Frasi

Frasi di «Fabulae»

40 citazioni dal libro di Fedro

Le frasi di «Fabulae» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.

Libro I

Allo stesso rivo erano giunti il lupo e l'agnello spinti dalla sete; in alto stava il lupo e molto più in basso l'agnello. (1. Il lupo e l'agnello)
Nel tempo in cui leggi egualitarie facevano prosperare Atene, la libertà sfrenata sconvolse lo stato e l'anarchia sciolse i freni di un tempo. (2. Le rane chiesero un re)
È gravoso ogni peso per chi non è abituato. (2. Le rane chiesero un re)
Amittit merito proprium qui alienum adpetit. (IV. Canis per Fluvium Carnem Ferens)
Nessuno è abbastanza difeso contro i potenti. (5. La vacca, la capretta, la pecora e il leone)
O quanta apparenza! Ma il cervello manca. (7. La volpe e la maschera tragica)
Sibi non cavere et aliis consilium dare stultum esse [...]. (IX. Passer ad Leporem Consiliator)
Quicumque turpi fraude semel innotuit, etiam si verum dicit, amittit fidem. (X. Lupus et Vulpis Iudice Simio)
Qui se laudari gaudet verbis subdolis, fere dat poenas turpes poenitentia. (XIII. Vulpis et Corvus)
Molto spesso, col cambiare del governo, per i poveri cambia solo il nome del padrone. (15. L'asino e il vecchio pastore)
Chi perde il prestigio di un tempo, nella sua caduta rovinosa è schernito anche dai vili. (21. Il vecchio leone, il cinghiale, il toro e l'asino)
Inops, potentem dum vult imitari, perit. (XXIV. Rana Rupta et Bos)
Gli umili ci rimettono quando i potenti si scontrano. (30. Le rane che temono i combattimenti dei tori)

Libro II

Gli avidi sono ricchi e poveri i modesti. (1. Il giovenco, il leone e il predatore)
Est ardalionum quaedam Romae natio, trepide concursans, occupata in otio, gratis anhelans, multa agendo nil agens, sibi molesta et aliis odiosissima. (V. Tib. Caesar ad Atriensem)
Tuta est hominum tenuitas, magnae periclo sunt opes obnoxiae. (VII. Muli Duo et Latrones)

Libro III

Seruitus obnoxia, quia quae uolebat non audebat dicere, affectus proprios in fabellas transtulit, calumniamque fictis elusit iocis. (Prologus)
Solet a despectis par referri gratia. (II. Panthera et Pastores)
[...] derideri [...] merito potest qui sine virtute vanas exercet minas. (VI. Musca et Mula)
Vulgare amici nomen sed rara est fides. (IX. Socrates ad Amicos)
È pericoloso credere e pericoloso non credere. (10. Il poeta su credere e non credere)
Ti è noto solo chi conosci tu. (III, 10, 38)
Citato in Dizionario delle citazioni, a cura di Italo Sordi, BUR, 1992. ISBN 88-17-14603-X
Sic lusus animo debent aliquando dari, ad cogitandum melior ut redeat tibi. (XIV. De Lusu et Seueritate)
Humanitati qui se non accommodat plerumque poenas oppetit superbiae. (XVI. Cicada et Noctua)
Noli adfectare quod tibi non est datum, delusa ne spes ad querelam reccidat. (XVIII. Pauo ad Iunonem de uoce sua)

Libro IV

Chi è nato disgraziato, non solo trascorre una vita grama, ma anche dopo la morte lo perseguita il suo destino crudele e sventurato. (1. L'asino e i Galli)
Non sempre le cose sono come sembrano. (2. Il poeta)
Spesso c'è più buon senso in uno solo che in tutta una folla. (5 Il poeta)
Giove ci impose due bisacce: ci mise dietro quella piena dei nostri difetti e davanti, sul petto, quella con i difetti degli altri. Perciò non possiamo scorgere i nostri difetti e, non appena gli altri sbagliano, siamo pronti a biasimarli. (10. I vizi degli uomini)
Delle ricchezze l'uomo di valore non può sopportare nemmeno la vista, e ben a ragione, perché il forziere pieno di tesori impedisce la vera gloria. (12. Le ricchezze sono deleterie)
Prometeo ha plasmato la lingua della donna secondo il modello del membro virile. Da qui l'affinità oscena. (14. Prometeo)
Le capre avevano ottenuto da Giove la barba, i caproni allora si indignarono, deplorando che le femmine avessero raggiunto una dignità pari alla loro. «Lasciate che godano di una gloria vana», disse Giove, «e che si approprino delle insegne del vostro grado, purché non vi siano alla pari in fortezza». (17. Le capre barbute)
La favoletta distingue due tipi di uomini: quelli che si bardano di falsi meriti e quelli il cui valore rivela un motivo fondato di gloria. (25. La formica e la mosca)

Libro V

La temerità per pochi risulta un vantaggio, per molti un male. (4. L'orzo dell'asino e del porcello)
Gli uomini di solito prendono delle cantonate per la loro stolta parzialità, e, perseverando nel loro erroneo giudizio, sono poi costretti a pentirsene dinanzi all'evidenza. (5. Il buffone e il contadino)
Quando un vanesio, accecato dal fragile favore popolare, perviene a una eccessiva stima di se stesso, è messo facilmente in ridicolo per la sua stolta vacuità. (7. Il flautista presuntuoso)

Appendice perottina

L'avaro non dà volentieri nemmeno quello che gli avanza. (1. La scimmia e la volpe)
I vizi, se nascosti, talvolta giovano all'uomo, ma col passare del tempo appare la verità. (6. Nulla rimane a lungo nascosto)
La fame dunque aguzza l'ingegno anche agli stolti. (22. L'orso affamato)
Se gli uomini riuscissero a rinunciare ai loro averi, poi vivrebbero sicuri; nessuno tenderebbe insidie a un corpo nudo. (31. Il bivero)

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026