Frasi
Frasi di Fabrizio De André
380 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Qui trovi 380 frasi di Fabrizio De André: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.
Fabrizio De André (cantautore italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Fabrizio De André
A cantare solo con la chitarra proverei la stessa sensazione che a mettermi alla pecorina nella fontana di De Ferrari a mezzogiorno.
Benedetto Croce diceva che fino all'età dei diciotto anni tutti scrivono poesie. Dai diciotto anni in poi, rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. E quindi io precauzionalmente preferirei considerarmi un cantautore.
Toglietemi la protesta e non farò più una canzone. Ma la protesta deve essere due cose, innanzitutto autentica, poi meditata. E poi agganciata alla vita, alle esperienze che abbiamo vissuto e che ci hanno lasciato la bocca amara.
C'è chi è toccato dalla fede e chi si limita a coltivare la virtù della speranza [...], il Dio in cui, nonostante tutto, continuo a sperare, è un'entità al di sopra delle parti, delle fazioni.
Cantavo imitando Modugno e d'altronde come si poteva non subire la sua influenza?
Caro Andrea, ti sono amico perché sei l'unico prete che non mi vuole mandare in paradiso per forza.
Dal punto di vista della qualità, a parte il devastante spettacolo delle aree suburbane, la vita in Sardegna è forse la migliore che un uomo possa augurarsi: ventiquattro mila chilometri di foreste, di campagne, di coste immerse in un mare miracoloso dovrebbero coincidere con quello che io consiglierei al buon Dio di regalarci come Paradiso. I sardi a mio parere deciderebbero meglio se fossero indipendenti all'interno di una comunità europea e mediterranea.
Dopo che ci si prende a schiaffi per dieci anni o si diventa amici o ci si ammazza.
Durante il rapimento mi aiutò la fede negli uomini, proprio dove latitava la fede in Dio. Ho sempre detto che Dio è un'invenzione dell'uomo, qualcosa di utilitaristico, una toppa sulla nostra fragilità... Ma, tuttavia, col sequestro qualcosa si è smosso. Non che abbia cambiato idea ma è certo che bestemmiare oggi come minimo mi imbarazza.
Durante la guerra ero sfollato in Piemonte e per me Genova era un mito, qualcosa di straordinario. Quando a cinque anni la vidi per la prima volta me ne innamorai subito, tremendamente e alla prima partita della mia vita, Genoa-Sampierdarenese, sposai subito la squadra che portava il nome della mia città. Un amore che non ho mai tradito, il più solido della mia vita fatta di contraddizioni continue.
E poi a un tratto l'amore scoppiò dappertutto.
[...] è sempre stata così fin dal Medioevo. Vorrei dire come Sarajevo. Già cinque secoli fa nessuno faceva caso se qualcuno portava il turbante. Genova è nata e cresciuta nel rispetto delle varie religioni. Non c'è mai stato un ghetto. La Chiesa ha avuto poco potere e anche l'Inquisizione. Non è mai esistita una sala della tortura a Palazzo Ducale. Non credo che fosse tanto una vocazione illuministica, quanto la necessità di aprirsi a tutti per interessi commerciali. I carugi son pieni di marocchini? Per Genova non è una novità.
Genova è anche gli amici vivi che da lontano ti vedono crescere e invecchiare, per esempio i pescuèi che, proprio come ne Il pescatore, hanno la faccia solcata da rughe che sembrano sorrisi e qualsiasi cosa tu gli confidi, l'hanno già saputa dal mare.
Genova è bella, ti accorgi che è bella quando sei lontano.
Genova è una città a vocazione democratica e liberale. È tollerante perché da sempre fa affari con tutti senza badare alla lingua, ai costumi, all'abbigliamento o al colore della pelle.
Genova per me è come una madre. È dove ho imparato a vivere. Mi ha partorito e allevato fino al compimento del trentacinquesimo anno di età: e non è poco, anzi, forse è quasi tutto. Oggi a me pare che Genova abbia la faccia di tutti i poveri diavoli che ho conosciuto nei suo carruggi, gli esclusi che avrei poi ritrovato in Sardegna, le "graziose" di via del Campo.
Gesù di Nazareth [...] secondo me è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi.
I genovesi, si può dire da secoli, hanno avuto un rapporto speciale con la cultura francese, sia nella musica, ed è il caso degli chansonnier, sia nell'ebanisteria, con il barocchetto genovese.
Io ho tentato in tutti i modi di poter essere un uomo. Avrei potuto esprimermi per esempio attraverso la coltivazione dei fiori se fossi vissuto ad Albenga, oppure attraverso l'allevamento delle vacche se non mi avessero venduto di soppiatto una fattoria che avevano i miei nel '54. Mi è accaduto di fare il cantautore. Il fatto di diventare un artista, in qualche maniera, ti impedisce di diventare uomo in maniera normale. Quindi credo che ad un certo punto della tua vita tu devi recuperare il tempo che hai perduto per fare l'artista per cercare di diventare un uomo.
L’ho dedicata a Tenco. Scritta, o meglio pensata nel ritorno da Sanremo dove c’eravamo precipitati io, la mia ex moglie Enrica Rignon e la Anna Paoli. Dopo aver visto Luigi disteso in quell’obitorio (fuori Sanremo peraltro, perché non ce l’avevano voluto) tornando poi a Genova in attesa del funerale che si sarebbe svolto due giorni dopo a Cassine, mi pare, m’era venuta questa composizione.
L'ho incontrato per la prima volta a Pocol, sopra Cortina; io ero un ragazzino incazzato che parlava sporco; gli piacevo perché ero tormentato, inquieto ed egli lo era altrettanto, solo che era più controllato, forse perché era più grande di me e allora subito si investì della parte del fratello maggiore e mi diceva: "Guarda, tu le parolacce non le devi dire, tu dici le parolacce per essere al centro dell'attenzione, sei uno stronzo".
La fedeltà in fondo che cos'è? Non è altro che un grosso prurito con il divieto assoluto di grattarsi.
Mai visto un musicista comunicare col pubblico come sa fare Luciano.
Mannerini mi ha insegnato che essere intelligenti non significa tanto accumulare nozioni, quanto selezionarle una volta accumulate, cercando di separare quelle utili da quelle disutili. [...] Questa capacità di analisi, di osservazione, praticamente l'ho imparata da lui. Mi ha anche influenzato a livello politico, rafforzando delle idee che già avevo. Sicuramente è stata una delle figure più importanti della mia vita.
Non ho dubbi sul carattere totale che la lotta per l'indipendenza della Sardegna può assumere se si lavora in modo correttamente rivoluzionario. Perché la lotta di liberazione anticoloniale di un popolo ha carattere esemplare per tutti i colonizzati, anzi per tutti gli sfruttati del mondo... A Nuoro è cominciato un lavoro importante, mi pare, perché può incidere nel sociale... I segnali non sono da sottovalutare, perché una nuova realtà si muove oggi in Sardegna con l'esigenza di sprigionare le masse e dare a esse un respiro nazionale e internazionale. Poiché non posso fare a meno di dire che sono contro i piccoli e i grandi giochi di potere, contro le strozzature e i ritardi manovrati ad arte, sono fermamente convinto che la matassa Sardegna non si dipanerà certamente con i metodi semplici e imperturbabili del ricambio della presidenza del Palazzo. Occorre ben altro! Occorre che sia il popolo a modificare le cose. La Sardegna con una sua lingua una sua storia un suo territorio ha diritto a essere riconosciuta nazione.
Non posso scrivere del Genoa perché sono troppo coinvolto. L'inno non lo faccio perché non amo le marce e perché niente può superare i cori della Gradinata Nord. Semmai al Genoa avrei scritto una canzone d'amore, ma non lo faccio perché per fare canzoni bisogna conservare un certo distacco verso quello che scrivi, invece il Genoa mi coinvolge troppo.
Non sei cattivo , sei proprio scemo!
Per me Genova è come la madre, è dove ho imparato a vivere.
Quello che mi ha colpito del mondo dei carruggi è stata l'abitudine alla sofferenza e quindi la solidarietà. Erano solidali in qualsiasi occasione, perché si trattava di sottoproletariato, quindi neanche di una classe precisa, agguantabile da quelli che erano i partiti politici tradizionali, era un mondo che in qualche misura si difendeva dallo stato e quindi io ci ho sguazzato dentro. Avevo già delle idee politiche precise, ricavate da Brassens che ascoltavo dalla mattina alla sera, grazie ai dischi che mio padre mi portava dalla Francia, e lui descriveva questo mondo, questi personaggi emarginati che poi io ho ritrovato a Genova.
Quello che io penso sia utile è di avere il governo il più vicino possibile a me e lo stato, se proprio non se ne può fare a meno, il più lontano possibile dai coglioni.
Questa è una canzone che risale al 1962, dove dimostro di avere sempre avuto, sia da giovane che da anziano, pochissime idee ma in compenso fisse. Nel senso che in questa canzone esprimo quello che ho sempre pensato: che ci sia ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell'errore. Anche perché non sono ancora riuscito a capire bene, malgrado i miei cinquantotto anni, cosa esattamente sia la virtù e cosa esattamente sia l'errore, perché basta spostarci di latitudine e vediamo come i valori diventano disvalori e viceversa. Non parliamo poi dello spostarci nel tempo: c'erano morali, nel Medioevo, nel Rinascimento, che oggi non sono più assolutamente riconosciute. Oggi noi ci lamentiamo: vedo che c'è un gran tormento sulla perdita dei valori. Bisogna aspettare di storicizzarli. Io penso che non è che i giovani d'oggi non abbiano valori; hanno sicuramente dei valori che noi non siamo ancora riusciti a capir bene, perché siamo troppo affezionati ai nostri.
Questo nostro mondo è diviso in vincitori e vinti, dove i primi sono tre e i secondi tre miliardi. Come si può essere ottimisti?
Riccardo Mannerini era un altro mio grande amico. Era quasi cieco perché quando navigava su una nave dei Costa una caldaia gli era esplosa in faccia. È morto suicida, molti anni dopo, senza mai ricevere alcun indennizzo. Ha avuto brutte storie con la giustizia perché era un autentico libertario, e così quando qualche ricercato bussava alla sua porta lui lo nascondeva in casa sua. E magari gli curava le ferite e gli estraeva i proiettili che aveva in corpo. Abbiamo scritto insieme il Cantico dei Drogati, che per me, che ero totalmente dipendente dall'alcool, ebbe un valore liberatorio, catartico. Però il testo non mi spaventava, anzi, ne ero compiaciuto. È una reazione frequente tra i drogati quella di compiacersi del fatto di drogarsi. Io mi compiacevo di bere, anche perché grazie all'alcool la fantasia viaggiava sbrigliatissima.
[...] se io sono il liceo classico lui è l'università.
Se si trattasse ancora di una gara di ugole, [...] si trattasse cioè di un fatto di corde vocali, la si potrebbe ancora considerare una competizione quasi sportiva, perché le corde vocali sono pure sempre dei muscoli. Nel caso mio, dovrei andare ad esprimere i miei sentimenti, o la tecnica attraverso i quali io riesco ad esprimerli, e credo che questo non possa essere argomento di competizione.
Se una voce miracolosa non avesse interpretato nel 1967 La canzone di Marinella, con tutta probabilità avrei terminato gli studi in legge per dedicarmi all'avvocatura. Ringrazio Mina per aver truccato le carte a mio favore e soprattutto a vantaggio dei miei virtuali assistiti.
Si lamentano degli zingari? Guardateli come vanno in giro a supplicare l'elemosina di un voto: ma non ci vanno a piedi, hanno autobus che sembrano astronavi, treni, aerei: e guardateli quando si fermano a pranzo o a cena: sanno mangiare con coltello e forchetta, e con coltello e forchetta si mangeranno i vostri risparmi. L'Italia appartiene a cento uomini, siamo sicuri che questi cento uomini appartengano all'Italia?
Tutte le sere quando finisco un concerto desidererei rivolgermi alla gente e dire loro: "tutto quello che avete ascoltato fino adesso è assolutamente falso, così come sono assolutamente veri gli ideali e i sentimenti che mi hanno portato a scrivere queste cose e a cantarle". Ma con gli ideali e con i sentimenti si costruiscono delle realtà sognate. La realtà, quella vera, è quella che ci aspetta fuori dalle porte del teatro. E per modificarla, se vogliamo modificarla, c'è bisogno di gesti concreti, reali.
Vengo da Amburgo, vengo da Francoforte, vengo dalla Sardegna ma vengo soprattutto da Genova. Genova, che tutte le volte che ti ci trovi fuori ti rendi conto che è una città soprattutto da rimpiangere. Nel senso che ci nasci e ci vivi fino a vent'anni – dove un nostro amico poeta diceva che si arde di inconsapevolezza – poi a vent'anni cerchi di trovare lavoro e [...] ti rendi conto che è difficile lavorarci. Allora te ne vai. E dopo che te ne sei andato cominci a rimpiangerla.
Certe volte mi sentivo inorgoglito, altre volte deluso. Ma sempre in ogni caso un po' vergognoso a vedermi quasi costretto a sfogliare le riviste specializzate, per scrutare con un occhio quasi da lumaca, fuori dalle orbite, quale posizione avesse ottenuto in classifica il mio ultimo, cosiddetto, prodotto discografico. Perché questo voleva dire che il disco in quanto funzione oggettiva di consumo, aveva assunto un'importanza superiore a quella delle canzoni per le quali viveva, e nelle quali sinceramente mi sentivo di avere vissuto.
Il canto ha infatti ancora oggi, in alcune etnie cosiddette primitive, il compito fondamentale di liberare dalla sofferenza, di alleviare il dolore, di esorcizzare il male.
Era necessario adattare ai suoni che tali strumenti riproducevano, una lingua che ci scivolasse sopra, che evocasse attraverso fonemi cantati, indipendentemente quindi dalla loro immediata comprensibilità, le stesse atmosfere che gli strumenti evocavano. A noi la lingua più adatta è sembrata fosse il genovese, con i suoi dittonghi, i suoi iati, la sua ricchezza di sostantivi ed aggettivi tronchi che li puoi accorciare o allungare quasi come il grido di un gabbiano.
La scuola genovese, di cui tanto si parla, come movimento unitario non esisteva. Certo, ci si conosceva tutti, perché Genova è una città poi non tanto grande. Ci si incontrava, per esempio, al bar di Corso d'Italia. Non c'era coordinamento, ma c'era la voglia di emulare. Una delle prime canzoni che scrissi fu Il testamentoe ricordo che la feci sentire per primo a Gino Paoli, a casa sua. La ascoltò in silenzio e alla fine mi disse: 'è bellissima, ma dopo una canzone come questa, uno cosa può scrivere ancora?'. (p. 32)
Anche secondo me Il testamento di Tito, assieme allAmico fragile, è la mia miglior canzone. Dà un'idea di come potrebbero cambiare le leggi se fossero scritte da chi il potere non ce l'ha. È un'altra della canzoni scritte con il cuore, senza paura di apparire retorico, e riesco a continuare a cantarla, ancora oggi, senza stanchezza. (p. 35)
Mi sono nascosto dietro il dialetto genovese perché certe parole, che in italiano hanno un significato fortemente volgare, in genovese perdono questa connotazione. A Genova "belin", che individua l'organo genitale maschile, è un lubrificante del linguaggio, del tutto privo di valenza negativa. La stessa cosa per "mussa", che invece indica l'organo genitale femminile e, per traslato, vuol dire balla. Forse perché Genova è piccola, ha imparato ad usare tutti i propri vecchi vocaboli. (p. 40)
Quello genovese per me non è un dialetto, ma una lingua; del resto i dialetti assurgono a dignità di lingua per motivi politici e militari. [...] Il genovese ha come minimo 2.500 vocaboli di importazione araba: ciò dimostra come i contatti con gli arabi siano stati molto intensi. Del resto Genova, dal punto di vista commerciale, a parte i rapporti con l'Europa (Inghilterra e Olanda) che erano piuttosto saltuari, ha dovuto focalizzare i propri commerci sull'Africa, perché dall'altra parte c'era Venezia, e ogni volta che le navi genovesi si provavano ad affacciarsi oltre Creta erano botte da orbi. Ma a quei tempi il genovese ed il veneziano erano i linguaggi internazionali, come oggi il francese e l'inglese. (p. 40)
Sicuramente della morte. Non tanto la mia che in ogni caso, quando arriverà, se mi darà il tempo di accorgermene, mi farà provare la mia buona dose di paura, quanto la morte che ci sta intorno, lo scarso attaccamento alla vita che noto in molti nostri simili che si ammazzano per dei motivi sicuramente molto più futili di quanto non sia il valore della vita. Io ho paura di quello che non capisco, e questo proprio non mi riesce di capirlo.
[...] sicuramente, in qualsiasi luogo, in qualsiasi momento, rincontrare mio padre.
Io penso che un uomo senza utopia, senza sogno, senza ideali, vale a dire senza passioni e senza slanci sarebbe un mostruoso animale fatto semplicemente di istinto e di raziocinio, una specie di cinghiale laureato in matematica pura.
La canzone è una vecchia fidanzata con cui passerei ancora molto volentieri buona parte della mia vita, sempre e soltanto nel caso di essere ben accetto.
Citazioni tratte da canzoni – Tutto Fabrizio De André
E mentre il sangue lento usciva / e ormai cambiava il suo colore, / la vanità, fredda, gioiva: / un uomo s'era ucciso per il suo amore. (da La ballata dell'amore cieco, n. 1)
Quei giorni perduti a rincorrere il vento, / a chiederci un bacio e volerne altri cento. (da Amore che vieni, amore che vai, n. 2)
Io t'ho amato sempre, non t'ho amato mai; / amore che vieni, amore che vai. (da Amore che vieni, amore che vai, n. 2)
Tu lo seguisti senza una ragione / come un ragazzo segue l'aquilone. (da La canzone di Marinella, n. 4)
E c'era il sole e avevi gli occhi belli / lui ti baciò le labbra ed i capelli, / c'era la luna e avevi gli occhi stanchi / lui pose le sue mani sui tuoi fianchi. (da La canzone di Marinella, n. 4)
Furono baci e furono sorrisi / poi furono soltanto i fiordalisi / che videro con gli occhi delle stelle / fremere al vento e ai baci la tua pelle. (da La canzone di Marinella, n. 4)
Questa è la tua canzone, Marinella / che sei volata in cielo su una stella / e come tutte le più belle cose / vivesti solo un giorno come le rose. (da La canzone di Marinella, n. 4)
Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi' – / ha già troppi impegni per scaldar la gente d'altri paraggi – / una bimba canta la canzone antica della donnaccia: / «quel che ancor non sai tu lo imparerai solo qui fra le mie braccia». (da La città vecchia, n. 6)
Ci sarà allegria anche in agonia col vino forte: / porterà sul viso l'ombra d'un sorriso tra le braccia della morte. (da La città vecchia, n. 6)
Vecchio professore, cosa vai cercando in quel portone / forse quella che sola ti può dare una lezione. / Quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie, / quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie. (da La città vecchia, n. 6)
Tu la cercherai, tu la invocherai più d'una notte, / ti alzerai disfatto, rimandando tutto al ventisette / quando incasserai, delapiderai mezza pensione, / diecimila lire per sentirti dire "micio bello" e "bamboccione". (da La città vecchia, n. 6)
Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli / in quell'aria spessa, carica di sale, gonfia di odori / lì ci troverai i ladri, gli assassini e il tipo strano / quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano. // Se tu penserai e giudicherai da buon borghese / li condannerai a cinquemila anni più le spese. / Ma se capirai, se li cercherai fino in fondo / se non sono gigli son pur sempre figli, / vittime di questo mondo. (da La città vecchia, n. 6)
Dormi sepolto in un campo di grano / non è la rosa non è il tulipano / che ti fan veglia dall'ombra dei fossi / ma sono mille papaveri rossi. (da La guerra di Piero, n. 9)
Lungo le sponde del mio torrente / voglio che scendano i lucci argentati, / non più i cadaveri dei soldati / portati in braccio dalla corrente. (Piero: da La guerra di Piero, n. 9)
Fermati Piero, fermati adesso / lascia che il vento ti passi un po' addosso, / dei morti in battaglia ti porti la voce, / chi diede la vita ebbe in cambio una croce. (da La guerra di Piero, n. 9)
E mentre marciavi con l'anima in spalle / vedesti un uomo in fondo alla valle / che aveva il tuo stesso identico umore / ma la divisa di un altro colore. (da La guerra di Piero, n. 9)
Sparagli Piero, sparagli ora / e dopo un colpo sparagli ancora / fino a che tu non lo vedrai esangue / cadere in terra a coprire il suo sangue. (da La guerra di Piero, n. 9)
Ninetta mia, crepare di maggio / ci vuole tanto, troppo coraggio. / Ninetta bella, dritto all'inferno / avrei preferito andarci in inverno. (Piero: da La guerra di Piero, n. 9)
E mentre il grano ti stava a sentire / dentro alle mani stringevi il fucile, / dentro alla bocca stringevi parole / troppo gelate per sciogliersi al sole. (da La guerra di Piero, n. 9)
Cari fratelli dell'altra sponda / cantammo in coro giù sulla terra, / amammo in cento l'identica donna, / partimmo in mille per la stessa guerra, / questo ricordo non vi consoli, / quando si muore, si muore soli. (da Il testamento, n. 10)
Citazioni tratte da canzoni – Volume I
Lascia che sia fiorito, / Signore, il suo sentiero / quando a Te la sua anima / e al mondo la sua pelle / dovrà riconsegnare / quando verrà al Tuo cielo / là dove in pieno giorno / risplendono le stelle. (da Preghiera in gennaio, n. 1)
Quando attraverserà / l'ultimo vecchio ponte / ai suicidi dirà / baciandoli alla fronte: / «Venite in Paradiso / là dove vado anch'io / perché non c'è l'inferno / nel mondo del buon Dio». (da Preghiera in gennaio, n. 1)
Dio di misericordia, il Tuo bel Paradiso / lo hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso / per quelli che han vissuto con la coscienza pura; / l'inferno esiste solo per chi ne ha paura. (da Preghiera in gennaio, n. 1)
Ma inumano è pur sempre l'amore / di chi rantola senza rancore / perdonando con l'ultima voce / chi lo uccide fra le braccia di una croce. (da Si chiamava Gesù, n. 4)
Lei sa che ogni letto di sposa / è fatto di ortica e mimosa. (da La canzone di Barbara, n. 5)
Via del Campo c'è una puttana / gli occhi grandi color di foglia / se di amarla ti vien la voglia / basta prenderla per la mano. (da Via del Campo, n. 6)
Via del Campo ci va un illuso / a pregarla di maritare / a vederla salir le scale / fino a quando il balcone ha chiuso. (da Via del Campo, n. 6)
Ama e ridi se amor risponde / piangi forte se non ti sente / dai diamanti non nasce niente / dal letame nascono i fior. (da Via del Campo, n. 6)
Passa il tempo sopra il tempo / ma non devi aver paura / sembra correre come il vento / però il tempo non ha premura. (da La stagione del tuo amore, n. 7)
C'è chi l'amore lo fa per noia / chi se lo sceglie per professione / Bocca di Rosa né l'uno né l'altro / lei lo faceva per passione. (da Bocca di Rosa, n. 8)
Il cuore tenero non è una dote di cui siano colmi i carabinieri / ma quella volta a prendere il treno l'accompagnarono malvolentieri. (da Bocca di Rosa, n. 8)
Si sa che la gente dà buoni consigli / sentendosi come Gesù nel tempio / si sa che la gente dà buoni consigli / se non può più dare il cattivo esempio. (da Bocca di Rosa, n. 8)
C'era un cartello giallo / con una scritta nera / diceva: «Addio Bocca di Rosa / con te se ne parte la primavera». (da Bocca di Rosa, n. 8)
Ma una notizia un po' originale / non ha bisogno di alcun giornale / come una freccia dall'arco scocca / vola veloce di bocca in bocca. (da Bocca di Rosa, n. 8)
La morte verrà all'improvviso / avrà le tue labbra e i tuoi occhi / ti coprirà di un velo bianco / addormentandosi al tuo fianco. (da La morte, n. 9)
Chi ben condusse sua vita / male sopporterà sua morte. (da La morte, n. 9)
Il sangue del Principe e del Moro / arrossano il cimiero di identico color. (da Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, n. 10)
Se ansia di gloria, sete d'onore / spegne la guerra al vincitore, / non ti concede un momento per fare all'amore. (Carlo Martello: da Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, n. 10)
È mai possibile, oh porco di un cane, / che le avventure in codesto reame / debban risolversi tutte con grandi puttane. (Carlo Martello: da Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, n. 10)
Citazioni tratte da canzoni – Citazioni su Volume I
Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poiters nacque in modo curioso. In una stanza Mauro De André fratello maggiore di Fabrizio preparava l'esame di procedura civile, in quella accanto Paolo Villaggio e Fabrizio si aiutavano a vicenda per l'esame di Diritto privato. Dopo un mese Mauro superò a pieni voti l'esame, tappa di un percorso che lo portò a diventare insigne avvocato. Fabrizio e Villaggio invece composero il brano, ameno e goliardico su Carlo Martello, e un altro intitolato Il fannullone. Non dettero l'esame e non si laurearono mai. (Mario Luzzatto Fegiz)
Volume I si apre con una canzone di struggente bellezza Preghiera in gennaio scritta la notte prima dei funerali di Tenco, morto al fesival di Sanremo: nel brano campeggia la figura di un Dio finalmente vicino al dolore degli uomini che accoglie anche i suicidi «perché non c'è l'inferno nel regno del buon Dio». (Mario Luzzatto Fegiz)
Citazioni tratte da canzoni – Tutti morimmo a stento
Come potrò dire a mia madre che ho paura? (da Cantico dei drogati, n. 1)
Perché non hanno fatto / delle grandi pattumiere / per i giorni già usati / per queste ed altre sere. (da Cantico dei drogati, n. 1)
Quando scadrà l'affitto / di questo corpo idiota / allora avrò il mio premio / come una buona nota. / Mi citeran di monito / a chi crede sia bello / giocherellare a palla / con il proprio cervello / cercando di lanciarlo / oltre il confine stabilito / che qualcuno ha tracciato / ai bordi dell'infinito. (da Cantico dei drogati, n. 1)
Tu che m'ascolti insegnami / un alfabeto che sia / differente da quello / della mia vigliaccheria. (da Cantico dei drogati, n. 1)
Gli arcobaleni d'altri mondi / hanno colori che non so. / Lungo i ruscelli d'altri mondi / nascono fiori che non ho. (da Primo intermezzo, n. 2)
Sopra le tombe d'altri mondi / nascono fiori che non so. / Ma tra i capelli d'altri amori / muoiono fiori che non ho. (da Secondo intermezzo, n. 4)
Tutti morimmo a stento / ingoiando l'ultima voce / tirando calci al vento / vedemmo sfumar la luce. (da Ballata degli impiccati, n. 5)
Coltiviamo per tutti un rancore / che ha l'odore del sangue rappreso / ciò che allora chiamammo dolore / è soltanto un discorso sospeso. (da Ballata degli impiccati, n. 5)
Sale la nebbia sui prati bianchi / come un cipresso nei camposanti, / un campanile che non sembra vero / segna il confine fra la terra e il cielo. (da Inverno, n. 6)
Ma tu che vai, ma tu rimani / vedrai la neve se ne andrà domani / rifioriranno le gioie passate / col vento caldo di un'altra estate. (da Inverno, n. 6)
Anche la luce sembra morire / nell'ombra incerta di un divenire. (da Inverno, n. 6)
Ma tu che stai, perché rimani? / Un altro inverno tornerà domani / cadrà altra neve a consolare i campi / cadrà altra neve sui camposanti. (da Inverno, n. 6)
Ci aiuterà il buon Dio, Marcondiro'ndera / ci aiuterà il buon Dio, lui ci salverà. / Buon Dio è già scappato, dove non si sa / buon Dio se n'è andato, chissà quando ritornerà. (da Girotondo, n. 7)
L'autunno negli occhi, l'estate nel cuore, / la voglia di dare, l'istinto di avere, / e tu... tu lo chiami amore e non sai che cos'è, / e tu... tu lo chiami amore e non ti spieghi il perché. (da Terzo intermezzo, n. 8)
Che la pietà non vi sia di vergogna. (da Recitativo, n. 9)
Quanto giusta pensate che sia / una sentenza che decreta morte? (da Recitativo, n. 9)
Sappiate che la morte vi sorveglia, / gioir nei prati o fra i muri di calce, / come crescere il gran guarda il villano / finché non sia maturo per la falce. (da Recitativo, n. 9)
Citazioni tratte da canzoni – Volume III
Se qualcuno di voi dovesse, / costretto con le spalle al muro, / violare un giudice od una vecchia / della sua scelta sarei sicuro / ma si dà il caso che il gorilla, / considerato un grandioso fusto / da chi l'ha provato, però non brilla / né per lo spirito né per il gusto. (da Il gorilla, n. 2)
Gli occhi dischiuse il vecchio al giorno / non si guardò neppure intorno / ma versò il vino, spezzò il pane / per chi diceva ho sete e ho fame. (da Il pescatore, presente nella ristampa del 1970)
Citazioni tratte da canzoni – La buona novella
E quando i sacerdoti ti rifiutarono alloggio / avevi dodici anni e nessuna colpa addosso; / ma per i sacerdoti fu colpa il tuo maggio, / la tua verginità che si tingeva di rosso. (da L'infanzia di Maria, n. 2)
E si vuol dar marito a chi non lo voleva, / si batte la campagna, si fruga la via. / – Popolo senza moglie, uomini d'ogni leva, / del corpo di una vergine si fa lotteria. – (da L'infanzia di Maria, n. 2)
E lei volò fra le tue braccia / come una rondine, / e le sue dita come lacrime, / dal tuo ciglio alla gola, / suggerivano al viso / una volta ignorato / la tenerezza d'un sorriso, / un affetto quasi implorato. (da Il ritorno di Giuseppe, n. 3)
Poi, d'improvviso, mi sciolse le mani / e le mie braccia divennero ali, / quando mi chiese: «Conosci l'estate?» / io, per un giorno, per un momento, / corsi a vedere il colore del vento. (Maria: da Il sogno di Maria, n. 4)
Con le ali di prima pensai di scappare / ma il braccio era nudo e non seppe volare. (Maria: da Il sogno di Maria, n. 4)
Poi vidi l'angelo mutarsi in cometa e i volti severi divennero pietra. Le loro braccia profili di rami, nei gesti immobili d'un altra vita, foglie le mani, spine le dita. (Maria: da Il sogno di Maria, n. 4)
«Lo chiameranno figlio di Dio» / parole confuse nella mia mente, / svanite in un sogno, ma impresse nel ventre. (Maria: da Il sogno di Maria, n. 4)
E tu, piano, posasti le dita / all'orlo della sua fronte: / i vecchi quando accarezzano / hanno il timore di far troppo forte. (da Il sogno di Maria, n. 4)
Sai che fra un'ora forse piangerai / poi la tua mano nasconderà un sorriso: / gioia e dolore hanno il confine incerto / nella stagione che illumina il viso. (da Ave Maria, n. 5)
Ave Maria, adesso che sei donna, / ave alle donne come te, Maria, / femmine un giorno per un nuovo amore / povero o ricco, umile o Messia. / Femmine un giorno e poi madri per sempre / nella stagione che stagioni non sente. (da Ave Maria, n. 5)
Mio martello non colpisce, / pialla mia non taglia / per foggiare gambe nuove / a chi le offrì in battaglia, / ma tre croci, due per chi / disertò per rubare, / la più grande per chi guerra / insegnò a disertare. (il falegname: da Maria nella bottega d'un falegname, n. 6)
Questi ceppi che han portato / perché il mio sudore / li trasformi nell'immagine / di tre dolori, / vedran lacrime di Dimaco / e di Tito al ciglio / il più grande che tu guardi / abbraccerà tuo figlio. (il falegname: da Maria nella bottega d'un falegname, n. 6)
Poterti smembrare coi denti e le mani, / sapere i tuoi occhi bevuti dai cani, / di morire in croce puoi essere grato / a un brav'uomo di nome Pilato. (da Via della croce, n. 7)
Il potere vestito d'umana sembianza / ormai ti considera morto abbastanza / e già volge lo sguardo a spiar le intenzioni / degli umili, degli straccioni. (da Via della croce, n. 7)
Con troppe lacrime piangi, Maria, / solo l'immagine di un'agonia; / sai che alla vita, nel terzo giorno, / il figlio tuo farà ritorno. / Lascia noi piangere, un po' più forte, / chi non risorgerà più dalla morte. (una madre: da Tre madri, n. 8)
Nella fatica del tuo sorriso / cerca un ritaglio di Paradiso. (Maria: da Tre madri, n. 8)
Come nel grembo, e adesso in croce, / ti chiama amore questa mia voce. (Maria: da Tre madri, n. 8)
Non fossi stato figlio di Dio / t'avrei ancora per figlio mio. (Maria: da Tre madri, n. 8)
Onora il padre, onora la madre / e onora anche il loro bastone, / bacia la mano che ruppe il tuo naso / perché le chiedevi un boccone. (Tito: da Il testamento di Tito, n. 9)
Feconda una donna ogni volta che l'ami / così sarai uomo di fede: / poi la voglia svanisce e il figlio rimane / e tanti ne uccide la fame. (Tito: da Il testamento di Tito, n. 9)
L'invidia di ieri non è già finita: / stasera vi invidio la vita. (Tito: da Il testamento di Tito, n. 9)
Ma adesso che viene la sera ed il buio / mi toglie il dolore dagli occhi / e scivola il sole al di là delle dune / a violentare altre notti. (Tito: da Il testamento di Tito, n. 9)
Io, nel vedere quest'uomo che muore, / madre, io provo dolore. / Nella pietà che non cede al rancore, / madre, ho imparato l'amore. (Tito: da Il testamento di Tito, n. 9)
Non voglio pensarti figlio di Dio / ma figlio dell'uomo, / fratello anche mio. (da Laudate hominem, n. 10)
Citazioni tratte da canzoni – Non al denaro, non all'amore né al cielo
Dove sono i generali / che si fregiarono nelle battaglie / con cimiteri di croci sul petto? / Dove i figli della guerra / partiti per un ideale, / per una truffa, per un amore finito male? / Hanno rimandato a casa / le loro spoglie nelle bandiere / legate strette perché sembrassero intere. (da La collina, n. 1)
Dov'è Jones il suonatore / che fu sorpreso dai suoi novant'anni / e con la vita avrebbe ancora giocato. / Lui che offrì la faccia al vento, / la gola al vino e mai un pensiero / non al denaro, non all'amore né al cielo. (da La collina, n. 1)
Sembra di sentirlo ancora / dire al mercante di liquore: / «Tu che lo vendi, cosa ti compri di migliore?» (da La collina, n. 1)
Tu prova ad avere un mondo nel cuore / e non riesci ad esprimerlo con le parole. (da Un matto, n. 2)
E se anche tu andresti a cercare / le parole sicure per farti ascoltare / per stupire mezz'ora basta un libro di storia, / io cercai di imparare la Treccani a memoria / e dopo maiale, Majakowskij, malfatto / continuarono gli altri fino a leggermi matto. (da Un matto, n. 2)
Cosa vuol dire avere / un metro e mezzo di statura, / ve lo rivelan gli occhi / e le battute della gente, / o la curiosità / di una ragazza irriverente / che vi avvicina solo / per un suo dubbio impertinente: / vuole scoprir se è vero / quanto si dice intorno ai nani, / che siano i più forniti / della virtù meno apparente, / fra tutte le virtù / la più indecente. (da Un giudice, n. 3)
Passano gli anni, i mesi, / e se li conti anche i minuti, / è triste trovarsi adulti / senza essere cresciuti; / la maldicenza insiste, / batte la lingua sul tamburo / fino a dire che un nano / è una carogna di sicuro / perché ha il cuore troppo, / troppo vicino al buco del culo. (da Un giudice, n. 3)
Giudice finalmente, / arbitro in terra del bene e del male. (da Un giudice, n. 3)
Mai più mi chinai e nemmeno su un fiore, / più non arrossii nel rubare l'amore / dal momento che Inverno mi convinse che Dio / non sarebbe arrossito rubandomi il mio. (da Un blasfemo, n. 4)
Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino, / non avevano leggi per punire un blasfemo, / non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte, / mi cercarono l'anima a forza di botte. (da Un blasfemo, n. 4)
Perché dissi che Dio imbrogliò il primo uomo, / lo costrinse a viaggiare una vita da scemo, / nel giardino incantato lo costrinse a sognare, / a ignorare che al mondo c'è il bene e c'è il male. (da Un blasfemo, n. 4)
E se furon due guardie a fermarmi la vita, / è proprio qui sulla terra la mela proibita, / e non Dio, ma qualcuno che per noi l'ha inventato, / ci costringe a sognare in un giardino incantato. (da Un blasfemo, n. 4)
Cominciai a sognare anch'io insieme a loro / poi l'anima d'improvviso prese il volo. (da Un malato di cuore, n. 5)
E mai poter bere alla coppa d'un fiato / ma a piccoli sorsi interrotti... (da Un malato di cuore, n. 5)
Non credo che chiesi promesse al suo sguardo, / non mi sembra che scelsi il silenzio o la voce, / quando il cuore stordì e ora no, non ricordo / se fu troppo sgomento o troppo felice, / e il cuore impazzì e ora no, non ricordo, / da quale orizzonte sfumasse la luce. (da Un malato di cuore, n. 5)
Da bambino volevo guarire i ciliegi / quando rossi di frutti li credevo feriti / la salute per me li aveva lasciati / coi fiori di neve che avevan perduti. (da Un medico, n. 6)
Un sogno, fu un sogno ma non durò poco / per questo giurai che avrei fatto il dottore / e non per un dio ma nemmeno per gioco: / perché i ciliegi tornassero in fiore. (da Un medico, n. 6)
Ma gli uomini mai mi riuscì di capire / perché si combinassero attraverso l'amore. / Affidando ad un gioco la gioia e il dolore. (da Un chimico, n. 7)
Guardate il sorriso, guardate il colore / come giocan sul viso di chi cerca l'amore! / Ma lo stesso sorriso, lo stesso colore / dove sono sul viso di chi ha avuto l'amore? (da Un chimico, n. 7)
Primavera non bussa, lei entra sicura, / come il fumo lei penetra in ogni fessura, / ha le labbra di carne, i capelli di grano, / che paura, che voglia che ti prenda per mano. / Che paura, che voglia che ti porti lontano. (da Un chimico, n. 7)
Guardate l'idrogeno tacere nel mare / guardate l'ossigeno al suo fianco dormire. (da Un chimico, n. 7)
Son morto in un esperimento sbagliato / proprio come gli idioti che muoion d'amore. / E qualcuno dirà che c'è un modo migliore. (da Un chimico, n. 7)
Non più ottico ma spacciatore di lenti / per improvvisare occhi contenti, / perché le pupille abituate a copiare / inventino i mondi sui quali guardare. (da Un ottico, n. 8)
Vedo che salgo a rubare il sole / per non aver più notti, / perché non cada in reti di tramonti, / l'ho chiuso nei miei occhi, / e chi avrà freddo / lungo il mio sguardo si dovrà scaldare. (da Un ottico, n. 8)
In un vortice di polvere / gli altri vedevan siccità, / a me ricordava / la gonna di Jenny / in un ballo di tanti anni fa. (da Il suonatore Jones, n. 9)
Libertà l'ho vista dormire / nei campi coltivati / a cielo e denaro, / a cielo ed amore, / protetta da un filo spinato. / Libertà l'ho vista svegliarsi / ogni volta che ho suonato / per un fruscio di ragazze / a un ballo, / per un compagno ubriaco. (da Il suonatore Jones, n. 9)
E poi se la gente sa, / e la gente lo sa che sai suonare, / suonare ti tocca / per tutta la vita / e ti piace lasciarti ascoltare. (da Il suonatore Jones, n. 9)
Citazioni tratte da canzoni – Storia di un impiegato
Se avete preso per buone / le «verità» della televisione, / anche se allora vi siete assolti / siete lo stesso coinvolti. (da Canzone del maggio, n. 2)
Chissà cosa si prova a liberare / la fiducia nelle proprie tentazioni, / allontanare gli intrusi / dalle nostre emozioni, / allontanarli in tempo / e prima di trovarti solo / con la paura di non tornare al lavoro. (da La bomba in testa, n. 3)
Dante alla porta di Paolo e Francesca / spia chi fa meglio di lui: / lì dietro si racconta un amore normale / ma lui saprà poi renderlo tanto geniale. / E il viaggio all'inferno ora fallo da solo / con l'ultima invidia lasciata là sotto un lenzuolo. (da Al ballo mascherato, n. 4)
Qualcuno ha lasciato la luna nel bagno / accesa soltanto a metà, / quel poco che mi basta per contare i caduti, / stupirmi della loro fragilità. (da Al ballo mascherato, n. 4)
Imputato, / il dito più lungo della tua mano / è il medio, / quello della mia / è l'indice. (il giudice: da Sogno numero due, n. 5)
Vuoi davvero lasciare ai tuoi occhi / solo i sogni che non fanno svegliare? (il giudice: da Canzone del padre, n. 6)
Si fermò un attimo per suggerire a Dio / di continuare a farsi i fatti suoi. / E scappò via con la paura di arrugginire, / il giornale di ieri lo dà morto arrugginito: / i becchini ne raccolgono spesso / fra la gente che si lascia piovere addosso. (da Canzone del padre, n. 6)
Vostro Onore, sei un figlio di troia, / mi sveglio ancora e mi sveglio sudato, / ora aspettami fuori dal sogno, / ci vedremo davvero, / io ricomincio da capo. (da Canzone del padre, n. 6)
Chi va dicendo in giro / che odio il mio lavoro / non sa con quanto amore / mi dedico al tritolo. (da Il bombarolo, n. 7)
Per strada tante facce / non hanno un bel colore: / qui chi non terrorizza / si ammala di terrore. / C'è chi aspetta la pioggia / per non piangere da solo, / io son d'un altro avviso, / son bombarolo. (da Il bombarolo, n. 7)
Intellettuali d'oggi, / idioti di domani, / ridatemi il cervello / che basta alle mie mani. / Profeti molto acrobati / della rivoluzione, / oggi farò da me / senza lezione. (da Il bombarolo, n. 7)
Farai l'amore per amore / o per avercelo garantito. (da Verranno a chiederti del nostro amore, n. 8)
Continuerai a farti scegliere / o finalmente sceglierai. (da Verranno a chiederti del nostro amore, n. 8)
Di respirare la stessa aria / d'un secondino non mi va / perciò ho deciso di rinunciare / alla mia ora di libertà. (da Nella mia ora di libertà, n. 9)
Certo bisogna farne di strada / da una ginnastica d'obbedienza / fino ad un gesto molto più umano / che ti dia il senso della violenza, / però bisogna farne altrettanta / per diventare così coglioni / da non riuscire più a capire / che non ci sono poteri buoni. (da Nella mia ora di libertà, n. 9)
Ci hanno insegnato la meraviglia / verso la gente che ruba il pane, / ora sappiamo che è un delitto / il non rubare quando si ha fame. (da Nella mia ora di libertà, n. 9)
Citazioni tratte da canzoni – Canzoni
Einstein travestito da ubriacone / ha nascosto i suoi appunti in un baule / è passato di qui un'ora fa / diretto verso l'ultima Thule, / sembrava così timido e impaurito / quando ha chiesto di fermarsi un po' qui / ma poi ha cominciato a fumare / e a recitare l'A B C / ed a vederlo tu non lo diresti mai / ma era famoso qualche tempo fa / per suonare il violino elettrico / in via della Povertà. (da Via della Povertà, n. 1)
A mezzanotte in punto i poliziotti / fanno il loro solito lavoro / metton le manette intorno ai polsi / a quelli che ne sanno più di loro. (da Via della Povertà, n. 1)
Io dedico questa canzone / ad ogni donna pensata come amore / in un attimo di libertà / a quella conosciuta appena / non c'era tempo e valeva la pena / di perderci un secolo in più. (da Le passanti, n. 2)
A quella quasi da immaginare / tanto di fretta l'hai vista passare | [...] | e ti piace ricordarne il sorriso / che non ti ha fatto e che tu le hai deciso. (da Le passanti, n. 2)
Alla compagna di viaggio / i suoi occhi il più bel paesaggio / fan sembrare più corto il cammino. (da Le passanti, n. 2)
E Gesù fu marinaio / finché camminò sull'acqua. (da Suzanne, n. 5)
E lui stesso fu spezzato / ma più umano, abbandonato / nella nostra mente lui non naufragò. / E tu vuoi viaggiargli insieme / vuoi viaggiargli insieme ciecamente / forse avrai fiducia in lui / perché ti ha toccato il corpo con la mente. (da Suzanne, n. 5)
Morire per delle idee, l'idea è affascinante / per poco io morivo senza averla mai avuta, / perché chi ce l'aveva, una folla di gente, / gridando: «Viva la morte» proprio addosso mi è caduta. (da Morire per delle idee, n. 6)
Moriamo per delle idee, va be', ma di morte lenta. (da Morire per delle idee, n. 6)
Tanto più che la carogna è già abbastanza attenta / non c'è nessun bisogno di reggerle la falce / basta con le garrote in nome della pace. (da Morire per delle idee, n. 6)
«E se tu sei il fuoco raffreddati un poco / le tue mani ora avranno da tenere qualcosa» / e tacendo gli si arrampicò dentro / ad offrirgli il suo modo migliore di essere sposa. (da Giovanna d'Arco, n. 9)
Ma non ti servirà il ricordo / non ti servirà / che per piangere il tuo rifiuto, / del mio amore che non tornerà. (da Valzer per un amore, n. 11)
Vola il tempo, lo sai che vola e va / forse non ce ne accorgiamo / ma più ancora del tempo che non ha età / siamo noi che ce ne andiamo. (da Valzer per un amore, n. 11)
E per questo ti dico amore, amor / io t'attenderò ogni sera, / ma tu vieni non aspettare ancor, / vieni adesso finché è primavera. (da Valzer per un amore, n. 11)
Citazioni tratte da canzoni – Volume 8
E quando poi sparì del tutto / a chi diceva «È stato un male» / a chi diceva «È stato un bene» / raccomandò «Non vi conviene / venir con me dovunque vada. / Ma c'è amore un po' per tutti / e tutti quanti hanno un amore / sulla cattiva strada». (da La cattiva strada, n. 1)
Un po' di tempo fa / eravamo distratti / lei portava calze verdi / e dormiva con tutti. / «Ma cosa fai domani» / non lo chiese mai a nessuno / s'innamorò di tutti noi / non proprio di qualcuno. (da Nancy, n. 3)
E un po' di tempo fa / col telefono rotto / cercò dal terzo piano / la sua serenità. (da Nancy, n. 3)
E nel vuoto della notte / quando hai freddo e sei perduto / è ancora Nancy che ti dice / «Amore, sono contenta che sei venuto». (da Nancy, n. 3)
E adesso ridi e ti versi un cucchiaio di mimosa / nell'imbuto di un polsino slacciato. (da Giugno '73, n. 5)
Io mi dico: è stato meglio lasciarci / che non esserci mai incontrati. (da Giugno '73, n. 5)
Perché già dalla prima trincea / ero più curioso di voi, / ero molto più curioso di voi. (da Amico fragile, n. 8)
«Lo sa che io ho perduto due figli». / «Signora lei è una donna piuttosto distratta». (da Amico fragile, n. 8)
Pensavo è bello che dove finiscono le mie dita / debba in qualche modo incominciare una chitarra. (da Amico fragile, n. 8)
Potevo stuzzicare i pantaloni della sconosciuta / fino a vederle spalancarsi la bocca. (da Amico fragile, n. 8)
Potevo chiedervi come si chiama il vostro cane / il mio è un po' di tempo che si chiama Libero. (da Amico fragile, n. 8)
Potevo attraversare litri e litri di corallo / per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci. (da Amico fragile, n. 8)
E mai che mi sia venuto in mente / di essere più ubriaco di voi, / di essere molto più ubriaco di voi. (da Amico fragile, n. 8)
Citazioni tratte da canzoni – Rimini
Teresa ha gli occhi secchi / guarda verso il mare / per lei figlia di pirati / penso che sia normale. (da Rimini, n. 1)
E due errori ho commesso / due errori di saggezza / abortire l'America / e poi guardarla con dolcezza. (Colombo: da Rimini, n. 1)
Ma voi che siete uomini / sotto il vento e le vele / non regalate terre promesse / a chi non le mantiene. (Colombo: da Rimini, n. 1)
E un errore ho commesso – dice – / un errore di saggezza / abortire il figlio del bagnino / e poi guardarlo con dolcezza. (Teresa: da Rimini, n. 1)
Ma voi che siete a Rimini / tra i gelati e le bandiere / non fate più scommesse / sulla figlia del droghiere. (Teresa: da Rimini, n. 1)
Chiama i ricordi col loro nome / volta la carta e finisce in gloria. (da Volta la carta, n. 2)
Quando ero piccolo m'innamoravo di tutto / correvo dietro ai cani. (da Coda di lupo, n. 3)
Capelli corti generale ci parlò all'Università / dei fratelli tute blu che seppellirono le asce / ma non fumammo con lui non era venuto in pace / e a un dio fatti il culo non credere mai. (da Coda di lupo, n. 3)
E a un dio senza fiato non credere mai. (da Coda di lupo, n. 3)
E Andrea l'ha perso, ha perso l'amore, la perla più rara / e Andrea ha in bocca un dolore, la perla più scura. (da Andrea, n. 4)
Il secchio gli disse: «Signore il pozzo è profondo / più fondo del fondo degli occhi della Notte del Pianto» / lui disse: «Mi basta, mi basta che sia più profondo di me». (da Andrea, n. 4)
Mia madre mi disse: «Non devi giocare / con gli zingari nel bosco» / ma il bosco era scuro, l'erba già verde, / lì venne Sally con un tamburello. / Ma il bosco era scuro, l'erba già alta, / dite a mia madre che non tornerò. (da Sally, n. 7)
Con due gocce d'eroina s'addormentava il cuore. (da Sally, n. 7)
Mi svegliai sulla quercia, l'assassino era fuggito, / dite al pesciolino che non tornerò. / Mi guardai nello stagno, l'assassino si era già lavato, / dite a mia madre che non tornerò. (da Sally, n. 7)
Citazioni tratte da canzoni – Fabrizio De André (L'indiano)
Quello che non ho sono le tue pistole / per conquistarmi il cielo per guadagnarmi il sole. (da Quello che non ho, n. 1)
Quello che non ho è quel che non mi manca. (da Quello che non ho, n. 1)
Quello che non ho sei tu dalla mia parte. (da Quello che non ho, n. 1)
Notte sola sola come il mio fuoco / piega la testa sul mio cuore e spegnilo poco a poco. (da Canto del servo pastore, n. 2)
Fu un generale di vent'anni / occhi turchini e giacca uguale / fu un generale di vent'anni / figlio d'un temporale. (da Fiume Sand Creek, n. 3)
Chiusi gli occhi per tre volte / mi ritrovai ancora lì / chiesi a mio nonno è solo un sogno / mio nonno disse sì. (da Fiume Sand Creek, n. 3)
Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso / il lampo in un orecchio nell'altro il paradiso. (da Fiume Sand Creek, n. 3)
E se vai all'Hotel Supramonte e guardi il cielo / tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo. (da Hotel Supramonte, n. 5)
Grazie al cielo ho una bocca per bere e non è facile, / grazie a te ho una barca da scrivere, ho un treno da perdere / e un invito all'Hotel Supramonte dove ho visto la neve / sul tuo corpo così dolce di fame, così dolce di sete. / Passerà anche questa stazione senza far male / passerà questa pioggia sottile come passa il dolore. (da Hotel Supramonte, n. 5)
Ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano / cosa importa se sono caduto se sono lontano / perché domani sarà un giorno lungo e senza parole / perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole. (da Hotel Supramonte, n. 5)
Hanno detto che Franziska / è stanca di posare / per un uomo che dipinge / e non la può guardare. (da Franziska n. 6)
Filo filo del mio cuore che dagli occhi porti al mare / c'è una lacrima nascosta che nessuno mi sa disegnare. (da Franziska n. 6)
Se ti tagliassero a pezzetti / il vento li raccoglierebbe / il regno dei ragni cucirebbe la pelle / e la luna tesserebbe i capelli e il viso / e il polline di Dio / di Dio il sorriso. (da Se ti tagliassero a pezzetti, n. 7)
Ho assaggiato le tue labbra di miele rosso rosso / ti ho detto dammi quello che vuoi, io quel che posso. (da Se ti tagliassero a pezzetti, n. 7)
E adesso aspetterò domani / per avere nostalgia / signora libertà signorina fantasia / così preziosa come il vino così gratis come la tristezza / con la tua nuvola di dubbi e di bellezza. (da Se ti tagliassero a pezzetti, n. 7)
E ora non piangere perché / presto la notte finirà / con le sue perle stelle e strisce / in fondo al cielo / e ora sorridimi perché / presto la notte se ne andrà / con le sue stelle arrugginite / in fondo al mare. (da Verdi pascoli, n. 8)
Citazioni tratte da canzoni – Crêuza de mä
«Ombre di facce, facce di marinai, / da dove venite, dov'è che andate?». / «Da un posto dove la luna si mostra nuda / e la notte ci ha puntato il coltello alla gola».
Gente di Lugano: facce da tagliaborse, / quelli che della spigola preferiscon l'ala. / Ragazze di famiglia: odore di buono, / che le puoi guardare senza il condom.
Dove c'è pelo c'è amore.
Amore, mio bell'amore, / la sfortuna è un avvoltoio / che gira intorno alla testa dell'imbecille. / Amore, mio bell'amore, / la sfortuna è un pisello / che vola intorno al sedere più vicino.
A Pianderlino succhia cazzi, / alla Foce cosce da schiaccianoci, / in Carignano fiche di terza mano / e a Ponticello gli mostrano l'uccello.
E in un berretto nero / la tua foto da ragazza / per poter baciare ancora Genova / sulla tua bocca in naftalina.
Citazioni tratte da canzoni – Le nuvole
Vanno / vengono / per una vera / mille sono finte / e si mettono lì tra noi e il cielo / per lasciarci soltanto / una voglia di pioggia. (da Le nuvole, n. 1)
Ah che bell' 'o cafè / pure in carcere 'o sanno fâ / co' â ricetta ch'a Ciccirinella / compagno di cella / ci ha dato mammà. (da Don Raffae, n. 3)
Prima pagina venti notizie / ventun'ingiustizie e lo Stato che fa? / Si costerna, s'indigna, s'impegna / poi getta la spugna con gran dignità. (da Don Raffae, n. 3)
Con rispetto s'è fatto le tre, / volite 'a spremuta o volite 'o cafè. (da Don Raffae, n. 3)
Qui non c'è più decoro, le carceri d'oro / ma chi l'ha mai viste, chissà? / Chiste so' fatiscienti, pe' chisto i fetienti / se tengono l'immunità. (da Don Raffae, n. 3)
Il ministro dei temporali / in un tripudio di tromboni / auspicava democrazia / con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni. (da La domenica delle salme, n. 4)
«Voglio vivere in una città / dove all'ora dell'aperitivo / non ci siano spargimenti di sangue / o di detersivo». (da La domenica delle salme, n. 4)
A tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade / eravamo gli ultimi cittadini liberi / di questa famosa città civile / perché avevamo un cannone nel cortile. (da La domenica delle salme, n. 4)
La domenica delle salme / nessuno si fece male, / tutti a seguire il feretro / del defunto ideale, / la domenica delle salme / si sentiva cantare / «quant'è bella giovinezza / non vogliamo più invecchiare». (da La domenica delle salme, n. 4)
«Voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio / coi pianoforti a tracolla vestiti da Pinocchio / voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti / per l'Amazzonia e per la pecunia / nei palastilisti / e dai padri Maristi / voi avevate voci potenti / lingue allenate a battere il tamburo / voi avevate voci potenti / adatte per il vaffanculo». (da La domenica delle salme, n. 4)
La domenica delle salme / gli addetti alla nostalgia / accompagnarono tra i flauti / il cadavere di Utopia. (da La domenica delle salme, n. 4)
Mentre il cuore d'Italia / da Palermo ad Aosta / si gonfiava in un coro / «di vibrante protesta». (da La domenica delle salme, n. 4)
Metterai la scopa dritta in un angolo / che se dalla cappa scivola in cucina la strega / a forza di contare le paglie che ci sono / la cima è già piena, è già cucita.
Bel guanciale, materasso di ogni ben di Dio / prima di battezzarla nel preboggion / con due aghi dritti in punta di piedi / da sopra a sotto svelto la pungerai.
Mangiate, mangiate, / non sapete chi vi mangerà.
E nel nome di Maria / tutti i diavoli da questa pentola / vadano via.
Oh bello mio, / gli occhi mi bruci. / Il bello mio / carnevale di baci. / Oh bello mio, / il cuore mi cuci.
Ma nulla si può fare, nulla / in Gallura / che non lo vengano a sapere / in un'ora.
Citazioni tratte da canzoni – Anime salve
Nel dormiveglia della corriera / lascio l'infanzia contadina / corro all'incanto dei desideri / vado a correggere la fortuna. (da Prinçesa, n. 1)
E allora il bisturi per seni e fianchi / una vertigine di anestesia / finché il mio corpo mi rassomigli / sui lungomare di Bahia. (da Prinçesa, n. 1)
Dicono di Fabrizio De André
Aveva appena scritto Preghiera in gennaio, in una notte. Volevo sapere come gli veniva l'ispirazione, mi raccontò che di giorno dormiva e di notte usciva e ascoltava i rumori della campagna.
Ci siamo conosciuti perché era reciproca la curiosità. Capitò a Bologna, sarà stato il '66 [...] Addirittura avevamo pensato di fare, se non una tournée, un concerto assieme. Sarebbe stato "epocale" (si fa per dire, insomma). E poi per vari motivi non se n'è mai fatto niente. Lui disse anche: «...Sì, mi piacerebbe moltissimo eccetera, ma poi tu parli tanto, io invece non dico mai niente, non vorrei fare brutta figura...» Lui non diceva mai niente durante gli spettacoli.
Come diceva Fabrizio, una canzone può anche non servire, ma conviene sempre scriverla.
Cosa ricordo più di mio padre? La sua ostinazione cui si contrapponeva la mia voglia di fargli dispetto. Avevamo solo ventitré anni di differenza.
Doveva essere un bel "cazzaro". Te lo immagini a cena con il suo amico Villaggio? Non so cosa avrei dato per esserci.
È stato un incontro devastante. Ho sentito per la prima volta a 16 anni Tutti morimmo a stento e rimasi folgorata, mi fece entrare nell'età adulta. De Andrè mi ha cambiato la vita, mi ha mostrato l'altra faccia della medaglia che io non conoscevo. Con lui ho scoperto che esistevano i diseredati, gli esclusi, la droga e le prostitute. Tutto quello che c'è dall'altra parte della luna. Mi ha insegnato che tutti possiamo sbagliare nella vita. Possiamo essere Bocca di rosa e Marinella. Non dobbiamo metterci sul pulpito e giudicare nessuno. È stato un maestro.
Fabrizio è tra i grandi poeti del rock, anzi per me è un santo.
Fabrizio De André è uno chansonnier, e lo è nel senso più vero: il senso in cui la poesia, il testo letterario e la musica convivono necessariamente.
Fabrizio è di tutti.
Fabrizio era un uomo generoso e bellicoso, facile da amare e difficilissimo da andarci d'accordo. Uno dei ricordi più belli che conservo di lui è quando andammo all'Idroscalo di Milano sulle montagne russe del Luna Park, insieme a Dori: scendemmo felici e ubriachi con lo stomaco in bocca e andammo a finire la serata chissà dove.
Fabrizio lo conoscevo bene, ci siamo sempre stimati, anche se frequentavamo ambienti molto diversi. Lui era figlio di uno degli uomini più ricchi di Genova, io di uno dei più poveri. Non c'è mai stato modo di fare qualcosa insieme. [...] Anche se musicalmente c'è troppo Brassens per chi Brassens lo conosce, credo che La buona novella sia il disco più bello mai fatto in Italia.
Giornate intere di bonaccia, calma quasi piatta, e poi improvvise scosse elettriche con rincorse verso l'alto o verso il basso. In alto lo spirito filosofico e in basso il fondo dei garbugli umani. Secondo l'umore, secondo la giornata. Troppo terribilmente intelligente per definirlo un buono. Ma quest'ultimo era il Fabrizio che preferivo.
I miei vangeli sono cinque: Matteo, Marco, Luca, Giovanni e... Fabrizio.
Oltre ai quattro testi "canonici", ho da sempre un quinto evangelo, quello secondo De André. È la mia Buona Novella laica. Scandalizza i benpensanti, ma è l'eco delle parole dell'uomo di Nazareth che, ne sono certo, affascinò il mio amico Fabrizio.
[I]o associo la voce di Fabrizio a un vuoto che gli si fa intorno: lui chiede spazio e chiede tempo, prima di tutto col timbro della voce, con il modo con il quale scandisce le parole. Non si poteva ascoltarlo se non mettendo quella voce su una specie di ara, attorno alla quale non potevi far altro che dare un ascolto totale alle sue parole.
La forza dei veri artisti si vede anche dalla fortuna di dare piacere e fare compagnia anche dopo che se ne sono andati. In Italia è accaduto solo per De André e Gaber, attorno ai quali ci si ritrova in tanti, senza mai meravigliarsi che nel novero degli amici ci siano persone estremamente difformi per idee politiche e calibro culturale, senza nessuna necessità di dover giustificare differenti punti di partenza.
La memoria di Fabrizio ha diritto oggi a qualcosa di diverso, ne sono più che convinto. Merita più delle agiografie, delle biografie, delle scontate raccolte di canzoni rimasterizzate e reimpacchettate. Merita soprattutto di sfuggire all'aneddotica prêt à porter cui vengono fatalmente adattate le figure dei grandi artisti quando non sono più in grado di confutare o di precisare. Quando gli amici, i compagni di strada, quelli che sanno, che hanno visto, quelli che c'erano, si moltiplicano a dismisura.
Nel corso della mia carriera mi sono confrontato sin dall'inizio con i repertori altrui. Perché trovo ci sia molto da imparare, specie da maestri del calibro di Fabrizio De André e Giorgio Gaber. Rileggere le loro opere non significa solo condividere qualcosa che si trova esteticamente valido, ma anche dell'arte che si considera fondamentale da un punto di vista etico. [...] Perché parliamo di autori che hanno messo spessore in quanto hanno fatto, hanno speso idee, hanno formulato proposte interessanti anche politicamente, ideologicamente, filosoficamente.
Oggigiorno la superficialità globalizzata tocca anche l'arte e la musica. Uno come Fabrizio De André, secondo questa logica, diventa un simbolo più da esporre che da capire.
Questo è il punto: lui era l'unico poeta della canzone d'autore. Gli altri, me compreso, con l'eccezione forse di Guccini, sono bravi, non poeti. E i suoi testi sono gli unici che reggono anche senza musica. [...] Non è assolutamente per tutti. Il suo era un elitarismo culturale. Aveva il fisico e la testa del poeta. Non aveva bisogno di mettersi in una torre d'avorio: in quella torre ci era nato.
Se non avessi conosciuto le canzoni di Fabrizio, non avrei mai cominciato a scrivere le mie.
Si dice che Fabrizio sia il Dylan italiano, perché non dire che Dylan è il Fabrizio americano?
Si sente insomma che Gaber era attore: viveva quanto cantava mettendo in gioco una carica emotiva che in De André non c'è. De André rimane neutrale, racconta, quasi non interpreta. Dipende molto anche dalle diverse dinamiche del loro canto: quella di Fabrizio era monocorde, e questo implica che ascoltarlo sia quasi come leggere un testo scritto. Quanto lui canta ti arriva in sé: come se - paradossalmente - non ci fosse chi te lo sta passando. Gaber invece è il contrario. Si avverte quanto egli metta in gioco il suo essere umano. Prende il tema e lo racconta dal suo punto di vista, ti dà una vera interpretazione. Però avevano in comune una caratteristica bellissima: non hanno mai sposato una parte politica. Hanno costruito un pensiero libero, da anarchici libertari, direi. Che poi declinavano musicalmente in modo, anche qui, diversissimo: De André con i due riferimenti della canzone medievale, all'inizio della carriera, e poi della canzone etnica; Gaber in modo molto più ampio. [...] Confrontarsi con loro è insomma interessante da ogni punto di vista, oltre che necessario. Il problema è che se mi chiedete quale eredità hanno lasciato ai cantautori di oggi, io temo di dover rispondere che gli artisti della mia generazione non hanno imparato niente da loro.
Una delle grandi qualità di Fabrizio è che non è mai stato moralista, non ha mai apprezzato il perbenismo e ha sempre cercato di capire le debolezze umane. E poi la pietas umana, che era per lui un elemento essenziale per conoscere il prossimo, e che è sempre stata al centro della sua poetica. Fabrizio è anche stato sempre molto coerente.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026