Ritratto di Fedro
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Frasi

Frasi di Fedro

41 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Le citazioni di Fedro raccolte in un'unica pagina: 41 frasi, divise per libro e argomento.

Fedro (favolista romano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Frasi da «Fabulae»

Allo stesso rivo erano giunti il lupo e l'agnello spinti dalla sete; in alto stava il lupo e molto più in basso l'agnello. (1. Il lupo e l'agnello)
Nel tempo in cui leggi egualitarie facevano prosperare Atene, la libertà sfrenata sconvolse lo stato e l'anarchia sciolse i freni di un tempo. (2. Le rane chiesero un re)
È gravoso ogni peso per chi non è abituato. (2. Le rane chiesero un re)
Amittit merito proprium qui alienum adpetit. (IV. Canis per Fluvium Carnem Ferens)
Nessuno è abbastanza difeso contro i potenti. (5. La vacca, la capretta, la pecora e il leone)
O quanta apparenza! Ma il cervello manca. (7. La volpe e la maschera tragica)
Sibi non cavere et aliis consilium dare stultum esse [...]. (IX. Passer ad Leporem Consiliator)
Quicumque turpi fraude semel innotuit, etiam si verum dicit, amittit fidem. (X. Lupus et Vulpis Iudice Simio)
Qui se laudari gaudet verbis subdolis, fere dat poenas turpes poenitentia. (XIII. Vulpis et Corvus)
Molto spesso, col cambiare del governo, per i poveri cambia solo il nome del padrone. (15. L'asino e il vecchio pastore)
Chi perde il prestigio di un tempo, nella sua caduta rovinosa è schernito anche dai vili. (21. Il vecchio leone, il cinghiale, il toro e l'asino)
Inops, potentem dum vult imitari, perit. (XXIV. Rana Rupta et Bos)
Gli umili ci rimettono quando i potenti si scontrano. (30. Le rane che temono i combattimenti dei tori)
Gli avidi sono ricchi e poveri i modesti. (1. Il giovenco, il leone e il predatore)
Est ardalionum quaedam Romae natio, trepide concursans, occupata in otio, gratis anhelans, multa agendo nil agens, sibi molesta et aliis odiosissima. (V. Tib. Caesar ad Atriensem)
Tuta est hominum tenuitas, magnae periclo sunt opes obnoxiae. (VII. Muli Duo et Latrones)
Seruitus obnoxia, quia quae uolebat non audebat dicere, affectus proprios in fabellas transtulit, calumniamque fictis elusit iocis. (Prologus)
Solet a despectis par referri gratia. (II. Panthera et Pastores)
[...] derideri [...] merito potest qui sine virtute vanas exercet minas. (VI. Musca et Mula)
Vulgare amici nomen sed rara est fides. (IX. Socrates ad Amicos)
È pericoloso credere e pericoloso non credere. (10. Il poeta su credere e non credere)
Ti è noto solo chi conosci tu. (III, 10, 38)
Citato in Dizionario delle citazioni, a cura di Italo Sordi, BUR, 1992. ISBN 88-17-14603-X
Sic lusus animo debent aliquando dari, ad cogitandum melior ut redeat tibi. (XIV. De Lusu et Seueritate)
Humanitati qui se non accommodat plerumque poenas oppetit superbiae. (XVI. Cicada et Noctua)
Noli adfectare quod tibi non est datum, delusa ne spes ad querelam reccidat. (XVIII. Pauo ad Iunonem de uoce sua)
Chi è nato disgraziato, non solo trascorre una vita grama, ma anche dopo la morte lo perseguita il suo destino crudele e sventurato. (1. L'asino e i Galli)
Non sempre le cose sono come sembrano. (2. Il poeta)
Spesso c'è più buon senso in uno solo che in tutta una folla. (5 Il poeta)
Giove ci impose due bisacce: ci mise dietro quella piena dei nostri difetti e davanti, sul petto, quella con i difetti degli altri. Perciò non possiamo scorgere i nostri difetti e, non appena gli altri sbagliano, siamo pronti a biasimarli. (10. I vizi degli uomini)
Delle ricchezze l'uomo di valore non può sopportare nemmeno la vista, e ben a ragione, perché il forziere pieno di tesori impedisce la vera gloria. (12. Le ricchezze sono deleterie)
Prometeo ha plasmato la lingua della donna secondo il modello del membro virile. Da qui l'affinità oscena. (14. Prometeo)
Le capre avevano ottenuto da Giove la barba, i caproni allora si indignarono, deplorando che le femmine avessero raggiunto una dignità pari alla loro. «Lasciate che godano di una gloria vana», disse Giove, «e che si approprino delle insegne del vostro grado, purché non vi siano alla pari in fortezza». (17. Le capre barbute)
La favoletta distingue due tipi di uomini: quelli che si bardano di falsi meriti e quelli il cui valore rivela un motivo fondato di gloria. (25. La formica e la mosca)
La temerità per pochi risulta un vantaggio, per molti un male. (4. L'orzo dell'asino e del porcello)
Gli uomini di solito prendono delle cantonate per la loro stolta parzialità, e, perseverando nel loro erroneo giudizio, sono poi costretti a pentirsene dinanzi all'evidenza. (5. Il buffone e il contadino)
Quando un vanesio, accecato dal fragile favore popolare, perviene a una eccessiva stima di se stesso, è messo facilmente in ridicolo per la sua stolta vacuità. (7. Il flautista presuntuoso)
L'avaro non dà volentieri nemmeno quello che gli avanza. (1. La scimmia e la volpe)
I vizi, se nascosti, talvolta giovano all'uomo, ma col passare del tempo appare la verità. (6. Nulla rimane a lungo nascosto)
La fame dunque aguzza l'ingegno anche agli stolti. (22. L'orso affamato)
Se gli uomini riuscissero a rinunciare ai loro averi, poi vivrebbero sicuri; nessuno tenderebbe insidie a un corpo nudo. (31. Il bivero)

Scheda del libro «Fabulae»

Dicono di Fedro

In parte sotto Tiberio e in parte sotto i suoi successori, Fedro di Pieria, liberto, pubblicò cinque libri di favole esopiche in ben costrutti senarii giambici. Alle favole propriamente dette sono frammischiati anche aneddoti di cose avvenute allora o non molto prima. Le varie persecuzioni ch'ebbe a soffrire l'autore, lo fanno qua e là prorompere in di risentimento. Lo stile è scorrevole, negli ultimi libri spesso anche prolisso; il sereno, talvolta risentito; la lingua corretta, ma non senza tracce del tempo. Del resto questa raccolta non ci venne intera.
Wilhelm Siegmund Teuffel

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026