Ritratto di Carlo Goldoni
Didier Descouens · CC BY-SA 4.0

Frasi

Frasi di Carlo Goldoni

31 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Qui trovi 31 frasi di Carlo Goldoni: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.

Carlo Goldoni (commediografo e scrittore italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Carlo Goldoni

Era di notte e non ci si vedea, / perché Marfisa avea spento il lume. / Un rospo colla spada e la livrea / faceva un minuetto in mezzo al fiume. / L'altro giorno è da me venuto Enea, / e m'ha portato un orinal di piume. / Cleopatra ha scorticato Marcantonio; / le femmine son peggio del demonio. (da Il poeta fanatico, III, 7)
Il mondo è un bel libro, ma poco serve a chi non lo sa leggere. (da La Pamela)
Io non sapea quasi cosa mi fare nel terzo (atto), venutomi in mente che sogliono codeste lusinghiere donne, quando vedono nei loro lacci gli amanti, aspramente trattarli, ho voluto dare un esempio di questa barbara crudeltà, di questo ingiurioso disprezzo con cui si burlano dei miserabili, che hanno vinti per mettere in orrore la schiavitù, che si procurano gli sciagurati e rendere odioso il carattere delle incantatrici sirene. La scena dello stirare, allora quando la Locandiera si burla del cavaliere, che languisce, non muove gli animi a sdegno contro colei che, dopo averlo innamorato, l'insulta? Oh bello specchio agli occhi della gioventù! Dio volesse, che io medesimo cotale specchio avessi avuto per tempo, che non avrei veduto ridere del mio pianto qualche barbara locandiera. (citato in Gerolamo Bottoni, prefazione a La locandiera)
La gola è un vizio che non finisce mai, ed è quel vizio che cresce sempre quanto più l'uomo invecchia. (da La bottega del caffè)
Le bugìe sono per natura così feconde, che una ne suole partorir cento. (da Il bugiardo)
Oh bella! Ghe n'è tanti che cerca un padron, e mi ghe n'ho trovà do. Come diavol oia da far? Tutti do no li posso servir. No? E perché no? (da Il servitore di due Padroni)
Spiritose invenzioni. (da Il bugiardo, I, 4)
Tutti cercan di fare quello che fanno gli altri. Una volta correva l'acquavite, adesso è in voga il caffè. (da La bottega del caffè)
Una Donna volubile che nel giro di poche ore cambiasi più e più volte, sembrerà a qualcheduno pazza, e più che volubile. Veramente parlando, la volubilità per se stessa è una spezie di pazzia limitata, mentre la ragione suggerisce agli animi la costanza, e chi opera contro ragione suol dirsi pazzo. In tutte le cose vi è il più ed il meno. In un giorno una volubile si cambierà una volta: un'altra due e qualcheduna tre.
Da La donna volubile, in Carlo Goldoni, Tutte le opere, a cura di Giuseppe Ortolani, vol. 3, II ed., A. Mondadori editore, Milano, 1955

Frasi da «Gl'innamorati»

Se conoscete che la persona che amate meriti l'amor vostro, disponete l'animo a sofferir qualche cosa. (p. 46)
Dalle donne qualche cosa convien soffrire; quando si sa specialmente che una donna vuol bene, non serve il sofisticare, non convien pesar le parole colla bilancia dell'oro, e guardare i moscherini col microscopio per ingrandirli. (p. 47)
La sincerità non vi è oro che la paghi. (p. 57)

Scheda del libro «Gl'innamorati»

Dicono di «Gl'innamorati»

Gl'innamorati non vivono del rapporto dei due protagonisti con l'ambiente e i personaggi che li circondano, come accade alle altre opere goldoniane. Tutta l'azione si svolge all'interno di loro stessi, del loro modo di amarsi e insieme di ferirsi, di lasciarsi e di perdersi. Mai prima di questa commedia, neppure in un capolavoro assoluto come La locandiera, Goldoni aveva indagato con tanta acutezza sulla passione amorosa, senza per questo rinunciare minimamente agli aspetti comici o umoristici che scaturiscono anche dagli amori più travagliati e più inquietanti. (Giovanni Antonucci)

Scheda del libro «Gl'innamorati»

Frasi da «La locandiera»

Grazie, signori miei, grazie. Ho tanto spirito, che basta per dire ad un forestiero ch'io non lo voglio; e circa all'utile, la mia, la mia locanda non ha mai camere in ozio. (Mirandolina, p. 18)
Il marchese: (Maledetto Conte! Con questi suoi denari mi ammazza.)
Mirandolina: In verità il signor Conte s'incomoda troppo.
Il marchese: Costoro hanno quattro soldi, e gli spendono per vanità, per albagia. Io gli conosco, so il viver del mondo.
Mirandolina: Eh il viver del mondo lo so ancor io.
Il marchese: Pensano, che le donne della vostra sorta si vincono con i regali.
Mirandolina: I regali non fanno male allo stomaco. (p. 19)
Tutto il mio piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza, e questa è la debolezza di quasi tutte le donne.

Scheda del libro «La locandiera»

Dicono di «La locandiera»

Dal pensiero all'azione non v'è in Mirandolina, soluzione di continuità. Pensare vuol dire fare; e sarà timida e vergognosa, suadente e rispettosa, franca ed ingenua, disinvolta e spiritosa; e poi e poi... il resto verrà. (Gerolamo Bottoni)
[...] gli uomini non hanno imparato nulla dalle disgraziate vicende del cav. Ripafratta – nemmeno il Goldoni – né nulla mai impareranno. (Gerolamo Bottoni)
Il caro e grande Goldoni aveva torto (ebbe ragione il Goethe a dire che Mirandolina sposa il suo Fabrizio per farsene un servo); e doppio torto, per avere insistito ad affermare "che fra tutte le commedie composte fino al 1760 era questa la più morale, la più utile, la più istruttiva", poiché, riflettendo sul carattere e sugli avvenimenti del cavaliere, si sarebbe trovato "un esempio vivissimo della presunzione avvilita, ed una scuola che insegna a fuggir i pericoli per non soccombere alle cadute". (Gerolamo Bottoni)
[...] la freddezza inalterabile, il crudele piacere della vendetta finiscono per muovere il nostro sdegno; tanto che per avere un marito servo, l'insulso scioglimento ci soddisfa poco o punto. (Johann Wolfgang von Goethe)

Scheda del libro «La locandiera»

Frasi da «La sposa persiana»

Ecco il caffè, signore, caffè in Arabia nato, / e dalle carovane in Ispaan portato. / L'arabo certamente sempre è il caffè migliore; / mentre spunta da un lato, mette dall'altro il fiore. / Nasce in pingue terreno, vuol ombra, o poco sole. / Piantare ogni tre anni l'arboscel si suole. / Il frutto non è vero, ch'esser debba piccino, / anzi dev'esser grosso, basta sia verdolino, / usarlo indi conviene di fresco macinato, / in luogo caldo e asciutto, con gelosia guardato. | [...] | a farlo vi vuol poco; / mettervi la sua dose, e non versarlo al fuoco. / Far sollevar la spuma, poi abbassarla a un tratto / sei, sette volte almeno, il caffè presto è fatto. (Curcuma: atto IV, scena I; p. 65)

Frasi da «La vedova scaltra»

Io vedo, che in Francia, in Inghilterra, in Italia e per tutto il mondo le donne ne sanno una più del diavolo! (atto III, scena III)

Scheda del libro «La vedova scaltra»

Memorie di Carlo Goldoni – Citazioni

Come l'appetito rende saporite le vivande! (parte prima, capitolo V)
Da Le memorie, a cura di Rosolino Guastalla, La Nuova Italia, 1933.
[...] e finalmente arrivammo a Udine, che è la capitale del Friuli veneziano. [...] Quasi tutte le terre sono feudali, e dipendono dai rispettivi loro sovrani, ed ha inoltre il castello d'Udine una sala di parlamento nella quale gli Stati si adunano; singolar privilegio, che non esiste in verun'altra provincia dell'Italia. [...] La città è bellissima: le chiese sono ricchissimamente decorate, e le pitture di Giovanni d'Udine, scolare di Raffaello, ne fanno il principale ornamento. Vi è un luogo per il passeggio nel mezzo della città, sobborghi piacevoli, e contorni deliziosi. Il palazzo immenso ed i magnifici giardini di Passarean dei conti Manini, nobili veneziani, formano un soggiorno da monarca. (parte prima, capitolo XV)
Ero già avvocato, già ero stato presentato alla curia, e non si trattava che di aver clienti: mi portavo ogni giorno al palazzo ad udire le arringhe dei maestri dell'arte; e guardavo per ogni dove se il mio aspetto risvegliava effetti simpatici in qualche litigante, che avesse avuta volontà di produrmi almeno in una causa di appello. Un avvocato novizio non può figurare e farsi onore nei tribunali di prima istanza, ma solo nelle Corti superiori può far spiccare la scienza, la facondia, la voce, la grazia, quattro mezzi in egual modo necessari perché in Venezia un avvocato sia posto nel primo grado. (parte prima, capitolo XXIV)
Quante persone non vi sono di modi soavi e di pulitissimo tratto, che mutano poi tono, carattere ed anche aspetto, poste a un tavolino da giuoco? Un uomo generoso divien talvolta furibondo, anche per una perdita leggiera. La cagione non è, egli dice, la perdita del danaro, ma bensì l'amor proprio. (parte terza, capitolo XXV)
Non bisogna che le padrone di casa siano le prime ad incominciar la partita, lasciando accomodar gli altri nella maniera che loro piace: ciò è avvenuto più d'una volta sotto i miei occhi, ed io medesimo poi sono stato testimone delle lagnanze di quelli che si son creduti mal collocati. La tombola è un giuoco comodissimo per evitare tutti questi inconvenienti, potendosi adunare all'istessa tavola moltissima gente. La signora che fa gli onori della partita, vi assiste parimente, restando ognuno contento; ma è questo, a parer mio, il giuoco più insipido e noioso che siasi mai immaginato. Approvo che in tutti i giuochi possa molto la sorte, ma quando ho in mano un mazzo di carte, fo almeno qualche cosa; ma alla tombola non fo nulla. Se vinco agli altri giuochi, posso almeno aver la compiacenza di avervi contribuito colle mie proprie combinazioni; e se perdo, nutro pure la speranza di avere evitati molti colpi sinistri, ai quali un altro sarebbe forse soggiaciuto; dimodochè il mio amor proprio rimane in qualche maniera soddisfatto: ma in codesto maledetto giuoco di palline io sono sempre e poi sempre la vittima. (parte terza, capitolo XXV)
Sento intorno a me vociare terni, quaderne, cinquine, mentre io non ho altro che estratti, e qualche ambo; divento giuocatore senza saperlo; me la prendo con quelli che vincono, perchè la loro vincita deve per necessità accrescere la mia perdita, onde il mio amor proprio ne resta offeso, non meno che l'interesse della mia borsa. A tutto ciò aggiungesi la noia; insomma, non può esservi regalo più sgradito per me, che quello di farmi l'onore d'offrirmi una cartella. (parte terza, capitolo XXV)

Dicono di Carlo Goldoni

A te, porgente su l'argenteo Sile / le braccia a l'avo da l'opima cuna, / ne la festante ilarità senile / parve la vita accorrere con una // marïonetta in mano. Al sol d'aprile / te fuggente la logica importuna / presago accolse il comico navile / veleggiando la tacita laguna.
Giosuè Carducci
La mia stella polare, il Settecento veneziano e il più grande autore che abbia espresso, quel Carlo Goldoni, la cui ironia era anche una forma di pudore.
Lino Toffolo
Nella commedia goldoniana non è mai lampo di generosa passione, non è mai nulla che s'accosti a quella tragica e ribelle fierezza che intorno ad Alceste veridico e solitario, illumina tutto un mondo piccino, ridicolo, pettegolo, falso; non v'è spirito alcuno di quella satira terribile dell'ipocrisia sociale che nel Don Iuan camuffato a Tartufo, già fa sentire il fermento occulto d'una rivoluzione demolitrice.
I personaggi goldoniani è gente che celia, che fa all'amore, che si dispera perché il gioco e il lusso l'ha rovinata, ma che non combatte, e per la quale nessun mutamento politico o sociale potrebbe accadere. Essi non mirano che al loro vantaggio particolare, alla loro utilità casalinga, intorno a cui adattano ogni loro principio morale e religioso.
Mario Pratesi

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026