Frasi
Frasi di Cesare Cantù
69 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Qui trovi 69 frasi di Cesare Cantù: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.
Cesare Cantù (storico, letterato e politico italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Cesare Cantù
Ad Ascona vi era un convento di frati. San Carlo li mandò via onde istituirvi scuole per l'educazione della gioventù, e diceva che la scuola è il sole dell'anima, e che fa gran peccato chi non fa ogni sforzo per approfittarne.
Con case affollate sì, che i tetti somigliano una scala, onde si dice per celia che il mugnaio, portandovi la molenda, non può voltare il somaro che conducendolo in piazza, e quivi ancora rizzandolo su due gambe.
Di , calzolajo di Norimberga, fecondo ed energico fabbricatore di poesia popolare, vantò il genio che noi confessiamo non sapervi scorgere; bensì grande facilità, e immagini nuove e squisiti pensieri, alla rinfusa con strani e bislacchi.
Dov'è una donna, il povero non patisce.
Due d'agosto, bel dì! gran gente accorre / In barca, in cocchio, a piedi, ad uno, a torme, / Fortuna d'osti. — Oggi Giuditta bea / L'aure del Lario co' soavi accenti, / Onde incantata la città d'Insubria / Oro profuse, coniò bronzi, intanto / Che colui che del Merto e del Compenso / In lavoro immortal librò le leggi, / Da niun saputo, in abbandon moriva.
Era [...] un tentativo di ravvicinamento fra la scuola antica, che superbamente qualificavasi di classica, e la nuova, detta romantica perché pareva attingere ispirazione principalmente dal medioevo, in cui nacquero le lingue romanze.
Fu chi sommò le vittime di a cinquantacinquemila: dei quali cinquantamila Padovani. Vedere le carni sbranate, le fiere satollarsi di pasto umano, il sangue scorrere a rivi, consumarsi le famiglie più illustri, donne e ragazzi gemere fra laidi ed inumani strazî, erano costui diletto: separava i matrimonî, non amava che spie e sicarî: perseguitava inesorabile i ladri, ma ne adempiva largamente le veci. Guai a chi non dicesse bene di lui e (adulazione più dotta) non dicesse male de' suoi nemici! guai a chi piangesse parenti proscritti!
Tale dipintura offertaci dagli storici farebbe simile ad una tigre, la quale ammazza non per fame ma per istinto d'ammazzare; e che non desse al suo furore altro intervallo che il tempo richiesto a tender agguati.
Ma possiamo credere tutto?
Fu di statura piccola e snella, di occhio vivacissimo, di facile sorriso, di parlar grazioso; ed era bello il confrontare la dolcezza del far suo, colla forza delle sue convinzioni. Agli scolari, quanto venerato per scienza, tanto rendeasi caro per affabilità, e chiara e gioconda esposizione.
Guai se la plebe comincia a gustare il sangue! È un ubbriaco che più beve, più desidera il vino.
Le devastazioni che il lago ed i torrenti hanno recato alla pianura non sono da raccontare. La via di distanza in distanza è recisa; e qui ci convenne sbalzarci a salti smisurati; là ci accoglieva una cassa che scusava di barca in que' tre passi di tragitto; altrove un cavallaccio bolso, orbo e pieno di guidaleschi ci portava amendue attraverso un esteso pantano; od un robusto Cristoforo ci alzava sulle spalle, e procedendo tentone con un baston ferrato, ne riduceva all'asciutto. In così strani tragitti io rideva smascellatamente; rideva anch'essa la mia compagna, ma quel suo ridere risolvevasi in un sospiro.
Le ricchezze sono buoni servidori, ma cattivi padroni.
Natogli un figliuolo a Parigi, lo presentò al battesimo col nome di Dante. Avvertendogli il prete che non v'era un santo di questo nome, esclamò: «Non so se vi sia un santo Dante, so che vi è un dio Dante».
Ogni potere minacciato diviene violento.
Quanto meno bisogni avete, più siete liberi.
Se misantropia è quella che fa, non odiare gli uomini, ma negligerli, fin a quel punto che è necessario per non odiarli, me ne sento la mia dose.
Spendi sempre un soldo meno di quel che guadagni.
Tra le migliaja di giornali che nacquero e morirono, la Lombardia conservò speciale memoria di due, brevissimi di vita: il Caffè e il Conciliatore.
Attenzione!
Eccellente modo di fare il bene è la ferma risoluzione di combattere il male.
Fare il proprio dovere val meglio dell'eroismo.
Il denaro consacrato alla beneficenza non ha merito se non rappresenta un sacrifizio, una privazione.
L'autorità non ragionevole è tirannia.
L'ignorante è non solo zavorra, ma pericolo della nave sociale.
L'opposto della menzogna non è la verità.
La carità è il solo tesoro che si aumenta col dividerlo.
La democrazia fondata sull'eguaglianza assoluta è la più assoluta tirannide.
La lode dei figli e principalmente delle figliuole ricade sulla madre.
La maldicenza rende peggiore chi la usa, chi la ascolta, e talora anche chi n'è l'oggetto.
La peggior prodigalità è quella del tempo.
Le più grandi verità sono generalmente le più semplici.
Il peggio mestiere è quello di non averne alcuno. (XIX)
Peste della patria è il giornalismo che accetta le notizie senza vagliarle, quando pur non le inventa.
Il Carlambrogio di Montevecchia
Chi non sa, è schiavo di chi sa.
Il buon senso è come un cannocchiale che fa vedere da lontano il male e il bene.
Molti si rovinano colla scelta sconsiderata degli amici e dei compagni. Non fate lega se non con quelli che vanno per la strada del bene. Gli altri vi pervertirebbero coi discorsi e cogli esempi; appassirebbero in voi il dilicato fiore dell'innocenza che sparge soave profumo sulla giovinezza.
Nella pazienza tutto va a puro guadagno. Il male sopportato con ragionevolezza e calma è già diminuito della metà, mentre l'impazienza raddoppia tutti i pesi, infistolisce tutte le piaghe.
Storia della letteratura italiana – Citazioni
Alla storia bastano i pochi eletti fra i tanti chiamati, come in una battaglia si tien conto de' generali e di quei pochi che si segnalarono, non della turba gregaria; vi sarà anzi chi creda doversi citare non coloro che s'hanno a leggere, ma coloro che s'hanno a studiare. (in prefazione p. IX)
In Italia la letteratura ebbe sempre grandissima importanza, e l'arte e il sentimento del bello furono gli stromenti della sua rinascenza, come della inglese la morale seria e positiva, della francese lo spirito e la ragione. (in prefazione p. X)
L'arte è espressione di verità generali in una lingua comune alla nazione e insiem particolare all'autore; e verità chiamiamo ciò che è, o ciò che dovrebb'essere. Dicano pure che la verità è oggetto della scienza, mentre l'arte attende alla bellezza; noi della bellezza crediamo materia la verità morale. (in prefazione p. X)
L'affettazione nello scrivere equivale all'ipocrisia nell'operare; la declamazione è il linguaggio delle idee e de' sentimenti falsi; né colla candida parola potrebbero accoppiarsi il magistrale ostentamento di concetti futili, la grande boria de' piccoli spiriti; il ghigno sistematico, l'epidemia di imprecazioni e d'ammirazioni arcadiche, le generalità ambiziose e inani, le idiote adulazioni a un pubblico stravagante, agl'ignoranti pretensivi, ai vili implacabili; le minacciose vanterie di eroiche paure. (in prefazione p. XII)
Una lingua si altera o nell'interna struttura delle parole, o nell'integrità delle sue forme grammaticali. Le parole antiquandosi tendono a surrogare alle consonanti gagliarde e dure le deboli e dolci, alle vocali sonore le sorde dapprima, poi le mute; i suoni pieni s'estinguono poc'a poco e si perdono, le finali dispajono, le parole si contraggono; in conseguenza le lingue divengono meno melodiose; voci che lusingavano e riempivano l'orecchio, non offrono più che un senso mnemonico e quasi una cifra. Né basta. Il cambiamento, oltre snaturar le voci, estendesi alle forme grammaticali, che sono l'anima delle lingue, di cui le parole non sono che il corpo. (p. 3)
Uno de' più nobili ed opportuni esercizj della penna è sempre la storia. (p. 79)
Ad accelerare ed assicurare i progressi dello spirito umano valse un'invenzione suprema di questo tempo, la stampa. (p. 100)
Biografie per corredo alla Storia universale – Citazioni
È carattere comune agli uomini di genio il rappresentare quasi pienamente quel che il loro secolo porta di distintivo. La storia d'un popolo in certo qual modo si epiloga in quella del suo fondatore, il quale senza saperlo, posa il principio per cui quel popolo sussiste; e che i successori di esso non hanno che a comprendere e a sviluppare; per modo che se quel popolo se ne scosta, perisce. (in Proemio, p. 9)
Nell'esporne la vita non basta descrivere e coordinare, ma bisogna ravvisare il posto che occupano, non nella storia d'un paese, ma nella storia dell'umanità, ma nei disegni della providenza, di cui sono grandi agenti nel governo del mondo. (in Proemio, p. 10)
Degl'Indiani abbiam ricchissime arti, immensi poemi, ma storia no. L'idea della divinità connettesi talmente a quella dell'umanità, anzi dell'intera natura, che pare impossibile scrivere la storia, cioè sceverar le ragioni umane dalle divine. Wilfort adoprò caldamente per coordinare colle storie nostre alcuni nomi e tempi dei Purana, ma non giunse che a mostrarne l'incertezza: i punditi o dottori indiani pretesero avere estratta dai poemi la serie dei re, ma son nomi senza particolarità, o con assurde e discordanti. (p. 12)
Nella China manca la poesia, e non rimane che la storia positiva, senza tempi eroici. In paese dove l'imperatore è ogni cosa, è sovrano del cielo materiale, tipo stereotipo per tutti i tempi, non poteano darsi età eroiche, non altri eroi da esso in fuori; e la più antica mitologia comincia da un re che decreta il censimento, la misura dei terreni, lo scavo di canali, il catalogo delle stelle. (p. 13)
La storia de' popoli dell'Asia media comincia appena appena a stenebrarsi; quella dei Tibetani non va più indietro del VII secolo; del XII quella dei Mongoli; la storia delle più importanti nazioni turche s'innestò su quella degli Arabi, e prese la tinta del corano. Il primo eroe storico de' Tibetani, re Strongdsan Gambo, che propagò nel suo regno il buddismo, è ritenuto emanazione della divinità buddista, non meno che i suoi successori. Anche fra i Mongoli, Gengis-kan passa per figlio di Cormusda (Hormus?), signore del mondo materiale; ma Tibetani e Mongoli hanno antichi canti eroici, fra cui merita attenzione quello che parla in particolare del tibetano Gesser-kan, figliolo anch'egli di Cormusda, e rammentato pure negli annali chinesi. (p. 14)
Nelle prime tradizioni dell'Asia media scorgi la natura de' paesi i più esposti alle rivoluzioni; ed oggi ancora, come su que' primordi, la Persia e l'India sono preda del primo avventuriero che osi stendervi la mano. (p. 14)
Anche dopo tante scoperte, la storia di Mose rimane la prima d'età, e quella che contiene le nozioni più antiche ed autentiche sulla prima civiltà del mondo. In essa vediamo i potenti cacciatori dell'Assiria diventare conquistatori e re; i pastori della Caldea che studiano il cielo, e divengono astrologi e sacerdoti; i Fenici che s'avventurano al mare; i Cananei che vanno in carovane trafficando; insomma in qual modo un fondo di natura e di cognizioni comuni fosse modificato dalle circostanze locali, in maniera di costituire le differenti società. (p. 15)
Perché un branco di schiavi risalisse alla dignità di popolo, Mosè dovea insegnargli un passato, costituirne il presente, preparargli l'avvenire : e poiché senza storia non v'è popolo, il gran legislatore espose al suo le proprie origini. (p. 18)
Origini d'un popolo son quelle stesse del mondo, e Mosè le raccontò in undici brevi capitoli. Tutte le genti pretendono essere le più antiche; ma quando vengono a spiegarci i primitivi loro tempi, li riempiono di cicli astronomici e di mitologici avvenimenti. Mosè no. L'onnipotente e libera volontà di un Dio crea istantaneamente la materia; dappoi successivamente le dà ordine, e vita; e dopò i pesci e i rettili e i volatili e i quadrupedi, ultimo produce l'uomo, del quale sono annoverate le famiglie fino a quell'Abramo che è stipite della gente ebrea. (p. 18)
Mosè pregò da Dio: «Fammi passare sotto gli occhi quanto v'ha di buono; fatti conoscere a me; mostrami i tuoi sentieri»: e dalla verità de' dogmi dedusse la santità della morale. (p. 24)
Solo i vili considerano nimicizia il dissenso; essi incapaci della verità, e perciò esecranti chiunque la dice. Io dunque non ho bisogno di scusa con Cesare Balbo su questo punto, uno de' pochi ch'io dissento da Lui. (p. 274)
Voltaire, il quale, più della verità, cercava il paradossale e il nuovo, nel suo Discorso sulla poesia epica lodò gli Araucana di don Alonso de Ercilla come l'epopea della Spagna; non altrimenti che epopea dell'Italia pose la Gerusalemme liberata. Incapace egli per indole e abitudine d'intendere il sublime, il semplice, il puro; angusto per pregiudizio di scuola e per culto della forma, badando alla distribuzione anziché al fondo, pretendeva restringere ogni poema nel preconizzato modello di Virgilio. Ma poema d'una nazione è quello dove trovansi ritratte la vita, la credenza, le cognizioni di essa in un dato tempo, e massime di que' tempi primitivi, dove la mistura eterogenea non alterò, né l'incivilimento spianò ancora le forme, che perpetuamente costituiranno il carattere di essa. (p. 310)
Buon politico e ignorante teologo, Costantino credette l'arianesimo niente più che una differenza esteriore, laonde comandò il silenzio: agli uni disse Avete fatto male a tirar in campo una questione irresolubile; agli altri Avete fatto male col pretendere di risolverla; sono punti speculativi da lasciar da banda; non molestatevi l'un l'altro, ma vivete in armonia. (p. 489)
L'opinione manifesta delluomo di Dio valeva sulle moltitudini ancor più che gli argomenti dei dottori. E sempre umile, rispettoso ai sacerdoti, sereno come chi non è turbato da passione, coll'acume suppliva alla mancanza di educazione scientifica, e diceva che non l'alfabeto inventò la ragione, ma questa quello; e ad un filosofo che si maravigliava come potesse fare senza libri, rispose: Mio libro è la natura. (p. 502)
Gli Ariani, fatti più baldi, più non mascherarono le loro intenzioni; e se prima simulavano una credenza, dissenziente solo in formole, tornarono affatto alle idee di Ario, e nel concilio di Sirmio, presente Costanzo, pubblicarono una formola di preciso arianesimo: il Padre esser maggiore del Figliolo in onore, in grado, in maestà; e proclamarono per bocca di Eunomio, il principio dell'autorità esclusiva della santa Scrittura in opposizione colla tradizione dei Padri. (p. 507)
Negli scritti d'Atanasio non può cercarsi né grand'eloquenza, giacché scopo suo era di vincere, non di piacere; né una compiuta esposizione della fede, od un'artistica confutazione delle eresie; ma qualunque punto del dogma cristiano, egli lo ravvisa ne' rapporti coll'essenza del cristianesimo. (p. 508)
Se, come i prudenti lo consigliavano forse, per amor di pace egli avesse ceduto, o per timore si fosse ritirato, la Chiesa non sarebbe no soccombuta, ma a lungo sarebbero gli Ariani rimasti trionfanti. (p. 511)
Pei due golfi Arabico e Persico; pei due deserti, il paese l'israelitico dal lato di Suez, e l'arabico verso l'Eufrate, è l'Arabia da terra e mare sì isolata, che i suoi geografi opportunamente la nominano isola degli Arabi. Un viaggiatore ne fa il giro in tre mesi, o cento giorni. (p. 516)
Da antichissimo passava per l'Arabia il commercio Indiano, egizio, siriaco e persiano. Nella parte meridionale approdavano le flotte indiane e persiane nei porti di Katif e Gafr, e in quelli di Aden e di Mocca, questa celebre ne' tempi più recenti pel suo caffé, quella ne' più remoti per la pesca delle perle. A Gidde facevano capo le carovane delle merci e de' pellegrini d'Africa; verso la Siria il deposito principale delle mercanzie era Dumetol-cendel, donde quelle andavano a Bassora, a Corrasch, a Damasco, a Tadmor. Madianiti e Edomiti erano i mediatori del commercio tra i Fenici e l'Egitto; le piazze principali degli Edomiti erano Aila -sull'estremità del golfo Arabico, ed Ezion -Geber situata s'un'isola vicina. Sul mercato di Mescar tutte le merci erano in prima esaminate per evitar le frodi; in quello di Iemana poi lavansi a vendere soltanto stuoie e pietre. D'una mezza dozzina d'altre fiere che tenevansi annualmente in giorni determinati, le più rinomate son quelle di Sanaa capitale dell'Iemen, e di Okas Okkuf, nobilitata nella storia dalle gare de' poeti e da' giudizi pronunciatine dalle tribù. (p. 521)
Rapace, bugiardo e fraudolento nel commercio, ma prode e generoso, mite e riconoscente, e innanzi tutto ospitale e fedele alla parola anche se data ad un nemico, sobrio e continente, compagnone, spiritoso, faceto, eloquente, poetico, caldo del suo onore, e particolarmente di quello dell'harem, ha anche oggidì il Beduino i pregi e i difetti de' suoi maggiori al tempo di Maometto; lava l'oltraggio nel sangue, e ne ha sete per vendicare quel d'un parente versato dal nemico; Il fuoco, il fuoco, ma non l'obbrobrio; la vendetta, la vendetta, ma non l'ignominia é anche oggidì il grido di guerra del Beduino, combattente per l'onor suo e delle sue donne; ciò non pertanto egli é ancor più ospitale che sanguinario, più generoso che implacabile. (p. 523)
A chi non è noto Aron al-Rascid, se non altro per le Mille ed una notte, come il sovrano de' credenti, lo sposo della sua parente Zobeide, il contemporaneo d'Irene e di Carlo Magno, lo splendido e potente califfo, il tirannico sterminatore della casa di Barmek? La soverchiante copia delle cose conosciute e ricantate ne dispensa da un circonstanziato racconto, non però da una breve memoria di esse; e ne mette di rimpatto in dovere di adoperare con tanto maggiore accuratezza nel dar luce a poco note, e nuove. (p. 695)
Storia degli Italiani – Citazioni
Fulvia, nata da quel Flacco che deturpò la causa dei Gracchi, non vuole amori volgari, ma comandare a chi comanda: sposa Clodio, deforme, ma prepotente e facinoroso, e che la piglia per le sue ricchezze: lui assassinato, maritasi in Curione, fastoso dissolutissimo e perpetuo sommovitore della pubblica quiete: morto anche questo, diviene di Antonio, e si fa consigliera e ministra delle costui crudeltà; assiste al supplizio di trecento uffiziali ch'egli fa scannare nella sua tenda; contro il teschio di Cicerone; lei presente, in casa di Gemello, uomo tribunizio, si dà una cena a Metello console ed ai tribuni, ove si gavazza tra nefandità da lupanare, e si prostituisce nobile giovinetto Saturnino. (Vol. II, cap. XXVIII, p. 268)
Della indipendenza italiana
Il canonico Rosario Gregorio di Palermo (1753-1809) nelle Considerazioni sulla storia della Sicilia si valse insignemente dei documenti latini ed arabi per delineare il diritto pubblico di quel regno, che ebbe sempre parte così notevole nelle italiche vicende. Nella dedica al viceré principe di Caramanico loda questo e il re d'aver promosso gli studj della botanica e dell'astronomia, e insieme quelli che riguardano le forme e le origini del vivere civile, ergendo una cattedra, alla quale esso Gregorio fu destinato, oltre al titolo di storiografo regio. (Vol. I, cap. XVII, p. 590)
Italiani illustri
Avvertito dalla romba plebea, il Prina, che non erasi mai preso paura del buon popolo meneghino, s'asconde: e subito il palazzo suo va a ruba e guasto. Egli stesso, scoperto, denudato, battuto, ferito, dalla finestra, fu afferrato dalla ciurma imbestialita, trascinato per la città colpendolo di parole e di punte quei che l'incontravano (, e le puntate erano d'ombrelli di seta), gridandogli: − Questa è la carta bollata – Quest'è il dazio consumo – Tò il registro – Eccoti il macinato. Lo trafugano in una bottega, ma i casigliani lo respingono per paura della plebe: come per paura i generali e la guardia civica lasciano fare: appena a un sacerdote è permesso e benedirlo; dopo quattro ore di ferini il misero spira, ed è lungamente ancora trascinato il suo cadavere; indi da due popolani trasportato nella vicina chiesa di San Tommaso, e registrato oscuramente fra i morti. (volume II, pp. 558-559)
Dicono di Cesare Cantù
Come scrittore di Storie il Cantù ha due requisiti: il senno storico nel giudicare, la fantasia storica nel rappresentare. Egli afferra il vero spirito di un'epoca, lo deduce dai fatti particolari e lo esprime in una forma rettamente pensata e spesso arguta; non inventa il passato, ma lo cerca con paziente studio e lo spiega quale lo concepisce; bellamente giunge l'evidenza del vero, ma talvolta non riesce preciso, determinato, compiuto, ché anzi lascia sempre qualcosa ad aspettare; nei suoi giudizi è severo, onde ben si appose chi disse che il Cantù ammira e discute, ma non è mai l'idolatra del suo eroe.
Il Cantù porta nella Storia il malessere proprio, il malessere cattolico e il malessere italiano.
Uno degli scrittori, la cui opera è stata più efficace nel dare agli studi storici il loro vero e luminoso indirizzo, è certamente Cesare Cantù, principe degli storici lombardi, fra i primi in Italia, ed uno degli ingegni più sintetici del secolo nostro.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026