Frasi
Frasi di Antonia Arslan
28 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 28 citazioni di Antonia Arslan, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Antonia Arslan (scrittrice e saggista italiana). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Antonia Arslan
Un giorno di luglio arrivai a Grenoble...avevo con me un solo libro in italiano: Mondo piccolo...lessi e rilessi le storie di don Camillo e del sindaco Peppone, e mi innamorai del piccolo paese sul grande fiume.
Avevamo tutti la consapevolezza che c'era stato il «Grande Male», che il popolo armeno era stato annientato durante la Prima guerra mondiale, ma non ne parlavamo in casa, e facevamo una vita del tutto italianizzata, tranne per qualche incontro annuale all’isola di San Lazzaro degli Armeni, di fronte al Palazzo Ducale nella laguna di Venezia.
Ho man mano sentito più forte il bisogno di condividere, di esprimere il destino degli Armeni, di raccontare la loro tragica storia attraverso le vicende di una famiglia, la mia: come se la mia storia potesse servire come esempio degli orrori a cui gli uomini possono arrivare, ma tutto filtrato attraverso una struttura romanzesca, che si appoggiasse però a solide basi storiche.
Fu sequestrato, imprigionato, torturato e poi ucciso nell’agosto del 1915. Le milizie turche lo legarono a un albero e lo scuoiarono. Nella tasca della giacca gli fu trovato il libro delle sue poesie: Il canto del pane. Un’ode alla terra e al cielo, alla natura e a coloro che l’amano e la rispettano. Traducendole pensai al sacrificio di quell’uomo, all’oltraggio che lui e migliaia come lui avevano subito.
Gli storici negazionisti sostengono che non fu adottata nessuna "pulizia etnica" e che nel 1915 ormai con il mondo in guerra, due nazionalismi, quello turco e armeno, si contrapposero. E che ad avere la peggio fu quest’ultimo. Questi storici, in larga parte turchi, giustificano le deportazioni e le morti come frutto di condizioni ambientali difficili, causate da epidemie e stenti. La verità è che tra impiccagioni, fucilazioni, detenzioni, fame e malattie il numero delle vittime armene è stato calcolato intorno a un milione e mezzo. I Giovani Turchi, così chiamati per il loro programma di rinnovamento e rottura rispetto al sultanato, animati da un furioso nazionalismo furono la causa principale del genocidio.
Nella letteratura dell’Ottocento, i moti dell’animo femminile appaiono difficili da comprendere, perciò li si incasella in stereotipi precisi: fragilità, scompenso emotivo, isteria restituiscono un quadro psichico prevedibile. Ma che cosa fosse la donna sotto queste manifestazioni, quale dolore reale le accompagnasse non era dato sapere.
Fin dalle prime deportazioni di gente strappata dai loro villaggi, il destino delle donne fu in un certo senso diverso da quello degli uomini. Questi ultimi furono brutalmente uccisi, le donne brutalmente sottomesse o accompagnate verso il nulla del deserto siriano. Furono loro a resistere e a conservare il senso di un’identità che altrimenti si sarebbe smarrita. Furono loro, nella memoria difesa, la prima luce che squarciò il buio armeno.
Il loro obiettivo è quello di invadere tutta l’Armenia, un pezzo alla volta. Dal 2020 a oggi hanno già rosicchiato molti chilometri quadrati di terra armena e stiamo parlando di un paese piccolo. Ecco perché ora bisogna pensare velocemente a come difendere l’Armenia.
Baku agisce [...] in accordo con la Turchia, che vuole stabilire una connessione territoriale con le Repubblica ex sovietiche islamiche e portare a termine l’estinzione del mio popolo.
In quella terra ci sono le tracce della nostra storia millenaria con scavi che risalgono all’epoca romana.
Anche durante il periodo sovietico la regione era un oblast autonomo, governata da armeni che emanavano le leggi in lingua armena. E prima che l’Unione Sovietica crollasse, come previsto dalla Costituzione e da una legge, il Nagorno-Karabakh chiese l’autonomia e fece un referendum. Per tutta risposta gli azeri massacrarono gli armeni e scatenarono una guerra. Gli armeni vinsero e forse quella vittoria li accecò, perché pensarono che non avrebbero più dovuto difendersi.
Il regime di Baku offrirà rassicurazioni, certo, ma il diavolo si nasconde nei dettagli. Magari garantiranno l’integrità fisica degli armeni, ma come li tratteranno? Come si comporteranno con i giovani coscritti, i ventenni che hanno combattuto contro il loro esercito se già adesso rapiscono le persone accusate di aver combattuto nella guerra degli anni Novanta? Ripristineranno poi elettricità e gas a tutti i villaggi armeni? Ci sono tanti modi per strangolare un popolo e quando l’attenzione mediatica e internazionale scemerà, gli daranno il colpo di grazia.
Pashinyan a partire dal conflitto del 2020 si è mosso in modo insoddisfacente e non è riuscito a fare gli interessi né del Nagorno-Karabakh né dell’Armenia.
L’Armenia dipende dalla Russia e questo è un fatto. Pashinyan è chiaramente filo-occidentale, ma la domanda che bisogna porsi è: che cosa ci si guadagna a fare dei “dispetti” alla Russia, avvicinandosi a Bruxelles? Che cosa può offrire l’Ue in cambio? Come abbiamo visto, niente o quasi. Pashinyan ha addirittura riconosciuto la sovranità azera sull’Artsakh in cambio del riconoscimento da parte di Baku dell’integrità territoriale dell’Armenia. Ma, mi chiedo, come ci si può fidare di un paese che da tre anni rosicchia i territori sovrani dell’Armenia?
È evidente che l’Ue non farà mai per l’Armenia ciò che ha fatto per l’Ucraina, anche se la situazione è analoga e anche se l’Armenia è una democrazia molto superiore a quella ucraina.
Spero che i 120 mila armeni dell’Artsakh trovino una casa in Armenia e che l’Armenia riesca a difendersi: può farlo ma deve trovare una via d’uscita. Se perde ancora territori, senza fare niente, anche l’Armenia farà la fine del Nagorno-Karabakh.
Con una mossa largamente prevedibile, che solo la volontaria cecità dell’intero Occidente può chiamare sorprendente, qualche giorno fa è stato scatenato l’attacco definitivo, con l’impiego di una potenza bellica tale da travolgere ogni resistenza. Sono bastate 24 ore: il governo autonomo dell’Artsakh si è piegato e sta «trattando» la resa.
Mentre i cosiddetti negoziati sono in corso, la gente dell’Artsakh ha gettato la spugna e ha cominciato a scappare. Nella piccola capitale Stepanakert, una cittadina linda e piacevole al centro di una conca verdeggiante, arrivano con tutti i mezzi e con le loro povere cose i contadini dei villaggi. Hanno distrutto quello che potevano, ma sanno - per triste esperienza - che le loro chiese saranno dissacrate e vandalizzate, le loro tombe aperte e le ossa dei loro cari sparse al vento, come è già successo nei territori perduti dopo la guerra del 2020. Sanno che l’intento preciso dei conquistatori è quello di fare terra bruciata di migliaia di anni di civiltà armena in quei luoghi e di riscrivere la storia, come è puntualmente e totalmente avvenuto nell’altro territorio - armeno da millenni - che era stato attribuito da Stalin alla sovranità azera, il Nakhicevan. E questo è propriamente genocidio, come da definizione dell’Onu del dicembre 1948: dopo l’eliminazione fisica, estirpare anche ogni traccia della cultura del popolo annientato.
Questo piccolo popolo cristiano, con le sue chiese di cristallo, i monasteri antichissimi, i preziosi manoscritti miniati e le celebri croci di pietra è immagine forte per noi occidentali, immersi in un’inerzia distratta e malata; e non può non far venire in mente le gabbiette dei poveri canarini che i minatori portavano con sé come segnale di pericolo, perché morivano prima degli esseri umani in caso di perdite di gas...
Frasi da «La masseria delle allodole»
Il nonno morì alcuni mesi dopo. Non andammo più insieme dal vecchio frate, non seppi mai quali fossero gli "speciali doveri" di chiamarsi Antonia. Dopo tanti anni, però, non ho dimenticato. Ancora oggi per me le grandi cupole della basilica sono come navi possenti, e veleggiano maestose da Occidente a Oriente, seguendo la profezia, posate come in bilico sulla città tanto più piccola. Ancora mi commuove, ogni volta che entro dal grande portone, l'odore di incenso, il canto delle litanie lauretane (o il loro ricordo), l'eco presente dello scalpiccìo dei milioni e milioni di passi dei pellegrini che, come un mare, vengono e vanno, e dell'anima di ognuno si prende cura il grande Santo, di cui porto il nome.
Dopo tanti anni, è nell'odoroso interno brulicante di gente che mi sento a casa, nel caldo nido di una volta: non estranea, non ospite, ma passeggera in attesa di un treno di cui non conosco l'orario. So soltanto che da qui passerà, da questa grande stazione dove nessuno è straniero, e un grande cuore ancora batte per segnarci il cammino. Qui vorrei finire il mio tempo, appoggiata a un gradino consumato dai passi degli uomini, perché Qualcuno mi accetti, per non svanire nel nulla, e transitare verso la luce, con la mano nella mano del mio amico Antonio il portoghese, detto Antonio di Padova, il Santo col fiore di giglio in mano.
Sempad, e tutti gli altri come lui, non potevano letteralmente concepire che si potesse ingannare – e uccidere, poi – uno con cui prendi il tè in casa tua: un ospite!
L'uso di mondo di Sempad – e degli altri come lui – non si estendeva alla doppiezza né all'inganno; si basava piuttosto sull'applicazione di un accurato cerimoniale mercantile di guadagni, profitti e perdite, calcolati con larghezza e con il rispetto dovuto ai poveri della comunità.
Li trovarono così, nonno e nipote. Immobili in reciproca silenziosa comunione, in bilico tra passato e futuro in un presente miracolosamente dilatato: una rossa sera che non scendeva, un'epifania misteriosa. La Vergine aveva camminato sulla terra, tra i papaveri e il grano dorato, e aveva gradito il grappolo d'uva.
Sabato Santo. La paziente trappola, lucida di filo spinato e di sangue rappreso, sta per scattare. Ma la vita impassibile scorre in superficie.
Mentre un brivido disperato la scuote tutta, Azniv improvvisamente comprende un pericolo, un orrore incombente, e il suo giovane sangue dà un balzo di voluttuosa speranza. Un cieco istinto la spinge ad andare via da quel luogo, dove le rose sembrano adesso profumare di morte, e il muro del giardino nasconde tombe sconosciute. Si alza in piedi, e allora lui (che non ha compreso nulla) si alza con lei e la stringe a sé per baciarla. Il bacio è appena uno sfiorarsi, ma rimbalza in lei cupamente: vergogna, disonore, follia, nella casa stessa del padre...
Azniv si stringe le braccia sul seno, arrossisce, e con la stessa velocità con cui lo ha fatto entrare, riapre la porticina nel muro e spinge fuori il giovane, con furia silenziosa. Il corpo le ha detto ciò che la mente non aveva ancora afferrato: il mare di differenza che diventa sempre più rosso, dove lei sta su una sponda e lui sull'altra, il mare che divide i due popoli.
La notte dopo la scomparsa di Nevart, Shushanig, Azniv e Veron tengono consiglio insieme ad Araxy, la cuoca. Ognuna ha in cuore il suo segreto: Shushanig, il desiderio di morte che non l'abbandona, e si approfondisce nell'intimo colloquio con Sempad, cui giorno dopo giorno racconta di sé, e le pare di riceverne conforto, di averlo vicino: "Sarà per poco, caro" prega; e "Perché non sento i bambini? Perché non mi fai parlare con loro?".
Capisce ora Shushanig, fino in fondo, il mistero della forza che unisce l'uomo e la donna che si sono scelti, per sempre. "Dove sei tu, ci sono anch'io." Nessuno può interrompere davvero il colloquio di due sposi amanti, né disciogliere le loro viscere che si sono intrecciate.
Nella grande piana ai piedi dei primi contrafforti del Tauro, confluiscono stremati i resti delle carovane. Di quanti, di quante biancheggiano ormai le ossa sui sentieri, quanti gonfi cadaveri sono trasportati dall'Eufrate; quanti bambini, quante ragazze sono scomparsi. Il gruppetto dei superstiti della piccola città si attenda penosamente sotto due alberi scarni, mentre un falco alto gira nel cielo limpidissimo. È luglio, chissà. Nessuno tiene più il conto dei giorni.
Dove sono i castelli di Cilicia, dove il regno crociato dei Lusignano? Nella nebbia, nel calore accecante, fra i resti miserabili di quel popolo orgoglioso si aggirano i fantasmi degli arcieri invincibili bagratidi, dei cavalieri con l'orifiamma al vento. E un delicato vento di morte soffia sulle guance accaldate, sui volti riarsi, portando frescura, abbandonata inerzia, consolazione: e Shushanig vede le belle forti angele guerriere che vengono a prenderla, insieme a Sempad a cavallo, bello come quando andava a caccia con l'amico nel paese dei Lazi.
Che Dio v'aiuti, se ci ingannate. Un mendicante e un coltello si trovano ovunque. (Nazim)
Frasi da «La strada di Smirne»
Ecco chi sono gli armeni: non esotici rampolli di grandi famiglie, nobili origini e aria distaccata, ma poveri profughi con tutti i loro beni sulle spalle, cenciosi disgraziati alla ricerca di un asilo, ridotti ad arrangiarsi per sopravvivere, facendo tutti i mestieri. A chi importa chi erano prima? (p.67)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026