Frasi
Frasi di Emilio Lussu
60 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 60 citazioni di Emilio Lussu, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Emilio Lussu (scrittore, militare e politico italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Emilio Lussu
Che ne sarebbe della civiltà del mondo, se l’ingiusta violenza si potesse sempre imporre senza resistenza?”
Il popolo sardo, come i popoli venuti ultimi alla civiltà moderna e già fattisi primi, ha da rivelare qualcosa a se stesso e agli altri, di profondamente umano e nuovo. (da L'avvenire della Sardegna, Il ponte, ottobre 1951)
Quanto avviene Pratobello contro pastorizia et agricoltura est provocazione colonialista stop. Rimborso danni et premio in denaro est offensivo palliativo che non annulla ma aggrava ingiustizia stop. Chi ha coscienza dei propri diritti non li baratta stop. Responsabilità non est militare ma politica. Perciò mi sento solidale incondizionatamente con pastori et contadini Orgosolo che non hanno capitolato et se fossi in condizioni di salute differenti sarei in mezzo a loro stop. Allontanamento immediato poligono et militari si impone come misura civile e democratica lavoro et produzione stop.
Interventi all'Assemblea Costituente
Il Capo dello Stato si chiama Capo provvisorio dello Stato. Perché provvisorio? Sembrerebbe che non è provvisorio solo il Capo, ma persino lo Stato, cioè la Repubblica. (p. 75)
[...] in politica la questione di forma, come spesso avviene in altre manifestazioni dell'attività umana, è anche questione di sostanza. (p. 75)
[...] parecchi fra noi avrebbero preferito vedere il Capo dello Stato, il primo Presidente della Repubblica Italiana, anziché vagare come un inquilino non fortunato fra Montecitorio, Palazzo Madama e Palazzo Giustiniani, entrare alla sua vera sede e casa: al Quirinale. (p. 75)
In tempi normali è la politica interna che influisce sulla politica estera, ma vi sono alcuni momenti, come quello che attraversiamo, in cui è la politica estere che può influenzare enormemente tutta la politica interna del Paese. (p. 76)
Di tutte le pesti, il nazionalismo è certamente la peste politica più contagiosa e quella che può essere la più fatale; [...] (p. 76)
[...] le grandi Potenze, tutte, nessuna esclusa, sono entrate nella guerra trascinate dalla difesa necessaria dei propri interessi, anche se qualche volta legittimi; ma hanno dovuto fare appello, per avere la coscienza del mondo con loro — e soprattutto quella dei popoli oppressi — a principî e verità universali. (p. 76)
La politica non è morale, e tanto meno la politica estera. (p. 76)
I dirigenti responsabili della Francia signor Daladier e dell'Inghilterra signor Chamberlain, i rappresentanti di queste due grandi Nazioni che, per le loro alleanze e le loro amicizie, avevano la chiave della situazione europea, hanno fatto esclusivamente una politica di incoraggiamento al fascismo per trascinare le grandi potenze fasciste, per trascinare la Germania, anzitutto, alla guerra e all'aggressione contro la Russia Sovietica. Monaco è opera loro. La guerra è opera loro. (p. 76)
Lo storico fra cinquant'anni non vedrà niente di queste cosiddette nostre responsabilità, che diventeranno un piccolo granello di sabbia nel deserto, vedrà solo la manovra compiuta dalle grandi potenze contro la Russia Sovietica. (pp. 76-77)
È stata fatta una politica di incubazione del fascismo. Il signor Churchill, il signor Daladier, hanno fatto con Hitler esattamente quello che ha fatto in Italia Giolitti con Mussolini. (p. 77)
Mussolini era incapace di covare, da sé, l'uovo fascista. (p. 77)
Giolitti credeva di poter allevare Mussolini: lo riscaldò, lo accarezzò, lo portò persino con sé trionfalmente alle elezioni politiche, sicuro di servirsene per domare il partito socialista; ma l'uccello ha dimostrato quello che era, e noi sappiamo che cosa è successo. (p. 77)
Non esiste nessun popolo nel mondo che abbia combattuto per la libertà più del popolo spagnolo. (p. 77)
Il popolo italiano è vittima, non complice. (p. 77)
Il popolo ha accolto da liberatori gli Alleati in Sicilia, in Calabria, a Roma, dovunque. Come liberatori, non come giustizieri. (p. 77)
Ebbene, il popolo italiano ha deciso non già di morire per Hitler o per Mussolini e tanto meno di vivere per sè, ma ha deciso di morire per l'Italia e per la civiltà. (p. 77)
La Francia ha fatto la guerra che Napoleone III voleva non il popolo francese. (p. 78)
[...] in una situazione così difficile come la presente, in cui tutto è sconvolto, il paradosso è ancora l'unica forma di ragionamento che il buon senso può fare. (p. 78)
All'inizio della guerra, siccome gran parte degli emigrati italiani volevano offrirsi in formazioni volontarie per essere impiegati sul fronte tedesco, il signor Daladier fece una dichiarazione ufficiale di cui è certamente traccia al Quai d'Orsay, nella quale affermava che mai la Francia, uscita vittoriosa dalla guerra d'aggressione fascista, avrebbe chiesto qualcosa al popolo italiano. (p. 78)
Le libertà di un cittadino sappiamo quali siano: libertà di parlare, di credere, diritto di vivere da eguale, diritto alla protezione della legge, diritto all'integrità della sua persona e alla sua dignità umana. Ma per un popolo, per una nazione, la libertà è la sua indipendenza, la sua sovranità, l'integrità del suo territorio nazionale. (p. 79)
Io sulle colonie personalmente credo di non aver proprio nulla da nascondere. Ho sempre considerato il problema coloniale come il problema del disastro. (p. 79)
L'Italia era troppo giovane, nata da troppo poco tempo all'unità nazionale per affrontare avventure coloniali. Non così dovevamo investire tutti i frutti del nostro lavoro. Con le colonie, noi rischiavamo di perdere anche la Metropoli. (p. 79)
Con le colonie, comincia l'idea imperiale, l'idea delle grandi conquiste che s'impongono una dopo l'altra. Come Massaua ha portato Crispi alla guerra contro l'Abissinia, e alle leggi eccezionali in Italia, così la Libia ha portato Mussolini a una nuova guerra con l'Abissinia e poi alla guerra mondiale. (p. 79)
Io credo che, se il giorno in cui il bastimento della compagnia Rubattino doveva partire per Assab nel 1883, Rubattino lo avesse ancorato nel porto di Palermo ed avesse fatto una gita di piacere o di affari in Svizzera, le fortune del nostro Paese si troverebbero in migliore stato. (p. 79)
[...] mentre il partito laburista fa, nella libertà, un grande esperimento sociale verso cui è tesa l'anima di tutti i popoli e delle classi più sofferenti che attendono la liberazione dall'opprimente bisogno e dall'inedia, la politica esterna britannica è fatta esattamente sulla falsariga dei predecessori. (p. 80)
Sembra che per una legge di natura alle idee universali siano fedeli solo i filosofi e i piccoli popoli o i popoli vinti. (p. 80)
Questi bravi ragazzi che oggi strepitano per Trieste o per Trento, ci ricordano quegli altri bravi ragazzi che strepitarono per l'Albania, o per la Francia. (p. 80)
Come fanno questi partiti di massa a firmare per il popolo italiano, per la parte del popolo italiano che essi rappresentano, cioè ad ammettere che sono effettivamente responsabili del fascismo e della guerra? (p. 80)
[...] in questa Assemblea non c'è nessuno, che io sappia, che abbia firmato o approvato le leggi fasciste o la guerra d'aggressione. Che io sappia, qui dentro nessuno è responsabile di questo. (p. 81)
La differenza tra democrazia e dittatura è appunto questa: più teste, una testa. (p. 81)
A Palazzo Chigi, al centro, e nelle sue diramazioni diplomatiche e consolari, il personale del Ministero degli esteri è lo stesso che ha rappresentato l'Italia durante il regime fascista. Bisogna veramente riformare tutto. (p. 82)
Nelle chiese, nel confessionale, nella spiegazione del Vangelo, i parroci hanno obbligato esercitando un vero e proprio terrore spirituale, a votare per una lista: quella della Democrazia Cristiana. (p. 83)
Non vi può essere un democratico responsabile, il quale non desideri che l'Uomo Qualunque diventi un partito, anche un grande partito della democrazia. Ma oggi, il partito dell'Uomo Qualunque non è un partito della democrazia. (p. 83)
Il partito del malcontento è sempre esistito in Italia, anche in Roma attorno a Pasquino e Marforio. (p. 83)
Finché vi saranno uomini in Italia che si dichiareranno orgogliosi di essere stati fascisti e di esserlo ancora, non vi può essere riconciliazione seria. (p. 84)
La pietà nasce solo dalla giustizia. (p. 84)
Voi siete stato un uomo di Stato, un onesto uomo di Stato. Ma non avete mai avuto fiducia nella grande capacità del popolo italiano, nella sua capacità di ricostruzione e di rinascita. Non l'aveste dopo l'altra guerra e non l'avete nemmeno ora. (p. 84)
Frasi da «Marcia su Roma e dintorni»
La tragedia, spesso, non è nel battersi ma nel non potersi battere. (2002, p. 98)
La violenza più forte può trionfare della violenza più debole, non del raccoglimento e della tenacia. (2002, p. 104)
Alla libertà si rimane fedeli nelle ore difficili. Quando è minacciata la si difende: quando è perduta si muore. (1974, p. 149)
Che vale contrastare il terreno al nemico invincibile? È più saggio gittare le armi e fare addirittura con esso causa comune. (1974, p. 184)
La psicologia del condannato politico è quella di un principe in regime dispotico. (1974, p. 198)
Io ho assistito ad alcune di queste manifestazioni contro la guerra. Per quanto scomposte, erano veramente grandiose. Nessun paese, più dell'Italia, ha espresso contro la guerra tanto sdegno postumo. Se in Italia le masse operaie avessero espresso, prima dell'inizio delle ostilità, una minima parte di quell'avversione che manifestavano a guerra ultimata, è certo che la guerra non si sarebbe mai fatta. (2014, p. 16)
Debitore, poeta e guerriero si fusero in uno: egli decise l'impresa. (2014, p. 18)
Se il fascismo, oggi all'apogeo della sua gloria, con le armi tolte al nemico sbaragliato, elevasse un monumento di proporzioni mai viste, una specie di Colosso di Rodi, allo statista piemontese, farebbe atto di commendevole gratitudine. (2014, p. 21)
Frasi da «Un anno sull'Altipiano»
Il dramma della guerra è l'assalto. La morte è un avvenimento normale e si muore senza spavento. Ma la coscienza della morte, la certezza della morte inevitabile, rende tragiche le ore che la precedono. (cap. XVI)
L'assalto! Dove si andava? Si abbandonavano i ripari e si usciva. Dove? Le mitragliatrici, tutte, sdraiate sul ventre imbottito di cartucce, ci aspettavano. Chi non ha conosciuto quegli istanti, non ha conosciuto la guerra.
Sentivo delle ondate di follia avvicinarsi e sparire. A tratti, sentivo il cervello sciaguattare nella scatola cranica, come l'acqua agitata in una bottiglia.
Fare la guerra è una cosa, uccidere un uomo è un'altra cosa. (cap. XIX)
Il caporale si rovesciò indietro e cadde su di noi. La palla lo aveva colpito alla sommità del petto, sotto la clavicola, attraversandolo da parte a parte. E il sangue gli usciva dalla bocca. Gli occhi chiusi, il respiro affannoso, mormorava: «Non è niente, signor tenente».
Prima tanto forte e pieno di vita, ora era sfinito. Steso sul lettino da campo, le labbra bianche, immobile, sembrava un cadavere. Solo una contrazione della bocca, simile ad un sorriso amaro, mostrava ch'egli viveva e soffriva.
Non è vero che l'istinto di conservazione sia una legge assoluta della vita. Vi sono dei momenti, in cui la vita pesa più dell'attesa della morte. (cap. XXIX)
Non so fino a che punto il mio pensiero procedesse logico. Certo è che avevo abbassato il fucile e non sparavo. In me s'erano formate due coscienze, due individualità, una ostile all'altra. Dicevo a me stesso: «Eh! non sarai tu che ucciderai un uomo, così!»
Io stesso che ho vissuto quegli istanti, non sarei ora in grado di rifare l'esame di quel processo psicologico. V'è un salto che io, oggi, non vedo più chiaramente. E mi chiedo ancora come, arrivato a quella conclusione, io pensassi di far eseguire da un altro quello che io stesso non mi sentivo la coscienza di compiere. (cap. XIX)
Tristezza e gioia sono emozioni della stessa natura. (cap. XXIII)
Questa decimazione appariva un avvenimento così precipitato e straordinario da non essere neppure considerato possibile. Ma non è necessario che tutti credano al dramma perché questo si svolga. (cap. XXVIII)
Dicono di Emilio Lussu
L'onorevole Lussu ha sempre detto che non è federalista. Io sono disposto a credergli, perché penso che sia un uomo di buona fede, e non faccio il processo alla sua coscienza. Faccio invece il processo alla sua subcoscienza: [...] Nasce il forte sospetto che molti autonomisti abbiano una coscienza regionalista e una subcoscienza federalista.
Quasi richiamati dal vento della Storia, intorno a Porta San Paolo si raccolsero intorno ai sassarini volti antichi e nuovi, in una straordinaria continuità di spiriti. Il leggendario, antico tenente della Sassari Emilio Lussu, protagonista ed epico narratore di quellAnno sull'Altipiano e nel 1943 leader del Partito d'Azione, apparve con il suo viso aguzzo e il famigerato sguardo fiero dietro gli occhialini.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026