Frasi
Frasi di Clive Barker
54 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Qui trovi 54 frasi di Clive Barker: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.
Clive Barker (scrittore e regista britannico). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Clive Barker
In generale i mostri non parlano della loro condizione - di essere dei mostri. Quello che io volevo che Frank fosse capace di fare era avere una scena di dialogo, persino scene romantiche che funzionassero tra lui e Julia. Volevo che Frank fosse in grado di stare lì e parlare delle sue ambizioni e dei suoi desideri perché penso che cosa i mostri abbiano da dire per se stessi è interessante tanto quanto ciò che gli esseri umani hanno da dire. Questo è il motivo per cui nei film slasher penso che metà della storia vada perduta. Queste creature diventano semplicemente, in un modo molto noioso, astrazioni del male. Il Male non è mai astratto. è sempre concreto, sempre particolare e sempre incarnato negli individui. Negare alle creature in quanto individui il diritto di parlare, di discutere davvero le loro ragioni, è perverso - perché io voglio ascoltare il Diavolo parlare. Io penso che sia un atteggiamento Inglese. Mi piace l'idea che un punto di vista possa essere reso dal lato oscuro. (da un'intervista di Crimson Celluloid, n. 1, 1988)
Sentivo che il primo finale non era abbastanza perverso: ora abbiamo una fine spettacolarmente perversa, in termini visivi. (da un'intervista di Fangoria, n. 78, ottobre 1988)
Il British Board of Film Classification un tempo mi ha dato un ottimo consiglio: non fare mai film pensando ai censori. Se stai al loro gioco quando giri, fiacchi il tuo stesso materiale, e alla fin fine te lo taglieranno comunque, per giustificare la loro stupida esistenza. (da un'intervista di Fangoria, n. 78, ottobre 1988)
Il primo film era molto claustrofobico. Per via del budget lavoravamo in una piccola casa di Cricklewood e su un piccolo set a nord di Londra. Il seguito è un film meno perverso ma in un certo senso più grafico: quando il sangue inizia a schizzare, lo fa in modo grandioso. (da un'intervista di Fangoria, n. 78, ottobre 1988)
La prima volta che ho sentito parlare di Hellraiser III era chiaro che la casa produttrice non mi voleva a bordo per ragioni economiche. Il capo Lawrence L. Kuppin voleva la sua firma sul progetto, non la mia, e non mi voleva in giro. Ero ragionevolmente costoso e, francamente, sapevo che voleva qualcuno a buon mercato. Ho avuto la sensazione che la filosofia di fondo fosse "Tenete Barker fuori". (da un'intervista di Shivers, n. 5, febbraio 1993)
La Miramax venne da me con un film, disse che era un po' leggerino e mi chiese se potessi migliorarlo. Risposi che c'era un film molto buono, all'interno di quello, ma avevamo bisogno di spendere più soldi. Dissero che avrebbero messo a disposizione mezzo milione di dollari se riuscivamo a girare qualcosa in tre o quattro giorni. Così abbiamo girato tutta la roba bondage del finale, la pianta strana e gli effetti speciali "succhia-pelle", cose che tutti avrebbero sempre voluto fare. Tu non hai mai desiderato di succhiar via la pelle ad una donna? (da un'intervista di The Bloody Best of Fangoria, n. 12, luglio 1993)
È un prodotto che avrebbe dovuto morire tempo fa. [...] Se qualcuno mi avesse detto "Ehi, Clive, non si faranno più Hellraiser", io non mi sarei di certo messo a piangere. Ma quando un regista vuole mettersi a fare un film basato sul mio lavoro, non posso dire "Be', io non voglio averci nulla a che fare". Al contrario, devo ficcarci il mio dito e cercare di aiutare a fare un prodotto migliore. (da un'intervista di Sci-Fi Entertainment, n. 5, febbraio 1995)
Ad essere onesto credevo che Hellraiser III fosse l’ultimo capitolo, ma si sa che Hollywood è fondata sul puro profitto, quindi si va avanti anche se non c’è nulla da dire. (da un'intervista di Sci-Fi Entertainment, n. 5, febbraio 1995)
Ciò che credo renda speciale Pinhead è che non esiste niente di simile in giro. (da un'intervista di Sci-Fi Entertainment, n. 5, febbraio 1995)
Tutto quello che ho sempre voluto fare è oscurare il giorno e illuminare la notte.
Devi solo fidarti della tua follia.
Ciò che è immaginato non può essere mai perso.
Benvenuti nel peggior incubo di tutti, la realtà.
Siamo tutti libri di sangue; / in qualunque punto ci aprano, / siamo rossi.
Il sesso è un grande livellatore. Mi ha fatto venire voglia di raccontare una storia sul bene e il male in cui la sessualità era il tessuto connettivo. La maggior parte dei film horror inglesi e americani non erano sessuali. O se lo erano, era un modo civettuolo: un gruppo di adolescenti che fa sesso e poi vengono uccisi. Hellraiser, è la storia di un uomo spinto a cercare l'esperienza sessuale definitiva. Ha un senso molto più contorto della sessualità. [...] Verso la metà degli anni '80, ci sono stati due abomini cinematografici tratti dalle mie storie. Mi sentivo come se Dio mi stesse dicendo che avrei dovuto reagire. In fondo, quanto peggio sarei potuto essere? (da in'intervista di The Guardian, 30 ottobre 2017)
Mi ha influenzato, certo, ma ciò che più conta è che con lui si è modificato il rapporto tra la gente e il mondo dell'orrore. I suoi libri hanno spezzato la barriera che faceva si che chi leggesse un horror lo nascondesse fra le pieghe di un giornale.
Si crede ancora che solo gli stupidi possano amare il genere horror. Io invece lo amo perché con esso posso raccontare i temi della sessualità, le ossessioni, la paura nei confronti della morte: molti film horror trattano questi temi ma senza nessun sottotesto di tipo filosofico o morale. Con Hellraiser volevo far venire fuori i significati più profondi, meno esteriori di questi stessi temi.
Il mio film ribalta molti cliché. Le donne non sono vittime ad esempio, anzi, Julia, il principale personaggio femminile, compie i delitti più efferati. E il mostro è vulnerabile, ha bisogno della donna che l'aiuta perché l'ama. Ecco, Hellraiser è soprattutto una storia d'amore. Ed anche il primo horror in cui un corpo si ricompone anziché decomporsi nel corso della storia.
Frasi da «Schiavi dell'inferno»
La scatola di Lemarchand era aperta; l'ultimo meccanismo era scattato. Non c'era più tempo per tergiversare o pentirsi. E poi, non aveva scelto di rischiare sia la vita che la sanità mentale per rendere possibile quella scoperta? La porta si stava aprendo, proprio in quel momento, a piaceri della cui esistenza erano venuti a conoscenza non più di una manciata di esseri umani, e meno ancora li avevano provati; piaceri che avrebbero ridefinito i parametri delle sensazioni, e che l'avrebbero liberato dallo stolido circolo del desiderio, della seduzione e della delusione che lo aveva incatenato dalla tarda adolescenza. Sarebbe stato trasformato da quella conoscenza, giusto? Nessuno avrebbe potuto provare la profondità di una tale sensazione e restare lo stesso. (p. 11)
E poi, luce.
Veniva da loro: dal quartetto di Cenobiti che adesso, con il muro di nuovo sigillato alle loro spalle, occupavano la stanza. Li accompagnava una fosforescenza malata, come quella dei pesci degli abissi: azzurra, fredda, inquietante. Frank si rese conto che non aveva mai provato a immaginare il loro aspetto. La sua fantasia, di solito fertile quando si trattava di truffe e furti, era povera, sotto altri aspetti. Non aveva la capacità di visualizzare quelle creature eminenti, quindi non ci aveva neanche provato.
Perché, allora, era così turbato, nel posare gli occhi su di loro? Era a causa delle cicatrici che ricoprivano ogni centimetro del loro corpo, con la carne deliberatamente perforata, tagliata e infibulata, prima di essere ricoperta di cenere? Era per l'odore di vaniglia che emanavano quegli esseri, la cui dolcezza non riusciva a cancellare il fetore proveniente al di sotto? O forse era per il fatto che, man mano che la luminescenza si intensificava, e lui li osservava meglio, non vedeva nulla di felice, e neanche di umano, nei loro volti? Poteva notare solo disperazione, e una volontà che gli fece rischiare di svuotare le viscere lì dove si trovava. (pp. 12-13)
Era al corrente di tutto quello che l'umanità sapeva sull'Ordine del Supplizio.
Eppure... si era aspettato qualcosa di diverso, magari qualche traccia degli innumerevoli splendori a cui avevano accesso. Aveva immaginato che venissero accompagnati da donne, almeno; lubrificate, perfette; donne rasate e allenate all'atto dell'amore: le labbra profumate, le cosce che tremavano per la voglia di spalancarsi, i glutei floridi come piacevano a lui. Si era aspettato sospiri e languidi corpi distesi sul pavimento, come tappeti viventi; con la sua fantasia aveva concepito vergini lascive di cui possedere qualsiasi orifizio, e le cui abilità potessero condurlo su, sempre più, verso estasi mai provate prima. Aveva immaginato di dimenticare il mondo, tra le loro braccia. E di essere esaltato, invece che disprezzato, per la sua lussuria.
Invece no. Niente donne, niente sospiri. Soltanto quelle creature asessuate, con la carne corrugata. (p. 14)
Un tempo i piaceri della gioventù avevano il fascino della novità, ma, man mano che gli anni erano passati e le sensazioni avevano perso la loro potenza, aveva cercato esperienze sempre più forti. E ora gli stavano tornando alla memoria, più pungenti ancora, per il fatto di mostrarsi nel buio della sua testa. (p. 20)
Le stagioni si desiderano a vicenda, proprio come uomo e donna, per poter placare i propri eccessi.
La primavera, se indugia anche solo una settimana più della sua durata, comincia a desiderare che l'estate metta fine ai giorni dell'eterna promessa. L'estate, a sua volta, comincia a chiedere qualcosa che plachi il suo calore, e il più mite degli autunni infine si stanca della sua gentilezza, e desidera che un lampo improvviso di gelo uccida la sua fertilità.
Perfino l'inverno, la stagione più dura, la più implacabile, sogna, mentre febbraio trascina la fiamma che alla fine lo scioglierà. Tutto si stanca, con il passare del tempo, e comincia a cercare un opposto, per salvarsi da se stesso. (p. 34)
Chi era perfetto nell'aspetto non poteva che essere perfettamente felice, giusto? A Kirsty era sempre sembrato così. Quella sera, tuttavia, l'alcol la portò a domandarsi se l'invidia non l'avesse accecata. Forse, essere perfetti era solo un'altra forma di tristezza. (p. 47)
Era stato arrogante, nel modo in cui aveva affrontato l'ordine del Supplizio, ora lo sapeva; ma ovunque, nel mondo e fuori esso, c'erano state forze che avevano incoraggiato quella presunzione, perché era la loro merce di scambio. Quella da sola non avrebbe causato la sua rovina. No, il vero errore era stato quello di credere, ingenuamente, che la sua definizione di piacere coincidesse con quella dei Cenobiti. (pp. 60-61)
Una fila di campanellini, appesi alla carne irregolare del collo, tintinnò mentre si avvicinava. Il fetore che emanava le fece venire voglia di vomitare.
«Aspetta», lo fermò.
«Niente lacrime, per favore. È uno spreco di ottima sofferenza».
«La scatola», riprese lei, in un moto di disperazione. «Non vuoi sapere dove l'ho presa?»
«No, in realtà non mi interessa».
«Da Frank Cotton», disse lei, comunque. «Questo nome ti dice qualcosa? Frank Cotton».
Il Cenobita sorrise.
«Oh, sì. Conosciamo Frank».
«Anche lui ha risolto l'enigma, giusto?»
«Voleva il piacere, almeno finché non glielo abbiamo dato. Poi non ne è stato così contento».
«Se ti porto da lui...»
«Ah, dunque è vivo?»
«Sì, molto vivo».
«E cosa mi stai proponendo? Di riportare indietro lui, invece che prendere te?»
«Sì. Sì. Perché no? Sì».
Il Cenobita si allontanò da lei. La stanza sospirò.
«Sono tentato», commentò. E poi: «Ma forse mi stai ingannando. Magari la tua è una menzogna per guadagnare tempo».
«So dove si trova, Dio santo», esclamò lei. «È stato lui a farmi questo!». Gli mostrò le braccia graffiate.
«Se stai mentendo...», rispose lui, «se stai solo provando a sfuggire a questa situazione...»
«Non è così».
«Allora consegnacelo vivo...»
Lei avrebbe voluto piangere per il sollievo.
«... e fallo confessare. Forse, allora, non faremo a pezzi la tua anima». (pp. 128-129)
Vangeli di sangue – Citazioni
«Avverto l'odore della carne putrefatta», commentò il demone. «Ma c'è anche profumo di vita. Qualcuno ha risvegliato i morti». (p. 16)
Era alto, somigliava molto alle illustrazioni che si trovavano nei volumi di demoni di un certo rilievo che loro avevano consultato negli ultimi mesi, alla vana ricerca di qualche sua debolezza. Non ne avevano scoperte, naturalmente. Ma ora, a vederlo in carne e ossa, c'era un distinto senso di umanità nella sua figura; dell'uomo che era stato un tempo, prima dei mostruosi atti del suo Ordine. La pelle era candida, la testa calva percorsa da cicatrici rituali che correvano in profondi solchi sia in orizzontale che in verticale, e in ogni intersezione era stato piantato un chiodo che, passando attraverso la carne priva di sangue, si conficcava nell'osso. Forse, in passato, quei chiodi erano stati lucenti, ma ormai il tempo li aveva corrosi. Non che importasse, perché possedevano comunque una certa eleganza, resa ancora più evidente dal modo in cui il demone teneva sollevato il capo, come se guardasse il mondo con un'aria di stanca condiscendenza. (p. 16)
Stridulo, poco interessante. Mi aspettavo qualcosa di meglio da qualcuno che è sopravvissuto tanto a lungo. (Pinhead; p. 20)
«Certe cose si fanno meglio in privato, non credi, Joseph? Ricordi come è stato per noi? Ti sei offerto di diventare il mio personale assassino. E poi te la sei fatta addosso».
«Non sei stanco di tutto questo, ormai?», replicò Ragowski. «Quanta sofferenza puoi causare, prima di smetterla di darti quel triste e contorto piacere di cui hai tanto bisogno?»
«A ciascuno il suo. Tu hai attraversato una fase in cui non avresti toccato una ragazzina che avesse più di tredici anni». (p. 21)
«Cosa stai cercando di dimostrare? Pensi che se ucciderai abbastanza persone, nel peggior modo immaginabile, ti daranno un nome diverso, magari il Pazzo, o il Macellaio? Non importa quante orribili torture tu possa escogitare. Sarai e resterai sempre Pinhead». (p. 23)
Dal nome del loro creatore francese, quei marchingegni venivano semplicemente chiamati Scatole di Lemarchand. Ma, in circoli più consapevoli, il nome che veniva usato era più veritiero: Configurazione di Dolore. Ce n'erano in tutto il mondo. Alcune, come quella che aveva in mano, erano nascoste, ma molte altre giravano liberamente in mezzo all'oceano degli affari e dei desideri umani, dove riuscivano a causare terribili danni. Risolvere l'enigma di una quelle scatole significava aprire una porta per l'inferno, o almeno così dicevano le leggende. Il fatto che la maggior parte di coloro che risolvevano il rompicapo non erano altro che innocenti imbattutisi per caso nell'oggetto, non sembrava interessare all'inferno e ai suoi agenti. Un'anima, alla fine, era sempre un'anima. (p. 54)
Sei un magnifico cliché. Eppure, hai seminato la speranza in troppa feccia che non lo merita. Contro ogni aspettativa, è cresciuta e si è diffusa e, sebbene le possibilità che sopravvivesse fossero minime, ha prosperato; il tuo dono ai dannati e ai disperati, a cui ora metterò fine. (Pinhead; p. 62)
Nessun demone era mai uguale a un altro. Avevano tutti le loro mostruose particolarità, e vennero a fargli visita dalle profondità del suo inconscio. Non mancò, ovviamente, la creatura dalla faccia di creta che aveva ucciso Scummy, masturbandosi mentre lo guardava morire. C'era anche un imbecille chiacchierone di nome Gist, che era quasi riuscito ad ammazzare Harry in un ascensore precipitato giù, più di dieci anni prima. E c'era Ysh'a'tar, l'Incubo del New Jersey che lui aveva beccato a dare la Comunione ai fedeli una domenica mattina a Philadelphia. Un altro era Zuzan, l'empio assassino che aveva tolto la vita al suo amico e mentore, Padre Hess, in una casa di Brooklyn. Ad altri non avrebbe neanche saputo dare un nome; forse perché non ne avevano uno. Erano soltanto scampoli di crudeltà insensata che avevano incrociato il suo cammino nel corso degli anni, a volte su una strada vuota nel cuore della notte, ma altrettanto spesso sui viali affollati in pieno giorno, quando le creature infernali portavano avanti i loro malefici affari in piena vista, sfidando gli occhi umani a credere nella loro effettiva realtà. (p. 73)
Il problema di un investigatore privato che periodicamente si trovava ad avere a che fare con forze al di là del poprio controllo non era nel fatto che quelle forze innaturali lo lasciassero coperto di polvere e sangue, ma che di solito non pagavano bene. (p. 81)
New York non era l'unica città al mondo con magia nelle vene. Tutte le grandi città d'Europa e del Medio Oriente avevano i loro segreti, e molto più antichi della Grande Mela, ma non c'era alcun luogo al mondo in cui le attività sovrannaturali si concentrassero come a Manhattan. Per quelli come Harry, addestrati a guardare oltre le gloriose distrazioni offerte dalla città, c'erano prove pressoché ovunque che quell'isola fosse un campo di battaglia dove i migliori angeli della natura umana erano in lotta perbenne con le forze della discordia e della disperazione. E nessuno ne era immune. (p. 81)
Il Monastero dell'Ordine Cenobitico era un complesso dalle mura spesse, costruito settecentomila anni prima su una collina di pietra e cemento edificata dai dannati. C'era un solo passaggio per entrare, una stretta scalinata controllata dalle guardie del monastero. Era stato costruito in un periodo che preludeva a una guerra civile, in cui fazioni opposte di demoni non facevano che scontrarsi. Il capo dell'Ordine Cenobitico, la cui identità era nota soltanto agli otto che l'avevano eletto, tra le loro stesse fila, per quell'Alto Incarico, aveva deciso che, per il bene dell'Ordine, avrebbe utilizzato una minuscola parte delle vaste richezze da loro accumulate per costruire un rifugio-fortezza in cui i suoi sacerdoti e sacerdotesse sarebbero stati al sicuro dalla volubile politica infernale. La fortezza era stata costruita con il massimo rigore, e le sue mura lucide e grigie erano impossibili da scalare. (p. 97)
Il volto del Cenobita era imperscrutabile. Nessuno avrebbe saputo dire quanti anni avesse – e Felixson era sveglio abbastanza da non chiederglielo – ma il peso dell'età si vedeva nella sua espressione, incisa in qualcosa che non si sarebbe mai potuto creare, ma che era stato cesellato dai dolori delle perdite e dal tempo. (p. 100)
Ricorda il mio nome. Se lo dimenticherai anche per un singolo istante, ti cancellerò ogni singola memoria. Non ricorderai neanche di doverti accucciare quando caghi. (Pinhead; p. 124)
Ho messo fine al mio Ordine, così da dare inizio a un'impresa che ho pianificato per gran parte della tua vita che, a quanto pare, si rifiuta di farsi spezzare. Sei sopravvissuto a situazioni da cui nessun altro uomo sarebbe uscito vivo. Ho pensato molto alla scelta degli occhi avrebbero dovuto rendere testimonianza alla nascita di un nuovo mondo. Ho bisogno di una mente che ricordi tutti gli eventi che accadranno da ora in avanti. E ho scelto te, per questo, Harry D'Amour. (Pinhead; p. 126)
Norma sussultò. Non l'aveva sentito entrare, e questo la fece sentire ancora più a disagio. Di solito, se lo sentiva nelle ossa quando qualcosa, qualunque cosa, le si avvicinava. Ma quel demone era silenzioso. Troppo. E puzzava. Dio, quanto puzzava! Il suo olfatto sensibilissimo era un altro dono ricevuto in cambio della vista, e quella creatura ammorbava l'aria come niente al mondo. Era di certo una creatura che aveva avuto a che fare con ogni genere di demone; percepiva l'odore amaro delle loro innumerevoli specie su di lui. E avvertiva anche l'odore del sangue, che proveniva, potente, da un grembiule da macellaio. Ne arrivavano zaffate ache dagli strumenti di morte che portava alla cintura. Ma l'odore più forte era anche quello più antico: il sentore dei suoi peccati. (p. 134)
Sapevano sempre molte cose, i morti. Quante volte aveva detto a Harry che erano la più grande risorsa mai sfruttata? Era vero. Tutto quello che avevano visto e sofferto restava sconosciuto a un mondo che invece aveva tanto bisogno di un po' di saggezza. Solo perché, a un certo punto dell'evoluzione della specie, nel cuore dell'uomo si era radicata la profonda e superstiziosa convinzione che i morti fossero una fonte di terrore, invece che di illuminazione. (p. 137)
La morte, aveva compreso, era uno specchio di dolore a due facce: quella dei viventi, ciechi e convinti di aver perso i loro cari per sempre; e quella dei morti, che li vedevano soffrire e soffrivano accanto a loro, senza poter offrire una singola sillaba di conforto. (p. 138)
Tutto è morte, donna. Tutto è dolore. L'amore porta con sé soltanto la perdita. La solitudine conduce al dolore. Non importa cosa facciamo, saremo comunque sconfitti. La nostra unica, vera eredità è la morte. E il nostro unico lascito, la polvere. (Pinhead; p. 148)
Il Signore Dio è un Dio vendicativo. La sentenza di morte di Lucifero è stata la vita eterna. Lui non poteva morire. E allora ha trovato un modo per superare la sua immortalità. (Pinhead; p. 199)
Le protezioni che indosso sono un dono di Lucifero, rinato in me. La mia autorità è assoluta. La mia parola adesso è legge. (Pinhead; p. 211)
Ora che tutte le menzogne sono state cancellate, il peso della verità è eccessivo, vostra signoria. Ed è con grande piacere che vi presento il mio esercito. Sarà l'ultima cosa che vedrete. (Pinhead; p. 213)
«E questa è la fine», commentò il Cenobita. «Ho avuto una visione, durante tutti questi anni, che mi ha mostrato che, una volta pronto, avrei condotto un esercito fuori da questo abisso, in cui avevamo sofferto per i peccati del Caduto».
Si toccò la fronte. «Qui dentro ci sono le grandi conoscenze, che un tempo appartenevano ai maghi del Mondo di Sopra. Non me le hanno consegnate con facilità. Molti mi hanno combattuto con tutte le loro forze. E io non sono stato impaziente. Sapevo che un giorno questo momento sarebbe arrivato, quando i tempi fossero stati maturi, e allora sarei dovuto venire da voi, con tutti i poteri sottratti ai nostri avversari sigillati nella mia mente. Con le conoscenze che ora possiedo, potrei distruggere il mondo diecimila volte, e ricostruirlo ogni volta, senza mai ripetere lo stesso incantesimo. Dunque, ora le strade potrebbero dividersi. Ho grandi poteri da offrire a chi vorrà seguirmi. Chi vuole unirsi a me, mentre conduciamo gli agnelli al macello?» (Pinhead; p. 214)
Credo che i bambini piangano, quando nascono, perché hanno la consapevolezza di tutte le cose brutte che gli accadranno. È stato per questo che non ho mai voluto avere figli. Ogni vita è una condanna a morte. Solo che, crescendo, lo dimentichiamo, come un sogno al momento del risveglio. Che ce ne preoccupiamo oppure no, o qualsiasi cosa tentiamo di fare, le cose brutte succederanno comunque. (p. 229)
La gente è complicata, non fa altro che indossare maschere, almeno finché è viva. Quando poi muore, sai, la smette con tutte queste sciocchezze insensate. E a quel punto, vedi la verità. Ed è tanto più ricca e strana di quanto potresti immaginare guardando solo le loro maschere. (p. 233)
Stava osservando, e lo sapeva, la fine dell'inferno. Una grande, invisibile mano lo stava spazzando via. Forse sarebbe stato ricostruito, e un nuovo sistema sarebbe sorto. Ma lui non lo avrebbe mai saputo. Aveva sfidato un potere più grande, e aveva perso, come era nell'ordine naturale delle cose. In quella sfida, aveva evocato il caos, e ora stava morendo, insieme con tutti gli altri abitanti di quel miserabile luogo. Nella consapevolezza arrogante che la sua eredità sarebbe stata per sempre fatta di dolore e di perdita, si aprì all'oblio.
Le palpebre si chiusero – si arresero, più che altro – le ossa del volto così fragili si schiantarono sotto il loro peso, mentre lui crollava sulla soglia dell'esistenza. Il suo ultimo respiro l'aveva già lasciato. E quando cadde, la vita fece lo stesso. (pp. 267-268)
Dicono di Clive Barker
Clive Barker è lo scrittore più originale che sia apparso sulla scena del racconto dell'orrore in questi ultimi anni e, nel senso più positivo del termine, lo scrittore contemporaneo più scioccante in questo genere letterario.
Ho visto il futuro dell'horror: è Clive Barker.
Si ritiene spesso che il racconto dell'orrore sia di ispirazione reazionaria. Senza dubbio alcuni dei migliori rappresentanti del genere sono stati di questa tendenza, ma questo pregiudizio ha anche dato origine a non poche affermazioni gratuite e non c'è motivo di presumere che tutto questo settore sia popolato di nostalgici. Quando si parla di fantasia, le uniche regole da rispettare devono essere quelle dell'istinto e da questo punto di vista Clive Barker non ci delude mai. Sostenere (come fanno alcuni autori dell'orrore, secondo me per autodifesa) che il racconto dell'orrore ha lo scopo fondamentale di ricordarci che cosa è normale, proprio in quanto ci rivela l'anormalità del soprannaturale e del diverso, non è molto lontano dall'affermare (come mi sembra che pensino alcuni ambienti editoriali) che il racconto dell'orrore deve avere per argomento la quotidianità della gente comune messa a confronto con un elemento di straordinarietà. E meno male che nessuno convinse Poe a far sua questa premessa... e ringraziamo Clive Barker per il suo radicalismo letterario.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026