Frasi
Frasi di Francesco Domenico Guerrazzi
43 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Qui trovi 43 frasi di Francesco Domenico Guerrazzi: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.
Francesco Domenico Guerrazzi (politico e scrittore italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Francesco Domenico Guerrazzi
Come il popolo è l'asino: utile, paziente e bastonato.
E queste parole il camerario gli disse superbamente, imperciocchè i servi per ordinario posseggano l'odorato più sottile dei segugi per distinguere quando una persona è in fiore, quando è matura, e quanto sta per cascare dalla grazia del padrone. Il Luciani, offeso di quell'essere buttato là come un trabiccolo a mezzo luglio, e più trafitto dal modo, guardò in cagnesco il camerario, quasi gli volesse dire:
– Attendi a starmi lontano, perché se mi capiti fra le mani io ti farò vedere che mai cane mi morse, ch'io non volessi del suo pelo.
Gli uomini hanno fatto Dio a similitudine di loro, e lo hanno conciato pel dì delle feste.
La elemosina anziché sollevare dalle necessità gli accattoni li mantiene nel vizio.
Le arti tutte, ma più specialmente la musica e la poesia, possono stimarsi due lampi balenati da un medesimo sguardo di Dio.
L'ingratitudine è la moneta ordinaria con la quale pagano gli uomini.
Serse, antecessore di Dario al trono della Persia, quello spaccone che bastonò il mare, te ne ricordi?
Sopra modo fastidiosissime sempre mi riuscirono le Prefazioni, le quali io non seppi a che cosa paragonare convenientemente, finché le dicerie politiche del signor commendatore Boncompagni non mi porsero la idea dell'uggia mortale, che l'anima ti schianta.
L'assedio di Firenze – Citazioni
La pazienza! Oh! la pazienza è cosa dura e conviene meglio alla groppa del somiero che all'anima dell'uomo [...]. (Introduzione, p. IX)
L'affanno cerca il consorzio degli uomini, la gioia spesso gli oblia [...]. (cap. I, p. 5)
La caduta di un popolo deve essere tale [...] che lasci memoria di terrore ai tiranni, legato di vendetta ai figliuoli degli oppressi [...]. (cap. I, p. 18)
L'uomo trama, la Fortuna tesse [...]. (cap. I, p. 32)
[...] la lode di codardi offende amara, come l'ingiuria dei generosi. (cap. I, p. 32)
[...] nuovi non tolgono di mezzo ingiurie vecchie [...]. (cap. V, p. 127)
Chiunque pretende imporre un reggimento nuovo al suo paese, e sia pure migliore del vecchio, contro alla volontà dei cittadini, quegli è tiranno. (cap. V, p. 135)
[...] ai forti piacciono i consigli magnanimi, ai deboli i crudeli. (cap. VII, p. 171)
Noi altri Italiani c'innamoriamo in chiesa; colà la mezza luce che nelle ampie navate si diffonde traverso i vetri coloriti, le melodie degli organi, il profumo degl'incensi, le voci angeliche di fanciulli invisibili esaltano i sensi e ti dispongono ad amare [...]. (cap. VIII, p. 209)
[...] la fortuna, come donna, ama i giovani [...]. (cap. VIII, p. 214)
[...] delle due aristocrazie parmi meno funesta e laida e contennenda quella del sangue [...]. (cap. XV, p. 335)
[...] la donna valorosa è corona di gloria al suo marito: quella poi che reca vituperio, gli è come un tarlo nelle ossa [...]. (cap. XV, p. 382)
Il tempo meglio opportuno a far vacillare un'anima nelle sue risoluzioni è quello appunto in cui si trova spossata dallo sforzo commesso a sostenerle. (cap. XVII, p. 416)
[...] meglio vale sventura con innocenza che fortuna con delitto. (cap. XX, p. 457)
[...] la libertà è tale albero che vuolsi piantare con le proprie mani, se intendiamo che frutti davvero [...]. (cap. XXI, p. 467)
[...] un tesoro che per divisione non iscema, all'opposto dell'amore. (cap. XXIII, p. 529)
Il sangue inebria al pari del vino [...]. (cap. XXX, p. 773)
Frasi da «La battaglia di Benevento»
E se la vita fu bene, perché mai ci vien tolta? — E se la vita fu male, perché mai n'è stata concessa? (cap. V; p. 89)
Lo esercito di Carlo, giunto sul vertice dei monti vicini, ammirava la città di Benevento tanto famosa per la bellezza e antichità sue non meno che per l'erronee credenze dei popoli. La sua origine si smarrisce nelle tenebre della mitologia, sebbene non manchino scrittori che affermino averla edificata Diomede, re degli Etoli, dopo la guerra troiana. (cap. XXVIII; p. 754)
Ella portava impressi i segni della ferocia e della ambizione di coloro che l'avevano conculcata prima, poi scelta a dimora; era il suo aspetto medesimo la storia delle sue vicende, ché presso a lei si ammirava un arco trionfale di marmo pario eretto a Traiano per la strada ordinata a sue spese da Brindisi a Roma; – parte delle mura non demolite da Federico mostravano la strana foggia di architetture portata da' settentrionali in Italia le nuove riparazioni e le otto porte costruite per comando di Manfredi, – il risorgimento delle arti. Il castello, fondato dalla Chiesa per istanza del governatore pontificio, innalzandosi con le brune sue torri sulla città, avvertiva, e forse avverte ancora al viatore, qual fosse in quei tempi la solenne maestà dei successori di San Pietro. (cap. XXVIII; p. 756)
Il conte di Provenza, più la guardava , più gli pareva degna di essere conquistata; la circondò molte volte degli occhi per iscoprirne il debole nel quale far breccia e tentare l'assalto; la conobbe munita con tanta maestria di guerra che impossibile cosa fosse espugnarla per forza; – gemé, si volse a considerare la sottoposta valle; – spaziosa compariva e degna di combattervi campale battaglia; i fiumi Calore e Savato, confuse le acque alla estremità di Benevento, l'attraversavano, e un ponte magnifico dava il passo dall'una all'altra sponda: domandava come avesse nome la pianura, – gli rispondevano: – Santa Maria della Grandella. – (cap. XXVIII; pp. 756-757)
Raccolse, ciò detto, le sue virtù; e da che gli era impedito di vivere, ruinava nel furore della battaglia per morirvi da re. (cap. XXVIII; p. 775)
Lettere
Agli uomini in generale manca la costanza nei propositi, e ciò fa si che le loro imprese quasi sempre rovinino. Il difetto di costanza si manifesta in due maniere, o col mutare disegno appena scelto o col mancare di coraggio alle prime contrarietà.
È segno non mediocre di amare la patria coltivare la favella materna: le nazioni si distinguono dalla lingua.
Il matrimonio è il sepolcro dell'amore; però dell'amor pazzo, dell'amore sensuale.
Tu devi capire che ogni uomo ha da proporsi un fine nella sua vita, e a quello tendere costantemente, unicamente, se vuole riuscire a qualche cosa.
Dicono di Francesco Domenico Guerrazzi
Guerrazzi fornito d'ingegno eminentemente pratico, dell'ingegno che guarda le idee dal lato dell'applicazione, spregiava le teoriche filosofiche intorno all'umana perfettibilità; discepolo di e di Byron, adorava la potenza, e la voleva resa all'Italia senza sperare che l'acquisto della potenza sarebbe per lei cagione di felicità.
Guerrazzi, mentre rintraccia studiosamente la vena della giovanile poesia, s'innamora lungo la via, aspra di triboli e di esperienza, dell'ira di Tacito e dello stile di Guicciardini, e ridona di continuo all'Italia squarci di storia, pagine di eloquenza sublimi, opere ammirande, ma insufficienti, impotenti oserei dire a commovere, ad agitare, a suscitare la fede e l'entusiasmo, a dar battaglia, come un tempo lAssedio di Firenze, al materialismo che ci impaluda, all'egoismo che ci infanga.
Il Carducci ha paragonato l'opera di Francesco Domenico Guerrazzi ad un torrente impetuoso che travolge tutto ciò che incontra sulla sua via; ma il Guerrazzi stesso sapeva essere questo il suo destino, passare, cioè, dopo aver rinnovato, non con la sottile persuasione, ma con la violenza che ha pur sempre del grandioso e del tragico.
Il Guerrazzi specialmente è notevole perciocché abbia, più di ogni altro, continuate le gloriose tradizioni di Dante e e degli altri migliori nostri; e appartenga a quella generazione di scrittori che non trattarono l'arte per solo amore di essa; ma la volsero in bella interprete e dell'anima feconda di generosi portati; e quando ne venne il destro, si studiarono di praticare le teorie loro delle quali se altra poté mai sembrare più opportuna e più savia, niuna fu ispirata da miglior desiderio del bene.
Il Guerrazzi è esagerato, contorto, gonfio: – il suo, piuttosto che stile, potrebbe chiamarsi, non di rado, una maniera artificiosissima di esprimersi; usa un fraseggiare seicentistico, una maestà di vocaboli e di periodi che può abbagliare a prima giunta, ma poi stanca, annoia e, a lungo andare, può anche a riso, perché non si vede qual bisogno ci sia di star sempre sui trampoli, darsi l'aria e il portamento del veggente, quando s'han da dire cose, che non si troverebbero punto a disagio nel linguaggio comune de' cristiani.
Il Guerrazzi tendeva a farsi capo di una scuola toscana che fosse politicamente in contrapposto alla scuola del Manzoni: mentre questa proclamava l'alto valore morale della speranza e della rassegnazione, il Guerrazzi voleva che si operasse con energia ed audacia. E di questi sentimenti sono pervasi tutti i suoi scritti.
In lui lo scrittore ben di rado ha saputo emanciparsi dall'uomo di legge. Il suo stile si accosta assai più al linguaggio che viene parlato davanti alla barra, che non a quello che si legge nei libri di diletto. Le sue violente invettive, la sua eloquenza ampollosa avevano probabilità di successo coi magistrati, che il turbinio delle passioni politiche di quei tempi traevano fuori dal regolare disimpegno della loro carica. E per un uomo del temperamento violento di Guerrazzi, quell'abitudine quotidiana di arringare doveva divenire una seconda natura.
Quando Guerrazzi venne a Torino, mi richiese di presentarlo a Cavour; era cosa naturale, e Cavour desiderava egualmente di conoscerlo. Lo accompagnai, e li lasciai soli. Ritornato dopo il loro abboccamento da Cavour, questi mi disse subito: «Che occhi ha quel suo Guerrazzi!» Nello stesso giorno rividi Guerrazzi che appena vedutomi, esclamò: «Che occhi ho trovato in Cavour!» – Si erano misurati e giudicati sotto le stesse impressioni.
So che il Guerrazzi è in questi momenti più trascurato, anzi perseguitato che mai; che, per valermi d'una sua sola frase recente, tutti voglion del suo pelo e della sua pelle. Ma chi fu risparmiato a dì nostri o chi lo sarà? Non appena un tale accenna a farsi maggiore degli altri, tutti gli sono addosso ad azzannarlo i mastini! e fossero soli e sempre i mastini! ma più spesso occorrono i botoli e i rettili.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026