamica. Di qual genere è automobile? Se ne è disputato in Francia, madre dell'automobilismo, quindi anche in Italia. Ieri prevaleva il maschile, oggi il femminile. La Fiat ne richiese d'Annunzio. Rispose: femmina!
Benpensante. Letteralmente dicesi di persona che pensa bene, rettamente, secondo la legge, sin. persona d'ordine; e talora vi è aggiunto un lieve senso ironico, quasi a significare ben pensante, perché le condizioni fortunate e fortuite della vita tolsero l'occasione di pensar male.
Buridano (L'asino di). Âne de Buridan, è rimasto proverbiale per indicare lo stato di chi è incerto né sa risolvere fra due cose. Il motto, comune fra noi, è di conio francese e trae origine da un sofisma dello scolastico Giovanni Buridan di Béthune (Artois), fiorito nel sec. XIV e professore di filosofia in Parigi. Il sofisma è questo, cioè di un asino morente di fame perché sta tra due misure d'avena ugualmente da sé distanti, o morente di fame e di sete perché tra un fascio d'avena ed un secchio d'acqua non sa quale scegliere. Come questo sofisma si connetta all'antica questione del libero arbitrio non è qui il caso di vedere. Cfr. Dante, Paradiso, IV, I:
Intra due cibi, distanti e moventi
d'un modo, prima si morria di fame,
che liber l'uomo l'un recasse a' denti.
Democrazia: Gloriosa istituzione, che ha alquanto sofferto nella salute e nella buona reputazione. // Il fascismo le fece scontare le sue colpe ad un tasso abbastanza forte [1926].
Gòndola. Da una voce greca? o voce onomatopeica? Si riporta la parola perché non tenderà molto a diventare meramente storica. Le gondole di casate e le gondole pubbliche erano più migliaia nel 700. Ora quel tanto che basta al colore locale di Venezia: e per condurre a spasso qualche straniero nostalgico.
Gran Bestia (La). Definizione di sapore biblico e di ricordo nietzschiano, anzi frase del Nietszche, data già da tempo dal d'Annunzio alla folla, per significare spregiativamente l'anima collettiva, dalle esplosioni incoscienti e brutali e dal facile dominio. Questa locuzione ebbe fortuna di effimera divulgazione. Cfr. la bestia trionfante di G. Bruno, la belua multorum capitum, il profanum vulgus di Orazio, la vil maggioranza del Carducci; e il Petrarca: Il vulgo a me nemico ed odioso (nel sonetto: O cameretta, che già fosti un porto). Eppure quanto devono tanti alla gran bestia! È la massa di combattimento politico.
Hodie mihi, cras tibi. Oggi a me, domani a te: motto tolto dalla Bibbia (mihi heri, et tibi hodie: Ecclesiastico, cap. XXXVIII, 23) e che compendia in forma di sentenza la cognizione delle reciproche sventure umane e la necessaria rassegnazione. Ma più spesso si ripete tale motto per cose di lieve conto e in senso faceto di conforto, per la ragione nota che solamen miseris socios habuisse malorum, male comune, mezzo gaudio.
Ibis redìbis. Letteralmente, andrai ritornerai; si dice per indicare una risposta ad arte ambigua, in cui non è chiaro né il sì né il no: è misera astuzia usata dagli uomini che non si vogliono compromettere. Il motto è attribuito alla risposta data dall'oracolo a quel cittadino romano che voleva sapere se egli sarebbe scampato o perito in guerra, e la risposta fu: Ibis redibis non morieris in bello: Andrai ritornerai non morirai in guerra: nella quale risposta il senso muta secondo che la pausa o virgola si colloca dopo o prima del non.
Ibseniano. Seguace, ammiratore del drammaturgo norvergese Enrico Ibsen (1828-1906), sostenitore di una morale individualista. (Seguendo Ibsen, molte mogli dicono al marito, «la tua verità non è la mia», e seguono altra via!).
Idem velle atque idem nolle, ea demum firma amicitia est. Classica definizione dell'amicizia: si legge in Sallustio (Catil., XX, 4): volere e non volere le cose istesse è appunto ciò che costituisce la salda amicizia. E potremmo aggiungere: anche di un matrimonio felice. Cose piuttosto rare!
Incipit vita nova. Comincia la vita nuova: così, con solenne ed occulto parlare, l'Alighieri comincia l'opera sua La Vita Nuova. Come molti versi danteschi anche questo diventò popolare, e si usa per significare un mutamento di male in bene nelle operazioni dell'esistenza.
Imaginìfico. Creatore di imagini. L' Imaginifico fu detto d'Annunzio.
Lotto. Per parte, per porzione di un tutto, attribuita a sorte, e distribuita fra più persone, è gallicismo ripreso dai puristi, sancito dall'uso; fr. lot, voce di origine germanica. I puristi accettano lotto nel senso di lotteria, cioè di quella speculazione statale, che fu denominata anche la tassa su gli imbecilli. Questo giuoco pare di origine italiana e, più precisamente, genovese. // Lotto di cavalli, e sim. dicesi esclusivamente per gruppo di cavalli e sim.
Paga Pantalone o Pantalon paga. Motto che pare in antico (sec. XVI) volesse significare. la repubblica di Venezia farà le spese per tutti. Una satira al tempo di Campoformio rappresenta i plenipotenziari che partono in carrozza dopo quel trattato. L'oste li rincorre: «Chi paga?». Gli risponde Pantalone: «Amico, pago mi». Altri, invece, pensa che il motto abbia origine dal fatto che, nelle antiche commedie dell'arte, Pantalone era quegli che andava di mezzo, cioè il lieto fine si otteneva a sue spese. Cfr: Jacques Bohnomme in Francia, John Bull in Inglitterra, Uncle Sam negli Stati Uniti, ecc. (v., per l'etimologia, la voce PANTALONE). «Paga Pantalone», vale anche paga il Governo o Stato, cioè, il popolo.
Pauper ubique iacet. Il povero dovunque giace. Così Ovidio (Fast., I, 218). E Perpetua a Renzo: «Mala cosa nascer povero, il mio caro Renzo!» (Pr. Sp., II). E Agnese al cardinal Borromeo: «I poveri ci vuol poco a farli comparir birboni» (Pr. Sp., XXIV). Simili pensieri di vera sapienza puoi leggere anche nei mirabili colloqui di don Chisciotte con Sancio Pancia. Ed è forse per questo che Cristo, non potendo aprire ai poveri le porte della terra, assicurò quelle del cielo.
Grammatica italiana – Citazioni
Noi avvertiamo il caldo e il freddo anche senza termòmetro; però è bene averlo in casa; e così noi possiamo scrivere e parlare anche senza grammàtica; però è bene che essa vi sia. (Premessa, p. 9)
[L]a parola è una cosa molto potente, direi quasi miracolosa. Serve a manifestare, e anche a nascòndere il pensiero. Ma quando la parola è falsa, rivela il pensiero di quelli stessi che lo vorrèbbero nascòndere. (Prontuario delle incertezze, p. 132)
Grammatica italiana – Citazioni su Grammatica italiana
Il Panzini non si pone neanche lontanamente questo problemae perciò le sue pubblicazioni grammaticali sono incerte, contraddittorie, oscillanti. Non si pone per esempio il problema di quale oggi sia, dal basso, il centro di irradiazione delle innovazioni linguistiche; che pure non ha poca importanza pratica. Firenze, Roma, Milano. Ma d'altronde non si pone neanche il problema se esista (e quale sia) un centro di irradiazione spontanea dall'alto, cioè in forma relativamente organica, continua, efficacemente, e se essa possa essere regolata e intensificata. (Antonio Gramsci)
Il 1859 da Plombières a Villafranca
Magenta e Solferino! Due nomi purpurei nella memoria, fioriture di sangue in quell'estate . I morti non si vedono più; portar via le tracce della morte è il primo lavoro dei vivi. Si vedono turcos, zuavi, granatieri della guardia dai berrettoni pelosi; bersaglieri piumati; si vedono a teste basse, via gli zaini, avanti ad ogni costo, alla baionetta, nel terribile azzardo della battaglia. (cap. XII, p. 317)
Fu Solferino «gran battaglia e gran vittoria», come il grido annunciò, ma per varie cause, come il difetto di coordinazione tra i vari corpi, mancò alla vittoria quel proseguimento da cui risulta la nota sentenza che grande generale non è quegli che vince, ma che sa trarre partito dalla vittoria. (cap. XII, p. 318)
[...] il trattato di pace di Villafranca, come è noto anche per ciò che è scritto nei manuali scolastici, non ebbe effetto o, come è detto in quei manuali, rimase «lettera morta». Rimase però vivo, senza troppo modificarsi nella tradizione italiana, il giudizio sintetico che ne diede il Mazzini a colpo caldo, cioè il 20 luglio, nel suo scritto «La pace di Villafranca». Esso si riassume come un nuovo tradimento di Napoleone III verso l'Italia, e in quel patto con l'Austria, è additato il disegno di un nuovo maggior colpo di Stato europeo, contro cui insorgeranno governi, popoli, l'esercito stesso francese che si stancherà «di far la parte di carnefice della libertà». (cap. XIII, pp. 347-348)
Frasi da «Il libro dei morti»
Il capitale è la miseria dei molti come condizione di benessere dei pochi, cioè quello che uno non ha e desidera avere.
[...] la scienza ha dimostrato che l'uomo è di sua natura poligamo, e il matrimonio non sussiste che come contratto o come solenne corbelleria.
Frasi da «Il mondo è rotondo»
Di chi era quel nome: Lenin? Di un uomo emerso dalla storia. La guerra era stata la sua levatrice. Dai solchi sanguinosi degli odi umani egli era nato.
Era stato lui, il popolo d'Italia, ad abbattere il Sacro Romano Impero dell'Austria, che pure aveva per emblema il santo segno dell'aquila! Fu ieri! Ma oggi non se ne ricorda più. Ora scrive su le mura dei più venerabili edifizi: Viva Lenin! Il santo segno dell'Impero fu abbattuto; ed ecco appare: Viva Lenin. È forse questa la nemesi della storia?
Le stelle, il sole erano per San Francesco il grande teatro, il canto delle rondini era il grande concerto, l'acqua era la grande ebbrezza. Ma i bolscevichi sono staccati dall'universo e dal mistero.
[...] ogni età copre di calce l'età precedente come si fa coi cadaveri.
Solamente quelli che hanno raggiunta la vetta dell'anima costituiscono un privilegio. [...] Gli uomini senza anima devono anzi credere alla morte, e perciò domandano i balocchi; e il re dei bolscevichi dà loro i balocchi. E se gli uomini poi nella materiale conquista si domeranno gli uni contro gli altri e la terra li coprirà, che importa? Se l'uomo meccanico vedrà anzi soltanto la mano che muove la leva e la ruota della sua macchina, e più non vedrà l'intelletto che crea, che importa? Se è spenta la piccola lampada che accende i cuori, e soltanto i fari irradiano la gran luce bianca che fa smarrire la via, che importa?
Vedete, amico mio — disse Beatus, — questa antica purità religiosa offendeva gli sguardi dei felici abitanti del secolo decimottavo, e perciò hanno intonacato, cioè coperto, e poi sopra ci hanno cosparso quelle frenetiche pitture, che dovevano parere futuriste al loro tempo, tanto è vero che la vanità ci lasciò il nome. Vedete quel nome? Pictor bononiensis pinxit anno Domini MDCCXXVIII, mentre queste antiche pitture sono senza nome, perché realmente noi non abbiamo nome, o almeno Dio solo è giudice se dobbiamo avere un nome. E così quest'ombra di mistero che qui ci avvolge, spiaceva al secolo dei lumi, e ne fecero una sala chiara, a stucchi ed oro, anzi una sala da ballo.
Frasi da «Io cerco moglie!»
Gli individui eccitabili vivono poco. Achille, personaggio eccitabile, è morto giovane. Questa sentenza si legge nel libro di réclame della nostra Ditta: Come devo preservare la mia vita. (cap. I)
Il bluff ha la sua ragione di esistere in quanto esistono persone capaci di farsi bluffare. (cap. I)
Io mantengo verso i medici una benevola diffidenza, perché a furia di studiare le malattie finiscono per considerare la salute anch'essa come una malattia. (cap. II)
Anche per ragioni di igiene, bisogna che io cerchi moglie: una moglie che risponda alle esigenze dell'erede, e anche alle mie. (cap. II)
Signorina A***: dote ragionevole, bella presenza, famiglia distinta, peso valutabile a vista kg 70. Oggi attraente, ma suo padre è enormemente obeso; sua madre, idem. Tendenza all'obesità. Si scarta per ragioni di estetica. (cap. III)
Signorina D***: molto carina; ma troppo buona di cuore verso tutti quelli che sospirano per lei. Per questa sua eccessiva bontà è stata allontanata dalle scuole. Cara fanciulla, ma offre l'inconveniente che l'erede sarebbe il figlio, ma non la riproduzione di Ginetto Sconer. (cap. III)
L'amore concede le sue gioie supreme soltanto a chi è pronto ai supremi cimenti. (cap. IX)
L'oro è un metallo prezioso, in quanto fa sorridere di felicità. (cap. XII)
[...] quelle cose che spuzzano ma che costano. (cap. XXIV)
Frasi da «La lanterna di Diogene»
Del resto è un errore di giudizio semplice il supporre che i piccoli animaletti non esercitino una loro vendetta. I microbi si uniscono a milioni, edificano le loro città mortifere nei nostri corpi orgogliosi; ed altre miriadi di microbi preparano sotto terra accuratamente la nostra distruzione completa. Anche essendo asceti e vegetariani, non isfuggiremo a questa sorte dolorosa e fatale. Divoriamoci, quindi, senza rimorso e senza pietà! conclusi contemplando uno di quei bipedi infilzato nella forchetta. (cap. III)
[...] il godimento è tanto maggiore, quanto più uno lo ha condito in antecedenza col lavoro e con la fatica salutifera. (cap. V)
La galanteria era la forma con cui si manifestava la genialità della donna. (cap. VI)
L'uomo geniale è rivoluzionario; la donna geniale rivoluziona tutte le teorie morali, sconvolge l'ordine delle leggi, disorienta i cervelli e le famiglie. (cap. VI)
[...] la fortuna fa come il baro nel gioco: fa vincere qualche volta, per allettare gli altri. (cap. XII)
Dicono di Alfredo Panzini
A suo modo anche A. Panzini è stato un crepuscolare (non senza ascendenze di "scapigliatura" milanese), che si compiaceva d'ironizzare e immalinconire la sua favola poetica. L'atteggiamento del Panzini di fronte alla vita e alla realtà ha questa cifra.
Il Panzini è tutto l'opposto di un pensatore. Non c'è virilità, non c'è scelta, non c'è pensiero che regga sopra se stesso e si crei. Di fronte ai problemi più ovvi e più vecchi egli si impaurisce ed oscilla. Va da un lato all'altro, guardando, e come volesse sempre sfuggire l'estreme conseguenze, ritorna al lato da cui era partito, per poi di nuovo fuggirlo. Non c'è decisione, non c'è nettezza. Non osa come i pensatori sicuri. Ma in questa sua torturante vicenda – che lo fa soffrire e stancare – sta un segreto della sua arte, giacché proprio in quell'oscillare, come di gocciola purissima attaccata a un filo di telegrafo, che si avvia al suo destino tremando e nello stesso tempo rifrange in bei colori la luce che la trapassa, proprio in quell'oscillare egli ha modo di mostrare la sua grazia e la sua umanità sensibile. L'arte non è fatta di acciaio e il pensiero è asta di durissimo acciaio.
Il Panzini non è mai uscito intellettualmente dalla forma del maestro. Egli era ed è rimasto innamorato della poesia, della cultura, della civiltà secondo i nomi e i sentimenti antichi; e pur convinto insieme che tutto questo sia falso e quei nomi vani: che il tempo speso sulle pagine dei gloriosi volumi sia perduto, e scemo il loro insegnamento; che il fine dell'uomo oggi sia affatto utilitario e democratico, e che il suo valore sincero debba avere una misura solamente materiale. Questo il suo istinto rifiuta, ma la ragione riconosce per vero, con alcuna amara voluttà: e lo spirito si dibatte fra i due contrari poli, senza trovare mai pace.
Il Panzini oltre a creare luoghi comuni per gli argomenti che tratta, si dà molto daffare per raccogliere tutti i luoghi comuni che sullo stesso argomento sono stati scritti da altri autori, specialmente stranieri: deve avere uno schedario speciale di luoghi comuni, per condire opportunamente tutti i suoi scritti.
L'arte non è decisione e nel Panzini è proprio indecisione fremente, concupiscente, debole, femminea. Le sue riflessioni non urtano, non costringono alla disciplina, ma carezzano anche quando vogliono essere severe, ma solleticano anche quando voglion sferzare. E se non si esce dalla sua lettura soddisfatti, se ne esce sempre con una grande simpatia per l'autore.
Alfredo Panzini con la sua arte inquieta, sorridente e dolorosa, smarrita, come dell'uomo trattenuto dai fantasmi del passato, e pur minacciato in avanti dai nuovi miti motorizzati della vita sociale e politica del secolo, è ancora uno scrittore-poeta, che può dare una qualche forza, un qualche viatico, a noi sopravvissuti.
Il poeta Panzini, sorpreso dalla celebrità e caricato di una responsabilità superiore alle sue forze, ha lasciato un bel giorno la sua bicicletta, la fida compagna, che, nella solitudine delle lunghe volate e nelle soste in alberghi di provincia, gli conciliava dolci sogni e malinconiche e ridenti immagini, e gli faceva fiorire sulla bocca con una insolita dolcezza, i più bei versi dei poeti prediletti; ed è diventato un viaggiatore moderno, un viaggiatore di professione, che viaggia per osservare ad ogni costo il mondo, per conoscere gli umori di questa irrequietissima civiltà contemporanea, e che, con l'ingenuità di un selenita o di un nubigena, trova tutto interessante, tutto significativo, tutto terribilmente logico, e tragicamente nuovo e fatale.
Oggi il mondo del letterato italiano è in dissoluzione e l'ultimo scrittore che tenta di imporlo a sé stesso con ingenua e tenera semplicità è Alfredo Panzini. E come al Boiardo la nuova storia turbò la libertà della illusione e la liquida gioia del canto, è una vicenda guerresca, quell'avventura di Carlo VIII, gli gelò la parola sulle labbra, così la realtà spirituale maturatasi prima della guerra europea e che nella guerra ebbe il suo impetuoso sviluppo, oggi è la terribile nemica del nostro scrittore...
Oggi l'umanesimo puro, da trent'anni o quarant'anni a questa parte, non ha più possibilità di sussistere, apolide e come torre d'avorio nel mondo fatto tutto universalmente sociale e politico, donde la tragedia di tutti gli umanisti, di volere preservare la poesia del vecchio Elicona pur nella intransigente società contemporanea. Il Panzini è uno di quelli che ha sentito teneramente questa tragedia, l'ha sentita, vorrei dire con una pavidezza di uomo umbratile, pur nella grandezza rubesta del suo corpo; da ciò questa sua ossessiva adesione alla realtà del mondo contemporaneo e al tempo stesso questo suo ritroso ritrarsi in una commossa e patetica solitudine.
Tutta la Vita di Cavour è una beffa della storia. Se le vite romanzate sono la forma attuale della letteratura amena tipo Alessandro Dumas, Panzini è il nuovo Ponson du Terrail. Panzini vuole così ostentatamente mostrare di «saperla lunga» sul modo di procedere degli uomini, di essere un cosi furbissimo realista, che viene la voglia, a leggerlo, di rifugiarsi in Condorcet o in Bernardino di Saint-Pierre, che almeno non sono cosi filistei. Nessun nesso storico è ricostruito nel fuoco di una personalità; la storia è un seguito di storielle divertenti senza nesso né di personalità né di altre forze sociali: è veramente una nuova forma di gesuitismo, molto più accentuata di quanto io stesso avessi creduto leggendo la Vita a puntate.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026