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Frasi di Fausta Cialente

23 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Qui trovi 23 frasi di Fausta Cialente: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.

Fausta Cialente (scrittrice, giornalista e traduttrice italiana). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Fausta Cialente

Il compito di un narratore è anzitutto quello di rappresentare. Un libro che si apre è come un sipario che si alza: i personaggi entrano in scena, la rappresentazione comincia.
Citato in Fausta Cialente vince il «Savarese», La Fiera Letteraria, n. 16, aprile 1973.

Frasi da «Le quattro ragazze Wieselberger»

Non si rendeva conto, il padre, che raccontando questi episodi metteva in evidenza la tolleranza d'un governo che nonostante le molte difficoltà in cui doveva scontrarsi seguiva le regole d'un sistema liberale e cercava di mantenere l'equilibrio in un impero dove l'inno nazionale era cantato in dieci lingue, se non di più. (Questo, in realtà, indignava più il patriota che non il musicista). La monarchia rigida ma illuminata ch'era stata nel 1700 era divenuta in seguito assai più rigida e meno illuminata, nondimeno tolleranza era, seppure oscillante tra lacerate contraddizioni. Ma né il padre né le sue donne erano capaci d'intendere che l'odiato impero formava allora una parte molto importante della vecchia Europa — la più importante dopo l'impero di Carlo V — e la guerra ch'essi auspicavano avrebbe messo a rischio proprio questa millenaria potenza; non potevano quindi immaginare che il crollo d'un'Austria-Ungheria, certamente immobile e ottusa, sarebbe stato l'inizio d'una decadenza europea che non si sarebbe mai più arrestata. Ma essi avevano col presente e col passato un rapporto sbagliato, e non la minima idea di quel che avrebbe dovuto essere una nuova Europa, un'Europa democratica; il cui risorgimento, del resto, la terza e ormai invecchiata generazione non vede ancora. (parte I, cap. II, p. 28)
I rapporti con i due coloni sloveni erano sempre stati buoni e cordiali, e la famiglia non si sarebbe mai permessa in loro presenza e nei loro riguardi un linguaggio men che rispettoso; mentre la deprecabile usanza di chiamarli in dialetto s'ciavi, o meglio "sti maledeti s'ciavi" l'avevano anch'essi, incapaci com'erano d'interpretare la realtà d'una situazione nella quale erano tutti coinvolti e la lunga e abile mano dell'impero austriaco mescolava opponendo e aizzando gli uni contro gli altri, in modo che tutti si sentissero offesi o provocati. (parte I, cap. IV, p. 42)
Nonostante l'irredentismo appassionato che potrebbe farle credere se non rivoluzionarie almeno ribelli, sono due prudenti signore borghesi che accettano l'ordine e i limiti della loro classe e nonostante le tristi esperienze si preparano a educare i figli — le femmine sopratutto — alle rinunce e ai sacrifici. (parte I, cap. V, p. 67)
La storia è il grosso termometro dei cambiamenti d'umore degli Stati, una temperatura che oscilla, al primo colpo d'occhio, tra passioni che sembrano soltanto esagerate o sbagliate; ma al secondo si vedono già – o sopratutto – gl'intrighi e i compromessi d'alto luogo, gl'interessi quasi sempre cinici, o sporchi, o ridicoli; le crudeltà e le menzogne mascherate, la bassezza dei razzismi, l'intolleranza del fanatismo. Ma esse, le sorelle, non sono in grado di capirlo. Nonostante la dura lezione che hanno già ricevuto esse guardano fuori, vedono oltre, sperano ancora, forse: e riascoltano con una calda tenerezza del cuore l'eco delle loro giovani voci che hanno cantato gioiosamente incoscienti e provocanti: salveumbertoemargheritaedisavoialamagion. (parte I, cap. V, p. 69)
Ma i falsi, gl'inganni della storia rimangono chiusi come un seme nella terra per decine d'anni, chiuso e sepolto, e nessuno si accorge di quanto quel seme è impuro; poi finalmente spunta il germoglio velenoso e allora soltanto la scabra verità appare. Sempre troppo tardi, ad ogni modo, quando l'altissimo prezzo di tanti giovani morti è già stato pagato. (parte II, cap. IV, p. 128)
Al razzismo che stava alla base dell'annosa e insoluta questione slovena si aggiungeva quindi l'incomprensione o addirittura l'indifferenza, quando non la sprezzante ostilità nei riguardi dei "lavoratori"; ma il peso di questi enormi sbagli commessi dall'Ottocento — che non sono sbagli solamente triestino-irredenti, sono anche sbagli italiani — avrebbe finito, dopo una disastrosa prima guerra mondiale, per trascinare l'Italia nel fascismo, e Trieste con essa. (parte II, cap. V, p. 132)
Ormai gli avvenimenti spesso mi suggerivano il racconto, ma prima ancora di mettermi a scrivere spogliavo talmente il fatto di tutto ciò che mi sembrava inutile o falso o esagerato, e quel che rimaneva era così piatto e misero che decidevo subito di non raccontare un bel niente, di lasciare intatta la cosa "vera", i veri sentimenti che aveva suscitato in me, e ritornavo alle mie lettere a Fabio. Quelle almeno volevano essere soltanto comiche, mettevo tutto in ridicolo, e mi sembra che la guerra di Tripoli fosse uno degli avvenimenti di cui mi servii con più ferocia, ma non so quanto ciò riuscì gradito all'irredentista mio cugino. (parte II, cap. VI, p. 145)
Era forse per un senso di protezione che mi tenevano fuori dalle discussioni che verosimilmente dovevano precedere importanti decisioni e improvvisi trasferimenti. Non si usava di certo a quei tempi risvegliare in un minore il senso delle responsabilità e della partecipazione familiare, come sarebbe d'obbligo, in certa misura, sin dalla prima infanzia. (parte III, cap. I, p. 163)
Non gli piaceva, quella parola [rivoluzione], è chiaro; e nemmeno che le donne, costrette a sostituire gli uomini e a farsi operaie, si agitassero tanto e andassero per le strade urlando a contestare la guerra, a chiedere pane e pace. A me sembrava giusto, invece, una finestra s'era, per esse, fortunatamente spalancata sul mondo e sulla realtà, ma a lui le donne piacevano a casa, era indubbio; ancora meglio nel letto degli uomini, le "male arti" a loro esclusivo servizio, anche se camuffate nel matrimonio. (parte III, cap. III, p. 185)
Una specie di patriottismo s'era svegliato anche in me, ed era logico. Per quanto educata fin da bambina a vedere le cose in una luce realistica, e quasi mai dilatata la loro importanza, l'idea del "nostro suolo calpestato dal nemico" mi sconvolgeva, era un prezzo troppo alto che pagavamo all'imprevidenza e insufficienza dei comandi, all'ottusa stupidità dei governi e dei politici. Tuttavia non potevo allora capire, né, con me, i miei giovani amici, che la furibonda reazione di certa borghesia sedicente patriottica ci preparava il fascismo; c'era chi aveva ben calcolato quanto una disfatta poteva generarlo! Lo capimmo più tardi quando a guerra finita tornarono i combattenti e li vedemmo insoddisfatti, delusi o stomacati da ciò che trovarono nel paese: chi s'era tranquillamente imboscato o spudoratamente arricchito, altri avevano tutto perduto, e ai giovani o quasi giovani reduci la ricompensa che la nazione offriva dopo tanti rischi, rinunce e sacrifici era un avvenire incerto, deludente o misero addirittura; nulla da stupire quindi se tanti di essi, spesso in buona fede, qualche tempo dopo si lasciarono trascinare sulla via sbagliata. (parte III, cap. III, p. 190)
Nella casa di mio marito, a Alessandria, avevo trovato un'assai ricca biblioteca e mi ci ero gettata dentro con l'entusiasmo della mia età. Tutto era meravigliosamente nuovo, per me, e tutto leggevo con avidità. La " Nouvelle Revue Française ", ch'era nei suoi anni migliori, i più splendenti forse, tra le due guerre; la rivista politico-letteraria " Europe ", la " Revue Musicale ", allora diretta da Henri Prunières. Mi nutrivo abbondantemente e disordinatamente di cultura francese sopra tutto, ma anche di quel che ci offrivano allora l'Inghilterra e gli Stati Uniti. Avevo ritrovato con una gioia immensa le opere complete di Conrad, e poi fu, via via, l'incontro fatale con André Gide che divenne per molti anni il mio autore prediletto («quanto ti piace il diavolo che c'è in lui!» diceva sogghignando mio marito), con Roger Martin de Gard, Alain-Fournier, Raymond Radiguet, la Mansfield, e più tardi la Woolf, Proust, Joyce; e mi sentii come folgorata la prima volta che lessi La Metamorfosi di Kafka e La morte a Venezia di Mann. (parte IV, cap. I, pp. 208-209)
L'impero crollato era forse soltanto un sogno per qualche suo poeta che lo vedeva ancora in una luce favolosa e romantica, visione accompagnata di certo dalla brillante, lieta armonia dei walzer; a me era caro invece il ricordo di non averlo odiato, come avrebbe voluto l'ingannevole e torbida storia che c'insegnavano, e di aver odiato piuttosto le deplorevoli follie dei visionari che ci avevano buttato in una guerra di cui portavamo ancora i segni dolorosi, ma ch'era servita se non altro a far maturare il mio giusto risentimento. (parte IV, cap. II, p. 218)
La Resistenza era stata, certo, una bellissima pagina che qualche speranza aveva suscitato in tutti noi, e col nostro giornale l'avevamo esaltata il più possibile; ma era una pagina soltanto, e per di più era stata condotta da una minoranza, proprio come da una minoranza era stato fatto il nostro Risorgimento su cui ancora oggi si discute, illuminandone gli angolini. Le pagine che in seguito si sarebbero lentamente voltate sotto i miei occhi durante anni, non ebbero proprio nulla che potesse esaltarmi o confortarmi; così, a freddo, facevo del giornalismo con ben poco convincimento e avevo cominciato a scrivere la Ballata. Dovevo ogni tanto ripensare a mio padre quando aveva detto all'avvento del fascismo: "siamo un gran popolo di cialtroni", continuavo a non dargli ragione, ma il comportamento, o meglio il costume degl'italiani è quasi sempre tale che ho quasi sempre voglia di andarmene, e non perché "fuori" io trovi gran che di meglio, ma essendo fuori non vedo e non sento. (parte IV, cap. III, p. 240)

Scheda del libro «Le quattro ragazze Wieselberger»

Cortile a Cleopatra – Citazioni

Mi sembra di ricordare di aver affermato in qualche altra occasione che il compito del narratore, a mio vedere, è anzitutto quello di rappresentare. Un libro che si apre è come un sipario che si alza: i personaggi entrano in scena, la rappresentazione comincia. (dall'avvertenza)
Marco udiva spesso questa frase: «nemmeno il re». Ma lui apparteneva all'adolescenza che aveva veduto come si liquidano gl'imperatori e quel «nemmeno il re» non lo esaltava affatto. In quanto ai ricchi, oh, quelli potevano uscire non soltanto dai colori dell'arcobaleno! (parte I; 2004, p. 40)
Ma di che cosa s'impicciavano, quelli? O che avessero sognato di vederlo pieno di moneta, come Abramino? Tanto, facevano, che un bel giorno l'avrebbe gridato in mezzo al cortile: non aveva nessuna voglia di lavorare, lui, né d'arricchirsi, quindi lo lasciassero in pace, una buona volta. Ma gli parlavano, tutti, con sì belle maniere (meno Haiganúsh, sempre velenosa come uno scorpione, e Katina dura e severa, che dava quel terribile esempio di lavorare tanto per un malato, da tanti anni solo per lui, e inutilmente, poi che le medicine, i dottori e i ritorni alle isole quando tutto sembrava perduto – Spiro voleva essere sepolto dentro la sua terra – sgretolavano ogni volta sino in fondo il mucchio di ghinee risparmiate); lo adulavano, adesso, esageravano le sue attitudini come per invogliarlo a continuare, ma lui sapeva che erano pronti a bavare la loro malignità se mai fosse rimasto senza lavoro, perché tutto questo era successo tante volte, durante l'anno. (parte II; 2004, p. 98)
«Quando ci sono due che si fidanzano», pensò Marco, «perdono subito il nome, per questa gente; diventano il "giovine" e la "ragazza".» (parte II; 2004, p. 122)
Il cortile navigava sopra un fianco ed era quello della casa di Abramino: la morte di Spiro aveva rotto l'equilibrio. Se doveva attraversarlo per andare verso la casa della sarta, Marco aveva l'impressione di salire: Haiganúsh, quando veniva dalla sua porta verso la casa del pellicciaio, sembrava che scendesse una collina. Lui l'aspettava giù, inquieto, domandava notizie. Katina stava bene, sì, ma non si faceva vedere, e la sua casa, leggera, s'innalzava nel cielo sollevata dai venti: quella di Abramino, solida, pingue, affondava dall'altra parte come una barca troppo carica. (parte III; 2004, p. 186)
«Non mi puoi rimproverare d'averti nascosto quello che sono. Hai visto che sono capace di vivere nell'ozio durante mesi, mantenuto da mia madre, senza neanche vergognarmi. Sai che mi piace andare scalzo e che mi dispiace d'aver imparato a vestirmi come voi, a mangiare come voi, ad aver bisogno di tante cose.» Indicò le casupole fasciate dai raggi della luna, che chiudevano in cima alla scarpata il cortile. «Là dentro, secondo me, c'è già tutto il superfluo e tu mi parli di star meglio? Lavorare di più, allora? Oppure ri– schiare il poco che si ha e non dormire più dalle preoccupazioni, come dice tuo padre? Una vita d'inferno, allora? No, sai, io non posso, non posso.» (parte IV; 2004, p. 208)
Vedeva tutto, lui, sapeva tutto, ogni cosa gli entrava con forza, con prepotenza, nella testa o nel cuore. Alla gente non importa nulla di fare tutti i giorni le stesse cose. E lui, invece, patteggiava, patteggiava, si diceva ogni giorno: «Domani», e intanto aveva imbrogliato i fili. Si mise in ginocchio, prese la ringhiera a due mani e pensò: «È colpa mia».
Le settimane finiscono sempre in una domenica. La domenica bisogna sedere sul canapè, con la fidanzata vicina. La fidanzata che vuole abitare a Mazarita in un appartamento con il gas, la luce e le finestre sul cimitero. (parte IV; 2004, p. 222)

Dicono di Fausta Cialente

La Cialente i suoi personaggi sa muoverli così accortamente che, da ultimo, quando cala la tela, si resta col desiderio d'indovinare, di sapere quale ulteriore sorte sarà loro riservata, tanto essi continuano a vivere nella nostra fantasia. (dal discorso di premiazione del Premio «Nino Savarese» XII edizione, ne La Fiera Letteraria, n. 16, aprile 1973)
Operando quasi in sordina, la Cialente, sa con accorgimento destreggiarsi tra una sorpresa e l'altra, senza mai discostarsi dalla fedeltà a certe minuzie che le fanno ricordare le stagioni della sua stessa «prima giovinezza come una una felicità irripetibile, per sempre naufragata, a tal punto che, dopo, fuori di quella riva orientale e di quel clima» si è «sempre sentita come in esilio». Ed è nella costanza di questa fedeltà che va apprezzata la consapevolezza e insieme la coerenza della narratrice. (ibidem)

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026