Ritratto di Claude Lévi-Strauss
UNESCO/Michel Ravassard · CC BY 3.0

Frasi

Frasi di Claude Lévi-Strauss

31 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Una raccolta di 31 citazioni di Claude Lévi-Strauss, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.

Claude Lévi-Strauss (antropologo ed etnologo francese). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Claude Lévi-Strauss

A parte questa differenza, il grande formichiere e il giaguaro potrebbero essere definiti intercambiabili. Il folklore brasiliano è ricco di racconti che pongono sullo stesso piano i due più potenti animali del «sertào»: uno per il morso delle sue zanne, l'altro per la stretta delle sue zampe anteriori. Cosi, si racconta che nella savana il giaguaro sconfigga sempre il formichiere, mentre nella foresta accade il contrario: il formichiere si rizza appoggiandosi a un tronco con la coda, e soffoca il giaguaro fra le sue zampe.
Da Il crudo e il cotto, traduzione di A. Bonomi, Il Saggiatore, 2008, p. 249. ISBN 8856500310
Di conseguenza in etnologia, come in linguistica, non è la comparazione a fondare la generalizzazione, ma il contrario. Se, come crediamo, l'attività inconscia dello spirito consiste nell'imporre forme a un contenuto, e se queste forme sono fondamentalmente le stesse per tutti gli individui, antichi e moderni, primitivi e civili – come dimostra, in modo folgorante, lo studio della funzione simbolica, così come si esprime nel linguaggio – è necessario e sufficiente raggiungere la struttura inconscia, soggiacente a ogni istituzione o a ogni usanza per ottenere un principio d'interpretazione valido per altre istituzioni e altre usanze, purché, beninteso, si spinga l'analisi abbastanza lontano.
Da Antropologia strutturale, traduzione di Paolo Caruso, Il Saggiatore, Milano, 2015. ISBN 9788842821564
In questo secolo in cui l'uomo si accanisce nel distruggere innumerevoli forme di vita, dopo aver distrutto molte società la cui ricchezza e diversità costituiscono da tempo immemorabile il suo più splendido patrimonio, è più che mai necessario dire, come fanno i miti, che un umanesimo ben orientato non comincia da se stessi, ma pone il mondo prima della vita, la vita prima dell'uomo e il rispetto degli altri esseri prima dell'amor proprio. Né va dimenticato che, essendo comunque destinato a terminare, nemmeno un soggiorno di uno o due milioni di anni su questa terra può servire per appropriarsi del nostro pianeta come se fosse una cosa e per comportarsi senza pudore e senza discrezione.
Da L'origine delle buone maniere a tavola, p. 457.
L'uomo che muore si tramuta in giaguaro, la donna che muore con la tempesta se ne va con la tempesta scompare.
Da La vita familiare e sociale degli Indiani Nambikwara.
La diversità delle culture umane non deve invitarci ad un'osservazione spezzettante o spezzettata. Essa è funzionale non tanto all'isolamento dei gruppi quanto delle relazioni che le uniscono.
La proibizione dell'incesto non è né di origine puramente culturale, né di origine puramente naturale; non è neppure una combinazione di elementi compositi, attinti in parte alla natura e in parte alla cultura. Essa costitutisce il passo fondamentale grazie al quale, per il quale, e soprattutto nel quale, si compie il passaggio dalla natura alla cultura. [...] la proibizione dell'incesto costituisce proprio il legame che unisce l'una sfera all'altra. [...] In realtà, più che di una unione, si tratta di una trasformazione o di un passaggio: prima che si verifichi, la cultura non è ancora data; con il suo verificarsi, la natura cessa di esistere nell'uomo come regno sovrano. La proibizione dell'incesto è il processo attraverso il quale la natura supera se stessa: accende la scintilla sotto la cui azione si forma una struttura di tipo nuovo, e più complesso, che si sovrappone, integrandole, alle strutture più semplici della vita psichica, così come queste ultime si sovrappongono, integrandole, alle strutture più semplici della vita animale. Essa opera, e di per se stessa costituisce, l'avvento di un nuovo ordine.
Da Le strutture elementari della parentela, traduzione di Alberto M. Cirese e Liliana Serafini, Feltrinelli, Milano, 1976, p. 67.
Lo scienziato non è l'uomo che fornisce le vere risposte; è quello che pone le vere domande.
Dall'introduzione a Il crudo e il cotto.
Nel modo più inatteso, è proprio il dialogo con la scienza ciò che rende nuovamente attuale il pensiero mitico.
Da Razza e storia e altri studi di antropologia.
Nulla, allo stato attuale della scienza, permette di affermare la superiorità o l'inferiorità intellettuale di una razza rispetto all'altra.
Da Razza e Storia. Razza e cultura.
Solo trattando il mito alla stregua di uno spartito orchestrale, scritto strofa per strofa, possiamo comprenderlo come totalità ed estrarne il significato.
Citato in Marcello Veneziani, Alla luce del mito, Marsilio editori, 2017, pp. 63-64. ISBN 978-88-317-2639-9
[...] tutto avviene come se la musica e la mitologia non avessero bisogno del tempo se non per infliggergli una smentita. Esse sono entrambe macchine per sopprimere il tempo. Al di sotto dei suoni e dei ritmi, la musica opera su un terreno grezzo, che è il tempo fisiologico dell'uditore; tempo irrimediabilmente diacronico in quanto irreversibile, e di cui la musica stessa tramuta però il segmento che fu dedicato ad ascoltarla in una totalità sincronica e in sé conchiusa.
Da Il crudo e il cotto, traduzione di A. Bonomi, Il Saggiatore, 2008, p. 32. ISBN 8856500310
Verrà un giorno in cui l'idea che per nutrirsi gli uomini del passato allevavano e massacravano degli esseri viventi, mettendo in mostra nelle vetrine le loro carni dilaniate, ispirerà senza dubbio la stessa repulsione provata dai viaggiatori del XVII e XVIII secolo nei confronti dei pasti cannibalici dei selvaggi americani, africani, o dell'Oceania.
Da La leçon de sagesse des vaches folles, 2001; citato in Matthieu Ricard, Sei un animale!, traduzione di Sergio Orrao, Sperling & Kupfer, Milano, 2016, p. 77. ISBN 978-88-200-6028-2

Antropologia strutturale due

Mai meglio che al termine degli ultimi quattro secoli della sua storia, l'uomo occidentale è in grado di capire che, arrogandosi il diritto di separare radicalmente l'umanità dall'animalità, accordando all'una tutto ciò che toglieva all'altra, apriva un circolo vizioso, e che la stessa frontiera, costantemente spostata indietro, sarebbe servita a escludere dagli uomini altri uomini, e a rivendicare, a beneficio di minoranze sempre più ristrette, il privilegio di un umanismo nato corrotto per avere desunto dall'amor proprio il suo principio e la sua nozione. (p. 77)
[...] il rispetto altrui conosce un solo fondamento naturale [...] che Rousseau scorge, nell'uomo, in «una ripugnanza innata a veder soffrire il suo simile» [...]. Infatti l'unica speranza, per ognuno di noi, di non essere trattato da bestia dai suoi simili, sta nel fatto che tutti i suoi simili, e lui per primo, si colgano immediatamente come esseri sofferenti, e coltivino nell'intimo quella attitudine alla pietà che, nello stato di natura, tiene luogo «di legge, di costumi, e di virtù», e senza il cui esercizio cominciamo a capire che, nello stato di società, non può esserci né legge, né costumi, né virtù.
Lungi dall'offrirsi all'uomo come un nostalgico rifugio, l'identificazione a tutte le forme della vita, a cominciare dalle più umili, propone dunque all'umanità d'oggi, per bocca di Rousseau, il principio di ogni saggezza e di ogni azione collettiva [...]. (pp. 77-78)
«Provo una violenta avversione, – scrive nella quarta lettera a Malesherbes, – per gli stati che dominano gli altri. Odio i Grandi, odio il loro stato». È inevitabile riferire questa dichiarazione anzitutto all'uomo, che ha preteso di dominare gli altri esseri e di godere di una condizione a parte, lasciando così campo libero ai meno degni fra gli uomini di valersi dello stesso privilegio nei confronti di altri uomini [...]. (p. 78)

Da vicino e da lontano

[...] sono pervaso sempre di più dal sentimento che il cosmo e il posto dell'uomo nell'universo oltrepassino, e sempre oltrepasseranno, la nostra comprensione. Mi capita di intendermi meglio con certi credenti che con certi razionalisti a oltranza: perlomeno i primi hanno il senso del mistero. (p. 16)
Chiacchieravamo nei corridoi della Sorbona. I suoi giudizi senza appello mi disorientavano. Con lei era sempre tutto o niente. La rividi in seguito negli Stati Uniti, dov'era venuta per un breve soggiorno, prima di andare in Inghilterra e morirvi. Si mise lei in contatto con me, mi diede appuntamento sotto il colonnato di un grande edificio – la biblioteca della Columbia o la Public Library, non ricordo. Discorremmo familiarmente seduti sugli scalini. Le intellettuali della nostra generazione erano spesso eccessive: lei non faceva eccezione, ma ha spinto questo rigorismo fino a farsi distruggere. (pp. 23-24)
Una volta passato il primo momento di curiosità, una volta stufo delle buffonate, il maggio '68 mi ha disgustato. Perché non ammetto che si taglino degli alberi per fare delle barricate (alberi, cioè vita; una cosa che va rispettata), che si trasformino in pattumiere luoghi pubblici che sono un bene e una responsabilità per tutti, che si coprano di graffiti degli edifici, universitari o meno; né che il lavoro intellettuale e la gestione delle istituzioni vengano paralizzate dalla logomachia. (p. 119)

Dal miele alle ceneri

Le metafore che si ispirano al miele sono fra le più antiche della nostra lingua e di altre che l'hanno preceduta nel tempo. Gli inni vedici associano spesso il latte e il miele che, secondo la Bibbia, scorreranno nella Terra Promessa. «Più dolci del miele» sono le parole del Signore. I babilonesi facevano del miele l'offerta agli dei per eccellenza, giacché questi dei esigevano un cibo che non fosse toccato dal fuoco. NellIliade alcune giare di miele servono da offerta ai morti. Altrove essere furono utilizzate per raccogliere le loro spoglie. (p. 13)
Il miele e il tabacco sono commestibili, ma nessuno dei due appartiene, propriamente parlando, alla cucina. Il miele è infatti elaborato da esseri non umani, le api, che lo offrono già pronto per il consumo; mentre il modo più comune di consumare il tabacco pone quest'ultimo, a differenza del miele, non al di qua, ma al di là della cucina. Non lo si consuma allo stato crudo, come il miele, o dopo averlo esposto al fuoco per cuocerlo, come la carne. Lo incenerisce per aspirarne il fumo. (pp. 13-14)
Finora abbiamo incontrato una opposizione maggiore, nel registro degli uccelli, fra psittacidi e aquilinidi (nel Sudamerica non esistono aquile vere e proprie). Le indicazioni precedenti suggeriscono che il tucano occupa una posizione intermedia fra questi due termini polari: sa essere carnivoro come i rapaci e porta su una parte del corpo delle piume altrettanto vivaci che quelle del pappagallo. (p. 402)

Frasi da «Tristi tropici»

I bororo sono i più alti e i meglio costruiti fra gli indiani del Brasile. La loro testa rotonda, il loro viso allungato dai tratti regolari e vigorosi, la loro struttura atletica ricordano certi tipi patagoni ai quali si possono collegare dal punto di vista razziale. Questo tipo armonioso si ritrova raramente fra le donne, in generale più piccole, mingherline, dai tratti irregolari. (p. 184)
In contrasto con l'austerità degli oggetti utilitari, i bororo mettono tutto il loro lusso e la loro fantasia nell'abbigliamento, o almeno – poiché questo è dei più sommari – nei suoi accessori. Le donne posseggono veri scrigni che si tramandano da madre in figlia: finimenti in denti di scimmia o in zanne di giaguaro montate in legno o fissate con sottili legature. Tengono per sé le spoglie della caccia ma si fanno poi depilare le tempie dagli uomini i quali confezionano, coi capelli delle loro spose, lunghe cordicelle intrecciate che avvolgono intorno alla testa come un turbante. (p. 190)
Nel villaggio bororo, c'è un momento della giornata che riveste una importanza particolare: è l'appello della sera. Al cader della notte, si accende un gran fuoco sul piazzale delle danze, dove i capi dei clan si sono riuniti; ad alta voce, un araldo chiama ciascun gruppo: badedjeba, i capi; o cera, quelli dell'ibis; ki, quelli del tapiro; bokodori, quelli dell'armadillo; bakoro (dal nome dell'eroe Bakororo); boro, quelli del labbretto; ewaguddu, quelli della palma buriti; arore, quelli del bruco; paive, quelli del riccio; apibore (senso dubbio). Man mano che si presentano, gli ordini per l'indomani vengono comunicati agli interessati, sempre con voce elevata per farsi udire fino alle capanne più lontane. A quell'ora, del resto, esse sono vuote o quasi. (p. 199)
I nambikwara dormono in terra e nudi. Poiché le notti della stagione secca sono fredde, si scaldano stringendosi gli uni contro gli altri, o si avvicinano ai fuochi da campo che vanno spegnendosi, tanto che all'alba si svegliano avvoltolati nelle ceneri ancora tiepide del focolare. (p. 231)
Per quanto facili fossero i nambikwara – indifferenti alla presenza dell'etnografo, al suo taccuino e alla macchina fotografica – il lavoro risultava molto complicato da ragioni linguistiche. Anzitutto, l'uso dei nomi propri è loro interdetto; per identificare le persone si doveva seguire l'uso della gente della linea telegrafica, cioè convenire con gli indigeni nomi provvisori con i quali designarli. (p. 232)
La prima bambina era venuta, per vendetta, a dirmi il nome della sua nemica, e quando questa se ne accorse, comunicò il nome dell'altra, come rappresaglia. Da quel momento fu molto facile, sebbene poco scrupoloso, eccitare i bambini uno contro l'altro, e sapere così tutti i loro nomi. Dopo di che, creatasi una piccola complicità, mi diedero senza troppe difficoltà il nome degli adulti. Quando questi compresero i nostri conciliaboli, i bambini furono sgridati e la fonte delle mie informazioni si esaurì. (p. 232)
Il mondo è cominciato senza l'uomo e finirà senza di lui.
Da Tristi Tropici, traduzione di Bianca Garufi, Il Saggiatore, Milano, 2013. ISBN 9788865763407

Scheda del libro «Tristi tropici»

Dicono di Claude Lévi-Strauss

L'antropologo francese Claude Lévy-Strauss, nel suo libro Lo sguardo da lontano, ha consacrato pagine memorabili al tema del razzismo, spiegando la differenza fondamentale che esiste tra xenofobia e legittima necessità, per chiunque, di proteggersi. Un conto è voler salvaguardare i propri cari, le proprie abitudini, le proprie credenze e, perché no, il proprio lavoro. Altro conto è emarginare, combattere, discriminare, offendere e ferire qualcuno per il colore della pelle o per le origini, ossia per ciò che lo caratterizza in quanto essere umano.
Michela Marzano
La sua squisita cortesia piena di precauzioni copriva un disprezzo siderale per la terra intera.
Pierre Nora
Lévi-Strauss non è certo il primo, né il solo a sottolineare il carattere strutturale dei fenomeni sociali, ma la sua originalità sta nel prenderlo sul serio e nel trarne imperturbabilmente tutte le conseguenze.
Jean Pouillon

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026