Frasi
Frasi di Ernst Jünger
347 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Le citazioni di Ernst Jünger raccolte in un'unica pagina: 347 frasi, divise per libro e argomento.
Ernst Jünger (filosofo e scrittore tedesco). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Ernst Jünger
Ci sono, nel corso del tempo, in quest'incessante divenire che ci circonda, degli istanti di tregua, nei quali comprendiamo all'improvviso che qualcosa è successo.
In tali istanti, percepiamo chiaramente quanto, in fondo, sia scarsa l'importanza che esercitiamo sulle cose, e quanto invece tutto sorga dalle profondità e acceda all'esistenza per trascorrere in essa un breve istante prima di scomparire di nuovo, svolgendo così un compito enigmatico nell'alternanza del divenire, dell'essere e del declino.
Soltanto l'uomo, in quanto creatura consapevole, sente talvolta con un sentimento doloroso l'irresistibile flusso del tempo; pone la questione senza oggetto del senso reale di tutto ciò, e prova il bisogno di trattenere con accanimento il minuto transitorio, il momento che gli sfugge.
Contemporaneamente alla crescita dei mezzi che dominano lo spazio, emerge nell'essere umano una nuova coscienza spaziale. Il crescente raggio d'azione del regno degli strumenti di trasporto di informazione e di potere si è esteso anche alle sfere politiche. Così non ci si può meravigliare di vedere nei più disparati luoghi del mondo i primi passi di una politica imperiale. Anche dietro l'impressionante e per certi versi strano accrescimento del nazionalismo connesso alla Guerra mondiale, si intuisce uno sforzo che secondo la sua essenza spinge verso il superamento dei confini dello Stato nazionale.
Divenire è più che vivere.
Egli trascorre per il mondo come il gemello siamese: come homo faber e homo ludens, privo di storia, e come essere vicino alle Muse, affamato di immagini, un po' orgoglioso del proprio titanismo e un po' triste per la distruzione che ne consegue. Quanto più le ali gli crescono forti e possenti, tanto più ha difficoltà a trovare il luogo dove il proprio cuore si entusiasmi e brami alcunché.
Evidentemente oggi è scomparsa la capacità di restituire un colloquio nel suo vero e proprio senso, nella sua realtà, nel suo effettivo svolgimento. Di questa capacità sono proprie la disposizione d'animo, il tacere, l'aura e la reciproca attenzione di chi si incontra per scambiare domande e risposte. Il magnetofono, al contrario, è uno strumento della classe dei preservativi, come la definiva Madame de Staël: ragnatela della precauzione, carrarmato del piacere.
I fiori, in quanto organi erotici della nostra terra, sono come le sue cime, le sue punte, sulle quali si annuncia la luce di un sole che li avvolge nei suoi raggi e che è ancora invisibile ai nostri occhi. Risalire da essi al grande astro è un ufficio sacerdotale.
Il segno distintivo dell'uomo spirituale è proprio di non essere impaziente coi fatti, bensì piuttosto con gli stupidi, che vedono dappertutto nient'altro che dei fatti. [...] Una concezione seria non si erge contro le situazioni di fatto, ma le crea.
L'uomo che a poco a poco si apre alla banalità si arrende come una fortezza in cui, una volta incrinate le fondamenta, non si troveranno più né forza né mistero.
Là dove la macchina fa la sua apparizione, la lotta dell'uomo contro di essa appare senza speranza.
La libertà spirituale non viene concessa: o c'è o manca. Ma non viene nemmeno pretesa, bensì dimostrata, e di essa vive il mondo. Nulla è più semplice di questa prova, eppure nulla è più arduo.
La salute può essere un bene. La malattia a volte può essere addirittura meglio. Le malattie sono domande, sono anche dei compiti, perfino onorificenze. Tutto dipende da come uno se le appunta.
La tecnica può rivestirsi di una tendenza magica, può spiritualizzarsi o pietrificarsi, secondo il modello del gregarismo animale, così come lo ha descritto Huxley.
Mosè vide ardere il roveto prima di udire la voce e di riceverne l'incarico. Il profeta è l'avamposto all'estremo confine; non ha il sapere del sacerdote, ma è nella materia. «Una fiamma io sono di certo.» Mosè sull'Oreb, Giovanni sulla strada di Patmo: è lì che comincia l'indifferenziato. Lì può essere che, così come vi è un solo uomo, vi sia un solo elemento «Questo sei tu».
Non vi è che un solo viaggio, il viaggio della vita, e ogni movimento temporale corrisponde a uno dei suoi capitoli. Ogni obiettivo quotidiano è un simbolo dell'obiettivo vitale e dovrebbe essere un progress. Altrimenti abbiamo percorso una falsa pista, inutile, non abbiamo fatto altro che aumentare i giri a vuoto.
Ogni paese nasconde una parte di sostanza primordiale che designiamo con il nome di patria, e mi piace ritrovare ancora questo tipo di integrità. È una cosa che può accadere ovunque, anche nel deserto.
Ad hoc
Gli uomini agiscono su di noi con la loro polarità, col loro orizzonte. Sorprendeva in Henry l'intensità del sentimento e della ragione. L'aura era forte e anonima come una potenza della natura, che irradiava ora un calore gradevole ora un fluido elettrico. Così entriamo in una stanza in penombra dove ci sentiamo subito bene. Quando poi gli occhi si sono assuefatti alla poca luce, riconosciamo il numero dei quadri alle pareti, i libri, le opere d'arte. Questa è la vera via verso l'autore: conduce dall'Eros verso lo spirito, non in senso opposto, come avviene per certi matrimoni di artisti, che cominciano ammirevolmente e finiscono in modo tragico: Psiche si è bruciata le ali alla fiamma. (p. 14 della trad.. it. parziale)
Henry Furst Nel suo stile di vita, egli rappresentava ancora la classe degli hommes de lettres, i quali rapidamente si estinguono e, per la verità, in modo più rapido nei paesi germanici che nei latini. Quel che li distingue è il loro modo di vivere, caro alle Muse, dietro il quale si cela un eminente lavoro. Per la loro esistenza vale lo stesso criterio che per l'opera d'arte nella quale non deve scorgersi la fatica. Questo è soltanto possibile quando l'artista trova nel suo lavoro un godimento. Con questa classe svaniscono anche i biotopi classici, o assumono carattere da museo. (pp. 14-15 della trad. it. parziale)
Li ho scelti a caso, dal fascio delle lettere, come da un gioco di carte. Un mazzo di fiori, raccolti dall'erbario, senza farne una scelta precisa. Sembrano tuttavia schiudersi nel ricordo, come i fiori del tè, nell'Estremo Oriente. Il meglio si trova in un altro foglio, quello che non porta traccia di penna, sull'altra facciata che non può essere descritta: Henry era un genio dell'amicizia. Da lì sorgeva quella ricchezza che dispensava. Come un navigante, che si apparecchia al grande viaggio, lasciò tre o quattro fogli in inglese: A vele spegate verso la morte. E questa aggiunta: «Il cuore parla al cuore, ma quel che dice si sottrae alla parola». (p. 22 della trad. it. parziale)
Al muro del tempo
La mente può sviluppare i nessi logici solo fino a un determinato punto, raggiunto il quale la prova deve cedere il passo all'evidenza. Lì occorre compiere il salto oppure ritirarsi.
Il punto di rottura in questione indica un mistero del tempo. I punti di rottura sono luoghi di ritrovamenti. Anche la morte è un punto di rottura, non una fine; ed è questo l'orizzonte della parola «origine» (da Uccelli d'altri cieli, p. 14)
Anche la partita a scacchi non finisce con una vincita o con una perdita. finisce quando i pezzi bianchi e quelli neri vengono tolti dalla scacchiera e rimessi nella scatola. Rimane allora qualcosa di diverso dalla vittoria o dalla sconfitta – rimane il ricordo di una trama che è stata tessuta, di una melodia che è stata suonata. Non rimane Scipione, rimangono Scipione e Annibale. Il primo non può e non potrà mai esistere senza il secondo. La vincita non sta nell'ultima mossa, sta nella somma finale. (da Tempo misurabile e tempo del destino. Riflessioni di un non astrologo sull'astrologia, p. 26)
Gli errori fanno parte della vita, così come le ombre fanno parte della luce. (da Tempo misurabile e tempo del destino. Riflessioni di un non astrologo sull'astrologia, p. 27)
Il singolo individuo, e precisamente ogni singolo individuo, crede di avere un destino particolare e quindi anche una particolare posizione nell'universo. Tale credenza è perfettamente legittima, con ogni nuova nascita, il mondo viene concepito un'altra volta. L'uomo ha la propria vita, il proprio destino, la propria missione; i suoi organi circondano un loro peculiare centro. Qualsiasi dottrina affermi che l'uomo «a priori» nasce per lo Stato e la società è una falsa dottrina. L'uomo nasce per vivere il proprio destino. E procede su questa via. (da Tempo misurabile e tempo del destino. Riflessioni di un non astrologo sull'astrologia, p. 61)
Il mondo delle immagini mitiche è presente: per questo motivo misconoscerlo, bandirlo, conduce solo a un accumulo crescente e alla rottura, infine, degli argini. Questo mondo va quindi custodito all'interno della civiltà, anzi, la civiltà stessa è possibile solo là dove vi è posto per tale forma di custodia. Il mitico deve possedere il suo luogo peculiare nello spazio storico, la sua peculiare rotazione nel tempo storico. Nello Stato ateo, che non detronizza solo gli dèi, entrambi vengono a mancare. Hölderlin ha colto questo vuoto con assoluta chiarezza, e nella poesia Il Reno ci ha messo in guardia dal ritorno del «Caos originario». (da Al muro del tempo. Divisioni umane, p. 89)
Chi soffre è più prossimo alla nascita. Paga il tributo maggiore, e paga anche per gli altri. A Stalingrado cambiano più cose che non a Sedan. (da Al muro del tempo. Divisioni umane, p. 95)
Abbiamo attinto, nell'attrezzarci, un livello tale che è sufficiente ormai pensare a una minima modifica dell'apparato strumentale perché emerga che la nostra tecnica non è soltanto un mondo di astrazioni, ma anche immediata realtà dello spirito della terra. Eccoci al cordone ombelicale. La tecnica è proiezione dello spirito, come l'ascia di pietra fu proiezione del pugno. (da Al muro del tempo. Divisioni umane, pp. 123-124)
Il mondo è nell'uomo insieme alla sua storia e alla sua preistoria; in lui è il labirinto, in lui è la sfinge che lo interroga. (da Al muro del tempo. Divisioni sideree, p. 179)
Il piano dell'uomo viene delimitato, circoscritto, da uno più ampio: il piano della creazione. L'originalità, l'autorità e la durata del piano dell'uomo dipendono dalla misura in cui sa corrispondere al piano della creazione. Qui ci imbattiamo nei limiti di «ragione e scienza».
Il piano dell'uomo agisce all'interno del piano della creazione. Così facendo raggiunge al tempo stesso il limite e il vertice della coscienza, là dove il sapere cede il passo al culto. Così risplende la trama delle civiltà, le città rilucono: imitando l'arazzo degli universi.
L'agire all'interno da parte del piano dell'uomo, è propriamente un agire oltre. Si tratta di un gioco di collaborazione e di antagonismo, in cui trova espressione anche il grandioso spettacolo della libertà, che Hegel ha penetrato in modo tanto geniale. Tale libertà si fonda sul vantaggio offerto da un potente giocatore di scacchi: questi rinuncia al pezzo più forte. (da Al muro del tempo. Divisioni sideree., p. 180)
Dal punto di vista biologico fra uno strato che si è formato attraverso il depositarsi di diatomee o l'accumulo di coralli e una di quelle grandi colline erette dall'insediamento dell'uomo nel corso di molte generazioni non esiste differenza. In un caso come nell'altro troviamo resti di habitat mescolati alla polvere dei loro abitatori. Una metropoli sotto il cui asfalto si accumulano catacombe, sepolcri, rovine, macerie e calcinacci di cinquanta generazioni richiama alla mente una barriera corallina. La vita abita l'epidermide più superficiale e caduca, su cui muove i suoi tentacoli, si nutre e inscena i suoi giochi di guerra e d'amore. (da Al muro del tempo. Divisioni sideree, p. 186)
Quando il treno si rimette in movimento è possibile che con sé porti soltanto pochi viaggiatori: solo coloro i quali non si sono lasciati sfuggire l'ora. Potrebbe anche accadere che i più vogliano lasciarselo sfuggire, giacché la stazione sembra più gradevole, accogliente e familiare del viaggio.
Fu schema analogo quello che dovette avere dinanzi agli occhi Nietzsche, allorché delineò l'immagine del «superuomo» e dell'«ultimo uomo». Che egli abbia introdotto la compassione come segno per distinguerli, è tratto geniale, largamente incompreso.
Dal punto di vista terminologico è più felice la scelta dell'espressione «ultimo uomo» rispetto a quella di «superuomo» per indicare il tipo che è riuscito a congedarsi dalla storia. Ecco il compito, il perno intorno al quale gira il movimento al muro del tempo. (da Al muro del tempo. Divisioni sideree, p. 250)
Che nell'ora fatale per la Germania egli sia stato compromesso, falsificato in ogni senso, reso sospetto, non inficia la sua opera; nella svolta epocale essa rimane una prova per valutare l'intelligenza, e anche qualcosa di più. Di Nietzsche la critica non stabilisce le coordinate, si calibra su di lui.
Il Tipo nuovo non è il «signor grande» a venire, ma colui che restituirà alla «massa dei troppi» la loro dignità, il loro significato. Un solo giusto avrebbe salvato Sodoma – e se sul nostro treno si trovasse un solo uomo in grado di raggiungere una nuova mèta, verrebbe con ciò reso un servizio anche alla miriade di uomini rimasta nella stazione. (da Al muro del tempo. Divisioni sideree, pp. 251-252)
Avvicinamenti
Narciso fece la conoscenza di se stesso, ma non conobbe se stesso. «Conosci te stesso» stava scritto sul tempio di Apollo a Delfi: Narciso, come altri prima e dopo di lui, fallì di fronte a questo compito, il più difficile di tutti; cercò se stesso nel riflesso della sua propria immagine. La parola «conoscere» ha un significato duplice; Narciso si abbandona a un'avventura erotica, come Faust a un'avventura spirituale. (da Crani e bizzarrie, Ingresso, pp. 31-32)
Sono molti quelli che hanno sentito la felicità che si offre laggiù, vicino ai morti. Lì non c'è bisogno della droga: la presenza è intensa. Del resto, la «presenza» è la forma intensa dell'«attimo». L'attimo è la coppa, la presenza il vino. (Praesentia significa anche intrepidezza e anche potere: Ovidio, «tanta est praesentia veri», Metamorfosi, IV, 612 Di sopra il sole era più caldo, il papavero fioriva più vigorosamente. Era davvero come se si fosse bevuto del vino; molti dei visitatori risalendo hanno avuto quest'impressione. Laggiù la morte è gentile, presente in veste di regina della festa. (da Luce oltre il muro, Ingresso, p. 55)
La volontà di fuga non spinge l'uomo nel vuoto; a ogni uscita lo attende qualcos'altro. La fuga, intesa per se stessa come movimento, è fatale. (da Libri e città, Europa, p. 93)
Il mito e la leggenda non cessano mai nella varietà delle loro immagini di indicare il prezzo che si esige in cambio del sapere. Il potere ottenuto è immenso, ma ciclopico, con un occhio solo. Non prendiamo nulla alla natura senza perdere qualcosa di nostro. (da Birra e vino II, Europa, p. 135)
Questo è uno degli aspetti tragici dell'uomo moderno, anzi forse il vero aspetto tragico: saper dominare il modo, e tuttavia fallire nella sostanza. l'uomo moderno è perfetto anche nel declino. (da Sul grobianesimo, Europa, p. 147)
Le farfalle volteggiano nel fitto dei fenomeni, nella cui ombra la pantera sogna. (da Sulle tracce di Maupassant, Europa, p. 162)
Che cosa significa in realtà «essere» (wesen)? Molto tempo prima che esistessero i filosofi, una manciata di verbi ausiliari di origine indogermanica si è il cosmo.
Quando diciamo di qualcuno: «È assente» (abwesend), questa frase può indicare uno stato in cui quel qualcuno è nel contempo anche presente (anwesend); wesen deve allora esprimere più un'attività che uno stato. L'assenza e la presenza sono spaccature dell'essere (des Seins). Il Wesen ha potere temporale, il Sein extratemporale. (da Oppio, Oriente, p. 214)
A Eleusi esiste oggi una fabbrica di cemento – circostanza che avrebbe potuto disturbare la celebrazione dei piccoli misteri, in primavera, ma non quella dei grandi misteri, in autunno. Cemento e marmo diventano pura superficie, quando di conosce il «grembo materno di Persefone». Lì non ci sono più differenze. (da Oppio, Oriente, p. 220)
Questo è il lusso più grande: avere il proprio tempo. Anche per questa ragione lo si è sempre inteso come sregolatezza. Luxus, luxuria. Questo vale particolarmente per la nostra epoca, in cui gli orologi sono dappertutto. Chi ha un tempo proprio è sospetto. (da Oppio, Oriente, p. 223)
Nel serpente non sono tanto il veleno, l'immobilità, la mancanza di arti a spaventare. L'impressione è piuttosto di vedere, per un istante, la trama originaria muoversi. Vita e morte si confondono, il terreno diventa insicuro. In ognuno dei pericoli in cui casualmente ci si imbatte, è nascosto il grande, l'unico pericolo.
In questo senso, il serpente è un segno di confine [...] (da Modelli ottici, Passaggi, p. 289)
Come presso i celti, il motivo dell'intreccio svolge anche qui una funzione importante; lo si trova riprodotto più volte sul legno. È quasi impossibile che queste figure siano sorte da un puro spirito d'invenzione. Piuttosto, sembra fissato qui un complesso di linee scaturite fluidamente dall'indifferenziato, qualcosa di inafferrabile da un punto di vista artigianale, tale che si sottrae anche a ogni riduzione a formula. Questo intrecciamento cela forze che vanno ben al di là dell'ambito estetico. È la fitta rete del destino, ancora indivisa. Tutti questi fabbri, questi tessitori, questi costruttori di navi e di carri erano anche maghi. Ciò che la mano creava prendeva vita; il verso era formula magica. È in questa luce che bisogna vedere questo tipo di nave con il suo equipaggio, come un drago possente che fende le onde, sicuro della sua meta. (Da un appunto di diario, in Avvicinamenti, Modelli ottici, p. 290)
Solo l'artista ormai è tanto affidabile da fornire o meglio creare sin nel fondamento, modelli validi. Nel poeta la natura scorre ancora dall'indifferenziato alla pienezza, mentre la scienza aderisce alla pienezza per consumarla. Sono grandi distanze. (da L'iniziativa surrealista, Passaggi, p. 302)
L'essere si maschera dietro il tempo e i tempi; ma noi non riusciamo a scoprire il suo volto, perché, se lo smascherassimo, in mano ci resta una maschera. E già siamo ingannati, abbagliati da una nuova moda, da un nuovo volto.
Questo però: mettersi nella condizione di raggiungere il luogo in cui si scorga, se non ciò che si trasforma, almeno le sue trasformazioni – questo è un avvicinamento. Qui i cammini si separano: da una parte, il rimpianto o il dileggio della maschera caduta, dall'altra, invece, l'attrazione per la nuova maschera. Una terza prospettiva è tuttavia possibile, simile a quella che si apre tra i sepolcri etruschi: lo sguardo sereno su ciò che è transitorio. (da L'iniziativa surrealista, Passaggi, p. 304)
Se a un pittore come De Chirico riuscisse di svuotare completamente una qualunque casa sulla costa mediterranea, a spogliarla del suo significato attraverso un imbiancamento, non solo a demitizzarla, ma anche a disumanizzarla, a scomporla fino agli atomi di cui è fatta e poi a ricostruirla, allora gli riuscirebbe nel contempo di gettare una rete magica sullo skyline di New York. Sarebbe allora ritornato alla griglia originaria e avrebbe dato un intero treno merci pieno di calce e mattoni in cambio di un atomo di colore. (da L'iniziativa surrealista, Passaggi, p. 305-306)
Dov'è che l'uomo diventa identico con se stesso? Se gli riesce il «conosci te stesso», sono pur sempre in due. Anche il padre e la madre devono diventare uno solo.
La forza delle immagini si rivela per il fatto che esse ci tengono in loro potere. Certo, possono esercitare su di noi una costrizione ancora maggiore: assorbendoci. Quando penetriamo negli elementi, nei caratteri, negli spiriti, negli , non significa che diveniamo identici a loro, ma a noi stessi. Noi chiamiamo la parte assente di noi stessi. (da Psiconauti, Messico, p. 329)
L'innamorato chiede in modo diverso dal curioso. Lo toccano ancora la luce e le ombre della caccia cosmica. E ancora gli si avvicina la grande cacciatrice, la dea Luna, mentre Atteone, per la sua febbrile curiosità, viene sbranato dai suoi propri cani. [...] Meraviglioso in questo grande mito è il modo in cui Chirone, precettore di Atteone, calma i cani. Crea un'immagine del loro padrone, e i cani le si riuniscono attorno, rappacificati.
Faceva parte dei compiti dell'artista, dell'uomo di cultura, dell'iniziato, in tempi in cui i cani hanno perduto il loro padrone. L'opera d'arte non agisce solo come indicazione del destino in direzione del futuro – essa interpreta, risarcisce e rappacifica anche il passato. (da Psiconauti, Messico, p. 333)
Lo scetticismo, dagli enciclopedisti alla critica testuale e ai nichilisti dichiarati, ha introdotto un'erosione del mondo delle immagini che è finita con la rivoluzione culturale. L'imbiancamento può tuttavia coprire solo superfici. Quando il bianco è diventato assoluto, il processo comincia a mutare; la monotonia diventa eloquente. (da Scetticismo a volontà, Messico, p. 377)
Una parziale cecità associata all'acutezza dell'intelligenza caratterizza lhomo faber, non importa se fissa lo sguardo sugli astri, sull'uomo o sull'atomo. Qui risiede il fondamento della sua potenza – anche però della sua sofferenza, forse del suo tramonto. (da Cane e gatto, Appendici ad Avvicinamenti, p. 390)
Ai prussiani le guerre non piacciono perché fanno emergere tratti elementari, portano disordine. Il loro apprezzamento va alla cornice visibile: allo Stato come grande podere, all'ordine delle piazze d'armi. Il declino della tattica lineare fu per loro una catastrofe. (da I prussiani e la guerra, Appendici ad Avvicinamenti, p. 398)
Niente stirpe, poco attaccamento al luogo di nascita, ma Stato e patria. Forse questo ha determinato quel sobrio modo di giudicare in questioni di potere che li ha contraddistinti nei loro tempi migliori. Hitler ha dovuto allontanarli dall'amministrazione e dall'esercito prima di esercitare davvero il potere. L'antipatia fu sin dall'inizio reciproca. (da I prussiani e la guerra, Appendici ad Avvicinamenti, p. 399)
Più che di avere scatenato delle guerre, ai prussiani si rimprovera di opporre resistenza al tempo e alla sua forza di trasformazione. Hanno costituito il blocco che in Europa si è dissolto per ultimo e che si è opposto nel modo più tenace al progresso. Se si pensa a quel che è venuto dopo di loro e a quel che forse ancora ci aspetta, forse un giorno si giudicherà diversamente anche la loro diffidenza. (da I prussiani e la guerra, p. 400)
Tra i monumenti della città ideale non dovrebbe mancare quello che il lettore ignoto ha dedicato all'autore senza nome come segno di gratitudine per il genio che gli venne in aiuto nella sua ricerca di una seconda e più leggera esistenza. (da Libri e lettori, Appendici ad Avvicinamenti, p. 401)
Boschetto 125 – Citazioni
A casa credono spesso che siamo così coraggiosi da non tenere la vita in alcun conto; io però ho vissuto abbastanza a lungo tra i combattenti per sapere che non esiste un uomo senza paura. Senza la paura anche il coraggio sarebbe privo di senso; essa è l'ombra scura contro cui il rischio appare più vivace e più attraente. (da Prima Linea, p. 10)
[...] c'è un elemento che non viene mai descritto abbastanza chiaramente: è il momento in cui l'uomo, appostato in agguato, ti compare davanti al volto a brevissima distanza. Un brivido, che non si può paragonare con nessun'altra sensazione, corre allora attraverso i sensi. Già i nostri lontani antenati, che lottarono contro bestie gigantesche devono aver avvertito che l'uomo è certamente un avversario d'altra natura e anche per noi che siamo abituati a restare intere settimane in mezzo agli orrori, questo incontro rappresenta sempre la prova di forza più dura. (da Linea principale di resistenza, p. 52)
Già ora, quando nei giorni di licenza sfoglio i miei diari, mi pare di leggere gli appunti di una mano sconosciuta.
C'è tuttavia qualcosa di particolare di cui si conserva il ricordo: lo si avverte immediatamente quando si attraversa il campo aperto. La guerra ha il suo odore inconfondibile, un sentore del tutto singolare. Lo si riconosce come quando, sognando, ritornano in mente altri sogni completamente dimenticati. La guerra è una di quegli ambiti in cui si riscoprono i suoni originari, come quello del vento che spira e volteggia al di sopra dei campi a folate sempre più sottili, sempre più oscure. Non c'è melodia più profonda. (da Prima Linea, p. 101)
Cacce sottili
Il gioco lascia presagire ciò che può accadere in un altrove remoto, tra spiriti divini, in mondi sconosciuti. (da Ricordi di Rehburg, p. 16)
La caccia, in quanto forma archetipica del grande gioco del «catturare e nascondere», è una faccenda seria; non tollera nient'altro. Argo ha cento occhi ed una sola meta. (da Antaeus, p. 25)
La forza di una terra agisce da grandi profondità e determina non solo l'armonia reciproca tra gli esseri viventi, ma anche quella della natura inanimata. Le cose più lontane si accordano tra loro nello stesso modo in cui le parole dal significato più diverso si accordano attraverso la rima. Il mondo si compone, si fa poesia. (da Antaeus, p. 27)
Ricordo che in un angolo del bosco nei pressi di Santos rimasi in questo modo affascinato da una morphos regale. Quando le ali si richiudevano avevano riflessi d'oro come di broccato, dispiegate, sembravano uno specchio argentato dal fondo azzurro. Il suo nome viene dal colore del cielo coelestes. L'aria era serena, ed il sole ardeva splendente; l'incantesimo diventava sempre più forte, come lo sguardo di un occhio che, ad ogni batter di ciglio, ipnotizza sempre più intensamente. Con il piacere cresce anche un senso di paura, il presagio di un pericolo che incombe. La bellezza vuole rapirci ciò che ci appartiene; se diventa troppo forte, finirà col sottrarci anche il tempo, come al monaco di Heisterbach. (da Antaeus, p. 29)
Verso sera, i colori si facevano più morbidi, si accendevano i cromatismi di una tavolozza fuori del comune. [...] Gli ultimi raggi si rifrangevano nei campi della salina come attraverso le vetrate di una serra. Laggiù non solo tutte le vasche riflettevano bagliori di un viola intenso che scoloravano fino a riflessi di luce più chiari, ma tutta quanta l'ampia spianata tra i monti e la spiaggia ardeva, accesa da una fiamma lenta di brace, come un gigantesco opale.
Come era possibile un simile gioco? Certo riusciva solo grazie alla varietà di sfaccettature formata da tutti i bacini della salina. Ciascuno di essi si distingueva dagli altri ed aveva una propria forza riflettente. A questo effetto si aggiungeva quello dell'ora, e il movimento della luce. Era come se qualcuno facesse ruotare un gioiello di proporzioni cosmiche. Più in là, più vicino, neppure il canto avrebbe saputo condurmi – non più in là della trepida attesa: «Adesso, tra poco, accadrà la trasformazione». Ma perché servirsi dei sensi contro di essi? Il cieco che si nasconde in ciascuno di noi sa più del veggente. Verrà fuori al sopraggiungere della notte. (da Ancora cicindela, pp. 77-78)
Dietro alla molteplicità, di qualunque specie essa sia, si nasconde un mistero. Allo stesso modo, il testo di un grande autore è costituito di lettere, segni, frasi, paragrafi, e qualcuno lo legge senza coglierne la composizione. Ma la stessa composizione fa segno verso qualcosa di completamente diverso. Quando il lettore lo ha compreso, interrompe la lettura per abbandonarsi alla gioia di un'intesa muta. (da Ancora cicindela, p. 80)
Un sapere dettagliato, minuzioso, può essere nocivo. Un amante, un poeta, un vero saggio devono poter vedere allo stesso tempo di meno e di più, devono guardare con altri occhi. (da Mangrovie, p. 129)
Un'immagine vuole spezzare i confini che il concetto aveva tracciato per restringerla e definirla. Lo spirito, che lo voglia o meno, deve prenderne atto, se non vuole capitolare di fronte ai fenomeni. Estendendo i confini può di nuovo comprendervi quell'immagine. L'errore non stava nel mondo, ma nel nostro occhio, nel suo intimo. È un salto che ci riporta indietro, verso l'origine. (da Collyris, p. 142)
La vista di una pietra preziosa può rendere accessibile una montagna. (da Il verdemuschio, p. 173)
All'interno, l'acqua arriva alle ginocchia ed è così cristallina che la collana di anemoni di mare che profilano il suo specchio sembra fluttuare nell'aria. Sotto questa cupola bassa fa il nido la colomba delle scogliere. Sullo sfondo le volte si sviluppano per le cavità oscure. Le fenditure del terreno si perdono nel sottosuolo. Si riempiono e si svuotano con il moto delle maree, come un gigantesco polmone; qui il mare raccoglie le sue forze spaventose e incontra il mondo degli inferi. Allo schianto spumeggiante segue un sospiro, poi il gemito del risucchio dalla profondità e lo strepito della cavità della grotta, il vortice delle pietre in frantumi. Nettuno e Plutone si scontrano, misurando le loro forze. Sulla soglia si avverte l'inquietudine. (da Il verdemuschio, p. 201)
Quanto più nel mondo cresce l'angoscia, tanto più lontani sono gli spazi che andiamo ad esplorare. Erriamo come pipistrelli nella caverna che è l'universo. (da Funghi, pp. 236-237)
Nei giardini come questo si dimenticano tutti i nomi, anche il proprio. Le cose parlano con la loro forza senza nome. Ci invade un senso di gioia, sorge il presagio dell'ora in cui ci lasceremo alle spalle non solo il nome, ma anche le cose.
Il sole splende, tutto è tranquillo qui fuori; ora il padrone esce dalla casa dove gli avevamo reso omaggio. Si nutre ancora ed è vivo: in casa lo abbiamo venerato, qui, ora lo amiamo. (da Polvere colorata, p. 272)
Due volte la cometa
[...] la farfalla, messaggero che la bellezza platonica ci invia – ma soltanto come ombra. (p. 10)
Tre punti, anche lontani, ai confini del mondo visibile, suscitano il desiderio di unirli con una linea, così si formano le costellazioni. Questa linea è inestesa e inconcepibile; noi possiamo dunque immaginarci l'inesistente – tuttavia, per poterlo fare abbiamo bisogno di punti d'appoggio. Rivestiamo le figure con immagini, cercando di ricavare modelli dal repertorio della nostra esperienza: È un campo in cui potremmo fare esercizi. (p. 12)
Ognuno è immortale, ma certo non come individuo. Egli non tramonta, ma viene innalzato.
Mi appassiona piuttosto, da tempo, il problema del trapasso: un calice di terracotta è trasformato in oro, e poi in luce. Solo una domanda, in tale questione, mi preoccupa: se questo innalzamento sia ancora percepito dalla conoscenza, se penetri ancora nella coscienza. Ciò dovrebbe avvenire per metà nel tempo, per metà fuori dal tempo. Il sole è tramontato, ma i suoi riflessi splendono ancora. Meditazioni che s'impongono in un'epoca in cui la morte può giungere a volo radente, più veloce di quanto mai sia stato in alti tempi. (p. 37)
I colori hanno una loro vita propria, si trovano anche nella parte interna delle conchiglie assopite nelle profondità marine – è un indizio di feste segrete; grazie a una scoperta fortunata potremmo parteciparvi anche noi. (p. 72)
L'atteggiamento di preghiera è originario e naturale, non soltanto negli uomini, ma anche in animali e piante; potremmo cercarlo anche nella materia – nei suoi tessuti, nelle sue vibrazioni. Perché il cerchio si chiude ritornando al suo inizio, perché una superficie irradiata tende a dilatarsi? Forse vuole godere del sole più intensamente, come la lucertola che si appiattisce. Esistono piante che celebrano culti solari, altre culti lunari. (p. 92)
Frasi da «Eumeswil»
Se volgiamo indietro lo sguardo, esso cade su sepolcri e ruderi, sopra un campo di rovine. Noi stessi intanto siamo succubi di un'immagine temporale riflessa: mentre crediamo di avanzare e progredire, ci dirigiamo invece alla volta di questo passato. Presto gli apparterremo: il tempo ci oltrepassa. (da I maestri, p. 18)
Il parallelo positivo dell'anarchista è l'anarca. Costui non è l'antagonista del monarca, bensì la persona più remotamente lontana da lui, non sfiorata neppure da lui, sebbene anch'essa pericolosa. Non è l'avversario del monarca, ma il suo pendant.
Il monarca vuole dominare su molti, anzi tutti, l'anarca soltanto sé stesso. (da I maestri, p. 39)
Sebbene anarca, non sono antiautoritario. Al contrario, ho bisogno di autorità, anche se non credo in essa. (da I maestri, p. 61)
La terra, di quando in quando, mostra il proprio totem, quello dell'antico Serpente, liberandosi delle sue membra, o ritraendole. Ciò spiega lo Stato universale, la sparizione di civiltà, l'estinguersi di animali, le monocolture, i deserti, l'aumento di terremoti e di esplosioni plutoniche, il ritorno dei Titani – così di Atlante, che personificava l'unità, di Anteo che personificava la forza, e di Prometeo, che personificava l'astuzia della madre.
A tutto ciò si ricollegò, un tempo, la caduta degli dèi. Essi tornarono poi, coloro che avevano scacciato dal trono il Padre – ciò che allora era la falce di diamante, che lo aveva fiaccato, erano adesso ragione e scienza. (da I maestri, p. 81)
Qualcosa di divino vi è indubbiamente in noi e deve, come tale, essere riconosciuto, altrimenti non potremmo avere alcuna nozione degli dèi.
«Giacché un Dio opera in noi» (Hölderlin). «UNO è il principio di tutto» (Filolao). «Un dio è tra gli dèi e tra gli uomini il maggiore, non comparabile ai mortali né per forma né per idee» (Senofonte). «Un turbine di forme multiple si distacca dal Tutto» (Democrito).
E sempre si torna ad Eraclito. Sul numinoso non vi è da far scalpore: ciascuno lo incontra – ciascuno ha il suo Sinai, e anche il suo Golgota. (da Una giornata nella casbah, p. 204)
Il contrassegno dei grandi santi, e ve ne sono ben pochi, sta nel cogliere il centro dei problemi. Le cose più semplici sono invisibili, perché celate dentro l'uomo; nulla di più arduo che far comprendere ciò ch'è ovvio. Se viene scoperto o ritrovato, scatena energie esplosive. Antonio ha ravvisato la potenza del solitario. Francesco quella del povero, Stirner quella dell'Unico. «In fondo», ognuno è solitario, povero e unico, nel mondo. (da Una giornata nella casbah, p. 310)
Filemone e Bauci
Il presentimento più forte di ogni sapere trascina verso il molto lontano, verso il segreto là nascosto. Esso vuole confermarsi nel ritrovamento, nella scoperta, nella rivelazione. In sostanza, il contatto con l'inesplorato attira più del profitto e porta passo per passo, come al centro di città tante volte distrutte e ricostruite, alla placenta dei cambiamenti. Se l'opera della Metamorfosi stupisce e rende felici non è a causa della trasformazione bensì grazie a ciò che muta dentro e dietro di sé.
L'abbondanza è troppo impressionante per i sensi, essa deve dividersi nel susseguirsi del tempo. Così deve essere inteso anche il giudizio di Bachofen sulla leggenda degli Argonauti: «Racconti come questo assomigliano a geroglifici nei quali il tempo più remoto ha depositato la memoria delle grandi trasformazioni dell'esistenza umana».
Cosa mai sono i geroglifici? – Essi sono segni più forti del testo raffigurato. Scalfiscono in profondità, e non solo in superficie, non solo le epoche e le costellazioni. Descrivono non solo le vesti ma ciò che muta contemporaneamente dentro le vesti.
In questo senso la nave Argo prosegue oltre Colchide; il viaggio conduce, con equipaggi differenti, attraverso il tempo come tale – si riferisce all'immenso rischio inteso solo come avventura senza fine, salvo che con il tempo. (pp. 100-101)
Mentre da Esiodo ad Omero, poesia e fede sono ancora strettamente concatenate, nell'era tarda il modo del poeta di vedere gli Dei ed i loro miracoli si discosta dal modo di vedere dei fedeli. Tuttavia il poeta non sarà mai completamente vittima della scepsi come il pensatore, perché egli è l'erede di un mondo animato, di un Eros cosmogonico che con il suo raffreddamento fece irrigidire anche la poesia.
Quindi il poeta è dalla parte dei fedeli – ma non dei sacerdoti con le loro esigenze. [...]
Lo sguardo del poeta vuole pervadere la cosa trasformata: fino alla sorgente delle trasformazioni.
Ovidio aggiunge la seduzione del veggente davanti al passaggio di scene colorate, di volta in volta solenni, spaventose oppure idilliache – davanti alla sfilata di un corteo che esce dalla porta dell'essere di fronte alla quale devono cadere le maschere, fino alla stessa porta dove esse si fondono. (p. 107)
Noi conosciamo non solo la caduta degli Dei, ma anche lo smascheramento di tutti i miracoli attribuiti loro. Ogni Baal trova il suo Daniele. Incominciamo a dubitare quando il nesso, oppure "quell'uno accanto all'altro" attraverso il quale il miracolo appare evidente, si è allentato.
Allora il miracolo materialmente si svela come impossibile, come assurdo. Però ci si crede sempre.
Cambia solo ciò che è degno di fede, il cenno convincente sul fatto. Tuttavia questo cenno attraversava sempre il fatto. Se Filemone e Bauci si spaventano – non è perché la brocca si riempie "da sé". Non si spaventano per il riempimento ma per il luogo del "sé". Quando Cristo dice: "Tuo figlio è vivo", non intende che il cadavere adesso si riempia di vita come la brocca del vino, egli intende il figlio e la vita stessa – aldilà delle trasformazioni. Ciò suscita paura e speranze: i miracoli cambiano, il tremendum rimane. Non si riferisce al gioco delle onde, ora quieto ora infuriato, ma alla silenziosa profondità dell'oceano (p. 109)
Ai Prometidi è data la forza trasformativa dell'occhio – a cui segue il progetto. Nietzsche si rivela come uno di loro, non solo perché "filosofa con il martello" ma anche attraverso il momento.
Prometeo, in comune con il Plutone sotterraneo, ha il martello che alza perfino contro il padre. Dove si presenta, la terra incomincia a fumare e diventa incandescente, la sua produzione è accoppiata al lavoro e quindi è di minor fascino e di maggior astuzia. Chi come lui si è reso autonomo, riesce meno "da solo", non c'è più niente "gratuitamente" come ricevuto dagli Dei, dalle Muse o dalla natura. A nascondere il rapimento della fortuna – ciò diventa scienza. Innanzitutto viene nascosta la vittima. (p. 113)
La poesia, laddove diventa forte, ristabilisce l'unità. L'albero non simboleggia la vita singola bensì la stirpe. Esso raffigura il genere: i fiori e i frutti che compaiono anno per anno sono gli individui.
Così lo intendono le tavole o alberi genealogici.
I due vecchi, con la trasformazione in alberi, sono allontanati in un altro ordine di tempo. Ciò è più di un guadagno di tempo: essi possono essere venerati. Al tempo stesso si attenuano i caratteri individuali, le foglie ombreggiano il contorno. Il profilo si spiritualizza. Dal punto di vista botanico: in natura il genere non esiste. (p. 119)
Un fatto, un'immagine, un'opera d'arte viene modificata già dall'evidenza della percezione come se fossero toccati con la bacchetta magica. Qualcosa viene tolto, semplificato, tralasciato, e precisamente in quanto diminuisce la parte invisibile dell'oggetto a favore del visibile, e in quanto nel film domina lo svolgimento meccanico nei confronti dell'emozione interiore.
Qui l'uomo in azione è sempre rappresentato meglio, è sempre al posto giusto invece di colui che medita, ed i cui pensieri – come dice Vauvenargues – "avvengono nel cuore".
Una volta fotografare era definito abnehmen (togliere o rimuovere).
Come una maschera, così si toglie un aspetto esteriore, cioè l'apparenza dell'uomo. (pp. 120-121)
Foglie e pietre
Per noi, che ci troviamo sulla soglia di nuovi imperi, la vecchia Austria è come un fossile, dai cui reperti ossei si può indovinare la struttura di un mondo d'altro genere: un mondo che è alle spalle della modernità ma che forse ritroveremo ancora al di là di essa. (da Soggiorno in Dalmazia, p. 20)
La vista, in lontananza, delle grigie mura di Curzola con le loro torri di guardia, poderose e tondeggianti, rafforzava la sensazione di essere fuori dal tempo: come trovarsi su una dimenticata costa medioevale o addirittura in pieno mondo omerico. Spesso gli abitanti festeggiavano qualche loro santo locale con esplosioni di mortaretti, e quando il suono cupo arrivava dal mare si era tentati di spiare con lo sguardo l'arrivo di una flotta corsara, turca o veneziana. (da Soggiorno in Dalmazia, p. 32)
Si è tentato più volte, e ancora si tenta, di esprimere attraverso metafore la differenza tra il nostro mondo nordico e quello mediterraneo, suggerendo via via contrapposizioni come forma e movimento, sole e nebbia, il cipresso e la quercia, il tetto piatto e il tetto a punta. Credo che la contrapposizione fra la cisterna e la sorgente non sia meno adeguata. [...] Lo stesso vale per la letteratura antica; la sua struttura complessiva non assomiglia a una rete fluviale ma a un sistema di locali chiusi collegati per mezzo di acquedotti. Di qui la straordinaria facilità di ricavarne citazioni, e di qui anche il fatto che i suoi «classici» sono tali in un senso del tutto diverso dal nostro. Questa possibilità di trovare ristoro nelle forme chiuse si riscontra anche nella grammatica; certe costruzioni participiali e soprattutto l'ablativo assoluto si incastonano nella prosa come piccole cisterne. Lo spirito della cisterna trova forse la sua rappresentazione più icastica nel racconto delle Mille e una notte sul facchino e le tre dame, mentre lo spirito della sorgente si esprime in modo insuperabile nella ballata goethiana del pescatore.
Ritrovato lo slancio, e conversando di queste cose, muovemmo verso la cima. Friedrich Georg fece qui l'osservazione che il Don Chisciotte è una vera cisterna di buon umore. (da Soggiorno in Dalmazia, pp. 39-40)
Il meraviglioso non suscita in noi nessuna sorpresa, perché il meraviglioso è ciò con cui abbiamo la più profonda confidenza. La felicità che la sua vista ci procura sta propriamente nel fatto di veder confermata la verità dei nostri sogni. Come avrebbe potuto Hölderlin altrimenti, lontano dai luoghi dove giocano i delfini, riconoscere nel suo più intimo significato la bellezza imperitura degli arcipelaghi? Vivono tutte ancora le isole madri di Eroi, / ogni anno rifioriscono. (da Soggiorno in Dalmazia, p. 42)
Mentre le lingue appartengono alla storia, i suoni si pongono al di fuori di qualsiasi computo temporale. Le lingue vivono come le piante, ma i suoni appartengono, al pari della terra in cui le piante hanno le radici, alla sostanza originaria del mondo. In quanto simbolo, pura immagine, il suono – e la vocale in particolare – è perciò esterno alla lingua e alle sue vicissitudini. (da Elogio delle vocali, pp. 63-64)
Nella U si incontrano i misteri della generazione e della morte; essa sta al di sotto del mondo colorato e molteplice. Il suo regno abbraccia le profondità dei mondi marini, dei culti arcaici, delle stirpi sconosciute che si sono avvicendate, e la forza di gravità di astri invisibili, che agisce da distanze infinite. (da Elogio delle vocali, p. 77)
Ciò che vediamo qui riflessa è la fine della vecchia Austria, di cui si avverte la traccia dolorosa, ad esempio nella lirica di Trakl. Ma questa fine non è descritta là dove appare sullo scenario della storia universale, là dove è sancita sui campi di battaglia. [...] È molto più sconvolgente il fatto che la rovina, l'aggressione implacabile del tempo vengano colte in luoghi minimi e nascosti: là dove si ode il ticchettio dell'oriolo della morte, dove la muffa lentamente si allarga e le tarme rodono i tessuti. La morte penetra nelle stanze borghesi; saggia con le dita il ciarpame delle frange e delle stoffe, stacca dalla parete una fotografia ingiallita per osservarla, si diverte a girare la chiavetta di un carillon di epoca Biedermeier, getta lo sguardo nei salotti impolverati col fare di un cameriere che nel bel mezzo di un'orgia sfrenata prepari con indifferenza il conto. (da I demoni della polvere, pp. 97-98)
La lingua ci ha insegnato a disprezzare troppo le cose. Le grandi parole sono come il reticolo di meridiani e paralleli che avvolge la carta geografica. Ma un semplice pugno di terra non è forse più di un intero mondo sulla carta? (da Lettera dalla Sicilia all'uomo nella luna, p. 100)
Felice è la semplicità che ignora le biforcazioni del dubbio, ma più selvaggia e più virile è la felicità che fiorisce ai margini degli abissi. (da Lettera dalla Sicilia all'uomo nella luna, p. 102)
Non ci sono ore in cui si dovrebbe essere amati da ogni cosa, come un fiore sbocciato in selvaggia innocenza? Ore in cui l'eccesso ci fa schizzare via come proiettili dalle corsie dell'abitudine? Solo allora incominciamo a volare, e solo nell'incertezza si mira in alto. (da Lettera dalla Sicilia all'uomo nella luna, p. 104)
O ricordo, chiave d'accesso al nucleo più intimo degli esseri umani e delle esperienze vissute! Sono certo che tu sei racchiuso anche nel vino cupo, amaro e inebriante della morte come l'ultimo e decisivo trionfo dell'essere sull'esistenza. (da Lettera dalla Sicilia all'uomo nella luna, p. 105)
Quaggiù ci è concesso raramente di vedere il fine fondersi con il suo significato. Eppure il nostro sforzo supremo tende a quello sguardo stereoscopico che coglie le cose nella loro corporeità più segreta e più immobile. (da Lettera dalla Sicilia all'uomo nella luna, pp. 108-109)
La similitudine esatta, ossia l'osservazione delle cose così come sono disposte nello spazio necessario, è lo strumento più mirabile dell'arte del tiro a segno. La sua base è l'espressione comune dell'essenziale, e il suo vertice è l'essenziale stesso.
È una sorta di trigonometria superiore, il cui compito è la misurazione di invisibili stelle fisse. (da Lettera dalla Sicilia all'uomo nella luna, p. 109)
Per oltre cento anni la «destra» e la «sinistra» si sono palleggiate le masse accecate dall'illusione ottica del diritto di voto: e ogni volta l'avversario di turno sembrava offrire un rifugio dalle pretese della parte opposta. Oggi in tutti i paesi appare sempre più chiaro il dato di fatto della loro identità e anche il sogno della libertà svanisce come nella ferrea morsa di una tenaglia. (da La mobilitazione totale, pp. 134-135)
Il dolore è una di quelle chiavi che servono ad aprire non solo i segreti dell'animo ma il mondo stesso. Quando ci si avvicina a quei punti in cui l'uomo si mostra all'altezza del dolore, o superiore ad esso, si accede alle sorgenti della sua forza e al mistero che si nasconde dietro il suo potere.
Dimmi il tuo rapporto con il dolore e ti dirò chi sei! (da Sul dolore, p. 139)
Gli altari in rovina sono abitati da demoni. (da Epigrammi, p. 187)
Nessuno muore prima di aver adempiuto il suo compito; molti però gli sopravvivono. (da Epigrammi, p. 188)
Giardini e strade
In quanto uomini, portiamo impresso il sigillo della superiorità, assai difficile da infrangere, a meno che non siamo noi stessi a intaccarlo [...] (da Nota di diario del 18 aprile 1939, Kirchhorst, p. 21)
Ancora una volta mi rendo conto di quanto magico sia il massiccio dello Harz. Anche la linea delle colline che lo cingono ha un che di misterioso. Nell'entroterra riposano antichi santuari e altari, racchiusi dalla cinta dei castelli sulle alture circostanti, e infine seguono, certo ormai completamente cristallizzate, le residenze principesche e le elevate cattedrali, sul margine dove incomincia la pianura. Simili patrimoni si dovrebbero abbracciare in un solo sguardo, fuori dal tempo. La forza originaria riposa nei monti stessi, come oro massiccio. Poi si aggiungono gli insediamenti umani, e alle loro costruzioni si trasmette un poco di quel segreto splendore. (da Nota di diario del 26 settembre 1939, Blankenburg, p. 60)
È più freddo e inospitale di altri luoghi simili visti durante la Guerra mondiale – già solo per il fatto che le dimore di allora erano costruite in legno e terra, rimpiazzati oggi da ferro e cemento. L'architettura è bassa e greve, neanche fosse progettata per delle tartarughe, e le pesanti porte di acciaio, che si chiudono ermeticamente, con uno scatto, contribuiscono a dare l'impressione di essere costretti dentro una cassaforte. Lo stile è tetro, sotterraneo, un intreccio tra l'opera vulcanica di un fabbro e quella grossolana di un ciclope. (da Nota di diario dell'11 novembre 1939, Dintorni di Greffern, p. 68)
Marciando ho sempre permesso che gli uomini cantassero, e ciò fa bene sia a loro sia a me. Tutto quel che ha a che vedere col ritmo è un'arma contro il tempo, ed è contro di esso, in fondo, che lottiamo. L'uomo combatte sempre contro la potenza del tempo. (da Nota di diario del 15 gennaio 1940, Flehingen, p. 81)
Per quanto concerne d'altra parte le Consolationes di Boezio, credo che il dolore non possa esserne in alcun modo diminuito. Dobbiamo gustarlo fino in fondo. Se però il dolore, nei circuiti vitali inferiori, possiede una potenza caotica, al contatto con l'essere più elevato e nobile acquista invece la sua forma. La consolazione lo chiude in una gabbia dorata, o meglio: lo pone su un altare dotato di un valore più alto di tutti i mali che la breve vita di un uomo può patire.
La consolazione offerta da Boezio sortisce dunque il suo effetto ancora oggi; e tale effetto nel tempo è solo un riflesso del superiore guadagno che la poesia promette così bene nel verso: «O terra sconfitta, donaci le stelle». (da Nota di diario del 13 febbraio 1940, Capanna di giunchi, p. 97)
[...] lessi l'ultimo libro di Henry de Montherlant, che ha acquistato molto. Lo annovero con Lawrence, St. Exupéry, Quinton nella piccolissima schiera di cavalieri di alto valore uscita dalla prima guerra mondiale. Solo quando l'ardore scema, affiorano i diamanti, come dal nero fiume del carbone. (da Nota di diario del 28 marzo 1940)
Anche la potenza superiore può dispiegarsi in membra, particelle e strati – nella veste sfarzosa del maschio degli uccelli e degli insetti, nel seno delle femmine che, secondo Novalis, è un'incarnazione del petto al suo stato di mistero, nella genuina nobiltà con cui un popolo risplende nel suo aspetto aristocratico, e nel poeta, in cui il linguaggio fa sbocciare il suo fiore.
Nell'uomo sono sopite anche qualità che solo la morte porterà a dispiegare. Allora la metamorfosi avrà luogo non più negli strati, bensì nella pienezza.
Grandi avventurieri – questa sarà per voi l'ultima e suprema avventura. (da Nota di diario del 7 aprile 1940, Capanna nell'Anwald, pp. 109-110)
La sera, un bel plenilunio chiaro. Quando, con una luce come questa, si delineano sul terreno i contorni delle siepi, dei recinti, delle fronde e di altre figure, a volte ci assale uno stato d'animo che coniuga la paura all'incanto. Spesso mi sono chiesto da che cosa dipenda, e credo sia così perché in questi giochi di ombre le forme nel contempo si svelano e si spiritualizzano. Entrano in un ordine più elevato, nell'invulnerabilità che abita le loro sagome. Le cose appaiono nella loro cifra matematica, immateriali e al tempo stesso possenti. Entriamo con timore in questa griglia d'ombra e, attraversandola, ci sembra di disporre di una forza spirituale notturna. Intanto però tratteniamo il respiro – se qualcuno pronunciasse ora una parola magica, saremmo irrimediabilmente banditi dalla materia. (da Nota di diario del 20 aprile 1940, Friedrichstal, pp. 116-117)
Poiché negli ultimi mesi ho vissuto a lungo in case parrocchiali, ho acquistato una speciale sensibilità per le differenze tra l'atmosfera che regna in quelle evangeliche e in quelle cattoliche. Sono cose che non si imparano nei libri di storia. Dai protestanti si ha la sensazione di particelle minuscole tenute sospese da un'agitazione magnetica. È anche la differenza che passa tra l'antica aristocrazia e l'aristocrazia del lavoro. Pensieri sull'inevitabilità della Riforma. Si deve fare uno sforzo per cogliere tutto questo nella sua unità – come nella guida di un veicolo, quando la salita aumenta, occorre innestare un'altra marcia. Lo stimolo diventa più etico. Niente impedisce che, in uno sviluppo ulteriore, si torni a una sola chiesa, nell'organizzazione della cristianità. (da Nota di diario del 19 maggio 1940, Idar, pp. 124-125)
Qui si avverte un presagio dell'immensa forza dei secoli ancora da venire: è chiusa nel bocciolo.
In cima alla torre, da cui abbracciavo con lo sguardo, in lontananza, i binari della ferrovia, le strade percorse dal traffico dei veicoli, le piste degli aerei con l'andirivieni dei velivoli che decollavano e atterravano, coglievo l'unità tra quei tempi lontani e il nostro tempo. Sentivo che proprio questa unità non deve sfuggirmi, e ho giurato a me stesso di non dimenticare mai il mio debito verso gli avi. [...] Oggi mi ha assalito il presentimento che queste cattedrali siano opere, opere della vita, estranee alle morte misure del mondo dei musei. Aveva un suo peso anche il pensiero che questa chiesa è posta sotto la mia protezione; me la sono stretta al cuore come se all'improvviso fosse diventata minuscola. (da Nota di diario del 10 giugno 1940, Laon, pp. 150-151)
In certi momenti di svolta della nostra gioventù possono presentarsi davanti a noi Bellona e Atena – l'una con la promessa di insegnarci l'arte di condurre abilmente venti reggimenti in modo che siano tutti schierati per bene al momento dello scontro, l'altra invece con il dono di saper disporre venti parole, in modo da formare una frase perfetta. Potrebbe accaderci di scegliere il secondo alloro, che fiorisce più raro e invisibile sulla roccia. (da Nota di diario del 12 giugno 1940, Laon, p. 157)
Nel nostro tempo si deve disporre della calma della salamandra se si vuole raggiungere i propri obiettivi. Ciò vale soprattutto per la lettura, e la sua prosecuzione nelle fasi positive e negative; se ogni giorno si mette un mattone, in sessanta o ottanta anni si abiterà dentro un palazzo. (da Nota di diario del 25 giugno 1940, Bourges, p. 180)
Frasi da «Heliopolis»
Lucius era attaccato alla sua piccola collezione di manoscritti così come un tempo ci si affezionava alle reliquie. Nel libro stampato egli vedeva la conversazione dell'autore con il lettore e con la società del suo tempo; nel manoscritto invece, egli vedeva il dialogo con se stesso, anzi ancora di più: il suo dialogo con Dio. In ogni autore viveva, infatti, una volontà che mirava al Tutto, una scintilla di forza creatrice. Nel suo slancio verso il Tutto, egli compariva completamente libero dinanzi al suo terribile giudice, prima di essere giudicato. Il manoscritto era la scoria deliziosa lasciata da quegli incendi, da quelle devastazioni, da quelle depurazioni dello spirito. (da Nel Palazzo, p. 89-90)
Esiste una sola specie di amore, al di là dello spazio e del tempo; tutti gli incontri sulla terra sono immagini, sono colori dell'unica e indivisibile luce. L'amore inteso in senso generale, l'amore nel turbine della temporalità è terreno, è nettunico; l'oceano è la culla dalla quale si erge Afrodite. Dai suoi abissi sgorga ciò che nell'amore è onda e ritmo, tensione e mescolanza, ciò che è meraviglioso e temibile. Sulla riva del mare e sugli scogli noi percepiamo la sua anonima canzone fatale, le profonde voci delle sirene che, emergendo e tuffandosi, ci attirano per perderci nel loro mare. L'attrazione è irresistibile. (da Nel Palazzo, p. 93)
La caccia alla felicità conduce nel folto della boscaglia. La felicità vi deve entrare. Essa non si trova a suo agio fra gli impazienti; dovrebbe assomigliare alla preparazione che diviene sempre più bella. La vita non può avere fretta; deve rallentare, come avviene per i grandi fiumi che scorrono verso il mare. A misura che, con l'età, essa acquista profondità e potenza interiore, porta con sé oro, navi ed esseri strani e prodigiosi. (da Il simposio, p. 110)
Ogni Stato è obbligato all'utopia non appena ha perduto il collegamento col mito. Nell'utopia esso giunge alla coscienza del proprio compito. L'utopia è l'abbozzo del progetto ideale, attraverso il quale si stabilisce la realtà. Le utopie sono la legge della nuova arca dell'alleanza; gli eserciti le portano segretamente con sé. (da Sul pagos, p. 175)
Quando lo spirito si avvicina ai gradini superiori delle sue facoltà, giunge necessariamente alla verità. Ciò avviene proprio nel campo delle scienze. Le vie conducono tutte a un unico punto. Qui finisce la conoscenza e subentra la venerazione. Le ultime chiavi non sono né pensate né immaginate. (da L'apiario, p. 203)
Nel dolore esiste una speranza più grande che in una felicità regalata. (da Il pilota azzurro, p. 316)
Due qualità formano il romanzo: l'una è insita nell'autore e nella sua libertà, l'altra nel mondo e nella sua necessità. Chiamo la prima «autarchia», mentre il nome per la seconda sarebbe «universalità». In questo senso il cosmo di Dio è romanzo.
Da questa interpretazione consegue che il romanzo può divenire, nel migliore dei casi, analogia, poiché all'autore non è concessa né autarchia, cioè completa libertà, né visione universale. Ma tutti i grandi romanzi sono pervasi da un soffio di ambedue, e in questo consiste la gioia della lettura. Il lettore si trova dentro il mondo e fuori di esso. (da Il parere di Ortner sul romanzo, p. 361)
Dimenticare il meglio, ritenere se stessi troppo equi è il pericolo dell'uomo privo di immaginazione. Se non ci fossero i sogni, egli morirebbe a se stesso senza lasciare traccia; ma così la notte gli restituisce il tratto delle grandi figure. Allora sotto la membrana giornaliera incomincia a scorrere il flusso primigenio, dall'involucro del mendicante esce il re. (da Sulle proprie tracce, p. 368)
I prossimi titani
La tecnica è la magica danza che il mondo contemporaneo balla. Possiamo partecipare alle vibrazioni e alle oscillazioni di quest'ultimo soltanto se capiamo la tecnica. Altrimenti restiamo esclusi dal gioco. (p. 22)
La tecnica, in quanto fenomeno universale, cosmopolitico, che spinge inesorabilmente alla globalizzazione, prepara lo Stato mondiale e, anzi, in una certa misura lo ha già realizzato. Lo Stato mondiale ne è il corrispettivo politico. (p. 67)
Quanto alla lettura e alla scrittura in genere, credo che stiamo vivendo una rivoluzione simile a quella vissuta da Platone, ma in direzione opposta. Platone esperì la transizione da una cultura orale, quella della Grecia arcaica, a una cultura che fissa invece le sue espressioni mediante la scrittura, come la cultura greca classica, da cui discende la nostra civiltà. Oggi, con le nuove tecnologie di comunicazione, con la diffusione della videoscrittura, della multimedialità e della possibilità di creare «ipertesti», la scrittura tradizionale, fissa, sta diventando nuovamente fluida, mobile, trasformabile, come nell'oralità. (p. 117)
Anche se non si volesse credere alla verità che nascondono, è impossibile non credere alla loro incomparabile potenza simbolica. Nonostante la loro consunzione moderna, i miti restano, al pari della metafisica, un ponte gettato verso la trascendenza. (p. 96)
Penso invece che i teologi e gli intellettuali che praticano oggi con tanto zelo la demitologizzazione assomiglino a un esercito di formiche entrate in una pingue cucina: divorano e distruggono tutte le leccornie che vi trovano, ma non smettono di raccontarsi quanto sono squisite. (p. 97)
...il sogno trascende la realtà. Forse il sogno supera anche il mito: nel sogno tutto è possibile, nel sogno ciascuno di noi è geniale. Il sogno è dunque una dimensione essenziale della vita. Sottoscriverei interamente la celebre affermazione di Calderòn secondo cui l'intera vita è un sogno. Anzi, la vita, questa sublime decomposizione della materia è forse di più: è un'ebbrezza. (p. 100)
Il contemplatore solitario
Delle opere umane, il linguaggio è la più grande – un tappeto in cui l'intero mondo è intessuto e disegnato. (da Linguaggio e anatomia, Introduzione, p. 36)
[...] ogni conoscenza non è altro se non coscienza del proprio corpo nel senso più alto. La frase più celebre di Cartesio si può intendere così: «Io penso così come sono». (da Linguaggio e anatomia, La mano, Destra e sinistra, pp. 45-46)
Il Mediterraneo è una grande patria, una dimora antica. A ogni mia nuova visita me ne accorgo con evidenza sempre maggiore. Che esista anche nel cosmo, un Mediterraneo? (da Presso la torre saracena, Illador, 22 maggio 1954, p. 152)
Terra sarda, rossa, amara, virile, intessuta in un tappeto di stelle, da tempi immemorabili fiorita d'intatta fioritura ogni primavera, culla primordiale – sentii la sua dolce altalena nel mare. Le isole sono patria nel senso più profondo, ultime sedi terrestri prima che abbia inizio il volo nel cosmo. A esse si addice non il linguaggio, ma piuttosto un canto del destino echeggiante sul mare. Allora il navigante lascia cadere la mano dal timone; si approda volentieri a caso su queste spiagge. Che cosa pensare di simili fiori di loto nel mare azzurro? (da Presso la torre saracena, Illador, 28 maggio 1954, pp. 183-184)
Se l'istante è armonioso e dorato, il tempo lo penetra. Ma noi usciamo dal tempo, ed esso diviene lo sfondo, il motivo intonato da una realtà lontana, come qui il battito delle onde sul litorale. (da Presso la torre saracena, Illador, 29 maggio 1954 p. 190)
L'affermazione secondo cui il nostro tempo non è in grado di generare artisti è oggi un luogo comune. Ciò significa: capovolgere la gerarchia di qualità. L'artista non bada al tempo. È il tempo, piuttosto, che attende con ansia i cenni dell'artista. Nell'istante in cui l'opera gli riesce, l'artista ha redento il tempo. (da Presso la torre saracena, Illador, 29 maggio 1954, p. 192)
Anche la vita dell'essere più piccolo, il suo destino effimero nel cosmo, ha la misura sufficiente all'assolvimento di un compito. (da Lo scarabeo spagnolo, p. 215)
Se ciascuno di noi fosse, alla luce del giorno, altrettanto geniale e inventivo quanto egli è di notte nel sogno non avremmo bisogno di musei. Nei nostri sogni non siamo né meri individui né soltanto stirpe di esseri viventi. In essi parla la species humana ma anche tutto ciò che la trascende, anzi, tutto ciò che trascende la vita. Diremo meglio che i sogni sono gradini che conducono alla trascendenza. Le notturne sale di museo sono vestiboli in cui deponiamo la verga e i calzari. (da Lo scarabeo spagnolo, pp. 218-219)
[...] la vita è una e una sola nelle sue varie forme, come il mare con tutte le sue onde che si avvicendano resta sempre uno e uno solo. Là dove la durata è garantita, c'è un prezzo da pagare. Il calice è costoso, il vino è gratuito. (da Lo scarabeo spagnolo, pp. 221-222)
Lo sguardo si fa tanto più libero quanto meno cerchiamo nella natura il rango e il valore. L'ultima risposta ad ogni domanda è: «Questo sei Tu». (da Lo scarabeo spagnolo, p. 223)
Malgrado la loro grevità, gli scarabei sono potenti volatori; in un batter d'occhio si sollevano dal terreno e frullano via attraverso le piste naturali che si aprono nella verde cintura della giuncaia.
Ancor più bello è seguire, nel momento in cui spiccano il volo, i loro parenti multicolori, i cetonidi, che qui sulla sponda riposano tra i fiori di cardo. Se anche soltanto lievemente li sfiora l'ombra di una mano che vuole afferrarli, fanno uscire di scatto le ali da fenditure della corazza dorata. Le aprono articolandole e agitandole come se fossero lame d'un bluastro acciaio, delicate come un alito e più fini della seta. Un leggero vibrare, ed ecco, come scoccata dall'arco di Apollo quella scompare nell'azzurro.
Questo rimane un prodigio. Meglio di noi lo videro gli antichi. (da Lo scarabeo spagnolo, pp. 224-225)
In autunno le forme acquistano una plastica maturità – la primavera è pittrice, l'autunno è scultore. (da Lo scarabeo spagnolo, p. 227)
Uno dei grandi connotati della vita esce dagli oceani e approda alla terraferma: la vita assume una forma più netta e stabile, si riversa come colata di metallo che si raffreddi. Ma conserva sempre la memoria della sua origine, flusso e riflusso permangono nella sua essenza, così come la stessa terra nel suo interno è rimasta fluida.
Nell'ascesa dello scarabeo spagnolo dall'umido grembo della terra al sole del Sud si ripete l'impresa rischiosa del primo approdo a terra. Se l'acqua sale dalla fontana, può essere versata e contenuta in recipienti. Ma insieme con la forma cresce il pericolo. Perfezione e morte sono vicine di casa – i frutti maturi cadono a terra. (da Lo scarabeo spagnolo, pp. 227-228)
Ogni forma foggiata è soltanto una testimonianza dell'energia formatrice e soltanto un simbolo di ciò cui essa allude. L'opera d'arte è transeunte, ma attesta qualcosa di immortale. Tutte le immagini visibili sono olocausti, sono servizio liturgico nell'ambulacro che conduce a un'immagine invisibile.( (da Lo scarabeo spagnolo, p. 230)
Ognuno è re di Thule, è sovrano agli estremi confini, è principe e mendicante ad un tempo. Se egli sacrifica l'aurea coppa della vita alla profondità blu come la notte, offre testimonianza della pienezza cui la coppa rinvia e che egli incarna senza poterla comprendere. Così il sorso d'acqua nel deserto e l'abbraccio dell'amata sono soltanto una goccia nell'eterno mare. (da Lo scarabeo spagnolo, p. 233)
Il vero progresso della storia è il fatto che all'uomo non sono sufficienti teorie capaci d'illuminare con luce propria il mondo dei fenomeni. Non gli offrono vie d'uscita. Di tempo in tempo, perciò, egli ha bisogno della «nuova luce» che è sempre la stessa anche se appare diversa. Soltanto al suo chiarore la speranza trova il proprio fondamento. (da Lo scarabeo spagnolo, p. 237)
La morte rimane regina, è sovrana assoluta nella sfera del tempo. Nel mondo terreno, ogni tiranno è beneficiario e vassallo di questo potere. Dove sono determinanti il puro sapere, il numero e la misura, è inevitabile che si estenda la paura, che cresca la minaccia.
Se la conoscenza che abbiamo dell'animale si limita al suo bios, potremmo approdare a un'epoca disposta a concedere alla morte un potere ancora maggiore. Terrori ignoti si ergono all'orizzonte. (da Lo scarabeo spagnolo, p. 238)
Esso lustra la sua armatura e agita le antenne leggiadre, poi distende le ali e si libra nella luce. Nel profondo della terra era cieco, ora gli occhi lo fanno veggente; viveva da verme senza piedi, ora vola con le ali. Era un sognatore solitario in una camera buia; ora sciama e tripudia con legioni di suoi simili, a festa. La terra vive; dappertutto i dormienti erompono dalla polvere. (da Lo scarabeo spagnolo, p. 240)
Cuculo, tortora e upupa tramano su questa terra di alberi radiun tessuto di voci con il loro canto intonato sulla U. Risuona ora come risata, ora come corteggiamento, e poi ancora come se annunciasse qualcosa d'inquietante. Il viandante dimentica gli uccelli canori e ascolta un canto della terra, un canto che esce dal suo inesauribile tesoro.
Le voci degli uccelli appartengono alla patria che da sempre ha avvolto gli esseri umani, guardandoli negli occhi come una madre. La terra natia è fiorita prima che l'uomo abbia fabbricato casa e focolare, prima che abbia arato e suddiviso le distese dei campi. Perciò il linguaggio degli uccelli lo commuove più profondamente che ogni altro suono a lui familiare, sia esso confortante o perturbante. (da Terra sarda. Un itinerario attraverso il museo di Cagliari, p. 245)
Afferra l'animo di noi uomini d'oggi, in queste rozze statuine, l'estrema semplicità, segno di una vita i cui significati, come quelle torri in mezzo alla minaccia, erano al sicuro da cima a fondo. Ciò che è diritto e torto, dovere e servizio, quegli uomini devono averlo saputo meglio di noi, e forse ancor meglio devono aver conosciuto i confini tra guerra e pace, tra uomo e donna. (da Terra sarda. Un itinerario attraverso il museo di Cagliari, p. 246)
Il Museo Archeologico di Cagliari custodisce una grande collezione di quelle statuine che furono scoperte negli scavi presso i nuraghe. Esse incarnano non soltanto un primo aurorale contributo dell'isola all'arte mondiale, ma anche il suo contributo più forte. Sono uniche nel loro genere; in altri popoli si trova qualcosa di affine, ma non di simile. [...] La vista dei bronzetti aggiunge qualcosa d'altro, e ci commuove in modo particolare grazie a un carattere specifico, di qui. È la linea legittima, il ramo dell'albero genealogico dal quale anche noi discendiamo e le cui gemme, anche se disseccate da molto tempo, sono di natura simile alla nostra. È il linguaggio del «questo sei Tu». (da Terra sarda. Un itinerario attraverso il museo di Cagliari, p. 246)
Perfetta è un'opera cui nulla vorremmo aggiungere, ma anche quella cui nulla vorremmo togliere. Se tale è la sua natura, essa si sottrae all'avvicendarsi dei tempi e ai loro criteri di valutazione; è bella per sempre. (da Terra sarda. Un itinerario attraverso il museo di Cagliari, p. 258)
Ecco perché i tiranni hanno paura. Possono ridurre all'ubbidienza milioni di uomini, ma non quell'uno che in sé ha ridotto in schiavitù la morte. Egli ristabilisce la dignità dell'uomo. Così muta il significato degli altari sacrificali lordi di sangue: l'onta e la profanazione sono servite soltanto ad accrescere lo splendore della verità.
Ecco l'incubo dei tiranni: che la loro vittima s'innalzi a una libertà ad essi inaccessibile, e che si dilegui, mentre essi delirando sognano di annientarla, in spazi nei quali tortura e supplizio non hanno più alcun potere. E l'incubo dei carnefici è questo: che la loro vittima riviva. Che ciò non sia mai: a questo mirano gli sforzi della scienza. (da Tre Ciottoli, p. 271)
Anche questo definisce la statura di un pensatore: fino a qual punto gli sia riuscito di superare in se stesso l'uomo storico. Esser profeta significa conoscere ben più che il futuro: il più profondo presente. (da Una mattina ad Antibes, p. 284)
La pianta parla diffondendo intorno a sé la propria che noi attraversiamo con i nostri passi senza avvertirla, come se lacerassimo una rete tessuta con fili troppo sottili per la nostra percezione. Questo mi divenne chiaro una sera, dopo che avevo raccolto dalla sabbia delle dune un mazzo di grandi e profumati gigli imbutiformi, che gli italiani chiamano narcisi marini. Mentre camminavo, tenendolo in mano, nella penombra del crepuscolo, arrivarono in volo grandi falene nere striate di rosso, sfingi con ali vellutate, e affondarono la tromba nei fiori. Tenevo il mazzo di fiori chiari come un calice; gli insetti entrarono in mutua comunicazione da esso, con esso e intorno ad esso, in un mondo sognante. (da Una mattina ad Antibes, pp. 293-294)
[...] tutti noi ci stiamo godendo le ore di sole, come fanno qui le lucertole in ossequio all'ammonimento che decora una meridiana provenzale:
Gai lesert, bèou toun soulèu; / l'ouro passo que trop lèu, / e deman ploura belèu.
(Gaia lucertola, bevi il tuo sole; / rapida passa l'ora, come suole, / forse domani piove, e te ne duole.)
È molto meglio contemplare i fiori; non ci tradiscono mai. Il loro progetto architettonico è senza errori. (da Una mattina ad Antibes, pp. 297-298)
[...] vediamo i fiori volgersi in direzione del sole la cui immagine essi riproducono in molte varianti di forme e in quantità innumerevole. Così vediamo i santuari e i sacrari, ma non il Sacro. Quanto meno ci occupiamo delle distinzioni, tanto più forte diventa l'intuizione. Non udiamo più il mormorio dell'albero, ma la foresta che risponde al vento. (da Balcone sull'Altlantico. Appunti da Lisbona, p. 317)
Il cuore avventuroso
Ogni tanto afferriamo con la mano un oggetto casualmente trovato, e lo rigiriamo dinanzi agli occhi – forse un cristallo di rocca, o un guscio rotto di chiocciola di cui ci sorprende la struttura interna a scala, o una punta di stalattite dal pallore lunare giunta qui dalle grotte sconosciute in cui il pipistrello traccia i suoi cerchi silenziosi. Questa è la terra d'origine dei musicali capricci, degli scherzi notturni che lo spirito senza alcuna commozione e non senza pericolo si gode come in una sua loggia solitaria. Ma ci sono anche pezzi rotondi di granito, molati e lavorati nelle marmitte glaciali, e si trovano nei punti in cui ci si affaccia su un ampio panorama, là dove il mondo appare un po' più piccolo ma anche più chiaro e regolare, come su nitide e precise carte geografiche, poiché l'ordine supremo si nasconde nel molteplice come in um rebus. Sono enigmi sorprendenti – quanto più cresce la distanza, tanto più ci avviciniamo alla soluzione. Nel punto estremo, all'infinito, la afferriamo. (da La cava di ghiaia, pp. 7-8)
La visione d'insieme non dimora nelle singole camere, ma nella compagine del mondo. Le corrisponde un pensiero che non procede mediante verità isolate, ma si sviluppa in significative connessioni; la forza ordinatrice di questo pensiero si fonda sulla facoltà combinatoria. [...] La facoltà combinatoria si distingue da quella logica in quanto si muove sempre a contatto con l'insieme e non si disperde mai negli eventi sporadici. Là dove essa tocca il particolare somiglia a un compasso di due diverse specie di metallo, con la punta d'oro infissa al centro di un cerchio. (da Il calcolo combinatorio, p. 22)
È la nascosta armonia delle cose che qui si fa suono, e della cui origine dice Angelus Silesius: Nello spirito, tutti i sensi sono un senso e un uso: / chi vede Dio, lo gusta, lo tocca e ascolta e annusa. Ogni percezione stereoscopica suscita in noi una sensazione di vertigine, e intanto assaporiamo in profondità un'impressione dei sensi che in principio si offriva in superficie. Tra lo stupore e il fascino si colloca, come dopo una deliziosa caduta, una scossa che cela in sé una conferma – noi sentiamo che il gioco dei sensi si muove leggero, quasi misterioso velo, quasi sipario del meraviglioso. Su questa tavola imbandita non esiste cibo che non contenga un granello d'aroma dell'eternità. (da Il piacere stereoscopico, pp. 27-28)
La pura contemplazione della vita nelle sue forme procura un godimento grazie al quale le ore fuggono via come attimi. Lo spirito divaga in campi ove la sovrabbondanza suscita spavento, e si fa simile a un viaggiatore il quale si perda in arcipelaghi da cui nessuna bussola lo ricondurrà più fuori. (da Frutti di mare, p. 52)
[...] soltanto il mare dà ai suoi abitanti quella giocosa e libera eleganza e morbidezza di toni, l'iridescente e mossa fluorescenza dei vetri antichi, la mirabile tenerezza e intimità dell'effimero. (da Frutti di mare, p. 53)
Dai grandi drammi della storia, quali la tradizione li affida alla nostra memoria, ci giunge l'eco di un linguaggio che si rivolge immediatamente anche a noi; e l'archivio dei nostri documenti contiene insuperabili risposte al problema di come ci si comporti nella posizione perduta. Ai grandi corsi d'insegnamento che la storia racchiude in sé come un'accademia segreta, appartiene anche quello in cui s'impara l'arte di morire. (da Historia in nuce: Le posizioni perdute, p. 105)
Puerto de Pollensa. Illa d'Or. Le case riposavano quiete nell'aria immobile, ciascuna avvolta in un delicato velo di fumo. Il viandante annega nella loro sfera come in anelli d'incenso, poiché il legno odoroso del pino montano alimenta la fiamma dei focolari. Il piacere che si prova in queste passeggiate solitarie è dovuto certamente anche al fatto che chi le compie omnia sua secum portat, come voleva il filosofo Biante. La nostra coscienza ci accompagna come uno specchio sferico, o meglio come un'aura il cui centro siamo noi. Le belle immagini penetrano in quest'aura e in essa subiscono un mutamento atmosferico. Così, noi passiamo oltre un cielo di segni come sotto aurore boreali e arcobaleni. Questo squisito sposalizio con il mondo, seguito da un nobile evento di riproduzione, fa parte dei supremi piaceri a noi destinati. La terra è la nostra eterna madre e donna, e come ogni donna fa, anch'essa dona qualcosa alla nostra ricchezza. (da Percorsi balearici, pp. 131-132)
Come l'occhio in un mare molto limpido vede riposare nel fondo l'anfora e la colonna, così il libero sguardo può inoltrarsi fino a quelle misure che sono nscoste nel fondo dei tempi, sommerse dal flusso e dal riflusso. Qui si decide la sorte di una domanda alla quale anche storiografi di rango diedero una risposta negativa: se cioè la storia rientri nel rango delle scienze esatte. Alla domanda si può rispondere di sì, purché si riconosca che sotto il fluttuante specchio della storia persistono i segni supremi, immutabili nei loro rapporti come gli assi e gli angoli del cristallo. (da Historia in nuce: La ruota della fortuna, p. 174)
Ora infatti udii che egli, non appena aveva terminato il suo richiamo sonante, udito fin da lontano, mormorava ancora qualcosa, in un sussurro, guardando dinanzi a sé: forse la secca preghiera di un affamato, o una stremata imprecazione, poiché nessuno usciva dalle case e non una finestra si apriva.
Così camminammo a lungo per i caldi vicoli, offrendo pesci che nessuno a mezzogiorno desidera. E a lungo ascoltai le sue due inflessioni di voce, il richiamo risonante all'intorno, esuberante e fiducioso, e la disperata parola che egli rivolgeva a se stesso, sottovoce. Seguivo quell'uomo con la bramosia di spiarlo e di origliare, e avvertivo fin troppo bene che non era ormai più in gioco il pesce da vendere, poiché l'importante era che in quella perduta isola udivo il canto dell'uomo: nello stesso tempo, la melodia che a gola spiegata vantava la merce, e quella sussurrata e lamentosa. (da Il venditore di pesci, p. 176)
Il libro dell'orologio a polvere
Tutti gli altri esseri viventi, e perfino la materia inanimata, si orientano in base all'orologio cosmico. Non dobbiamo però dimenticare che esso indica il tempo in virtù della rotazione del quadrante. La terra trasforma in misura del tempo ciò che, se noi ce ne staccassimo altro non sarebbe che spazio e rifrazione inalterabile, luce mortale. Come un grande mulino cosmico essa macina per noi la ricchezza dell'universo. (p. 57)
Il tempo ciclico e il tempo progressivo sollecitano due stati d'animo fondamentali dell'uomo, il ricordo e la speranza. Sono i due edificatori della sua dimora. In loro s'incontrano padre e figlio, spirito conservatore e spirito riformatore. (p. 65)
L'orologio meccanico non è né un orologio tellurico, né un orologio cosmico. È una terza cosa, una creazione dell'intelletto che non indica né il tempo astronomico né il tempo terreno. Quello che ci viene dispensato è tempo astratto, tempo intellettuale. Non è un tempo che ci venga offerto in dono, come la luce del sole o gli elementi naturali, ma un tempo che l'uomo elargisce a sé stesso e di cui dispone. Ciò comporta una perdita ma anche un guadagno. E, insieme, suscita nell'uomo il suo dubbio più radicale, se cioè egli dimori in una prigione o in un palazzo. (p. 74)
Se l'uomo in quanto Io pratico, per usare le parole di Kant, concepisce un nuovo tempo del mondo, in quanto Io teoretico riceve di ritorno questo suo tempo sotto forma di spiccioli. Il luogo ove egli può udire questa eco è l'orologio, e precisamente l'orologio nel suo senso più alto.
Così, non solo intorno a noi, ma anche attraverso di noi, è sempre tesa una sottile griglia di tempo trasformato. Ma in noi vive anche la dimensione dell'eterno, un potere che si alimenta alla fonte dell'eterno e che, come il braccio di Gulliver, lacera la ragnatela del tempo dell'orologio. Lì è la nostra forza. (p. 130-131)
Sull'ineluttabilità dello sviluppo non si possono nutrire dubbi. Ci allontaniamo a grande velocità su un saldo binario. Chi scende è destinato a rovina più certa dei suoi compagni di viaggio. Ben più importante è che egli, nel suo intimo, nel suo essere e e nel suo apprezzamento, non consenta il completo trionfo del cliché, ma si mantenga aperto al simbolo, disponibile al grande incontro. Così egli resta nella selva. Qui un attimo può compensare una vita intera trascorsa nel tempo meccanico. Qui può rifiorire l'arida vecchiaia, alla fine del viaggio, nel deserto, il bastone del pellegrino può rinverdire o far zampillare le fonti (p. 206)
Il nodo di Gordio
Il nodo racchiude la costrizione del destino, l'oscuro intreccio di segreti, l'impotenza dell'uomo di fronte all'oracolo. Se lo osserviamo con un po' di attenzione vediamo luccicare gli anelli del serpente. Ancora una volta il serpente, immagine del potere ctonio di Gea, viene vinto. Lo possiamo scorgere nel python dei Greci, nei draghi e dragoni, nel serpente di Midgard del mondo germanico. Anche nel labirinto in cui penetra Teseo è sempre operante lo stesso potere. Lo ritroviamo nella testa di Medusa, che Perseo, principe solare, tronca. Ciò che per Alessandro è la spada per lui è lo scudo forbito in cui si riflette la terrificante immagine. Entrambe sono le armi della coscienza che infrange la costrizione ctonia. (da Il nodo di Gordio, pp. 36-37)
Una nuova coscienza del tempo e dello spazio risplende in quel colpo di spada: getta una chiara luce sull'evento su cui imprime il suo conio e lo trasforma in storia. Porta con sé anche la scienza, anzi un inizio di Aufklärung, l'acutezza del dubbio che disarma il mondo antico e lo riduce in pezzi. Lo spirito libero penetra nell'immobilità, spalanca il tempo antico e venerando come un cofano dal quale estrae tesori. (da Il nodo di Gordio, p. 37)
L'Asia è la culla dei popoli, è la madre dell'umanità, sia di quella precedente il diluvio sia di quella successiva. Su ciò concordano i documenti primitivi. È anche il luogo della rinascita nel senso più profondo: è da questo continente che provengono gli Dei. L'Occidente cercherà di continuo di includere l'Asia nel cerchio di luce della propria storia. Ma ogni volta si troverà di fronte ad un'altra luce che, risplendendo in avanti e al di là della storia, sola consente l'esistenza di un tempo misurabile. (da Il nodo di Gordio, p 39)
L'insegnante può trasmettere la conoscenza dei fenomeni, non già la realtà che sta dietro di essi. Tale realtà è incomunicabile, a meno che l'allievo non vi partecipi direttamente. In caso diverso, egli sarà bensì capace di apprendere e riprodurre la tecnica, ma non la sua libera creatività, il suo ethos. Per questo, quando vuol raggiungere o superare il maestro, su di lui incombe minacciosa la sorte di Icaro che si impadronì delle ali di Dedalo. La luce mortale lo brucerà.
Anche quando le creazioni appaiono rigorosamente razionali, sono cristallizzazioni di uno stato creativo nel senso più profondo. Dedalo inventò le ali non perché fosse pensatore ma perché era un artista. La tecnica fa parte di quei grandi sogni che come sorgenti sgorgano dalle profondità e poi vi si immergono. (da Il nodo di Gordio, pp. 112-113)
I modelli fondati sullo zero si riconoscono in quanto il senso si trasferisce nelle funzioni. Ne è un esempio il darwinismo, che impone al mondo animale un'unità funzionale. Allo stesso tempo, l'animale, a differenza di quanto avviene nel mito o anche nel sistema , perde la sua realtà. La creazione viene trasferita dall'eterno all'infinito, vale a dire dall'Uno alla statistica dei grandi numeri. Ciò che in essa è prodigio diviene zero.
L'ipotesi che il nichilismo oltrepassi la linea non implica il ritorno a sistemi . Il capovolgimento è pensabile anche nei nostri modelli, in quanto si è consapevoli dell'ambivalenza dello zero che rappresenta tanto il Nulla quanto anche il totalmente Altro. Ciò può provocare grandi sorprese: ad esempio che il materialismo si capovolga e riveli un aspetto sconosciuto. Qui potrebbe celarsi una delle risposte che l'Oriente ci riserva. (da Il nodo di Gordio, pp. 127-128)
Il nodo di Gordio deve essere inteso come un problema posto dal destino; esso si riannoda di continuo, così come di continuo si pone il problema stesso. La spada di Alessandro fa balenare una luce nuova, una Aufklärung nel senso più elevato e solare del termine, il dubbio, il potere spirituale. (da Il nodo di Gordio, p. 125)
Frasi da «Il problema di Aladino»
[...] le statistiche sono destinate a quelli di mente ristretta. Che cosa significa per esempio la domanda: «Quale colore preferite?» per uno che si sente bene nella nebbia o che si estasia della tavolozza, dell'opale, dell'arcobaleno, di un tramonto a Manila? Eppoi sotto ogni strato normale ne troviamo uno più profondo e generale, lo strato umano. L'uomo resta l'enigma per eccellenza. (p. 68)
Il desiderio di una nuova vita può diventare molto forte. Penso all'influenza del fin amor provenzale sul Rinascimento. Vita nova – un Dante di nove anni viene trasformato da Beatrice come Petrarca da Laura – ciò che sul piano cosmico è la marea, per l'uomo è la poesia: una risposta a grandi lontananze. (p. 69)
Dove Zeus non troneggia più, corona, scettro e confini perdono ogni senso; gli eroi si congedano con Ares, col grande Pan muore la natura. Dove la stessa Afrodite impallidisce, si giunge a promiscuità indiscriminate.
Il potere di Dioniso è comprovato dal fatto che lui solo resiste. È il signore della festa nei palazzi e tra le masse, è di casa tra i principi e tra i mendicanti. La sua luce incanta l'effimera che ne è incenerita. (p. 70)
Le inclinazioni storiche e specialmente quelle archeologiche sono strettamente intrecciate con le tombe; dopotutto il mondo è una tomba nella quale i tempi sprofondano e dalla quale asfodelicamente risorgono. È seme e raccolto in uno, e in ogni storico vive un Orfeo. (p. 98, 99)
Il Sogno dell'anarca
La cecità aumenta con l'illuminazione; l'uomo si muove in un giardino labirintico di luce.
Egli non sa più che cosa siano le leggi delle tenebre. (p. 129)
Piante, paesaggi ed animali a noi intimi nella parte più profonda di noi come porzioni del Sé che si realizza sotto forma di immagini. Talora generalmente in alcuni sogni e con tutta probabilità nell'ora della morte, questa immaginazione è presente in noi con una forza inaudita. (p. 120)
In una situazione di malvagie apparizioni e di inganno il pensiero diviene pericoloso solo per il fatto di essere corretto, e spiriti che posseggono la giusta misura, fanno da specchi in cui si manifesta la nullità del mondo delle ombre. Un pensiero logico, una giusta misura, un'azione nobile, lo stesso astenersi da ciò che è vile, sono tutte queste armi che divengono tanto più affilate quanto meno ci si lascia condizionare dal tempo. (p. 136)
Dovevo a Hitler la consapevolezza che nulla avevo a che fare con la politica, questi era il mio mentore ex-negativo... in mezzo alla tempesta d'entusiasmo da lui scatenata, in maniera del tutto indipendente da ragioni, direzione e contenuto di tanto entusiasmo avvertii di essere estraneo a tutto ciò. (p. 169)
Fondamentalmente niente s'appaia tanto bene con un vecchio prete quanto un vecchio soldato. Il primo si è sacrificato per la parte della patria che sta in alto, il secondo per quella che sta in basso; nessun'altra differenza (p. 199)
Frasi da «Il tenente Sturm»
Questa coercizione, che sottometteva la vita dell'individuo a una volontà irresistibile, si manifestava al fronte con una chiarezza spaventosa. La lotta raggiungeva dimensioni gigantesche, rispetto alle quali il destino del singolo scompariva. L'ampiezza e la mortale solitudine dei campi, l'effetto a distanza delle macchine di acciaio e il rinvio di qualsiasi movimento alle ore della notte calavano sugli eventi la rigida maschera dei titani. Ci si scagliava verso la morte senza vedere il nemico; si veniva colpiti senza sapere da che parte arrivava lo sparo. [...] La decisione risultava da un calcolo aritmetico: chi poteva ricoprire con la maggior quantità di colpi un determinato numero di metri quadrati, aveva la vittoria in pugno. La battaglia era un brutale scontro di masse, una lotta sanguinosa della produzione e dei materiali. (p. 12)
Quando Sturm, la notte, camminava accanto ai ceppi delle traverse e, dietro ciascuna di esse, vedeva una figura armata che faceva la guardia in solitudine, provava la stessa sensazione: di gigantesco e favoloso. Quella sensazione non era dovuta alle mitragliatrici, ai cannoni enormi e all'intreccio delle linee telefoniche. Era solo la forma, lo stile fugace in cui si compiva ciò che è possente. Ciò che era autentico non ne era affatto toccato, sembrava riposare nella terra come un animale e circolava nel sangue come un elemento misterioso. Era come un suono o un profumo carico di ricordi ineffabili. Doveva certamente aver stretto e pervaso gli uomini di tutti i paesi e di tutti i tempi nelle notti di battaglia. (p. 21-22)
Sturm esitò quando la testa si ritrovò al centro della croce di collimazione del cannocchiale di puntamento.
La campagna si distendeva di nuovo tranquilla e morta, solo le bianche ombrelle della cicuta tremolavano di luce. Lo aveva colpito? Non lo sapeva. Ma la questione non era se adesso, dall'altra parte, quell'uomo tingesse di rosso il fango sul suolo della trincea oppure no. Ciò che pareva sorprendente era il fatto che lui, Sturm, freddo, lucido ed estremamente cosciente, aveva appena cercato di uccidere un altro. E continuava a chiedersi con insistenza: era ancora lo stesso di un anno fa? L'uomo che ancora di recente stava scrivendo una tesi di dottorato su «La riproduzione dellameba proteus per sezione artificiale?» Si poteva pensare un contrasto più grande di quello tra un uomo che si sprofonda amorosamente negli stati in cui la vita, ancora allo stato fluido, si raccoglie in minuscoli nuclei, e uno che a sangue freddo, spara sulla creatura più sviluppata? (p. 25-26)
Intervista con Alberto Moravia
[...] Non voglio dunque negare la possibilità di una sintesi conseguente ad un conflitto nucleare planetario; essa tuttavia non sarebbe più di natura storica. Scavalcherebbe il piano dell'ordine storico ed umano, portando a mutazioni di carattere biologico, geologico o demoniaco. La lettura dei profeti si fa attuale. (da Come vivere con la bomba, p. 62)
Nello Zeitmauer (muro del tempo) ho messo in relazione la pietra con la favola, il bronzo con il mito, il ferro con la storia. Definisco il nuovo eone , tempo della radiazione. Se una nuova cultura ne dovesse nascere, essa si dovrebbe presentare attraverso opere d'arte ed un'etica che dominino lo strumento. (da Come vivere con la bomba, p. 64)
[...] Egli non possiede un'etica di classe come il sacerdote o il soldato, altrimenti eviterebbe che un profano disponga di lui stesso e del suo sapere. Naturalmente egli soffre di preoccupazioni morali – come è stato dimostrato dal processo Oppenheimer – ma non riesce a farle valere. Da lui non ci si deve aspettare nulla: è come un tale che apre la porta. (da Come vivere con la bomba, p. 66)
Personalmente preferirei un'epoca in cui non si dovessero affrontare certi problemi. Potrei rinunciare non solo alla bomba atomica, ma anche al fucile. Karl Marx disse una volta: "Sarebbe possibile unIliade con la polvere da sparo?" Questo è il mio problema. (da Come vivere con la bomba, p. 68)
Irradiazioni
Sono annotazioni durante un viaggio attraverso mari sconvolti dal Maelström e sotto la minaccia dei mostri che emergono dalle onde. Vediamo il timoniere che osserva i suoi strumenti mentre si arroventano lentamente. Lo vediamo pensoso del corso e della . Egli esamina tutte le rotte possibili, le rotte estreme, sulle quali poi naufragherà la ragione pratica. Il primo momento, quello in cui ci si rende spiritualmente conto della catastrofe, è più terribile degli orrori concreti a cui si va incontro in quel mondo di fiamme. È l'avventura che tentano soltanto gli spiriti più ardimentosi, quelli di grandissima portata, proporzionati alla misura, se non al peso del carico. Restare schiacciati da questo peso, è stato il destino di Nietzsche, che oggi è di buon gusto prendere a sassate. Dopo il terremoto, ci si rivolta contro i sismografi. Però non si può far espiare ai barometri la colpa dei tifoni senza passar per gente rozza e primitiva. (p. 4)
[...] esistono situazioni nelle quali non bisogna badare al successo, anche se con questo ci si mette naturalmente fuori del terreno politico. Fu il loro caso: vinsero moralmente, dove storicamente naufragarono. Il loro coraggio, il loro sacrificio, non furono il coraggio e il sacrificio che s'incontrano sul campo di battaglia, ma di natura superiore; non tali da essere coronati dalla vittoria, ma dalla poesia. (p. 8)
Era notte, perché nella zona dove si trovava la mia casa paterna vedevo salire nell'oscurità dei proiettili lucenti. Ma era anche giorno, perché a sinistra i campi si stendevano alla luce del sole. All'orlo di uno di questi campi, tutto coperto dal verde del seminato, vidi mia madre che attendeva; era una donna giovane e fiorente. Mi sedetti vicino a lei; e quando fui stanco, ella prese il campo come una coperta verde e la tirò su di noi. (da Nota di diario del 18 febbraio 1941, Sars-Poteries, p. 15)
A Notre Dame: ho contemplato i suoi più bestiali di quelli di Laon. Queste images fissano con altrettanta consapevolezza i tetti della metropoli e i lontani regni la cui conoscenza è scomparsa. La conoscenza certamente, ma anche l'esistenza? (da Nota di diario del 29 aprile 1941, Vincennes, p. 25)
Per chi non si ferma alla prima risposta. Un giovane andò una volta da un vecchio eremita e gli chiese una norma per vivere. L'eremita rispose: «Tendi verso il raggiungibile». L'adolescente ringraziò e disse che, se non era indiscreto, avrebbe voluto da lui un'altra parola ancora che gli servisse di viatico per la sua strada. Allora l'eremita aggiunse al primo consiglio il secondo: «Tendi verso l'irraggiungibile». (da Nota di diario del 17 giugno 1941, St. Michel, p. 37)
Stetti a lungo davanti a una iris violetta dalla corona tripartita; l'accesso ai calici passava per un velo d'oro e finiva in un abisso di ametista.
Fiori, chi vi ha ideati? (da Nota di diario del 17 giugno 1941, St. Michel, p. 37)
Ci sono sempre alcuni pochi, troppo nobili per la vita. Cercano il bianco, la solitudine. La nobiltà di questi esseri, che si puliscono con la luce dal sudiciume, risalta spesso in maniera bellissima sulla loro maschera mortuaria.
Ciò che io amo nell'uomo è la sua essenza al di là della morte, e la comunanza con lei. L'amore qui non è altro che un opaco riflesso. (da Nota di diario del 23 febbraio 1942, Parigi, p. 78)
Le poste che giochiamo con i nostri centesimi sono incalcolabili, sono spaventosamente alte. Siamo come bambini che giocano con fagioli e non sanno che in ognuno di questi fagioli è chiusa la possibilità di maggi miracolosi e di fiori prodigiosi. (da Nota di diario del 6 marzo 1942, Parigi, p. 85)
Ora vedo spesso l'uomo come «uomo dei dolori» trascinato dall'ingranaggio di una macchina, che gli rompe costola per costola, arto per arto, mentre egli non può morire come uomo. (da Nota di diario del 15 marzo 1942, Parigi, p. 87)
Feci un bagno di sole in una torbiera. Il colore delle vecchie pareti, tagliate dalla vanga, va da un nero grasso fino a un colore frollo bruno-oro. Proprio sullo specchio d'acqua come un nastro di muschio, su cui gioca la «rugiada di sole» come un ricamo rosso.
Che senso festoso nel camminare per la torba umida, intrisa di raggi rossastri. Qui si cammina su strati di materia di vita pura, più preziosa che l'oro. (da Nota di diario del 9 maggio 1942, Kirchhorst, p. 91)
La vita sta nella morte come una piccola isola verde nel mare oscuro. Indagare questo, sia pur soltanto sugli orli e sulle cinture delle maree, si chiama vera scienza, rispetto alla quale tutta la fisica e la tecnica non sono che bagatelle. (da Nota di diario del 19 luglio 1942, Parigi, p. 107)
Il mondo e il terreno dei miti sono sempre presenti; simili a quella sovrabbondanza che gli dèi ci nascondono: noi camminiamo come mendicanti in mezzo a una ricchezza inesauribile. Ma i poeti ne coniano l'immagine per noi. (da Nota di diario del 27 luglio 1942, Parigi, p. 112)
Perché questo senso di gioioso stupore è così particolarmente vivo quando una forma nota e familiare, come può essere quella del gallo nostrano, si presenta sotto aspetti inattesi, in fogge che fanno pensare a quelle di isole al di là dei mari navigati sin dai tempi più antichi? È così forte per me questa impressione da muovermi talvolta al pianto. Allora comprendiamo quanto sia densa la sostanza di cui sono fatte le immagini familiari. Una sostanza pregna fino all'ultima cellula, e la sua superba fioritura produce l'abbondanza dal suo seno. È l'uno, l'immagine primordiale che ci diventa visibile in questo gioco magico. L'aspetto provoca pure un senso di vertigine, noi cadiamo sulla sostanza dell'aura iridata degli accidenti, come lo zampillo di una fontana. La gerarchia degli arcobaleni: pensare che anche il mondo è stato formato come un tutto, secondo un'immagine primordiale che varia in miriadi di sistemi solari. (da Nota di diario del 16 settembre 1942, Parigi, p. 129)
Verso sera apparve il Sacré , a tratti splendente di luce dall'alto della sua collina, a tratti circonfuso di vapori violetti. La costruzione ha qualcosa di fantasmagorico; la sua malia sta nella distanza, che la fa apparire come il simbolo dell'elemento prodigioso presente in ogni uomo. (da Nota di diario del 18 ottobre 1942, Suresnes, p. 149)
L'Elbrus pareva alle porte della città con la sua doppia cima, i fianchi coperti di neve risplendenti nella luce mattutina come lastre di argento; eppure è ancora distante molte giornate di marcia. L'oscura catena del Caucaso, dalla quale emerge, sembrava minuscola a confronto. Da molto tempo non sentivo più la terra così, come un'opera fatta con le mani, come il lavoro di Dio. (da Nota di diario del 7 dicembre 1942, Vorošilovsk, p. 173)
In Kniébolovedo l'incarnazione delle teorie scientifiche del diciannovesimo secolo in tutta la loro bruttura. (da Nota di diario del 13 febbraio 1943, Kirchhorst, p. 214)
Le dottrine puramente economiche devono necessariamente condurre al cannibalismo. (da Nota di diario del 21 marzo 1943, Moisson, p. 229)
Eppure, io non sono un amico delle azalee, poiché ho l'impressione che i loro colori siano «ametafisici». Sono, infatti, colori tutti di una dimensione. Questo è, appunto, il motivo per cui sono amati così: si rivolgono solo ai sensi, ai quali soltanto parlano; manca, tuttavia, in questa tintura puramente distillata, la stilla dellarcanum arcanorum supracoeleste. (da Nota di diario del 19 aprile 1943, Parigi, p. 247)
La vera forza dell'uomo produttivo consiste soprattutto nella sua vita vegetativa, mentre quella dell'uomo attivo si nutre di volontà animale. L'albero può così divenire anche vecchissimo, è giovane a ogni fioritura. (da Nota di diario del 16 giugno 1943, Kirchhorst, p. 275)
Le masse scontente sono simili a zeri, che certo possono diventare temibili, appena una unità dia loro di nuovo un significato. (da Nota di diario del 19 giugno 1943, Parigi, p. 277)
Ugualmente la gioventù tedesca ha tradito i suoi istinti. Così erano i giovani: «forti come l'acciaio Krupp, resistenti come cuoio, veloci come levrieri»; così erano i giovani che Kniéboloa ragione arringava come il seguito adatto a lui: cioè la stirpe in caso di bisogno si sarebbe potuta produrre anche nella siderurgia e nelle concerie con l'aiuto dello sperma animale. Così si doveva per forza giungere all'americanizzazione, ma senza il loro «valore planetario», alla soluzione ametafisica, a una esecuzione puramente tecnica della «mobilitazione totale».(da Nota di diario del 22 giugno 1943, Parigi, p. 278)
Significativo mi è sembrato quanto segue: un gruppo di cinque alti grattacieli risplende nella notte, lontano, come una mano ha levato le sue dita in lode al Signore. Ma questo nessuno degli atei civilizzati che li abitano lo sa; lo sa soltanto un selvaggio. smarritosi in questa terra dalla sua foresta vergine. (da Nota di diario del 29 luglio 1943, Parigi, p. 300)
Il ritmo della macchina è febbrile, ma le manca la periodicità. Le sue vibrazioni sono innumerevoli, ma senza alcuna distinzione tra loro. La macchina è un simbolo; ciò che in essa c'è di economico è pura illusione ottica, essa è una specie di macinapreghiere. (da Nota di diario del 4 settembre 1943, Parigi, p. 323)
Il massimo sforzo dell'arte occidentale potrebbe essere così interpretato; che esso tenta di creare questo testamento: ciò appare chiaro attraverso le sue grandi opere. Ma si potrebbe anche dire, che ognuno di noi è autore del terzo testamento; il manoscritto è la vita, e da esso si crea la più alta realtà del testo nell'invisibile, nella spazio al di là della morte. (da Nota di diario del 9 settembre 1943, Parigi, p. 328)
Il cinema, la radio, il mondo della macchina nel suo complesso, deve forse servire a una migliore conoscenza di noi stessi, alla consapevolezza di quello che «non» siamo. (da Nota di diario del 15 settembre 1943, Parigi, p. 335)
Nel regno dello spirito ci sono alpinisti e minatori; i primi seguono la corrente ideale della tradizione, gli altri quella «materiale». Gli uni raggiungono più grandi altezze, una crescente chiarezza; gli altri penetrano come l'eroe di Hoffmann nella novella La miniera di Falun, in pozzi sempre più profondi, là dove l'idea dormiente, feconda, si rivela allo spirito in cristallina bellezza.
Qui sta anche la vera differenza fra l'apollineo e il dionisiaco. Ai più grandi sono concesse ambedue queste forze, hanno doppia misura, così come le Ande, la cui assoluta altezza è dimezzata per gli occhi dallo specchio del mare. Il loro dominio si espande dalla sfera più eccelsa dove regna il condor, fino al regno dei mostri, nel profondo del mare. (da Nota di diario del 4 ottobre 1943, Parigi, pp. 343-344)
Questo è il paesaggio dove la natura di Kniébolo si palesa nel modo più chiaro e che lo stesso Dostoevskij non ha previsto.
Coloro che vengono destinati ai forni crematori bisogna che li scelga il capo del ghetto. Dopo una lunga consultazione con i rabbini, vengono scelti i vecchi e i bambini ammalati. Si dice che molti vecchi e infermi si presentino volontariamente; così tali spaventose azioni tornano sempre più in onore ai perseguitati. [...]
Pronunciando Litzmanstadt, si capisce quali onorificenze Kniébolo è capace di elargire. Così egli ha onorato il nome di questo generale, vincitore di battaglie, legandolo per sempre a uno scannatoio. Fin dal principio mi è stato chiaro che le sue dimostrazioni di rispetto erano da temersi al massimo, e ho ripetuto con Friedrich Georg: Non porta gloria / combattere al tuo fianco; / vale una disfatta / la tua vittoria. (da Nota di diario del 16 ottobre 1943, Parigi, pp. 351-352)
Là dove la lingua sfocia negli elementi luminosi del pensiero, quale forza cieca, splendono nella sfaccettata oscurità palazzi, nelle costruzioni della super-matematica. (da Nota di diario del 17 ottobre 1943, Parigi, pp. 352-353)
La profezia consiste nella sua conoscenza dei più profondi valori, in cui si specchiano e si ritrovano i secoli; come oggi il mondo della tecnica con i suoi particolari. Infatti, da queste tavole si possono presagire le forme delle bombe degli aerei e le forme dei sottomarini e in una di esse, mi pare nel Giardino delle libidini, si trova anche il pauroso pendolo di E. A. Poe, uno dei grandi simboli del ritmico mondo della morte. Bosch è il veggente di un aeon, come Poe lo è di un saeculum. (da Nota di diario del 4 gennaio 1944, Parigi, pp. 376-377)
Essa permette una profonda immediata penetrazione dell'occhio nell'architettura dell'universo, come la Teogonia di Esiodo e come la Genesi. Nello stesso tempo avvengono moti strani: come quelli con i quali comincia a sciogliersi la rigidità simbolistica dell'antico oriente. Come una farfalla dagli occhi innumerevoli esce, con il massimo splendore delle sue origini, dalla crisalide egiziana, dalla babilonese. Questo porta ancor oggi nel leggerlo un elemento perturbante, come se si assistesse a delle più elevate metamorfosi. Si sente qui una delle deviazioni immense, quali non nascono da nessuna decisiva battaglia, da nessun sorgere o tramontare di regni, ma che, sola, la visione nel centro può produrre. Sopra i re e le loro azioni sta il profeta. (da Nota di diario del 15 maggio 1944, Parigi, p. 419)
Qui non si tratta di monumenti, come si lasciano alla posterità o si innalzano alla divinità, sia pure anche soltanto in forma di una croce, rozzamente legata con vimini, ma di documenti di mortali per i mortali, e per nient'altro che mortali. Assai atroce, davvero; è l'eterno ritorno nella sua forma più grigia; sempre di nuovo scorre, nello spazio ghiacciato in monotona ripetizione questo morire; demonicamente congiurato, senza sublimazione, senza riflesso, senza consolazione. (da Nota di diario del 1 giugno 1944, Parigi, p. 428)
Nel grande studio, davanti al ciclo di ninfee bianche al quale Monet cominciò a lavorare, giunto ormai al suo settantacinquesimo anno. Qui si può mirabilmente osservare il ritmo creatore di cristallizzazione e soluzione, con potenti avvicinamenti al nulla azzurro, alla azzurra viscosità di Rimbaud. Su una delle grandi tavole è realizzato, al margine del puro tessuto della luce, come un nodo di raggi materiali, un fascio di ninfee azzurre. Un altro quadro rappresenta soltanto un cielo con nubi: queste si rispecchiano nell'acqua in una maniera che dà le vertigini. L'occhio intuisce la temerarietà, e anche la grandiosa conquista ottica della sublime soluzione, e i suoi affanni tra correnti di luce fluente. L'ultimo quadro è stato lacerato a colpi di coltello. (da Nota di diario del 16 luglio 1944, Parigi, p. 438)
La varietà e i suoi sistemi: come, per esempio, quella degli insetti, di cui ho acquistato esperienza. Il fascino sta nell'ottica che si sprofonda attraverso le infinite sfaccettature della natura naturata nell'abisso della natura naturans. I raggi sono quelli del prisma rovesciato: rilucono dapprima nello splendore dell'iride, ritornando poi a un colore solo. Nell'ambito variopinto predomina la sorpresa; nel bianco, invece, una gioiosa e presaga inquietudine. Lo spirito si sprofonda nella volta del tesoro, dove si trova il grande sigillum, il prototipo di ogni conio. (da Nota di diario del 24 agosto 1944, St. Dié, p. 450)
Egli ha raccontato particolari atroci sulla passione sofferta dai nostri amici e conoscenti prima della loro esecuzione. Gli epiteti usati dal presidente del tribunale popolare nei riguardi di Schulenburg e degli altri accusati con lui sono stati o «canaglia Schulenburg» o «criminale Schulenburg». Una volta, quando questo tipo patibolare, per distrazione, gli si era rivolto con un «conte Schulenburg» egli lo ha corretto con un inchino: «Canaglia Schulenburg, prego». Un gesto, che me lo ha fatto ricordare vivamente. (da Nota di diario del 5 novembre 1944, Kirchhorst, p. 464)
«La terra sarà maledetta per colpa tua; tu ne mangerai il frutto con affanno tutti i giorni della tua vita» Genesi, 3-1.
Questo passo corrisponde a quello di Esiodo, nel quale si afferma che gli dèi hanno reso affannoso agli uomini procurarsi il cibo, mentre prima bastava il lavoro di una sola giornata per un anno intero.
La vera abbondanza, la copiosità paradisiaca, sta al di fuori del tempo. Là si trova anche la terra delle grandi, immediate creazioni, come le descrive il mito e le illustra la Genesi. E là non esiste la morte. Nell'amplesso d'amore è rimasta in noi una scintilla della grande luce di tale mondo creativo: voliamo, come scagliati da una balestra, al di là del tempo. (da Nota di diario del 15 dicembre 1944, Kirchhorst, p. 483)
La lirica di Trakl è simile al volgere di un caleidoscopio fantastico, che dietro il suo vetro opalescente, nel bagliore lunare, ripete poche, ma pure pietre, in combinazioni monotone. (da Nota di diario del 14 marzo 1945, Kirchhorst, p. 512)
Ho visto una grande quercia adorna come un albero di Natale di pesci spada più lunghi di un uomo. Il colore degli animali, che si avvolgevano a lenze di seta, variegava come la madreperla, passando dall'azzurro profondo a tutte le sfumature dell'arcobaleno. Ho visto, da una certa distanza, il giocattolo al quale avevano collaborato Nettuno, Diana, e Helios, e ne ho udito nel medesimo tempo, stereoscopicamente il carillon. (da Nota di diario del 6 aprile 1945, Kirchhorst, p. 523)
L'Albero
L'albero della vita è, come la clessidra, un simbolo dei tempi che si intersecano nell'eterno – è qui la sezione, nel colletto della radice. Qui è il punto che chiamiamo attimo, al di sotto di esso vediamo estendersi il passato, al di sopra il futuro.
Nell'albero ammiriamo la potenza dell'archetipo. (da L'Albero, in L'Albero, p. 13)
Il mito però non riconosce nell'albero solo un simbolo della vita ma anche del cosmo. Con le radici affondate nel terreno primordiale, dischiudendo la sua fioritura nell'universo, genera stelle e soli. Qui il padre e la madre sono uniti in eterno splendore. È il legno della vita al centro della città eterna in cui ancora non vi sono divisioni né luoghi sacri. Anche il frassino Yggrasil, all'ombra del quale ogni giorno si riuniscono gli dèi per tenere consiglio, non deve morire con loro: sopravvive oltre il tramonto. (da L'Albero, L'Albero, p. 29)
Se in una bella mattinata, prima che arrivi la schiera dei visitatori, camminiamo tra i vicoli della resuscitata Pompei, il nostro sguardo, oltre le mura dove le lucertole prendono il sole, torna sempre a cadere sulla cima tetra che si staglia nel cielo. Le abbiamo qui entrambe: la storia della Terra e quella del mondo, dentro la stessa cornice, nello stesso quadro. Come il teschio per il monaco nella sua cella, così per noi quell'altura bruciata nella campagna feconda è un monito che ricorda non solo il destino delle città e dei popoli, bensì, in assoluto, il divenire e il trapassare. (da L'Albero, Pietre, pp. 63-64)
L'operaio
[...] a noi non deve assolutamente interessare quell'atteggiamento che tenta di opporre al progresso i mezzi, ad esso subordinati, dell'ironia romantica, e che è l'inconfondibile contrassegno di una vita spossata nel suo nerbo. Il nostro compito di giocatori non è quello di fare le puntate come avversari del tempo, bensì quello di puntare sul banco di cui il tempo è croupier [...]. (da La forma come un tutto che comprende più che la somma delle sue parti p. 43)
Una forma è, e nessuna evoluzione la accresce o la diminuisce. Perciò, la storia dell'evoluzione non è la storia della forma, ma tutt'al più il suo commento dinamico. L'evoluzione conosce principio e fine, nascita e morte, da cui la forma è immune. Come la forma dell'uomo era prima della nascita e sarà dopo la morte, così una forma storica è, nel suo nucleo profondo, indipendente dal tempo e dalle circostanze da cui sembra scaturire. I mezzi di cui si giova sono più nobili, la sua fecondità è immediata. La storia non produce forme, ma si modifica in virtù della forma. (da Il rapporto della forma con il molteplice, p. 75)
In particolare, dove le forme determinano il pensiero non si è obbligati a identificare l'infinito con l'illimitato. Si nota piuttosto lo sforzo di afferrare l'immagine del mondo come una totalità in sé conclusa e ben delimitata. Ma con ciò viene meno anche la maschera qualitativa che il progresso assegna al concetto di evoluzione. Nessuna evoluzione è in grado di trarre dall'essere più di quanto in esso sia contenuto. Semmai è l'essere che determina il tipo di evoluzione. Ciò vale anche per la tecnica vista a suo tempo dal progresso nella prospettiva di un'evoluzione illimitata. (da La tecnica come mobilitazione del mondo attuata dalla forma dell'operaio, p. 152-153)
La perfezione della tecnica non è altro se non uno dei segni destinati a connotare il momento conclusivo della Mobilitazione Totale in cui siamo coinvolti. Essa ha quindi la capacità di innalzare la vita a un gradino superiore di organizzazione, ma non a un gradino superiore nella scala dei valori, come credeva lo spirito del progresso. Con essa, a uno spazio dinamico e rivoluzionario subentra uno spazio statico e sommamente ordinato. Qui avviene dunque un passaggio dal mutamento all'invariabilità – un mutamento che certo farà maturare conseguenze molto importanti.
Per comprendere ciò dovremmo renderci conto di come lo stato d'incessante cambiamento in cui siamo inseriti esiga per sé tutte le energie e le riserve di cui la vita dispone. (da La tecnica come mobilitazione del mondo attuata dalla forma dell'operaio, p. 158)
I sacrifici a noi richiesti sono grandi, che lo vogliamo o no; dobbiamo continuare ad accettarli. Fra noi ha preso corpo una tendenza a disprezzare «ragione e scienza»: è un falso ritorno alla natura. Ciò dipende non dal disprezzo, ma dalla soggezione dell'intelletto. Tecnica e natura non sono in contraddizione – se così le intendessimo, ciò sarebbe un sintomo di disordine presente nella vita. L'uomo che tenta di scusare la propria incapacità addebitandola ai propri mezzi senz'anima, somiglia al millepiedi della favola, condannato all'immobilità perché troppo occupato a contare i propri arti. (da La tecnica come mobilitazione del mondo attuata dalla forma dell'operaio, p. 179)
C'è un tempo astronomico, ma insieme esiste una molteplicità di tempi della vita, il cui ritmo scandisce contemporaneamente, come l'oscillare del pendolo, innumerevoli ore l'una parallela all'altra.
Anzi, non esiste un tempo, il tempo, ma una pluralità di tempi che accampa diritti sull'uomo. [...] Siamo nel tempo come se fossimo in piedi su un tappeto: ci guardiamo intorno, e vediamo che fino ai margini esso è tutto intessuto di antichi motivi, oppure non vediamo quei motivi e ci pare che la trama si copra interamente di nuovissime e diverse figure. Entrambe le visioni sono vere, e può accadere che un unico e medesimo fenomeno appaia come come simbolo della fine o del principio. Nella sfera della morte, tutto diviene simbolo di morte, e d'altra parte la morte è il nutrimento di cui la vita si alimenta. (da L'arte come raffigurazione del mondo del lavoro, p. 181-182)
[...] uno dei connotati dell'energia formante è la capacità di pietrificare i simboli in una ripetizione infinita che ricorda il modo di procedere della natura, come nella foglia d'acanto, nel fallo, nel lingam, nello scarabeo, nel cobra, nel disco solare, nel Buddha in riposo. In mondi di questa fisionomia lo straniero non prova meraviglia, ma timore, e ancora non è possibile trovarsi faccia a faccia con la grande piramide in piena notte, o con il solitario tempio di Segesta immerso nello splendore solare, senza provare paura.
A un simile mondo nitido e chiuso in sé come un anello magico si avvicina palesemente anche quel tipo umano che rappresenta la forma dell'operaio; tanto più gli si avvicina, quanto più chiaramente il singolo appare come tipo. (da L'arte come raffigurazione del mondo del lavoro, in p. 207-208)
La capanna nella vigna
L'uomo vedrà sempre solo la sciagura che appaga la sua immaginazione. Niente gli riesce più difficile di percepire un infelice che sta semplicemente soffrendo – si limita a passargli accanto, come i bravi credenti nella parabola del buon samaritano. Così anche il soccorso il più delle volte, arriva troppo tardi.
[...] La grandezza di san Martino non sta tanto nel fatto che egli porga aiuto, quanto nel fatto che egli porga aiuto immediatamente al prossimo sulla via. È questa la virtù che sfiora il miracolo. (da Nota di diario del 12 maggio 1945, Kirchhorst, pp. 51-52)
A uno sportello qualsiasi può affacciarsi il tuo carnefice. Oggi ti recapita una lettera raccomandata, domani una sentenza di morte. Oggi ti fora il biglietto, domani la nuca. Ed esegue entrambe le cose con la stessa pedanteria e lo stesso senso del dovere. Chi già non se ne accorga negli atri delle stazioni ferroviarie, o nel keep smiling delle commesse, si muove come un daltonico nel nostro mondo. Esso non ha soltanto certe zone e certi periodi spaventosi: è spaventoso fin dalle fondamenta. (da Nota di diario del 23 maggio 1945, Kirchhorst, p. 57)
Spesso ho come l'impressione che i morti diventino più maturi e più miti; crescono dentro di noi con radici postume – siamo noi il vero camposanto, la vera terra consacrata del cimitero. Essi vogliono essere seppelliti nel nostro cuore. Ce ne sono grati, e questo vincolo dà alle famiglie e ai popoli la forza di trasformarsi nel tempo. (da Nota di diario del 30 maggio 1945, Kirchhorst, p. 62)
Penso anche ai ponti come ad anelli con cui la capitale francese si sposa con il suo fiume. Sono gioielli dalle pietre risplendenti di un riflesso fatale, che il fiume inanella con una illusoria magia nell'immagine riflessa. Quanti pittori ci si sono cimentati. È una grande benedizione che si siano salvati. (da Nota di diario del 6 giugno 1945, Kirchhorst, p. 66)
[...] A che servono mai lenti e microscopi: i veri strumenti di ingrandimento sono i fiori stessi. Dobbiamo stare a osservarli finché non diventano trasparenti come lenti, e allora, nel punto focale del fascio di raggi, dietro di essi vedremo una luce: lo splendore del seme spirituale che è privo di qualsiasi estensione. È la vera Urplanze, la «pianta originaria».
Quando il mondo ci appare sottosopra, la vista di un fiore può riportare l'ordine. (da Nota di diario del 15 ottobre 1945, Kirchhorst, pp. 173-174)
Forse le nostre giornate non sono che secondi in confronto a queste notti sull'orlo dell'eternità. Viviamo su un arcipelago di isole emerse dagli abissi, o come uno sciame di pesci volanti che, dopo un breve volo nel sole, tornano sempre a rituffarsi nel cristallo. La vita è possibile, viene conservata soltanto grazie a queste immersioni. Essa non è che un'isola nell'eternità.
Ancora una volta mi ritrovo a pensare: niente è meraviglioso, oppure tutto lo è. Il giudizio dipende dalla profondità cui ci è dato di immergerci. Laggiù corre un confine sul quale si cancellano tutte le differenze. L'oro, le pietre preziose, i capolavori, le tele su cui sono dipinti, le pergamene in cui sono trascritti: tutto ciò è meraviglioso, ed è unico nel suo fondamento essenziale. La stessa idea, da un punto di vista materiale, si può esprimere dicendo che ciascuno di noi, al limite estremo, finisce per arrivare all'atomo, che è un'opera meravigliosa. È il campo dorato su cui il dipinto effimero di questo mondo risplende e ritorna nel tempo. (da Nota di diario del 18 ottobre 1945, Ettlingen, pp. 176-177)
Ci sono situazioni in cui la mera esistenza diventa opporre resistenza. (da Nota di diario del 30 gennaio 1946, Kirchhorst, p. 212)
Alla gerarchia delle amicizie corrisponde una gerarchia dei segreti. Ma per comunicare l'incomunicabile bisogna essere una cosa sola. (da Nota di diario del 13 marzo 1947, Kirchhorst, p. 251)
Gli uomini hanno, come gli alberi, il loro lato esposto al vento e, come le montagne, la loro parete Sud. Dobbiamo solo cercare l'accesso ai pendii dei loro vigneti, alle miniere dei loro tesori. Allora doneranno l'oro e il vino, là dove nessuno se l'aspettava.
Gli uomini sono testi geroglifici, tanti incontrano però il loro Champollion. Diventeranno leggibili, diventeranno avvincenti, se la chiave sarà accordata con amore. (da Nota di diario del 7 aprile 1948, Kirchhorst, p. 269)
La forbice
Nell'opera d'arte il tempo acquista spessore a un livello più alto nonostante le appartenga una perfezione che avvertiamo al di fuori del tempo e che rimane irraggiungibile. È questa la ragione per cui la moda si consuma nel quotidiano, lo stile nei secoli. (p. 9)
La meta è possibile sempre e ovunque; il viandante la porta con sé, come il suo orologio. E, se il cammino è pensato come una passione, egli porta con sé la sua croce fin dal principio.
Nessuno muore prima di aver realizzato il suo compito. (p. 20)
A chi consideri il cammino più importante della meta e ritenga la meta uno dei possibili intervalli del cammino si presenteranno ulteriori domande, soprattutto questa: se il cammino conduca al di là della meta oppure no.
L'onda si esaurisce nel frangente, oppure questo non è che una summa, certo altamente significativa? Per restare sull'immagine del teleschermo che trasforma le onde in suoni, colori e addirittura in romanzi, esso non è forse per il raggio soltanto un filtro, che separa ciò che è divenuto superfluo dall'essenziale? Il viaggio è concluso; la nave viene abbandonata, il bagaglio resta a bordo. (p. 21)
La poesia russa, all'inizio del secolo, ricevette dai chiostri ortodossi un ultimo regalo d'addio per la posterità. Viatico per i tratti più ardui del cammino. (p. 35)
Se fosse possibile trapiantare un testa, perché non metterne una femminile su un corpo maschile o viceversa? È verosimile che gli ostacoli sarebbero inferiori a quelli che oppone la differenza tra gruppi sanguigni. [...]
Nel poema centrale della trilogia Paria si trapianta, ricorrendo a una misteriosissima sostituzione, la testa di una bramina sul corpo di una delinquente, ma da questo errore non si origina una chimera, bensì una dea. (p. 47)
La partizione tra cultura e tecnica, come quella tra fede e sapere, è una condizione di pulizia teoretica. Senza di essa, la vita diventerebbe una tragedia. (p. 51)
Martin Lutero disse che, anche se avesse saputo che il mattino successivo il mondo sarebbe finito, avrebbe ancora piantato un albero nel suo giardino. È evidente che anch'egli riteneva il cammino più importante della meta. Anche il profeta gli darebbe la sua approvazione. L'albero sta nel libro. (80)
Sullo schermo l'arena rimane certamente pulita, e tuttavia la violenza è presente. (p. 117)
La flora delle giungle si decompone, nei deserti si dissecca e si trasforma in polvere. Sul muro del tempo crescono sempre muschi e licheni, come già li vide Leonardo. Le loro figure danno da pensare, da sperare anche: l'acqua della vita deve esservi filtrata. Il compito che ci resta è quello di separarla dal mare, dalle nuvole, dalla rugiada. (p. 80)
La cinematografia procura un foro e una tribuna allo stato mondiale: ne rende possibile l'esistenza. (p. 118)
Che i Titani non sono alla fine sufficienti, fu dimostrato in forma augurale dal naufragio sull'iceberg della nave battezzata con il loro nome. È ben raro che Cassandra scenda, come allora, nei dettagli. (p 124)
Quando si manifesta qualcosa di inaspettato che, a seconda dei casi, sbalordisce, irrita, stimola, lo si saluta come una «novità». Il che non costituisce un segno della sua bontà, ma, quanto meno, un'etichetta. Le espressioni cui si ricorre sono molteplici, il senso rimane lo stesso, da quando si parla del tempo e del suo corso. Attualmente è in corso il «post-moderno»; la parola allude ad una condizione che si è data da sempre. La si è raggiunta anche solo quando una donna indossa un cappellino nuovo. (p. 128)
Ulisse vuole ascoltare il canto delle sirene, a costo di mettere in pericolo la propria vita. Egli percorre l'occidente fino ai suoi confini; senza di lui, esso non potrebbe nemmeno sussistere. Non ci sarebbe stato nessuno sbarco sulla luna. (p. 133)
La lotta come esperienza interiore
In un'orgia furiosa l'uomo vero si ricompensa della sua continenza. I suoi istinti troppo a lungo repressi dalla società e dalle sue leggi ridiventano l'essenziale, la cosa santa e la ragione suprema.
Dicono di Ernst Jünger
Aruspice, stilita e stilizzatore anzi gran manierista e corruttore della problematica moderna Jünger di diritto entra nella storia del dandysmo europeo: un acciaiato dandy che trae luce da ogni contrasto col nichilismo moderno, suo indispensabile sfondo.
Cercai di trarlo in disparte fuori dalla folla, osservando: "Orribile questa massa di popolo, questo è proprio come al congresso del partito." Egli rispose: "Oh, non mi disprezzi il demos, esso è pur già una potenza, per quanto non molto appetibile". Chiestogli cosa facesse, disse: "Mi sono cercato una specola più elevata, dalla quale osservo come le cimici si divorino tra loro". Osservai, alquanto irritato, che egli si era sempre ritirato volentieri su un'altra stella, al che egli replicò: "Sì, su una stella un po' più decente, diciamo Marte o Venere, non mai Saturno, il quale ha strisce di nebbia e inoltre lì c'è già Spengler."
Come tutti gli autori profetici Jünger balbetta. Egli autorizza una seconda lettura, proposta da Patočka. Il filosofo ceco prolungava l'esperienza del fronte con l'esoterica solidarietà di quelli che ne accettano lo sconvolgimento assoluto. Il Bene, la Salvezza, l'Immortalità e non meno la Razza, la Classe, il Genere umano, tutte le pretese verità del "giorno" perdono allora la loro immacolata evidenza. In mancanza d'ideali comuni incrollabili, una comunità demistificata può nondimeno far fronte. Nelle resistenze che inventano esseri alle prese con l' Erlebnis delle desertificazioni letali, Patočka individua i sintomi di una solidarietà degli afflitti. Quella che, dall'origine greca dell'Occidente, giura con Eschilo «né dispotismo né anarchia», quella che oppone alla tirannia la democrazia e alla teologia delle violenze divine la filosofia della cura di sé, i. e. della cura del male intorno e nel più profondo di sé. Non è una simile solidarietà dei mortali che evoca la melopea dei pescatori delle Azzorre? «Il canto dell'uomo – questa canzone che contemporaneamente si dispiega con orgoglio e supplica sommessa.» Libertà davanti alla morte, uguaglianza nella morte, fraternità contro la morte, assolutamente contro. Così naviga la repubblica universale dei dissidenti.
Contrariamente a Quinton, Jünger non trascura, piuttosto esagera il lato tecnico della guerra, che sembra annientare il guerriero ancor meglio del proiettile che lo uccide.
È questa impassibilità di registrazione il più appariscente carattere della sua prosa, maturata del resto non solo dall'esperienza dell'età dell'acciaio, ma dall'esercizio scientifico e dallo studio degli esemplari di tutti i tempi. Il gioco dei sentimenti, come nei massimi scrittori, si riflette piuttosto in certe increspature improvvise di quella superficie smagliante; segreti refoli del ritmo o un digradare di colori nei suoni accennano – ma solo a chi paziente esamini il tessuto nell'originale – la mobilità di cieli al primo sguardo immutabili. Ché la prosa di Jünger va letta come poesia, e d'uno dei più sottili orchestratori. [...] Per Jünger «realista» nella visione della vita, ma nella pratica dell'arte – senza dubbio – platonico, ogni aspetto del mondo si deve nella scrittura modellare secondo un'idea che preesistente gli corrisponde: nell'identità dell'archetipo e della frase, la perfezione.
I diari di guerra di Jünger forniscono forse la migliore e più sicura prova delle enormi difficoltà che incontra l'individuo quando intende conservare le proprie concezioni morali e il proprio concetto di verità in un mondo nel quale verità e morale hanno perso qualsiasi espressione riconoscibile. Nonostante l'innegabile influsso esercitato dai suoi primi lavori su taluni membri dell'intellighenzia nazista, Jünger è stato dal primo all'ultimo giorno del regime un attivo oppositore del nazismo e ha con ciò provato che il senso dell'onore un po' fuori moda, un tempo comune tra i membri del corpo degli ufficiali prussiani, era pienamente sufficiente ai fini della resistenza individuale.
In Ernst Jünger il collezionista, il botanico e l'entomologo s'incontrano con il metafisico: ma mentre i primi sono, per così dire, immersi nella fredda luce diurna, godono di un'ottica smaltata e tersa, sovranamente estranei alla bassura e alle bufere dell'esistenza, il secondo sembra affiorare dai chiarori diafani di un acquario con il silenzio estatico di chi ha percorso le profondità dei processi vitali, seguendo gli avvolgimenti labirintici e le trame sottilmente ambigue di misteriosi orrori e di malvagi destini.
Jünger ritiene scontato che sia più degno partecipare con ebbrezza alla guerra che lasciarsi passivamente inghiottire da essa.
Proprio lo scarto delle linee, l'efflorescenza multipla e caotica, la fascia di ramificazioni aparallele tipiche del rizoma diventano, in Jünger, la machina magica, l'organo stereoscopico con cui egli interpreta la totalità del reale, calandosi in quella profondità del tempo dove si spengono le ultime grida umane. È a questa modalità del doppio sguardo che è data la possibilità non già di trascendere il divenire, bensì di scinderlo nelle sue «potenze» e quindi di ricomporlo ad un grado qualitativamente superiore di intensità significante.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026